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STORIA
DELLA
LEnERATURA IN ITALIA
ne' secoli barbari
;• , X
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STORIA
LETTEBATURA IN ITALIA
NE' SECOLI BARBARI
EMANUELE GELESIA
VOLUME PRIMO.
GENOVA
TIPOGRAFIA DEL R. ISTITUTO SORDO*MUn
1882
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Proprietà letteraria
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AVVERTENZA
Diedi forma e intendimenti di storia ad una
serie di lezioni accademiche sugli scrittori de'
bassi tempii da me svolte negli anni 1878-79
alla studiosa gioventù delV Ateneo genovese.
Se potessi sperare dalla critica odierna
quelle oneste accoglienze eh' ottennero da' miei
numerosi uditori^ io n'avrei largo compenso
al lungo studio e al grande amore^ che m' ha
fatto cercare tanti dimenticati volumi.
E. CELESIA.
30254^
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CAPO L
SEVEKINO BOEZIO
SOMMARIO.
Introduzione — La nuova critica — Teoria dell' evoluzione
applicata alle lettere — Necessità di risalire alle origini —
La civiltà antica e la nuova — Entrambe rappresentate da
Severino Boezio — Sua nobile vita — Supplizio — Cenni
sulla morte di Simmaco — Quanto Boezio fosse innanzi nelle
scienze fisiche e naturali — E neUe matematiche — Opere
filosofiche — Si rafferma V autenticità de' suoi scritti teologici
— Il Libro Della Consolazione.
Le conquiste del pensiero moderno, i trionfi della
scienza e le nuove vie dall' istoria tracciate , pur
troppo non valsero ancora a sprigionare lo spirito
umano da quella cerchia d' errori che d' ogni parte lo
serra, e gli ruba la luce del vero. L'istoria lette-
raria, in ispecie, non seppe ancora rinvenire entro i
ruderi del passato i germi delle odierne sue condi-
zioni, e i presagi dell' avvenire. E dico presagi del-
l' avvenire, poiché s' egli è delirio l' atteggiarsi a pro-
feta de' suoi futuri destini, chi ha fiore di discre-
zione ben vede che il penetrare quanto più e' è dato
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iù qciet' 9ei?^i|ii -colla' deduzione dei casi passati e col-
r istituire su quelli un calcolo di probabilità razio-
nale, sia lecito, anzi sia debito di ogni savio scrit-
tore.
Una critica eunuca e accademica tenne finor costi-
pata la storia delle nostre lettere in troppi angusti
confini: rado avviene trovar chi risalga oltre i limi-
tari del secolo XII. Ma le vicende letterarie dei sette
ultimi secoli hanno i loro incunaboli nell' età prece-
denti; e chi intende sequestrare la modernità dai
tempi anteriori per considerarla^ non già come un grado
diverso d'una evoluzione medesima, si bene come
parte che stia di per se, non farà mai opera frut-
tuosa e durevole. La relazione storica è un elemento
irrecusabile degli studi moderni : l'antico e il nuovo
compenetrandosi, mutualmente si compiono. Le au-
dacie dello spirito umano ne' suoi strati più antichi
prepararono i miracoli della nostra letteratura : onde
il debito in noi di addentrarci ne' labirinti di quel-
r età poco nota col filo del senso moderno , scoprir
r eflìgie dei suoi grandi uomini adulterate dal tempo,
lumeggiarne le idee di tanto trasfigurate dal loro
primo concetto , mostrarne 1' affinità , trattare in-
somma queir ombre come cosa salda. Lo studio, scrive
il Trezza, — veramente critico de' fenomeni umani
non può essere che uno studio delle relazioni che ten-
gono fra di loro; cioè l'analisi di quelli antecedenti
storici che sembrano accidentali al fenomeno stesso,
ma che invece costituiscono le parti organiche della
sua vita La critica comparata è qualche cosa di
più profondo e di più scientifico che quel pellegrinare
erudito che interroga cosi per diletto le flore e le
faune estetiche degli altri paesi: è la storia delle
loro evoluzioni organiche, la quale contiene in se
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medesima la sua legge che si manifesta negli ante-
cedenti che ne hanno determinato il modo e le
forme. —
E ogni forma invero presuppone una catena di
forme anteriori, che man mano si svolsero con gra-
duati incrementi. Avviene de' secoli ciò che avviene
de' grandi intelletti, i quali confiscano a proprio van-
taggio il merito d'una moltitudine senza nome che
li precesse. Un sol uomo non basta a creare un' o-
pera immortale : è mestieri vi concorra un' età , un
popolo intero. Il genio non è che la sintesi di molte
generazioni. Il Vico intravedea questo vero colla nota
sua formola — la sapienza volgare precede alla sa-
pienza riposta. —
Ond' è che io mi propongo indagare la storia dello
stato intellettuale d' Italia in quei secoli che preces-
sero il suo risorgimento letterario e civile: secoli
che per inveterato uso soglionsi erroneamente dir iar-
bari. Ultimo asilo alle lettere antiche, primo focolare
dell' arte nova , l' Italia non fu barbara mai, sebben
corsa, guasta e taglieggiata da barbari. Gli studi
nostri verranno a rincalzare un tal vero; e chi non
ignora non potersi i fenomeni storici interpretare che
rifacendosi alle loro primitive sorgenti , dacché ogni
caso recente abbia la sua connessione in altri casi
lontani, farà buon viso ad un tentativo che varrà
forse a sgroppar nodi e problemi finora insoluti. La
teoria della evoluzione , onde di tanto avvantaggiansi
le fisiche discipline , applicata agli studi letterari ,
darà loro valido impulso a progredire; il nuovo me-
todo recherà la sua face negli oscuri ipogei della
storia: 'e allor raffrontando tra loro i diversi stati
dell' umano intelletto , non potrà che a più doppi
chiarirsi la realtà storica.
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Lo splendor delle lettere , per quantunque fioco ta-
lora apparisse, non tramontò mai del tutto tra noi.
Quel bujo profondo , queir emisferio d' ignoranza e di
tenebre, quella barbarie di cui ci favoleggiano gli
storici dalle idee preconcette , dileguerà a un tratto
sol che pia addentro si penetri in queir età si poco
ancora in tutte le sue parti indagata. Gli scrittori
intesi a copiarsi a vicenda, diedero vita ad un error
continuato che ormai vuoisi distruggere. E invero
l'unità fra i tempi classici e i tempi cristiani inai
non venne interrotta: l'Italia nostra fu sempre de-
positaria di un grande concetto, la fiaccola a cui si
accesero tutte le moderne colture, la sola custodi-
trice del pensiero religioso, letterario e civile. La
civiltà d' Europa non è che latina. Perciò i tempi
moderni non ponno rinnegare il medio evo, quasi
un'epoca muta di ogni luce di studi. Anch'esso tras-
mise a noi qualche sacro deposito, a cpi la civiltà
nostra sotto più aspetti si lega : mancava l' arte del-
l' osservare e dello esperimentare , ma pur qua e là
traluceano lampi meravigliosi di verità; onde il de-
bito in noi di profondamente studiarlo.
La scuola d' oltre Reno, che tiene col disfacimento
del mondo romano essersi dileguata ogni aura di
vita da noi , e che a dar nuovo rigoglio all' estenuata
nazione abbisognasse la trasfusione de' sangui barba-
rici, omai non ha più seguaci. Il vecchio romanzo
degli innesti settentrionali , le speciose teorie di quelli
inneggiatori de' barbari, che ne' tempi di mezzo veg-
gono riciso il filo della classica antichità, e nelle
ruine di quelli avvolgersi un muto gregge di schiavi,
cadono innanzi alla luce dell' istòria, che mostra l'im-
manenza degli antichi elementi, e le reliquie della ci-
viltà romana, per virtù de' nuovi bisogni, risvegliarsi
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II
a giovane e vigoroso consorzio. La robusta persona-
Ktà organica delle razze invaditrici cesse in breve alla
gentilezza del sangue latino , e non esercitò che una
ben povera azione nello svolgimento del pensiero mo-
derno , eh' è figlio di una lenta elaborazione de'
nuovi elementi confusi agli antichi.
Dissi, nuovi elementi ; e invero un principio unico
e prevalente informava le società antiche : guerriero
in Eoma, mercantesco in Cartagine, popolare in Grecia,
teocratico in Egitto, monarchico in Asia. Per l'op-
posto nel medio evo diversi principi e molteplici
forze cospirano a tener desta la sua operosità, come
ebbe già a chiarire Y acuto intelletto del Roma-
gnosi, n tesoro della latina sapienza che rinviensi ne'
nostri Statuti, insertavasi colle nuove esperienze di
una nazione, che traendo auspici dal suo glorioso pas-
sato, divinava un nuovo avvenire. Essa fulmina in
campo i suoi nemici, abbatte in casa i feudatari,
svincola le possessioni , ne divide le terre , chiama
tutti i suoi ceti , fino i più umili , al reggimento della
cosa pubblica: converte, senza cessare d'esser cre-
dente , le crociate in vaste operazioni di traffico :
corre i mari , crea colonie neir arcipelago e nella
Tauride, e reca in patria la lingua, le spoglie, la
sapienza del domito oriente.
Se la letteratura è lo specchio fedele della vita d'un
popolo, questa vita fa mestieri studiarla nelle gesto
anzidette, rimontando alle origini, poiché soltanto mo-
vendo da quelle, ci sarà dato seguirla ne' suoi fu-
turi trionfi. E noi della letteratura italiana pur troppo
non conosciam che sola una parte: quella che s'i-
nizia col secolo XIV e viene fino a' di nostri. Ma
potrem con ciò dire di veramente conoscere la storia
del pensiero italiano? Al di là del trecento, in quei
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secoli che si vollero finora rappresentati come un a-
bisso di tenebre, non vi ebbe forse una vita, un
movimento, una forma che lentamente si svolse e
crebbe e ingiganti per modo, che giunse a creare nel-
r arte le nostre basiliche, nella politica il reggimento
di popolo , nella veste una lingua nova , nel concetto
la Divina Commedia^
Tre diversi periodi vanta il pensiero italiano : il
periodo latino, di cui non è del nostro istituto occu-
parci: quel di trapasso ed il novo che nasce da
quello. Non è chi non vegga F intimo nodo di con-
giunzione che entrambi collega. Se nel fanciullo si
presente T uomo , noi dobbiam risalire a quella in-
fanzia della nazione, in cui stanno, come in germe,
sepolte tutte le manifestazioni dell' arte futura. Ogni
genere di letteratura trova infetti le sue origini ne'
secoli barbari. La cronaca apre il sentiero alla storia;
dai Misteri nasce il dramma moderno. La rima e i
canti del popolo , la scolastica e le filosofiche audacie
son proprie di queir età sconosciuta. La eloquenza
stessa dovette esservi in fiore, e se pochi esempi ne
restano, non per questo assi a disconoscere un fatto
che ogni cosa concorre a dimostrare. Un paese in
cui primamente si svolse T assetto a comune, che
lungamente poi combattè per rivendicare le libertà
popolari, un paese in cui le repubbliche durarono
oltre quattro secoli, ed in cui tennero il campo di-
sputazioni gravissime vuoi politiche, vuoi letterarie,
non poteva esser povero di grandi oratori.
E r arte anch' essa innovavasi : non più X arte
plastica della gentilità greco-latina, ma quella che
rappresenta il mondo dello spirito, ed alla sensazione
ed alla materia sostituisce la coscienza, l'ideale e lo
slancio dell' anima. Il Cristianesimo ebbe tra noi per
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eflfetto di additarci e munire le nuove vie del pen-
siero, senza astringerci a rinnegare le forme antiche.
Noi sotto più aspetti siam sempre latini, classici
sempre. La tradizione romana sotto Y impero dei Gk)ti
ingentilisce i conquistatori, né venne manco in appresso;
rivivono gli ordini municipali , rivive il sistema delle
leggi civili; i vinti, Cassiodoro e Procopio l'atte-
stano, pareggiavansi ai vincitori. L'istessa domina-
zione longobarda, così truculenta ne' primi impeti
della invasione, man mano va mitigandosi, a tale che
veggonsi le assemblee de' padrifamiglia e del clero
eleggere i vescovi e creare i loro maestrati. Le cor-
porazioni de' medici, degli avvocati e de' notai ri-
salgono al secolo Vili: e quel profondo concetto della
antichità che si palesa mirabile nei glossatori del-
rXI e XII secolo, fa fede, come tiene il Quinet,
eh' essi n' erano i continuatori e gli eredi.
La civiltà nuova non distrusse l'antica: la re-
staurò completandola nelle parti sue difettive. L' I-
talia doveva rifarsi ; innanzi a lei balenavano da un
lato le gloriose memorie dell' impero romano : dal-
l' altro aspreggiavala la selvatichezza de' suoi nuovi
conquistatori. A quai materiali doveva stender le
mani per eriggere il nuovo edificio della sua civiltà.^
Troppo potentemente parlavano in lei i fasti del Cam-
pidoglio , il giure romano, la lingua degli antichi scrit-
tori, per non respingere tutto ciò che avea qualche
appicco somiglianza co' barbari. E affermò quindi
la parte antica della immortale sua storia, di cui
tanti monumenti tuttavia le restavano, pur edifi-
cando sulle rovine di quella una civiltà nova, che fu
lume e insegnamento delle nazioni. Ciò chiarisce come
essa intendesse dapprima a significare nell' idioma del
Lazio i suoi concetti, le sue leggende, i suoi novi
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Msogni; ma quando poi questi crebbero a tale che
più non ebbero rispondenza nella decaduta lingua la-
tina, travasò nella parlatura del popolo quanto in lei
traboccava di dolore, di speranza e di fede, e in-
nalzò il suo volgare agli onori dei trionfi avvenire.
Da quel giorno la nostra letteratura divennne bilingue,
avendo noi, come saviamente avverte il Settembrini
— espresso il pensiero e la vita nostra non pur nella
lingua viva del popolo, ma ancora e prima e lunga-
mente nella lingua latina. E però chi vuole l'intera
rappresentazione del pensiero italiano, non deve cer-
carla soltanto negli scrittori che usarono Y italiano ,
ma in quelli ancora che usarono il latino... — Savio
e giusto disegno ch'ei non volle o seppe incarnare,
non men degli altri scrittori delle nostre letterarie
vicende, da Adolfo Bartoli in fuori, che informato a
questo concetto, ne trascorse assai dottamente i primi
due secoli.
E invero il latino costituisce anch'esso una forma
del pensiero italiano ; il Cristianesimo 1' accettò per
suo idioma : i bàrbari deposero V asprezza delle is-
pide loro loquele per balbettare in suoni stroncati
r idioma de' vinti ; 1' unica letteratura che sot)ravisse
al grande naufragio delle lettere antiche era latina,
e sotto auspici latini s' apre il glorioso periodo del
nostro risorgimento politico e letterario. Era adunque
omai tempo di por l' ingegno allo studio d' un' epoca
in cui fermentavano i primitivi germi della civiltà na-
zionale. E noi r osammo : se con fausta o improspera
sorte ne giudichi il discreto lettore.
Sui primi limitari del mondo barbaro grandeggia
un sovrano intelletto, che abbraccia ad un tempo la
civiltà antica e la nuova Torquato Severino Boezio,
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uomo di azione e di lettere, come sempre i migliori
tra noi , raccoglie in se solo quanto di maestoso ancor
restava delF antica Roma ; primo dell' età sua, ei ne
personifica la religione, la filosofia, le matematiche e
la poesia : ispiratore d' opere egregie a un re goto ,
coopera all'unità del regno italico: incorruttibile in
corte ed in senato, si porge imitabile esempio di virtii
domestiche e cittadine , e innesta infine la palma del
martire a una vita spesa fra gli studi e la carità
della patria. La luce che sfolgora dalle opere sue
riempie le scuole d' Italia e d' Europa ; Alcuino, Beda,
Bacone in Inghilterra , Abelardo in Francia , Alberto
Magno in Germania , Tommaso di Aquino , Dante ,
Petrarca e Fibonacci in Italia n^ calcano le rag-
gianti vestigia; il De Buti, chiosatore della Divina
Commedia, affermava occorrere non manco di settan-
tasei richiami ai libri di Boezio nel sacro poema.
EampoUo delle illustri prosapie ^degli Anicii e dei
Manlii , nacque nell' anno 455 in Roma da Flavio
Boezio console. Diede opera agli studi in Atene, ove
lungamente ebbe stanza, volgendo dal greco in latino
il fiore degli antichi filosofi. Reduce . in patria nel-
r età dì ventotto anni , preceduto dalla fama del suo
sapere e delle virtù sue, fu ascritto tra i senatori,
quando appunto e' divisavano chiamare in Roma Teo-
dorico, che, vinto Odoacre , signoreggiava in Ravenna
col -titolo di re d'Italia. In quella occasione Boezio
ne disse in una splendida conclone le lodi, confor-
tando il re goto a ridonare ai sette colli la pristina
libertà e la maestà del nome latino. Entrato nei fet-
vori del principe, vide in se raccolti i più alti uf-
fici del regno, e s'adoperò con ogni studio a prò'
della giustizia e delle nazionali franchigie , non <ihe
a render pieghevole l'animo di Teodoricf, che prò-
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fessava il culto ariano, alla fede cristiana. E il re
dilettavasi assai d'intrattenersi in amichevoli colloqui
con lui , e col greco Artemidoro , e n' erano argo-
mento il corso degli astri, i seni del mare, le me-
raviglie delle fonti sotterranee , le sentenze dei savi,
siccome ci afferma Cassiodoro, che giudica questo re
ben degno d' essere annoverato fra i più celebrati
principi della antichità, e quasi un porporato filosofo.
Boezio tolse in moglie la bellissima Elpide fi-
gliuola di Festo, un de' principi del senato, nata in
Sicilia e eultissima ne' poetici modi : della quale ve-
dovato di curto, imparentavasi con Simmaco, sposan-
done la figliuola Bnsticiana, della cui virtù diremo
a suo luogo. ,
Creato console insieme a' due suoi figlioli Boezio e
Simmaco, largheggiò di spettacoli al popolo al pari
degli antichi Cesari , ma non ismise per questo i suoi
studi. — Sebben le cure del consolato, cosi e' scrive ,
non mi lascino tanto ozio che basti alle lettere, io tengo
obbligo espresso di chi ha il peso ed il reggimento della
cosa pubblica, l'adoperarsi a tutt'uomo per l'am-
maestramento de' suoi cittadini. E mi parrà di me-
ritar qualche lode, se, come i nostri maggiori, debel-
late col loro valore le nazioni, recarono a questa città
r imperio del mondo, così io tragga dalla Grecia per
erudirne il mio popolo i monumenti più insigni della
sapienza , il che è tutto quello che io posso , e che
ancor ci difetta. Perocché un tal ministero non parmi
alieno dalla dignità consolare, ove si faccia stima
che fu sempre romano costume l' imitare e l'abbellirsi
di quei pregi e di quelle lodevoli opere che son
sparse in tutti i luoghi e in tutte le genti. —
Senonchè die la sorte ch'ei cadesse in sospetto del re
goto, sotto l'accusa di voler mutare lo stato della
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repubblica e rivendicarla nella sua libertà. E invero
il senato romano veggendo Y impossibilità di piegar
Teodorico a costituire una Italia cristiana , volgeasi
allo imperatore Giustino in Costantinopoli, il quale
per meglio avanzare la Fede, avea pubblicato un
editto contro ogni altro culto che non fosse il catto-
lico, dall' ariano in fuori. Seppe amara quest' esclu-
sione al senato, e ne mosse siffatte doglianze da indurre
Giustino a revocarla , e comprendere anche gli Ariani
nel bando imperiale. Egli è facile arguire di qual
ira avvampasse il re goto, che spedi nel 523 un'am-
basceria a Bisanzio col proposito di far cassare il de-
creto; ma tornata questa senza risultamento veruno,
ruppe in eccessi contro il senato, e non osando por
le mani sovra Boezio , fé' sostenere Albino , integer-
rimo magistrato : indi cacciato in prigione papa Gio-
vanni, vel lasciò morire di fame.
Boezio benché si sapesse in sospizione del re, non
pose indugio veruno a raggiungerlo in Verona per
implorare la liberazione d'Albino; ma il principe ac-
commiatavalo con acerbe parole. Intanto accusato» da
Triquilla e da Conigasto , due goti, che Boezio pei mali
lor portamenti avea cacciati da Koma, ai quali indi
s' aggiunsero Opilione e Gaudenzio , rimossi già dalla
reggia per le crapule e i debiti che gli affogavano,
di tentar novità pregiudizievoli a re Teodorico, questi
fattolo incarcerare , ne commise il giudizio al senato,
il quale su false lettere foggiate ad opprimerlo, lo
dannava , inaudito, all' estremo supplizio. Il re affet-
tando clemenza ne commutava la pena collo esigilo
in Pavia; ma dopo sei mesi inaspritosi più che mai,
lo fé' morire (era il 13 di ottobre del 525) in
quella prigione al sommo del battistero di S. Pietro
in Cieldauro, che serba ancora il -suo nome. L'ano-
E. Celesia. Storia della Letter. in Italia. 2
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nimo Valesiano, il più antico scrittore che di lui ci
abbia lasciata menzione e perciò il più credibile, narra
che dopo strazi lunghissimi , strettegli con una fune
le tempia in modo si atroce che gli occhi gli schiz-
zaron dalF oibita, a colpi di verga fu ucciso.
Dante nel decimo del Paradiso così cantava di lui:
Or se tu l'occhio della mente trani
Di luce in luce dietro le mie lode ,
Già dell' ottava con sete rimani.
Per goder ogni ben dentro vi gode
L' anima santa , che il mondo fallace
Fa manifesto a chi di lui ben ode.
Lo corpo , ond' ella fu cacciata , giace
Giuso in Cieldauro, ed essa da martiro
E da esigilo venne a questa pace.
Morto il pontefice Giovanni e Boezio, restava in
Eoma il di lui suocero, Simmaco, già console ed or
capo del senato, esempio vivente d'ogni più eletta
virtù. La nobiltà del lignaggio, lo splendor dello in-
gegno, le ingenti ricchezze ond' era fornito e che a
larg^he nmni profondeva agli infelici, lo aveano reso
caro ai Romani e rispettato dal principe. Ma tutti
questi pregi , quasi strumenti di resistenza e di per-
duellione, or contro lui si rivolgeano. I delatori, scri-
veva Carlo Troja, non tralasciavano d'insinuare che
non vi sarebbe mai speranza di quiete, finché 1' orgo-
glioso patrizio si credesse il capo legittimo dei Ro-
mani, e giudicasse essersi Roma trasfusa in lui o
nella famiglia di Boezio. A vendicare il quale , di-
ceano , sarebbero sorte schiere di clienti e d' affran-
cati; Giustino avrebbe spedito pronti soccorsi: non
esser più 1' ora da starsi tranquilli di fronte a tanto
pericolo: volersi finalmente scegliere acquali dei due,
se a Teodorico o se a Simmaco , salvarsi dovesse la
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vita. Giunsero facilmente accette al re queste voci :
talché r infelice patrizio, condotto a Ravenna sotto il
peso di bugiarde imputazioni, anch'esso fu morto. La
romana stirpe vedeva così cadere 1' eletta de' mi-
gliori suoi figli.
Severino Boezio, delle cui opere prendiamo ora a
trattare, avanzò ogni altro dell' età sua nelle scienze
fisiche e naturali , di che ci son testimonio i suoi
trovati meccanici , pioè due orinoli , uno ad acqua e
r altro solare ) che Teodorico mandò in dono a Gun-
debaldo suo suocero re de' Borgognoni. Sappiamo al-
tresì da Cassiodoro , aver egli costrutto congegni
astronomici [caelum gestaHle), i quali agevolavano, al
pari delle odierne sfere, lo studio della scienza dei
cieli. Alla quale egU allude scrivendo tra gli or-
rori del carcere il mirabile poema De Consolazione:
Hio quondam' coelo liber aperto
Sitctus in etherios ire meafus
Cemebat rosei lumina solia :
Visebat gelldos sydera lunoe
Et quecumque vagos siella recursus
Exereet, varios flexa per orbes
Comprensam numerìs 'vietar habebat,
Quia volvat stabilem spiritus orbem,
Vel cur esperia^ sidus in undas
Casurum rutilo surgat ab ortu :
Quis veris placidas temperet horas
Ut terras roseis floribus omet :
Quis dedit ut pieno fertilis anno
Autumnus gravidis influat uvis
Rimari solitus , atque latentis
• Naturce varios reddere caibsas :
Nunc jacet effoeto lumine mentis
Et pressus gravibus colla catenis
Declivemque gerens pondere vultum
Cogitur, heu ! stolidam cernere terram.
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Per quanto ragguarda le matematiche, gioverà ri-
cordare la sua opera De Aritmetica Lib. II, ver-
sione del trattato del greco Nicomaco^ cui molto ag-
giunse del proprio. Seguono tre libri, De Geometria,
tradotti da Euclide, da uno infuori ch'egli stesso
compose : dettò del pari un trattato , De Musica ,
allor parte precipua delle matematiche. Nella quale
porse teoriche cosi profonde da prevenire, come os-
serva dottamente il De Giovanni,, -quanto altri abbia
scritto sull'arte e filosofato, come han fatto il Fornari
e il Conti, suir armonia e sulla sua scienza. Già S.
Isidoro avea giudicato non manco biasimevole di chi
non sagf sse leggere , chi ignorasse la musica, senza
la quale ninna disciplina poteva aspirare a perfezione.
Infatti gli uomini de' bassi tempi, dice il L. Maitre,
con quelle lor fantasie avide del meraviglioso, solean
sprofondarsi in uno studio che apria loro i larghi
orizzonti del misticismo. Come già Cicerone nel Sogno
di Scipione, consideravano Y armonia cosmica e V av-
vicendarsi delle stagioni non disgiunta da quella che
governa le parti dell' anima e del corpo. Imparando
la musica, credeano completar lo studio della gram-
matica e della retorica: lo scrittore apprendeva da
essa il modo di disporre armonicamente i periodi, e
r oratore qual numero più si convenisse alle varie
parti dell' orazione. Tai concetti che prima Boezio
e quindi il venerabile Beda aveano dedotti dagli
antichi scrittori, rivissero appresso dal nono al de-
cimoterzo secolo per opera di Alenino , di Oddone
da Cluny , di Notker , di Reginone da Prum ed altri
scolastici.
Non debbono, da chi detta la di lui vita, lasciarsi in
disparte i suoi scritti teologici, come quelli che stret-
tamente s' innestano colle vicende dell' età sua , e
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porgono il primo esempio dell' applicazione dei metodi
peripatetici alla illustrazione dei dommi cristiani. Vol-
geva allor queir età in cui gli errori di Nestorio, che
vedeva in Cristo due persone distinte, e di Eutiche
che in lui riconosceva una sola natura, turbavano la
serenità della Chiesa, poiché Anastasio che aveva
fetta sua r eresia degli Acefali , cacciava i vescovi
cattolici della lor sede e ne facea ' fiero governo.
Boezio dettava allora il libro Delle due nature di
Gesù Cristo a confutazione degli avversari, indi-
rizzandolo al suo amico Giovanni che fu appresso
pontefice, cui pure indirizzò il secondo libro Sulla
Trinità, essendo il primo intitolato al suo suocero
Simmaco ; non che una Brevis de Fide Christiana
complexio , nella quale passa a rassegna i precipui
dommi della religione, vertendo V arido tema d'ele-
ganza e di brio. Scrisse del Sillogismo categorico e
del Sillogismo ipotetico: illustrò i Topici di Cice-
rone , e a' conforti di Fabio suo amico Y Isagoge di
Porfirio, già recato nella lingua del Lazio da Vittorino
africano , che professava rettorica in Roma a' tempi
di S. Agostino. Di queste e d'altre sue opere leva-
vaio a cielo il re Teodorico, e Cassiodoro scriveagli
— Per te si leggono dai Romani nella nativa lor
lingua la Musica di Pittagora/ V Astronomia di To-
lomeo , r Aritmetica di Nicomaco , la Geometria di
Euclide , la Logica d' Aristotile , la Meccanica di
Archimede : e tutto quanto sopra le arti e le scienze
molti Greci dettarono, tu solo a Roma donasti, e di
tale nitore abbellisti , che i loro stessi autori, se del-
l' una e dell'altra favella fossero stati conoscitori,
avrebbero avuto in pregio altissimo l'opera tua* —
E qui mi si consenta avvertire con Francesco Puc-
cinotti suo biografo, come da Boezio riprendesse la
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scolastica latina il suo])rimo fondamento matematico,
predicato già nella scuola italica da Pitagora , e come
s' incominci a travederne il carattere , che in se-
guito per altri filosofi venne spiegato , e le differenze
dalla scolastica alessandrina e dalla arabica; in nes-
suna delle quali si rinviene quel sapiente ecclettismo
tra i principi di Pitagora, di Platone e d' Aristotile
che sì fulgido Spiccò in alcuni santi Padri, e primo
fra i laici rinnovato da lui e trasmesso all' età suc-
cessive. E appresso soggiunge , come il Poli ne* suoi
supplementi al compendio della Storia della Filosofia
del Tennmann avvertisse del pari che — V idea fon-
damentale pitagorica di identificare la quantità di-
screta alla continua, riducendo la geometria ad una
aritmetica, esposta da Nicomaco in Grecia e inse-
gnata ai Latini da Boezio,* conducesse il Eomagnosi
al concetto della unità varia, contenente in se la de-
terminazione misura di ogni algorismo possibile, e
indicasse del pari al matematico lacotot la sua pro-
posta riforma di capovolgere T insegnamento della
geometria dal solido al punto , ossia dal composto al
semplice. Non ha guari il Buoncompagni (il quale io
loderò sempre per aver fatto conoscere ai nostri, che
pur tanti nomi obliati ricondussero alla luce di una
ricordevole e imitabile sapienza, che il nome di Boezio
e gli scritti e le grandi virtù morali e civili meri-
tavano sopra altri moltissimi di rientrare negli studi
dei dotti del secolo corrente), parlando dei libri del
senatore romano sulle matematiche , li dichiara i primi
che fossero fatti conoscere ai Eomani, i quali non ave-
vano che il succinto trattato di aritmetica di Var-
rone, contenuto ne' suoi libri intitolati De disci-
plinis. —
Ei legavaci inoltre un gran numero di opere fi-
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losofiche, la più parte traduzioni e commenti d'Ari-
stotile. Divisarne le fattezze e gli aspetti sarebbe un
volere addentrarci nelle sottigliezze infinite della sco-
lastica : il che ci trarrebbe assai lunge dall' impostoci
tema. A noi basti indicar lo scopo ch'egli ebbe di
mira : sceverare , cioè , dalla greca sapienzt ogni in-
nesto non SUO: ricondurre dalle greche scuole al
ginnasio di Boma il grande problema degli univer--
saliy per risvegliare nelle menti latine quell'impulso
e quel brio, che dopo Tullio, Scipione e Seneca pa-
reva assopito : dare infine a questo problema una tal
soluzione, che assicuri alla sapienza avvenire la con-
giunzione tra la metafisica e la scienza della natura
col mezzo delle matematiche, mostrandola non solo
legata ma identica colla nuova religione , i cui mi-
steri che apparentemente si annettono e sconnettono
dal sensibile, costituiscono una catena sferica di prin-
cipi , che dalF ente all'esistente e da questo a quello
sostanzialmente con perpetua vicenda ritornano.
Suolsi da molti eziandio riferire a Boezio un trat-
tato, De disciplina scholarium, che però troppo di-
scorda dal dettato degli altri suoi libri , per crederne
egli stesso l'autore. Ma siccome quest'opera risale
a quei secoli oscuri, sento perciò il debito di richiamare
air attenzione de' moderni un trattato, che qualunque
ne sia l' autore, mostra a chiare note come si sapes-
sero dettar savi precetti d' educazione in un' età in cui
vuoisi che il magistero pedagogico sia stato pres-
soché ignoto.
Fiorisce in Alemagna una scuola di critici, che
r acume dell' ingegno rivolge ad abbattere ogni gloria
italiana, movendo da Tito Livio, da Cicerone e da
Tacito fino a' più cospicui moderni. Severino Boezio,
ultimo rappresentante della filosofia greco-romana e
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anello di congiungimento fra Y età antica e la nova,
non potea sfuggire a' lor morsi. Enrico Ritter, loda-
tissimo scrittore d*una storia della Filosofia, fu il
primo a scendere in campo per contrastargli la sua
cristianità, attribuendo ad altri quelle opere teolo-
giche che*vanno sotto il suo nome. A lui tennero
bordone il Langsdorff, V Heyne, V Hand, V Obbarius
e forse altri che ignoro, i quali, facendo violenza
alla storia, perfidiarono a negare a Boezio il carat-
tere di filosofo laicale e cristiano. La Francia prima
d' ora così proclive a far sue le intemperanze ale-
manne , non volle mostrarsi da meno ; e il Mirandol
ed in parte anche il Jourdain fecero eco a questa sen-
tenza. La quale è mestieri distruggere come falsa
nella sua essenza, e come fonte di funestissimi errori,
tendendo ad atterrare il primo momento storico della
filosofia mediovaie; ed i divari che corrono fra le quattro
grandi scuole di Bologna, di Padova, diMonpellieri,
e di Parigi n' andrebbero perciò sconosciuti. In esse
infatti la scolastica assunse atteggiamenti diversi: e
mentre lo spirito di Boezio, valicato in Taddeo, de-
stava in Bologna la filosofia latina e cristiana che
largamente poi propaga vasi nei loro discepoli, la scuola
di Monpellieri e di Padova, Tuna dopo Y altra acco-
glieano la dottrina di Avveroès, ed in quella di Pa-
rigi i Nominalisti quasi esclusivamente tennero il
campo. Ove nella storia della filosofia una sola
pietra venga a sconnettersi, e un solo fatto si sleghi
dalle proprie attinenze, l'intero edificio andrà privo
di quella saldezza e di quella unità, nella quale, come
in suo trono, risiede la scienza.
Questi errori intorno a Boezio vennero scalzati
dalle concordi testimonianze de' suoi contemporanei e
da quelle che via via si produssero infino a noi ; né
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il Tiraboschi, il Muratori, il Mazzucchelli , il Gorì
ed il Balbo mai misero in forse la di lui cristianità.
A questi consuonano gli storici che a' di nostri ne
fecero subbietto de' loro studi ; il Kebolini , il Comi,
l'Aldini, il Di Giovanni, il Conti e il Eeali; nella
stessa Alemagna valenti scrittori s' accostano a noi, e
piacemi noverare tra questi il Baur, lo Sclienkl, il
Suttner e il Bàhr. Arrogo che i sofismi del Bitter furono
combattuti dal Bosisio e dal Buoncompagni: e Fran-
cesco Pucinotti mostrava da sezzo l' erroneità degli
argomenti recati dal Mirandol e dal Jourdain, che
si fecero mantenitori dell' assurda calunnia. Queste
amplissime confutazioni mi dispensano dall' entrare
in un arringo che non sarebbe il più consono all' in-
dole di queste istorie. Ond' è che l' autenticità delle
opere teologiche di Severino deve omai riputarsi fuori
di ogni contestazione: e a me preme porre in sodo un
tal fatto, poiché il metodo da lui tenuto nella trat-
tazione delle materie intorno alla Fede, torna a mas-
sima gloria del nome italiano. E invero egli tolse
pel primo a considerarla in modo affatto opposto a
quello dei teologi che lo precessero, intento qual era
a recar la fiaccola della ragione nel sacro bujo de'
misteri cristiani , come già per lo innanzi recavala
nelle filosofiche discettazioni. Non è invero picciolo
vanto per lui V avere in un tempo in cui il principio
di autorità assiderava le scuole, fatto quasi esclusivo
uso del metodo razionale, fermando il principio di te-
nere, per quanto è possibile, la Fede congiunta alla
ragione. — Fidem, si poteris, rationemque coniunge.
Ho indugiato fin qui a trattare dell'aureo libro
Bella Oonsolatoria, perchè il più noto delle sue opere,
e perchè pareami dicevole porre anzitutto in mostra
il filosofo , alle cui fonti s' abbeverò largamente la
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scienza italiana de' secoli posteriori. Questo libro fu
scritto in un colla sua Apologia, che andò perduta,
fra le angoscie del carcere , cui la filosofia appar-
sagli tenta alleviare, mostrandogli come Dio regga le
cose terrene con arcani disegni impenetrabili ad intel-
letto mortale. Notevole è l'osservare con qual nobile al-
terezza scagioni se stesso delle fattegli accuse. — Se tu
mi chiedi, dice egli alla Filosofia, qual mi si apponga
delitto, dicono ch'io volli salvo il senato; se cerchi
in qual modo , mi si reca a colpa 1' aver distolto un
delatore dal rivelare al principe la trama orditagli
contro nello intento di rivendicarci a libertà. Che
tare or dunque, o maestra? Qual consiglio mi porgi?
Negare la colpa? Ma se veramente ognor volli che
fosse salvo il senato, né cesserò mai dal volerlo?
Confessare eh' io rattenni il delatore ? Ma sarà scel-
leranza 1' aver desiderato che non perisca queir or-
dine ? Il quale per il giudizio profferito contro di me
inver meritava che in altro conto io 1' avessi da quello
in cui lo teneva ; ma l' impudenza di chi mente a se
stesso non farà si che cessi d'esser lodevole ciò che
tale è per propria natura: né a me lice nascondere
il vero col negare ciò eh' è, uè assentire alla men-
zogna confessando il contrario. Non parlerò delle let-
tere che da me diconsi scritte nella fiducia di tornar
Roma alla pristina sua libertà: la lor frode si sa-
rebbe agevolmente scoperta, se mi avessero dato balìa
di vedere i miei accusatori di fronte. Imperciocché
qual libertà c'è più dato sperare? Piacesse a Dio
che si potesse accarezzare una tale speranza ! Avrei
risposto, come già Cannio a Caligola, quando questi
accusavalo di consapevolezza in una congiura : se
fosse stata a me nota, tu per fermo V avresti igno-
rata !
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L' opera è partita in cinque libri : nei tre primi
troviamo quelle massime suir avversa fortuna che più
meno riscontransi in tutti gli scrittori moderni ; i
due ultimi contengono gravissime lucùbrazioni sui più
gravi jtrgomenti della filosofia , suir origine del male,
sul libero arbitrio, sulla concordanza della libertà
umana colla prescienza divina , e su quant' altro ri-
guarda i destini dell' uomo. Forse manca a quest' o-
pera , quasi a suggello , il compimento del sesto libro,
nel quale Boezio avrebbe chiarite le sorgenti delle
consolazioni che sgorgano dalla dottrina del cristia-
nesimo. Certo è però che niun libro, più di questo,
esercitò efficace azione suir educazione intellettiva de'
bassi tempi , e trovò imitatori , come Arrighetto da
Settimello , Albertano da Brescia , Bono Giamboni e
molti altri. Alfredo il Grande lo volse in lingua sas- /
sone, come avea già vòlto in quella lingua le istorie
d' Orosio e di Beda. Delle altre versioni eh' ebbe in
]Srancìa, Germania, Inghilterra ed Italia, ricordo quella
di Arend Coornhert, Goffredo Caucher, Kychard, Eey-
nier, Meung, An§fìlm o Tanz O r B. Varohi, Co s imio Bartol i. ^
Un' intera letteratura s' aggroppa intorno al suo libro.
11 quale fu allor comparato a quei di Cicerone e di Vir-
gilio; ma troppo ci corre. Vero è per altro che la sua
prosa e più ancora i suoi versi improntati di mesta ar-
monia, avanzano di lunga mano i migliori dell' età
. sua, e ci richiamano ai bei tempi delle lettere antiche.
Ne giudichi il saputo lettore :
Carmina qui quondam studio fiorente peregi
Flebilis, heu! rncestoa cogor inire modoa,
Ecce mihi lacera: dictant scribenda Camenas,
Et vivis elegi fietihua ora rigant,
Has saltem nullua potuit pervincere terror
Ne nostrum comites prosequentur iter.
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Gloria felicis olim viridisque inventa»
Solatwr mceati nunc mea fata senìs.
Venit enim properata malia inopina senectus,
Et dolgr cetatem jassit inesse suam.
Intempestivi fanduntur vertice crines, .
Et tremit effetto corpore laxa cutis.
Mora hominum felix, quce se neo dulcihus annia
Inaeritf et mcestis scepe vocata venit,
Eheu quam surda miseros avertitur aure,
Et flentes oculos claudere sceva negai /....
Dum levibus nialefida bonis fortuna faveret,
Pcene caput tristis merserat hora mernn,
Nunc quia fallacem mutavit nubila vultum,
Protrdhit ingratas impia vita moras.
Quid me felicem totiea jactatis, amici f
Qui cecidit, stabili non erat ille gradu.
Boezio nato al declinare della civiltà pagana e ai
primi secoli del nuovo culto, dovea rappresentare queste
due solenni epoche: e infatti, mentre la prosaond'è
intramezzato il suo libro, svolge le teorie della filo-
sofia stoica ed aleatica , i suoi canti lirici arieggiano
le ispirazioni omeriche e virgiliane ravvivate al soflSo
delle novelle credenze. Nelle sue pagine ti balzano
innanzi le memorie del mondo antico e le speranze
del nuovo : le asprezze della propria sventura con-
forta nella fiducia d* un bene immortale. Famoso
libro che tutte le letterature vollero possedere nelle
lor lingue : splendido riflesso, lo diremo col Pucinotti,
deir indole del sesto secolo : indole che più tardi
spiegavasi con sì grandmali da coprir cielo e terra
nelle tre novissime fasi della vita cristiana del poema
dantesco.
Con Severino Boezio la lingua latina manda ancor
suoni armoniosi: ma son questi pur troppo gli ul-
timi canti del cigno che muore.
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CAPO II.
CASSIODOEO E IL REGNO DE' GOTI
SOMMARIO.
Cassiodoro e re Teodorico — Sue sollecitudini pel restauro dei
pubblici monumenti — Sue benemerenze verso l' Italia e le
lettere — Sommosse popolari e fiere repressioni di Teodorico
— Leggende diverse — Amalasunta regina dei Goti — È
fatta strozzare da Teodato — Sue lodi — Generose larghezze
di Rusticiana — Cassiodoro volge le spalle alla corte e fonda
il monastero di Vivarieme — Sue opere — Accuse e discolpe
— La dominazione gota in Italia — Il Codice argenteo dlJp-
sal — La lingua ulfilana — Scrittori di quella nazione.
Da quel di Severino Boezio non possiam scom-
pagnare il nome di Marco Aurelio Cassiodoro, se-
gretario di re Teodorico, che creavalo prefetto del
pretorio e patrizio. Nato a Squillace nei Bruzj, spese
la sua gioventù nelle oneste discipline, e contribuì
non poco a piegare la Sicilia a fevorire le ragioni del
re goto. Venne anche insignito nel 514 della dignità
consolare, come ne' Fasti Capitolini troviam registrato.
E qui prima di farmi a dire di lui , è mestieri pre-
mettere alcuni cenni intorno a Teodorico , che seppe
valersi del senno di così degno ministro.
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Rampollo d' illustri antenati , come quegli che an-
noverava tra i suoi maggiori quel Gapto, onde di-
scese Amali che die il nome ad una prosapia, da cai
nacque, dieciassettesimo della sua stirpe^ appunto re
Teodorico , ei prevenne di ben tre secoli V opera di
Carlomagno, ma con migliore fortuna. H suo impero
stendevasi dalle rive del Danubio nella Pannonia Sir-
miense fino a quelle del Guadalquivir in Ispagna.
Altri popoli al di là del Danubio per mezzo d'op-
portune confederazioni aveva aggiunti al suo scettro.
Ei fé' il suo trionfale ingresso in Soma nel 500.
Usciva ad incontrarlo il senato, il popolo e il clero
guidato dallo stesso pontefice. Benché ariano di fede,
il re visitava anzitutto la basilica dì S. Pietro, ove,
al dir de' cronisti, con devoto animo orava sovra la
tomba dell'apostolo. Indi dal palazzo del senato, cioè
dal luogo detto Palma Aurea, prese ad arringare la
moltitudine, che plaudiva a questo uomo di Gezia, il
quale dai rostri, ove tonò l'eloquenza di Cicerone,
prometteale migliori destini.
E tenne fede a que' patti, come quegli che, vinto
Odoacre, e divenuto pacifico possessore d'Italia, la-
sciò ai Romani le loro milizie e le dignità proprie:
die primo l'esempio a' suoi Goti di deporre le bar-
bare lor vestimenta e assumere le foggie de' vinti,
imitandone le costumanze e l' urbanità, fino a radersi
il mento. Protesse la fede cattolica onorandone i ve-
scovi,^ e spegnendo lo scisma levatosi contro il pon-
tefice Simmaco. Volse inoltre ogni più viva sollecitu-
dine alla conservazione dello splendore artistico della
città — verso la quale , diceva , ninno può nutrire
neir animo sensi di indifferenza , non essendo essa
straniera a nuli' uomo, essa madre d'eloquenza, ricetto
d'ogni virtù, in cui si accolgono i più illustri por-
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tenti dell'orbe, di guisa che senza ombra di dubbio
può affermarsi tutta Roma essere un vero miracolo —
Con questi intendimenti pose mano a rialzare i cadenti
edifici, assegnando in tali opere ducente libre d'oro
annue sui balzelli del vino. Commise a Paolino pa-
trizio la restaurazione degli antichi granai: a Gio-
vanni quella delle cloache, degli acquedotti, delle
mura e dei tempi. Eifece del pari i teatri, con espresso
comandamento che si raccogliessero i marmi e le
pietre disseminate fra' campi e ridonarle alla città,
per valersene nelle sue costruzioni. Attestano la sua
larghezza i monumenti eretti a Ravenna, ove accer-
chiò di portici il regio palazzo, e fuor delle mura
alzò il proprio sepolcro sormontato da enorme masso
di marmo d'Istria a coperchio dell'urna di porfido.
Altre sontuose opere edificava in Albano, Verona,
Pavia, Milano, Monza, Terracina, Civitella e Ver-
ruca in Val d' Adige. Ne' quali lavori anziché seguire
i portamenti di Costantino, che spogliava gli aviti
monumenti de' più eletti lor fregi per abbellirne i
suoi propri, impose il più severo rispetto alle opere
antiche. Il senso squisito del bello che informava
questo re barbaro, si mostra aperto nelle lunghe in-
vestigazioni da lui imprese per rinvenire una statua
rubata in Como, ove die fuori un editto, che si sa-
rebbero yersate cento libre d' oro a chi la trovasse ,
e condannato all' estremo supplizio chi la tenesse ce-
lata.
Dalle lettere dettate per lui da Cassiodoro racco-
gliesi quanto vive fossero le sue cure pel buon go-
verno d' Italia : allegerire i balzelli , promuovere la
libera navigazione de' fiumi, restaurare i porti, asciugar
le paludi , proteggere l' agricoltura. La quale dopo
trenta anni di pace e di savi ordinamenti era per-
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venuta nel suo massimo fiore: a tale che la nostra
Italia, sempre in penuria di viveri ai tempi de' Cesari,
potè allora spandere per la Gallia i suoi grani. I
prezzi delle vettovaglie, vilissimi: in guisa, che cor-
rendo il 516 s'aveano 60 moggi di frumento o 30
anfore di vino per un soldo d' oro ; tutta la penisola,
più che mai stata non fosse, in prosperevoli condi-
zioni.
Non manco fiorente Y eloquenza e le lettere, ch'egli,
interdicendole a' suoi, favori tra i Romani, talché
Cassiodoro ebbe a scrivere — se altre regioni son
feconde di vini, d' aromi e di balsami, Roma solo pro-
duce il grato profumo dell' eloquenza, che scende con
le sue dolcitudini in fondo de' cuori. —
Senonchè venne il giorno in cui il senno del re
offiiscossi di guisa, da renderlo in tutto da quel di
prima diverso. Oscure tuttavia le cagioni. Correndo
il 522 scoppiarono alcune sommosse in Sicilia : a Ra-
venna gli Ebrei gettarono nel fiume le oliate, ossia
le ostie sacre, per tema di essere costretti a subire
il battesimo : onde levatasi a rumore la plebe arse la
sinagoga. Ei né volle puniti aspramente i cristiani si
in Ravenna che in Roma, ove il popolo ruppe del
pari in eccessi contro gli Ebrei. E poiché S. Am-
brogio e i teologi allora studiati insegnavano essere le-
cito a' cristiani abbrucciare le sinagoghe, perciò Teo-
dorico , che ne impose la restaurazione, s' ebbe in conto
di un principe apostata, nemico di Dio e della Chiesa;
gli animi degli Italiani alienaronsi interamente da lui,
ed egli trovossi di schianto fra gli stranieri, stra-
niero. Colui che per lo innanzi teneva in si gran
conto i Romani da dire — che un romano povero è
da pareggiarsi ad un goto, e un goto ricco a un ro-
mano — prese ad insevire contro di loro, fino a vietar
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83
r uso delle armi. Con breve tirannide macchiò un lungo
regno, che fu tra i più gloriosi che rammentino gli
annali d'Italia.
S' aggruppano intorno al suo nome curiose leggende.
Narra Procopio che un di essendogli posto sul desco
un gran pesce , egli credette ravvisarvi il teschio di
Simmaco da lui fatto decapitare in Eavenna, il quale
digrignando i denti e in truce atto sbarrandogli gli
occhi sul .volto, lo minacciasse; perchè preso da ter-
rore e rinsavito ad un tratto, detestò le sue scelle-
ragini. E invero gli ultimi atti della sua vita furono
improntati dal? usata magnanimità sua; onde si rende
credibile , che il curto periodo delle sue crudeltà, fosse
un delirio della sua mente, o necessità di ragione di
stato, a suasione de' Goti , a' quali sapea troppo amara
la prevalenza degli Italiani nel reggimento della cosa
pubblica. Certo egli è che il nome di Dietrik von Bern
(cosi viene appellato nelle saghe germaniche) sebbene
non desse vita in Italia ad alcuna epopea, fu subbietto
di strani racconti e di popolari tradizioni. Gli autori
delle Epistólae obscurorum virorum lasciarono scritto
d'aver visitato in Verona la casa ove ei debellò e
pose a morte feroci giganti ; e queste sue imprese co-
stituirono il fondo di leggende ancor vive tra noi nel
secolo XVI e di fresco raccolte dal Grimm. Per contro
gli storici devoti al papato favoleggiarono, che morto
egli appena (30 agosto 526), l' anima sua nuda e ca-
rica di catene venisse levata in aria dalle irate ombre
di l^mmaco e di papa Giovanni, e scagliata nel cra-
tere del vulcano di Lipari. Lo stesso Gregorio Magno
reca ne* suoi Dialoghi la narrazione di questo atto
di giustizia infernale.
Cassiodoro, a cui giova omai ritornare, fu mondo
degli atti di crudeltà imputati al suo principe: ei non
E. Celesia, Storia della Letterat. in Italia. 3
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fu tra gli oppressori; grande più assai la sua fama,
se come quei di Boezio e di Simmaco, il suo nome
si trovasse fra quei degli oppressi. Ei continuò nelle
cariche di prefetto del pretorio o capo del governo
sotto il regno d' Atalarico, figlio d' Amalasunta, ch'essa
ebbe in tutela e che educò alle arti liberali e alle
lettere. Ma a ciò s' opposero i grandi del regno ch^
vollero strapparlo, com' e' diceano, alla ferula dei pe-
dagoghi, per farne un eroe degno della gloriosa stirpe
degli Amali. Cedette con dolore Amalasunta, cui gli
storici a gara dipingono bella , gentile e coltissima ,
siccome quella che possedeva il gotico, il greco e il
latino, aggiungendovi lo splendor delle lettere — che
sempre, scrivea Cassiodoro, accresce la regale dignità.
— Né la sola Amalasunta, se a lui dobbiam fede, ma
tutte le altre donne della sua stirpe crebbero educate
alle gentili discipline e agli studi; non ultimo esempio
che gli odierni rettori de' popoli dovrebbero imitare
dai barbari.
Atalarico, distrutto dai vizi cui s'era cacciato in
preda, a breve andare morì: e Amalasunta, esclusa
per legge dal regno, fu costretta a darsi uno sposo,
e scelse Teodato suo consanguineo, uomo nelle scienze
speculative dottissimo, ma d'animo abbietto e feroce.
Forse ella nutriva fiducia di poter governare in suo
nome; senonchè Teodato presi a fastidio gli autore-
voli ammonimenti della savia consorte, confinavala
in una isoletta che galleggiava altre volte sul lago
di Bolsena, e che poi fermossi presso le foci del Marta,
ed ivi la fé' nel bagno segretamente strozzare. Così
il più degli autori e perfin lo stesso Procopio nella
sua Guerra Gotica, awegnacchè poi, contraddicendo
a se stesso, nella sua Istoria Arcana ci narri, vera
autrice della morte d* Amalasunta essere stata Teo-
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dora, moglie dell' imperator Giustiniano , la quale in-
gelosita della singolare beltà e dell'ingegno acutis-
simo della regina, avesse dato segreto incarico a Pietro
di Tessalonica suo ambasciatore, di affrettarne la morte;
locchè da lui veniva eseguito, non senza V intesa del
feroce Teodoto. Il quale non sopravisse lunga sta-
gione al suo maleficio. Imperciocché venuto meno
dell'animo alle minacele dell' imperator Giustiniano
che accingeasi a riconquistare il regno d'Italia, pro-
mise avrebbe abdicato ; ma indugiando un tal atto ,
né osando porsi alla testa de' suoi per fare argine
a Belisario, ne commise il comando a Vitige. I Goti
sdegnando obbedire a un principe imbelle e ignaro
dell' armi, l'uccisero, eleggendo Vitige a re loro. Ama-
lasunta era cosi vendicata.
La rammemoranza delle virtù sue durò lungamente
nelle leggende de' volghi. Donna d'eccelsi e arditi
spiriti, serbò illeso col braccio de' suoi capitani il
reame di Teodorico: per lei fiorirono la pace e l'ab-
bondanza nella penisola. Nata ìé Italia, ne amò le
lettere e l'arti: e se dalle rive del Danubio traea
que' virili propositi che 1' addestrarono a reggere i
freni del vastissimo impero, fu romana per indole e
per i pregi dell' intelletto. Attestano il suo amore per
le arti l'Orfanotrofio, che, come scrive Agnello raven-
nate, edificava del proprio, e la costruzione del suo
famoso palazzo, ricco a musaici e adorno di preziosi
marmi 'e d'oro. Trasse a compimento il mausoleo di
Teodorico, rifece l' anfiteatro di Pavia, e scavando sot-
terranei acquedotti provvide alla nettezza e alla sa-
lubrità di Parma. Di altre sue diligenze pel restauro
delle italiane città, fan testimono le lettere di Cas-
siodoro.
La storia non pose in obblio, che salita appena sul
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trono, ricordevole della ingiusta accusa onde furon
morti Simmaco e Boezio, mandò si dovessero rendere
ai loro figliuoli e a Eusticiana, vedova di quest' ultimo,
gli averi, onde re Teodorico gli dispogliava. Me-
morabile è r uso che fé' Eusticiana delle riacquistate
dovizie. Nella furiosa guerra che divampò fra i Groti
ed i Greci, guerra che per ben dieciasette anni pose
a ruba le provincie italiane , Y illustre matrona uni-
tamente ad altri romani patrizi, venne in soccorso al-
l' estreme distrette in cui molti del popolo si trava-
gliavano, e il fece con tanta larghezza che trovossi
ben presto deserta d' ogni suo avere. Allor si videro
in Eoma, doloroso spettacolo, i più cospicui senatori
e Eusticiana innanzi a tutti , con vesti lacere e con-
tennende, andar di porta in porta accattando dai
loro stessi nemici un misero frusto per isfamare i loro
figliuoli; ma i barbari, appena fu lor noto chi fosse
costei, anziché porgersi soccorritori di tanta sventura,
persuasero Totila lor re a condannarla alla morte,
accusandola d' aver colle sue ricchezze indotto i Eo-
mani ad atterrare le statue di Teodorico per vendi-
care il supplizio del proprio marito. Senonchè il savio
principe vietò si recasse alcun danno a quella ma-
gnanima eroina, il cui nome dovrebbe proporsi ad
imitabile esempio d' animo invitto , di carità generosa
e d'amor coniugale.
Cassiodoro presentendo non lontana la caduta di
Vitige, pensò, troppo tardi per la sua fama, 'di vol-
gere le spalle ai negozi del mondo, e abbandonata la
reggia, trasse a Squillace in Calabria, ove presso il
mare in luogo amenissimo , lieto d' erbe e d' acque
vive, fondò un monastero, cui nomò Vivariense, e gli
die regola propria. Nella quale consigliava il lavoro
manuale , l' agricoltura , l' economia rurale e la tra-
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scrizione de' codici; non che lo stillo delle sette
Arti, nelle quali fin da tempi anteriori ad Augusto
era diviso il materiale dell* istruzione : e a ciò con-
fortava i suoi monaci — non solo coir esempio di Mosè
istrutto nella sapienza egiziana, ma con quello eziandio
de' Padri santissimi, i quali non vollero sbandita
la profana coltura, ma intesero anzi a conseguirla,
mostrandosi assai addentro in ogni maniera di studi,
come scorgesi in Cipriano, Lattanzio, Ambrogio, Gi-
rolamo, Agostino e molti altri. E chi ardirebbe più
dubitarne , là dove quest' esempio e' è pòrto da uomini
taU? —
Fedele a' suoi primi divisamenti, ond'avea sotto il
regno di Atalarico caldeggiato il pubblico insegna-
mento in Italia, fondò nel suo monastero un corso di
studi teologici , come per lo innanzi avea voluto, seb-
bene invano, promuoverlo in Eoma sull'andare della
scuola di Nisiba e d' Alessandria. A tal uopo ei dettava
a edificazione de' suoi monaci il commento sulle epi-
stole di S. Paolo ; un altro sopra Donato ossia sulla
grammatica; un compendio delle Sacre Scritture dal
diluvio fino al 519; le Sette Discipline; le Istituzioni
sulle divine e umane lettere; il trattato Computus
paschalis, seu de conditioniòus solis, lunae , e infine
neir età di novantatre anni un' opera sulle leggi or-
tografiche. In essa conforta i suoi confratelli a legger
gli antichi che scrissero di tali materie: cioè Vello
Longo, Curzio Valeriano , Martirio suU' uso del B e
del Vy Eutichete sulla aspirazione. Poca sulla dif-
ferenza dei generi. Aggiungete a queste cure, ei
dicea loro, anche l' arte degli operai che sanno legare
i libri, affinchè la venustà delle lettere sacre sia fatta
maggiore dallo splendor della veste, imitando in
qualche modo la parabola del Salvatore che in-
/^p»
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vita i suoi el^ti al celeste banchetto, purché a-
dorni dell'abito nuziale. A tal uopo intese a for-
mare doctos artifices in codicibus cooperandis, ossia
valenti legatori e copiatori di libri. Se noi consi-
deriamo i tesori che in simil guisa sottrasse alla
devastazione dei barbari , e la generazione d' esperti
amanuensi a cui diede vita, giustizia chiede eh' ei
s'abbia in conto di uno fra i più benemeriti educa-
tori del popolo. Imperciocché a lui massimamente è
dovuta la conservazione di molte opere antiche, delle
quali non poche fé' voltare in latino dalla greca
fevella, e fra queste i libri d'Origene, da Bellatore:
trentaquattro omelie di S. Giovanni Grisostomo, da
Muziano scolastico, e da Epifanio le tre istorie ec-
clesiastiche di Socrate, di Zogomeno e di Teodoreto.
Ma su tutte queste opere sue andò celebrato il libro
DelV Anima , in cui si svolgono con chiarezza mira-
bile le più ardue questioni; ed è sentenza di molti
che non v'abbia scrittore di quell'età, senza eccet-
tuarne ristesso Boezio, che ponga in maggior evi-
denza la dignità della umana natura, riflesso della
divina, e che indirizzi a miglior fine la volontà,
illuminandone la intelligenza e sublimandone il cuore.
Non parlerò della sua Storia de' Goti, nella quale
svolgeva in dodici libri per dieciasette generazioni
la serie dei loro monarchi, non conosciuta da noi
che per 1' estratto fattone da Giomandes ; non delle
sue molte orazioni e d'altre opere che non perven-
nero fino a noi, ma che andarono a' suoi dì loda-
tissime. Ci resta bensì un'ampia raccolta d'epistole,
preziosissimo monumento di storia. Ei dispose in dodici
libri queste sue varie lettere, come quegli che am-
biva lasciar un'orma durevole degli onori e delle
dignità onde venne insignito. I primi cinque libri
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contengono le lettere da lui scritte a nome di re
Teodorico : i due seguenti le Formale o la descrizione
degli uffici e delle cariche dello stato : nell' ottavo e
nel nono troviamo le lettera dettate in servizio d'A-
talarico o d' Amalasunta : nel decimo quelle per Teo-
dato, Gudelina ^Vitige. Gli ultimi due ragguardano
le ordinanze da lui emanate come prefetto al' pre-
torio dopo il 534. Lo stile di queste, e in generale
dell'opere sue, accusa un'aura retorica e un'affetta-
zione propria dell' età sua ; ma non pertanto dai vizi
della elocuzione ambiziosa di lui, lo diremo col Troja,
grandi vantaggi risultarono ai posteri, che trovano
ne' suoi libri registrate moltissime particolarità sui
costumi, sugli ordini e sui magisteri di quel secolo ,
che invano si cercherebbero altrove. Morì, com' è fama,
oltre ai cento anni, intorno il 580. Alcuni martiro-
logi «registrano il suo nome • tra i santi ; certo p^r
dottrina e virtù pochi ebbe che il somigliassero.
Eppur taccie non lievi scaglia la storia sul capo di
Cassiodoro. Non tornano invero a sua lode, come non
poteano tornar gradite a Boezio ed a Simmaco , le
parole che ei volse agli Italiani, confortandoli a star
paghi alle cattedre ed agli esercizi del foro, ed a te-
nersi alieni dall' armi riserbate esclusivamente ai Goti:
gravissimo insulto alle razze latine che vedeansi te-
nute da meno e -quasi asservite. Non io credo per
fermo fondata l' accusa d' essere stato partecipe alla
congiura contro la vita di Amalasunta: pur egli av-
valorò cotal sospizione , poiché scambio di piangere
l'eroica regina, si die subitamente a piaggiare con
bugiarde lodi il vile Teodato e quella Gudelina sua
druda, cui egli sporse la mano di sposo tinta ancora
di sangue. I fatti compiuti nel lago di Bolsena at-
terrivano i cuori e gli rimoveano dal nuovo re; ma
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Cassiodoro per contro era ammesso nelF intimità sna^
con Ini banchettava, per lui gravava i popoli di dori
balzelli, i quali dovean sopperire alle convivali lau-
tezze del principe. Né tenne' contrario alla sua gra-
vità indirizzar lettere ai pubblici ufficiali nelle diverse
Provincie del regno a procacciare fur le mense reali
i cibi più lauti e i vini più peregrini. Usò ben anco
minacele a tal uopo : in ispecie per avere i caci della
Sila ne' Bruzi, il pesce dalla Sicilia , dal Danubio e
dal Eeno: il vino Palmaziano e VAcinatico di Ve-
rona: e gli parve consentaneo all'alto suo ufficio di-
visarne le doti e le qualità più desiderate dal re, e
i modi onde aveansi a giudicare. Ond'è che dopo
simili comportamenti fu indizio d* animo sleale il
gravarlo d' accuse e d' ingiurie quando egli cadde
sotto il ferro di Ottari, e rimaner tuttavia sotto
Vitige neir antica sua carica. Senonchè tonfct a
sua lode V aver tenuto in onore il nome d' Italia fra
i Goti, il regno de' quali concorse ad illustrare, fre-
nando spesso i lor impeti , e piegandoli all' amore delle
leggiadre discipline e della eloquenza: il non essersi
prostrato vilmente ai Greci, innanzi a' quali anche i
migliori abbiettavansi : e l' avere in mezzo agli Ariani
professata arditamente la religione di itoma. Più grande
assai che non tra il fasto della reggia degli Amali ,
ci si mostra Cassiodoro negli umili uffici del suo mo-
nastero !
Del resto Cassiodoro e Boezio van noverati a buon
dritto fra i grandi istitutori dell' occidente, e formano
con pochi altri una catena d' uomini , che posti con
un pie sui confini dei secoli antichi, e coli' altro sul-
l'orlo del baratro della barbarie, tengono alta fra le
mani la fiaccola della civiltà, che mai non vedrem
spenta del tutto in Italia. Se il loro genio illumina
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gli ultimi istanti del vecchio mondo, e ne onora, sto
per dire, i funerali, plaude del pari ed inneggia al-
l'aurora dei nuovi tempi.
L' illustre stirpe dei Geti o dei Goti, a'^quali recò
Deceneo nuovo impulso di civiltà, non bassi, com' è
noto, a confondere coU'aspere razze germaniche, dalle
quali vivean separati d' alte barriere di monti e molto
più da istituzioni e costumanze diverse. Nomadi nelle
origini loro , da> fondo dell' Asia e dagli altipiani del-
l' Imalaja s'avanzano ognor combattendo sulle rive
dell' Eusino, sul Baltico e sino alle foci del Tebro e
del Tago. Erodoto cinque secoli innanzi l'era cristiana,
ce li addita in riva al Danubio, e molto più innanzi
di tutti i popoli barbari per costumanze e riti reli-
giosi e guerreschi, a' quali gli avea forse educati
quel loro misterioso legislatore Zamolxi, la cui scom-
parsa in un antro e la posteriore sua apparizione fé'
avere in conto di un Dio. Cacciati -dalle invasioni degli
Unni, che premevanli a tergo, sulla frontiera del-
l'impero romano, ne schiacciarono l'infiacchita potenza;
senonchè esso a sua volta li vinse e tirò a se con
la fede , per quantunque in essi intorbidata dagli er-
rori dell'arianesimo.
Per ben sessanta anni dominarono i Goti in Italia,
ed è loro dovuto se la civiltà antica mandò ancora
qualche luminosa favilla. Imperocché fra tutti i po-
poli discesi a dilaniar la penisola, essi soli in parte
informaronsi a quella romanità di costumanze e di modi,
a cui sempre si ribellarono gli altri nordici invadi-
tori. E giova afforzare tale sentenza con l'autorità
del gran Muratori che scrive: — Al nominarsi ora i
Goti in Italia si raccapricciano alcuni del volgo ed
anche i mezzi letterati, quasi 'che si parli di barbari
inumani e privi affatto di leggi e di gusto. Cosi le
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fabbriche antiche mal fatte si chiamano d' architettura
gotica, e gotici i caratteri rozzi di molte stampe fatte
sul fine del secolo quintodecimo o sul principio del
susseguen:Jp. Tutti giudizi figliuoli dell' ignoranza.
Teodorico e Totila , ambedue re di quella nazione ,
certo non andarono esenti di molti nei ; tuttavia tanto
fu in essi l' amore della giustizia , ' la temperanza ,
l'attenzione nella scelta dei ministri e degli ufficiali,
la continenza, la fede nei contratti, «con altre virtù,
che potrebbero servire di esemplare pel buon governo
dei popoli anche oggidì. — Affrettiamoci adunque in
nome della verità, storica a distruggere quella solenne
ingiustizia che ci fé' avere i Goti in* conto di barbari,
dove per converso hannosi a ritenere come i mante-
nitori e custodi della civiltà antica. — Gothorum laus^
scriveva Cassiodoro, est civilitas custodita. —
Né la gente gotica fu digiuna di studi. Vero è che
nel modo istesso.coa cui si tenne incapace di pos-
sedere un'arte sua propria, cosi se le contese ogni
genere di coltura, da quella dell'armi in fuori; anzi
Scipione Maffei negavale perfino la nozione dell' alfa-
beto. Ma chi non ne riconosce oggidì in Ulfila il glo-
rioso inventore? Chi non sa che questo alfabeto, ri-
stretto in origine a sedici lettere, si conservò tale in
Isvezia, s'estese a venti in Danimarca, a ventisei
in Germania, a trenta in Inghilterra? Eppur nell'età
del Maffei già aveasi contezza del codice Argenteo
d'Upsal (così si disse perchè scritto con soluzione
d' argento su pergamena purpurea) che rimonta al sesto
secolo, e contiene la traduzione degli Evangeli im-
presa da Ulfila nel 375 in quell'idioma che originò
il gotico-teotisco , cioè quell'idioma, che Valafrido
Strabone trovava nell'«820 assai somigliante a quello
di Tomi, in cui tessè Ovidio un poema in lode d'Au-
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gusto. Pur nel secolo scorso niun sospettava che ^uel
linguaggio fosse appunto quel desso, che portato nella
nostra penisola dai re del sangue d'Amalo, venne
ivi usato da Amalasunta e da Teodorico. Un papiro
posseduto dalla reale biblioteca di Napoli, i mano-
scritti 'di Bobbio, i palimsesti del Castiglione e del
Mai, oggidì posero in sodo che il memorato codice
argenteo fu scritto appunto in Italia per uso dei Goti,
e poi trasportato dall'Italia a Werden, a Praga e
infine ad Upsal.
Cassiodoro rammenta con lode V ubertà di un tale
linguaggio, che per la bellezza della sua forma e la
varietà delle flessioni si rannoda al sanscrito, allo
zendo, al greco ed al latino, nonché ai dialetti ger-
manici ai quali di lunga mano sovrasta. I nomi gotici
spirano ancora un' aura orientale : tale è la sentenza
de' più saputi filologi. I quali e' insegnano che il nome
dei Goti, analogo all'addiettivo gods o gut , cioè buono,
arieggia l'indiano cuddhas, cioè puro. Il nome di anses,
cioè geni , ricorda gli ases degli Scandinavi, gli aesir
degli Etruschi, l' asar , il dio degli Assiri, l' asus in-
diano, e gli asuras dei Veda. I nomi dei loro mo-
narchi che terminano in reikc o He hanno il loro
riscontro nell'indico rày, nel latino rex, e ci mo-
strano in Teodorico il re delle nazioni, in Alarico
il re universale, in Ermerico il re della terra. Il
nome Amalo dall'indico amalas suona incorrotto. E
di questo andare potrei continuare lungamente.
È fama che Attila preso alle bellezze del goto,
volle in sua corte preferirlo al mongolo, e divisasse
sostituirlo al latino col renderlo obbligatorio a tutti i
suoi popoli.
Questo linguaggio che in breve si propagò nella
Pannonia, nel Nerico, nelle Bezie, nella Gallia e in
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Ispagna, non potea diflfettar di scrittori. L'anonimo
di Bavenna rammenta i nomi d* alcuni geografi e di
quattro filosofi che in esso dettarono le loro lucubrazioni,
come Marcomiro, Aitanarido, Eldebaldo e Menelaco : i
libri de' quali andarono preda alle fiamme neir incendio
della biblioteca di Ravenna avvenuto verso il 700 ;
del che l'Anonimo venne di sovente deriso, quasi
avesse di sua posta foggiato quei nomi , e cavato fuori
una schiera de' dotti, de' quali non bassi contezza ve-
runa in altri scrittori. Ma opportunatamente il Troja
ricorda, che il principale fondamento dell'incredulità
circa i detti del Ravennate, era appunto che i Goti
ad altro non intendessero se non alla guerra, dandosi
così all' oblio, ciò che Strabone racconta di Deceneo ,
Celso delle discipline antiche de' Goti , e Origene del
somigliare in parte all'ebraica la lor, civiltà. H geo-
grafo di Ravenna scrisse in quello intervallo che corre
fra Teodorico e Carlomagno ; nel qual tempo fiorirono
le scienze gotiche per curta stagione in Ravenna ed
in Italia, più lungamente nella Gozia gallica e nella
Spagna. Ond' è che l' oscurità e gli errori di questo
scrittore non ponno esser d' ostacolo ad adagiarsi sulla
sua testimonianza, rincalzata dalle quotidiane scoperte,
le quali n' accertano che più di un Goto dettò nella
sua nativa favella, e perfino da un lor calendario,
ove son registrati i martiri di quella nazione. Arroge
che l'idioma ulfllano non restringeasi ai soli Goti,
ma insegnavasi nelle pubbliche scuole di Ravenna e
di Roma; e il pafrizio Cipriano, per tacer d'altri,
volle fosse appreso a' suoi figli, del che Cassiodoro
assai commendavalo in nome del principe. Fonte di
copiose notizie per l'età gotica è la Vila di S. Se-
^verino, l'apostolo del Nerico, dettata da un prete
Eugippio, che sottomise il suo lavoro al giudicio del
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diacono romano Pascasio, autore pure esso di due libri
intomo lo Spirito Santo.
Col rovesciamento del regno de* Goti sparve il loro
idioma , la loro liturgìa , le loro arti e le eroiche lor
tradizioni , che miste a quelle dei Burgundi e degli
Unni , apersero altrove un ciclo di leggende epiche ,
cioè il Gnomo Laurin , la Corte di Worms, la Morte
A'Atfart e la Battaglia di Ravenna, il cui eroe si è
appunto re Teodorico: leggende che preludeano al-
l' Uliade alemanna, l'immortale epopea dei Nibelungi.
Colla loro caduta s' apri invece fra noi il vero periodo
della prevalenza ecclesiastica. I Papi già accennano
ad elevar V ediflzio della gerarchia spirituale, che pian-
tava il suo vessillo sulle mine di Eoma. Ma in quelle
mura cadenti esso salvava il principio latino dell'u-
nità dell'impero, e custodia l'opera dell'antica coltura;
da quelle mura cominciava la grande battaglia «contro
i nordici conquistatori che Eoma informò alla nuova
civiltà del cristianesimo : e contro Bisanzio quella lotta
di questioni dogmatiche, che ben presto dovea tramu-
tarsi in un vero rivolgimento civile.
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CAPO III.
I POETI CRISTIANI DEL VI SECOLO
SOMMARIO.
Condizioni del Cristianesimo nei secolo VI — Ennodio — Si-
donio Apollinare — Poeti liguri : Proculo, Quinziano , Ara-
tore — Venanzio Fortunato — Sue domestichezze con S. Ra-
degunda — Sue opere.
Quali erano le condizioni del Cristianesimo nel VI
secolo ? Il sangue de' martiri fecondò la sua culla, ma
pur ebbe a lottare lungamente contro ogni maniera
d' ostacoli. La poderosa unità romana e la filosofia de'
sapienti avversavanlo; le dottrine della Grecia e del-
l'Oriente, il gnosticismo della scuola alessandrina
tentarono velarne la primitiva scMettezza , ma non
l'offuscarono; con maggior impeto la sapienza ariana
ovvero il razionalismo del platonico Origene avvalo-
rato dal peripatetico Eunomio, si volse contro di lui,
ma cadde a breve andare schiacciato. Tanto avvenne
del pelagianismo, che di fronte alla dommatica cri-
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stinaa personificata in S. Agostino , non ebbe forza
a conquiderlo: Ogni nuovo contrasto segnò pel Cri^
stianesimo un nuovo trionfo. Alla discesa de* barbari,
ei già costituiva un completo sistema di dottrine fon-
dato su immutabili cardini. Nel IV secolo, grande per
illustri vescovi e patriarchi, la chiesa assume aspetto
d*una possente aristocrazia: nel V e nel VI i Papi
già van divisando d' unire alla tiara la corona dei re.
Ma vano era sperare potersi in men di cinquecento
anni divellere un culto radicato da ben venti secoli.
Il paganesimo durava tuttavia nella gente di lettere
che difendeva ostinata gli Dei del suo Campidoglio
contro i novatori del Golgota ; anch' esse le classi
rusticane e quelle dei pagi, non poteano rassegnarsi
a disertare i lor numi proteggitori dei campi, paga-
nica numina, come dicevali Ausonio ; e e' è noto che
i volghi della Toscana, correndo il 430, celebravano
ancora nel solstizio d' inverno le feste d' Osiri. Il
monoteismo era una religione troppo * profonda ed
astratta per essere agevolmente compresa dal popolo :
&cea quindi mestieri un lungo corso di secoli per
tor di mezzo le viete superstizioni, se pur è vero che
sieno oggidì del tutto sbandite.
Sebbene Teodosio avesse fin dal 391 banditi fieris^
simi editti che vietavano sacrificare agli Dei sotto
pena del capo, i più illustri intelletti si teneano le-
gati air antico culto e il nuovo avversavano : come Sim-
maco, console , Rutilio Numaziano, prefetto di Roma ,
il sofista Libanio, il retore Salustio eh' esclamava —
r empietà che via via si propaga , non dover punto
turbare gli uomini saggi; essa cesserà a un tratto
e tornerà il mondo a' primi suoi numi. — E invero
i templi dell'antiche deità sorgevano ancora: Roma
nel V secolo nulla aveva ancora perduto del suo ve-
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tusto splendore. Eutilio Numazìano, partendo da Roma,
cantava ancora di lei:
Feeisti patrlam dlversk gentibus unam,
\ Prof alt invitia te dominante capi.
Sacra città pei pagani, i cristiani aveanla in conto
d*una Babilonia, d'una Sodoma, come S. Agostino la dice;
e s'egli versò una lagrima quand' essa venne in balia
d' Alarico , altri invece, come S. Gerolamo , mise un
grido di gioia su quell' immensa caduta. Questo stato
degli animi, questa conflagrazione fra l'antico ed il
nuovo, fra una religione che andava sfasciandosi e
un' altra che levava su il capo, noi vedrem fedelmente
ritratta ne' canti de' poeti cristiani. I quali in tal
copia abbondarono, che dal V al XV secolo, cioè a
partire da Aurelio Prudenzio, che dettò la Psicoma-
chia e g\ Inni, fino a Ludulfo de Luco che ridusse
la grammatica in versi, l' istoria letteraria ne novera
non manco di cinquecento. E alcuni d'essi poetarono
cosi nobilmente da ingenerar la credenza che i carmi
medievali De P/iilice, De Philomena , De Velula^ ed
altri, che soglionsi da alcuni attribuire ad Ofilio Ser-
giano, e da altri a Leone bibliotecario, appartenes-
sero invece ad Ovidio. Noi restringendoci ai soli ita-
liani, lascieremo da parte la turba de' molti che la
venustà della lingua latina imbrattarono con modi
barbarici, per dir de' migliori che alla gravità del
pensiero associarono una qualche gentilezza di forme.
Enno'dio Magno Felice sortiva intomo il 473 non
già^n Arles i natali, come tengono i Padri Maurini,
bensì a Milano di nobilissimo lignaggio, come quegli
eh' era stretto di parentado con Boezio, Avieno, Festo,
Probo, Felice ed altri letterati di grido.
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 4
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Educavasi alle lettere in patria, sede allor rinomata
di studi per le sue scuole palatine e per gì' ingegni
che vi fiorivano, onde il detto che anche la Liguria
(cioè la superiore Italia) produce i suoi Tullii, —
A quelle •scuole, egli scrive, apprendesi a sfatare la
crudeltà de' tiranni, a resistere alle seduzioni degli
empi che le pecorelle consegnano alle zanne dei lupi:
apprendesi a non temere pericoli per ottenere libertà
e balia di recare conforto agli esuli ed ai prigionieri. -^
Rivivono nelle^sue pagine i nomi d'alcuni fra quegli
uomini illustri: Servilione suo precettore, il diacono
Silvestro versatissimo nel magistero dell'insegnare,
Bonoso, il cui corpo, egli dice, se nascea nella Gallia,
r anima per altro tenea fede della celeste sua origine :
Simmaco, Ormisda, Cesareo d'Arles fra gli ecclesiastici;
Fausto che tenne il consolato nel 490, e dettò una
descrizione della città di Como e del Lario, in quei di
lodatissima: Avieno, di lui figlio che fu pur con-
sole alcuni anni appresso, degno emulo di Demostene
e di Cicerone, fra i laici. Fra glt oratori trovo ram-
mentati eziandio Olibrio chiamato il Grande, non che
Eugenete che ottenne da re Teodorico la questura e
il maestrato degli uffici: Importuno, che consegui il
patriziato e Venanzio che fu conte dei domestici.
Fanno a questi degna corona Festo, Probino, Cetego,
Costanzo, Agàtipo e Probo, ambo innalzati alla di-
gnità consolare, come del pari Boezio, che seppe portar
nobilmente il nome del suo genitore. Arroge due co-
spicue matrone, cioè Barbara, eh' ei predica degna di
servire di specchio alle donne italiane, e Stefiinia, in
cui la chiarezza del sangue era offuscata dallo splemor
de' costumi, nel modo istesso che il lume d'una fiac-
cola dai vividi lampeggiamenti del sole.
Ecco ora in iscorcio quanto egli stesso ci apprende
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nel suo Eucharisticun intomo ai casi della sua vita.
Rimasto orbo sui sedici anni di una sua consanguinea
che avealo raccolto, ebbe non pertanto si amica la
sorte d'impalmare una ricca fanciulla, che da men-
dico qual era, lo innalzava, com'egli si esprime, a
condizioni di re. Ma le dovizie, come suole, gli cor-
ruppero il cuore: finché una ostinata infermità che
duramente l'afflisse, fecegli aprir gli occhi alla luce,
talché in un colla sposa Melanide, eh' ei non rifinisce
mai d' esaltare pel suo profondo sentir religioso e per
la rigidità del costume, si votò a Dio e abbracciò le
austerezze della vita cristiana. Creato vescovo di
Pavia nel 510, si trovò involto in tutte le contro-
versie ecclesiastiche che allor s' agitavano : seguì le
parti del pontefice Simmaco, di cui dettò l'apologia,
e presso l'imperatore Anastasio, a cui due fiate in-
viavalo il papa Osmida, combatté virilmente T ariana
eresia. Mori il 17 luglio del 521 , e fti sepolto nella
cripta della chiesa di S. Michele da lui edificata.
Maraviglia il vedere in questo vescovo, annoverato
tra i santi, rivivere intero lo spirito del politeismo.
Ciò ben può condonarsi a quelle fra le sue poesie
ch'ei dettava ne' primi bollori della sua giovinezza,
quand' egli non aveva per anco volte le spalle ai tri-
pu^ del mondo: ma non può scusarsi durante il suo
ministero ecclesiastico. Egli avea solennemente pro-
messo a S. Vittore di non più verseggiare : ma come
tanti altri, venne manco al suo giuro. Di che im-
prende a scagionarsi in più luoghi , allegando testi
sacri e profani e X esempio eziandio de' profeti. Ne'
fi Poemata Sacra dureresti fatica a riconoscervi
vate cristiano. In un suo epitalamio, Amore si
lagna con Venere che i precetti evangelici turbino
il suo impero — più non si ode , egli dice , il tin-
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tinnìo della lira : i racconti amorosi son posti in non
cale, e la fredda verginità, consuma con nuovo vigore
i corpi di molti . . . . i quali non serbano che sola
una fede: non lasciarsi» cioè, adescare da niun natu-
rale piacere. —
Frigida conaumang multomm possidet artua
Virginitas ftrwyre novo
Una fides, rerum nulla dulcedine flecti.
Nel SUO Itinerario nella Oallia dopo essersi proster-
nato sulla tomba de' martiri, ti esce fhori a parlare di
Dedalo, di Febo e di Lete. Altrove pone le Parche
al fianco di Cristo, aprendo cosi la via al Sannazzaro
che nel poema De Partu Virginis, soverchiava ogni
confine. Ma tale era l'andazzo di una età. che non
sapeva ancom francarsi del tutto dal concetto pagano,
di un età, in cui veggiamo un altro santo vescovo,
amico d'Ennodio, cioè S. Avito cantare l'Olimpo e i
voleri dei numi, e per soprasello porre tali espressioni
idolatre sul labbro di Dio parlante a Mosé. Cosi Gio-
venco che ridusse V evangelo in esametri, ne macchiò
l'aurea semplicità con versi tolti a Virgilio: eppur
il suo fu uno dei libri più accetti alla gioventù delle
scuole.
Le poesìe sacre d'Ennodio sommano a vent'una:
le profane a centocinquanta, alcune delle quali, come
quella sopra Pasifeee, assai licenziose. Troviam in esse
movimento ed impeto lirico, ma il fraseggiare latino è
spesso scorretto, e la prosodia quasi smarrita. Vo-
glionsi però encomiare i suoi versi, quando in ispede
punge i Romani perchè affettavano i modi e le fogpe
de' barbari, e un cotal Gioviniano, che fornito di barba
e di vesti latine, parea volesse nel piccioletto suo
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corpo rappresentare con funesta colleganza i due
popoli :
Barbaricam faciem romanos sumere vultos
Miror et in modico distintas corpore gentes.
Fra le diverse sue opere ricorderemo il Panegirico
di Teodorico, momim&aio d'adulazione comparabile
appena a quelli del III secolo, ma pur rilevantissimo
dal lato storico, come quello che ci serba memoria di
fatti taciuti da ogni altro scrittore. Di egual pregio
rifulge la Vita di Epifanio, senza la quale, come il
Gibbon ebbe ad osservare, la posterità non avrebbe
avuto contezza veruna del nome e delle opere di un
gran vescovo, quale fu appunto Epifanio. Arroge che
questa sua narrazione rafferma in più luoghi dubbiosi
r autorità di Procopio, e chiarisce non poche vicende
sulla caduta dell' impero occidentale. Le Dizioni Sco--
lastiche, specie d'esercitazioni oratorie che solean
recitarsi nelle scolastiche festività, o nella presen-
tazione degli alunni alle pubbliche scuole, ammontano
a ventinove, e mostrano quanto egli valesse in questo
genere d'eloquenza, allor tenuto nel massimo onore.
Sovrastano a tutti i suoi scritti le Epistole di cui
abbiam nove libri, che pongono sotto gli occhi del
lettore un fedele prospetto della società e dei costami
del tempo in cui vìsse.
A fianco d' Ennodio porremo Sidonio Apollinare che
tenne la prefettura di Eoma , e che perciò , sebben
nato nella Gallia nel 430, possiamo dir nostro. Eam-
poUo d' illustre stirpe , menò in moglie Papianilla ,
figliuola di queir Avito , che fu imperatore dopo la
morte di Massimo. In quella occasione ei trasse a
Roma, e innanzi al senato ne disse il panegirico in
versi, e volgendosi al sole — o Febo, esclamava, tu
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ehe alfin vedrai un tuo eguale sopra la terra che
circondi, riserba i tuoi splendori pel cielo : per la terra
basta il sole d'Avito. — Per questa sua conclone,
decretarongli i senatori una statua ^i bronzo che
vennegli eretta nel foro di Traiano. Al quaì fatto egli
allude, cantando:
8Ì8timu8 portUj geminai potiti
Fronde corance:
Quam mihi indulsit populus Qi^irini
Blatti/er, vel quam trihuit senatus:
Quam periforum dedit ordo consors
ludiciorum :
Cum 7neÌ8 poni atatuam perennem
Nerva Trajanua titulis videret
Inter auctores utriuaque fixam
Bibliothecce,
Coi quali ultimi versi ei mostra sperare che Traiano
stesso contempli il simulacro, che a testimonianza
del suo poetico ingegno eragli innalzato fra i più
celebrati scrittori; come del pari apprendiamo che
queste antiche consuetudini d' onorare i più prestanti
intelletti non erano ite in disuso ; e che il saccheggio
dei Vandali avea risparmiato la biblioteca Ulpia e le
statue degli uomini illustri che ne decoravano le sale,
n suo panegirico non recò lieti auspici al nuovo
Cesare , U quale dopo appena un anno d' impero fu
morto. Gli successe Majorano non forse incolpevole
dell' uccisione d' Avito ; e non pertanto ecco ancora
Sidonio a predicarne le lodi. Egli sentì, a dir vero,
quanto ciò a lui sconvenisse : ma scusa se stesso re-
cando l'esempio di Virgilio che celebra Augusto, e
di Orazio che abbandonate le parti di Bruto e di
Cassio, si schiera sotto i vessilli d'Ottavio. Anche
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questo discorso tien fede al primo per la gonfiezza del-
l' adulazione e per la sua forma allegorica; non dif-
fetta però di qualche tratto robusto ed efficace. Chiu-
dasi aJ pari dell' ^Itro con impromesse di futuri trionfi
e glorioso avvenire.
Recto 8Ì tramite servai
Sldera Chaldaeus, novit si gramina Colchus,
Fulgura si Tuscus, si Thessalus elicit umbras,
Si Liciae sortes sapiant, si nostra volatu
Fata loquuniur aves, doctis balatibus Hammon
Si sanctum sub syrte gemit, si denique verum,
Faebe, Themis, Dodona, canis : post tempora nostra
lulius hic Augustibs erit
Invano; che per opera del patrizio Eicimero fu co-
stretto in Tortona a deporre la porpora di fronte ad
una congiura che indarno tentò raffrenare, e peri in
modo arcano. Fu uomo, scrive Procopio, giusto a'
soggetti, metuendo a' nemici : ottimo fra tutti i prin-
cipi che innanzi a lui regnarono in Eoma: per eccel-
lenza di cuore e per Y esercizio d' ogni virtù a tutti
primo.
Ignoransi le cagioni per cui Severo, che successe a
Majorano sul trono dei Cesari, non ebbe da Sidonio
r usato panegirico. Ma vòlti dieci anni, Antemio
chiamavalo a Eoma*, ed egli per la terza fiata disse
l'orazione al nuovo eletto. Questa consuetudine di
profonder lodi ai principi, in ispecie quando salivano
al trono, passò dall' Italia in Africa ; e ancor leggonsi
i versi di un romano di nome Fiorentino, indirizzati
al vandalo Trasamundo, del pari improntati della più
smaccata adulazione. Nel suo soggiorno di Eoma ben
poco calse a Sidonio di quanto ragguarda la fede; brigò
anzi con ogni possa ad acquistare i favori del prin-
cipe, del che fan testimonio le sue lettere stesse. Né
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tardarono ad essere satisfatti i suoi voti : imperocché
fu da lui creato patrizio e prefetto di Eoma.
Sidonio era ornai pervenuto al compimento d' ogni
suo desiderio; da questo punto per lui s'inizia una
nuova esitenza : cessa V uom dagli onori faticosa-
mente anelati e rivelasi il santo. La chiesa deside-
rava tirare a se un personaggio si illustre, talché
conferiagli nel 471 il vescovado d'Arvernum , o vuoi
di Clermon. Egli si mostrò degno del nuovo suo
ministero: lasciò ogni profana poesia, e quando la
sua città, propugnacolo della romana potenza nelle
Gallio, fu assalita dall' armi dei Visigoti, ei la difese
in un con Ecdicio , per modo eh' e' furono costretti a
cessare l'assedio e sbandarsi. Caduta appresso per altrui
tradigione la terra, ei venne a mani de' suoi nemici;
ma benché prigioniero , giunse ben presto a cattivarsi
r animo d' Enrico, re loro, del quale scrisse pur anche
il panegirico in versi. Bidonato alla sua cattedra epi-
scopale, morì nel 489 in concetto di santità.
Io non loderò soverchiamente i suoi versi: ma ciò
che in essi v' ha di notevole, si è l' esatta dipintura
de' tempi , e il ricordo di molte particolarità che ne
mostrano l' indole , e che V istoria nella gravità del
suo incesso sdegna raccogliere. La società romana e
la barbara trovansi stupendamente ritratte. La vita,
i costumi, le lautezze dei ricchi signori , il fasto dei
loro castelli, la tortuosa loro politica per ingraziarsi
alla plebe, onde la voce popularitas che in lui per la
prima volta ci occorre, l' amore intenso che le classi
patrizie portavano ancora alle lettere, i nomi dei più
illustri scrittori, la quasi selvaggia corte d'Enrico,
che si studia di sfoggiar modi e costumanze romane ,
tutto ivi è tracciato con si efficaci colori che il suo
stile n' acquista evidenza e brio singolare.
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Ecco com' egli descrive quella tremenda compage
di barbari:
subito cum rupia tumultu
Barbaries, totas in te trasfunderat arctos ,
Gallia. Pugnacem Rugum comitente Gelano
Gepida trux sequitur, Scyrum Burgundio rogit
Chunus, Bellonotus, Neurus, Basterna, Torlngus j
Bructerus, ulvosa quem vel Niger abluit unda
ProrumpU Francus cecidit cito secta bipenni
' Hercinia in lintres
Eppur, cosa strana ma vera; mentre egli si minu-
tamente ritrae V età sua, non ha una sola parola di
imprecazione e di sdegno per quei terribili scuoti-
menti, che funestavano il secolo d'Alarico, di Gen-
serico e di Attila. La terra mareggia di sangue, ma
il nostro poeta volge altrove la faccia, solo intento a
rammorbidare i suoi versi , quasi quel . turbine ster-
minatore non soffiasse sulla sua patria. Pur troppo
la storia letteraria ci porgerà appresso altri esempi
di questi fenomeni. Il secolo XVI era pur esso attri-
stato dai barbari ; le bande di Carlo V e di Francesco I
stremavano la misera Italia, e intanto i suoi poeti
belavano idili e madrigali!
Chi scorre le poesie di Sidonio Apollinare vedrà
levati a cielo due liguri poeti di cui perirono le opere,
cioè Procttlo e Quinziano. Del primo d' essi canta con
troppo aperta adulazione:
Limans faceta quaeque sic poemata
Venetam lacessat ut favore Mantuam,
Homericaeque par et ipse ghriae
Rotas Maronis arte sectans compari.
Quanto a Quinziano, par ch'ei valesse del pari a
trattar la spada non men che la cetra; scrisse un
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poema in lode di Ezio , che di sua mano tre volte
incoronavato. Così Sidonio ne canta:
Non tu hic nunc legerts, tuumque falmen,
O dignÌ88Ìme Quintianus alter,
Spemens qui Ligurum solimi et penates,
Mutato lare, Gallias amasti,
Inter classica signa, pila , tunnas ,
Laudans AeUum, va^ansque libro y
In castra hedera ter laureatus.
Di stirpe ligure nacque forse in Milano Aratore,
erudito dapprima nelle lettere dal proprio padre e
quindi da Lorenzo vescovo di quella metropoli, il
quale 1* ebbe in conto di figlio e affidoUo a Deuterio,
che insegnava con grandissimo plauso in Pavia. Ne*
suoi giovanili anni scrisse versi profani, maPartenio
consigliavalo a volgersi a sacri argomenti:
Ad Domini laudes flectere vocis iter.
Gli ammonimenti dell' amico non tornarono vani,
poiché egli infatti si attenne alla cristiana poesia,
senza smettere per altro gli studi forensi, ne' quali
era si addentro, che d'ogni parte invocavasi il suo
patrocinio. Agitò innanzi a re Teodorico la causa dei
Dalmati, e questo re l'ebbe in tanto favore, che il
volle a capo di quella solenne ambasciata che mandò
all'imperator Giustiniano. Per opera di Cassiodoro la
regina Amalasunta gli conferi nel 533 gli onori di
conte de' domestici e delle private largizioni : senonchè
le calamità in cui versava allora l' Italia il persuasero
a girsene a Roma, come persuadean Cassiodoro a ri-
trarsi in Calabria. In Roma, Papa Vigilio lo elesse a
suddiacono della chiesa, dignità allora eminente e pari
a quella degli odierni cardinali. Avendogli Aratore
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offerto la sua Storia apostolica , ossia la perifrasi ia
versi degli atti degli apostoli, venne pregato il ponte-
fice a volerne ordinare pubblica lettura. La quale ebbe
luogo nel vestibulo di S. Pietro ad vincola in sette
giorni distinti, poiché il plauso vivissimo, onde il popolo
accompagnava que' versi , e la ripetizione eh' egli
chiedeva de' brani migliori, condussero in lungo la
recitazione di quel breve poema. Altra pubblica let-
tura se ne fé' appresso, cioè nell' anno 544. P^rve al-
lora mirabil cosa una poesia eh' oggidì ci sembra ap-
pena mediocre; ma l'opere letterarie voglionsi ognor
giudicare alla stregua de' tempi che le produssero.
Nella dedicazione ch'ei ne fece al Pontefice, scrive:
Ecclesiam suÒeo dimUsa naufragus aula.
Perfida mimdani deserò vela freti . . .
Te duce tyro legor: te dogmata disco magistro:
SI quid quid ab ore placet, laus monitoris erit.
Più larghe parole spenderemo intorno ad Onorio
Venanzio Fortunato, la cui vita è un tessuto di
strane e curiose vicende.
Nacque in Valdobiadena presso Trevigi il 530 ,
quando morto re Teodorico, Goti e Eomani insangui-
navano le terre italiane. Studiò in Eavenna la gram-
matica, l'eloquen^ e il diritto, e per quanto egli
confessi la povertà del suo ingegno in que' versi :
Ast ego sensus inops, italce quota portio linguas^
FcBce gravis, sermone levis, ratione pigrescens ,
Mente hebes, arte carenSy usu rudis, ore nec expers,
nelle giuridiche discipline pochi avea che lo pareg-
giassero. Abbandonata, qualunque ne sia la cagione,
suir età di trentasette anni l' Italia , corse la Ger-
mania e la Francia, e fermò da sezzo sua stanza in
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corte di re Sigeberto che lo creò suo poeta e Y ebbe
assai caro. Eppur odasi con che romano dispregio egli
parli de' barbari — pe' quali non corre divario al-
cuno fra il grido dell* oca e il canto del cigno: ispidi
accenti escono dalle lor labbra e strani suoni dalle loro
arpe selvaggie .... Ed io affranto da lunghe pere-
grinazioni e dai ruvidi loro banchetti, sotto un cielo
freddo e brumoso, invocando la mia musa mezzo ebbra
e mezzo |p.ssiderata, getto, novello Orfeo, i miei canti
ai venti delle foreste. —
Intanto i Longobardi invadeano V Italia , e forse
questa fu la cagione per cui non gli die il cuore di
più risalutare la patria, talché decise d'accettare i
fevori di Sigeberto, di cui cantò le nozze con Bru-
nechilde. Ma stanco alfine della corte d'Austrasia,
oggidì Normandia, sen venne a Tours a venerarvi
il sepolcro di S. Martino, da dove quindi si ritrasse
a Poitiers. E qui s'apre una poco nota pagina della
sua vita, di cui non vo' defraudare i lettori.
Neil' abazia di Santa Croce a Poitiers vivea Rade-
gunda figliuola di Bertario, che dopo la strage de'
suoi fratelli principi di Turingia e l' intero sterminio
del regno, era stata dal re de' Franchi Clotario I,
ancor fanciulla condotta seco qual preda, fatta alle-
vare neir arti romane, e poi disposata ; senonchè com-
presa da orrore pel proprio marito, distruttore della
sua stirpe, fuggì da lui, e venuta a Poitiers avea
preso il velo di monaca. S. Medardo la consacrò
diaconessa. Era bella, gentile e devota alle lettere:
l'amore d'uno sposo celeste non l'avea tratta agli
altari : il mondo non era morto ancor nel suo cuore ,
e solea con liete accoglienze onorare i personaggi più
illustri e virtuosi che spesso la visitavano. Non è
perciò a dire con quali dimostrazioni di stima rice-
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vesse il nostro poeta di coi si alto volava la fama.
Quale da quel giorno fosse la vita loro narrerò colla
scorta dell'opere sue, non che del Tierry e dello
Ampère, che assai addentro indagarono questo periodo
di storia.
Accolto dalla regina e da Agnese badessa del chio-
stro con le cortesie più squisite, Fortunato non sapea
più spiccarsi da un luogo che queste due donne gli
aveano sparso di fiori. Volgeano le settimane e i
mesi, e a più doppi cresceano le cure, Y ammirazioni
e le lodi delle due monache: ond'egli trovò modo a
dilazionare la sua dipartita. Ma venne il di finalmente
in cui fu mestieri parlar di commiato; senonchè la
reina: a che partire; gli disse: restate con noi. For-
tunato non ebbe forza a resistere a tanto invito, e
pose sua sede a Poitiers, ove resosi sacerdote, fu ac-
colto nel clero di quella città.
n suo nuovo carattere agevolò d' assai le sue rela-
zioni colle due amiche, ch'egli soleva appellare coi
più teneri nomi. Ogni di quei legami divenivano più
stretti che mai. Occorreva a quel monastero Y opera
solerte d'un uomo che ne vigilasse i vasti poderi, e
gli ottenesse dai principi concessioni e privilegi. A
questo intese con indefessa sollecitudine il nostro
poeta , talché in breve tirò ogni negozio a sue mani.
£ non solo giunse a governare le cose esteme del
chiostro, ma pervenne anche ad indirizzarne le in-
teme, facendosi arbitro delle querele che scoppiavano
talor fra^i^e suore, e temperando l'asprezza delle lor
discipline con opportuni consigli. Ebbe eziandio piena
ed assoluta balia delle loro coscienze , e gli ammo-
nimenti che solca porgere in versi, tendeano sempre
a recare una qualche larghezza ai loro religiosi do-
veri.
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E invero, benché sacerdote, non mostravasi di so-
verchio severo per quanto avea tratto al costume:
avido oltre ogni dire nei cibi, stemperato nel bere.
Nei banchetti a cui Y invitavano le ricche sue pro-
tettrici, ora imbanditi all' uso barbaro, ora al romano,
ei solea abbandonarsi alle voluttà della gola: ond'è
che le due monache intente a legarlo di più stretti
vincoli a loro, nulla risparmiavano per appagare i
suoi voraci appetiti. Ne' giorni poi in cui non solea
desinare nel monastero, esse affi*ettavansi di mandarli
su piatti di cristallo, di diaspro e d' argento ogni fior
di primizie, copie di vivande elettissime , camangiari
delicati e legumi in più foggio conditi. Più spesso
però lo voleano a lor commensale , e allor la pompa
della sala e la sontuosità dell'imbandigione sover-
chiava ogni limite. Tutto spirava delizie e profumi:
ghirlande di fiori pendenti a festoni ornavano le pa-
reti: uno strato di foglie di rose copriva le tavole:
i vini più prelibati spumeggiavano in tazze preziose.
I lor conviti, a dir curto, arieggiavano quei di Fiacco
con Lalage e di Tibullo con Delia.
Agnese, la badessa del chiostro, toccava appena i
trenta anni d'età: un po' più innanzi negli anni era
Eadegunda: e per quantunque egli usasse chiamar
questa col nome di madre e l'altra con quel di so-
rella, non mancavano più ardenti espressioni a signi-
ficarne r affetto, e spesso suonavano stvra il suo lab-
bro le voci di mta mia, luce e delizia delV anima.
Erano slanci di uno spirito amante, ma pu|^: di una
^amma intellettuale ed eterea: e non pertanto assai
diversamente il mondo giudicava di loro: sinistre voci
correano sulle famigliarità sue colle due suore, talché
Fortunato si vide costretto a schermirsi dalle accuse
che contro di lui si levavano, e lo fé' in versi, chia-
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mando Cristo e la Vergine in testimonio della purità
del suo cuore.
Scorrendo i canti ch'ei dettava in questo periodo
della sua vita, cioè dopo il 567, ci par d' avere alle
mani un Canzoniere amoroso, ma casto. In mezzo alle
cure e allo zelo del culto cristiano e alle raffinatezze
di una società che mandava i suoi ultimi lampi, ci oc-
corrono le più minute particolarità sulla unione di
questi tre cuori, che un amor celestiale confondeva
in un solo. H poeta pone ogni studio a descriverci
l'andar dolce e affettuoso della lor vita: le brevi
assenze, le gioie del ritorno, i doni ricambiati, i fiori,
le frutta, tutto infine, non esclusi i canestri dì vimini
eh' egli di sua mano tesseva per farne presente alle
due sorelle del cuore.
lata meis manibua fiscella est vimine texta,
Credite me, charae mater et alma soror.
Et quae rura ferimt hie rustica dona ministro ^
Castaneas molles, quas dedit arbor agris.
Arroge la descrizione dei desinari fatti nelle mura
del chiostro e resi di tanto più cari da piacevoli ra-
gionamenti: non che di quelli che talor Fortunato era
costretto a &r da solo in sua casa, dolente dì non
poter deliziare, come il palato, anche gli occhi e
gli orecchi nella presenza e nella voce delle sue
amiche:
Nescivi fateoT mihi prandio lassa parari,
Sic animo mereor posse placare tuo,
Nec poterant aliqui vultu me avellere vestro
Si non artificis fraus latuisset inops.
Quis mihi dat reliquas epulas ubi voce jfideli
Delicias animae te loquar esse meaef
•
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A vobìa absens colui ieiimia prandens ,
Nec 8Ìne te poteram me saturare dbo.
Pro summis epulis avido tua lingua fuisset,
Remplissent animum duleia verba mewnU
Ma per altro il ventre e la gola, che si spesso
occorrono ne* suoi versi, son sempre la principal musa
all' implacata avidità del poeta :
Deliciis variis tumido me ventre tetendi
Omnia svmendo: lac, olus, ova, butyr.
Quid petit istigane avido gula nostra barathro
Excipiunt oculos aurea poma meos.
Non V* ha sensazione o circostanza eh' egli non rivesta
di canto, ^a l'anniversario d'Agnese, sia il primo giorno
di quaresima, in cui Radegunda, in adempimento di
un antico suo voto, solea raccogliersi nelle sue stanze
e darsi a pratiche di austere astinenze. E allora il
poeta con lamento che troppo sapea di profano, escla-
mava — ove la mia luce s'asconde? chi la fura a'
miei sguardi? —
Quamvis sit caelum nebula fugiente serenum ,
Te celante mihi stat sine sole dies.
Sed precor horarum ducat rota concita cursus,
Et brevitate velint se celerare dies.
Ma non appena, sorgeva il giorno di Pasqua e la reina
uscia dalla sua cella, ei tosto versava la piena del
suo contento, cantando — tu avevi teco portato ogni
mia gioia : or essa ritorna con te ; tu mi fai doppia-
mente festare questo giorno solenne. —
Paschalemque facis bis celebrare diem,
Quamvis nudits ager nullis oneratur aristis,
Omnia piena tamen te redeunte nitent.
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Questa felicità cui niuna nube veniva ad offuscare,
era accompagnata dalla gloria che circondava il nome
di Fortunato in tempi così poveri d' eletti ingegni ,
massime in Francia. I barbari lo ammiravano per la
fama che correva di lui: i suoi versi anche i più
semplici , i suoi distici anche gì' improvvisati tra i
fumi delle dapi e del vino , erano avidamente tras-
critti: ogni poesia che mettea fuori costituiva un
pubblico avvenimento. Ei potea credersi nato a re-
staurare una letteratura di cui era l'ultimo anelito:
ma per quanto s'adoperasse a far rivivere ne' suoi versi
r antica coltura, non gli venne fatto di sciogliersi da
quella atmosfera di barbarie che d' ogni parte accer-
chiavalo. Inferiore ad Ausonio e a Sidonio Apollinare
per poetico brio, senti in lui la decadenza e il mal
gusto, da cui cerca invano prosciogliersi. In lui trovi
stranamente accoppiate le virtù del prete cristiano co'
modi propri de! barbari e con la sensualità de' tempi
. pagani. Esaminiam più d' appresso l' opere sue.
Io non deggio intrattenermi per fermo de' suoi libri
teologici, dacché questo poeta epicureo, sebbene abbia
dopo Platone, occupata la sedia episcopale di Poitiers
nel 599, non poteva in divinità valere gran cosa. Ep-
pur, strano a comprendersi, dobbiamo in lui venerare
l'autore di parecchi inni liturgici e in ispecie del
Vexilla regis prodeunt , dettato nell' occasione in cui
r imperatore Giustino mandò ^ un frammento della
Croce a S. Radegunda. Lasceremo pur anco da banda
que' versi artificiati che accusano la prostrazione
d'ogni buon gusto, e que' suoi teoksti, anagrammi
ed acrostici a figure di angoli, di quadrati, di croci,
che sventuratamente furono troppo imitati ne' secoli
appresso, e de' quali egli, che primo ne porse con
Eabano Mauro l'esempio, singolarmente tenevasi.
E. Cblesia. Storia della Letterat. in Italia. 5
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Anche la vita di S. Martino in versi esametri, vita
ch'egli svestì di quelle fantasiose leggende che ci
occorrono in Sulpizio Severo, non va annoverata tra
i suoi migliori poemi. Ne' quali Fortunato, al paro di
molti altri, awegnacchè in modo più parco, fa uno
strano innesto di concetti cristiani e mitologici. Nel-
Tepitafio ad Eusebia noi troviamo, a mo' d'esempio,
accanto al nome di Cristo quello di Minerva e di
Venere.
Per contro pietosamente gentile è il poema che
scrisse sulla funebre istoria della infelice Galsvinda
che andò sposa a re Chilperico, e che la feroce Fre-
degonda fé' uccidere. La quale ben presto vedovata
di due figli chiese conforto alla musa di Fortunato,
che dettò allora per lei le Consolazioni. Freme ogni
animo onesto leggendo le lodi ond' egli esalta la tru-
culenta reina, fino a predicarla:
Provida conailiisy solerà, cauta, utilis aulae,
Ingenìo pollens, munere larga placens.
Omnibus excellens meritis, Fredegundis opima^
Atque serena suo fulget ab ore dieif.
Begia magna nimis, curar um pondera portans ,
Te bonitate coleus, utilitate juvans,
A' pia liberi voli s' innalza nei canti eh' egli scrisse
a nome e per impulso di Badegunda. Noi abbiam più
sopra toccato la funesta catastrofe , che in una con
la sua famiglia sovverse il di lei regno: sprofondata
nel pensiero dell' eccidio della patria diletta, coli' im-
magine innanzi agli occhi del suo ben amato fratello
mortole, e non in battaglia, dal proprio marito , essa
agognava vendetta, e spinse perciò Fortunato a det-
tare il suo De excidio Thuringiae ex persoTta Rade-
gundis, eh' è forse il più commovente e notevole de'
suoi poemi.
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Dopo alcune considerazioni generali sulla instabi-
lità dell'umane vicende, egli si fa a descrivere gli
orrori e le stragi di quella guerra. — Io vidi, è Ea-
degunda che parla, io vidi le donne trascinate al ser-
vaggio, legate le mani e sparse le chiome: Tuna
camminava a pie nudi sul sangue del proprio sposo,
l'altra si facea via del cadavere del proprio fratello:
ognuna ebbe larga cagione di lagrime, ed io piansi
per tutte. Io piansi i miei parenti trafitti; è mestieri
altresì ch'io pianga anche quelli che tuttora respi-
rano r aure vitali. Quando la fonte delle mie lagrime
è inaridita, quando i miei sospiri si tacciono, non
tacciono però le mie angoscie. Allorché mormora il
vento, io intendo l'orecchio se per avventura non
mi recasse una qualche novella; ah ! che l'ombra d'al-
cuno de* miei mai non si oflBre al mio sguardo! —
Essa invia questo straziante carme ad un suo cu-
gino Amalfredo che viveva a Costantinopoli, oggetto
de' suoi più ardenti sospiri. La parola d' amore e
d' amante vi ricorrono ad ogni tratto. — Eicordi, essa
dice, Amalfredo , ricordi i nostri verdi anni , e ciò
che Radegunda era allora per te: come tu m'amavi,
adorabile fanciullo , tu pure, diletto figlio al fratello
del mio genitore. Tu solo mi tenevi luogo di padre,
di madre, di fratello e di sorella che io aveva per-
duti.
(ìuod 'pater extintus poterai, quod mater haberi, *
Quod soror aut frater, tu mihi solus eros.
Piccola ancora, tu mi prendevi teneramente per mano:
il tuo balsamico flato mi carezzava e mi inebriavi di
baci. ... Ciò che ora sovra ogni cosa mi affigge e
m'apre al cuore acerba ferita, si è di non ricevere
da te segno alcuno di tua esistenza : una tua lettera
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mi pingerebbe U tuo volto che tanto desidero e che
pur non mi è dato vedere: •
Quem volo, nec video, pmxÌ88et piatola vuUum,
E segue dicendo: se la santa chiusura del monastero
non mi fosse d* intoppo, giungerei inattesa nel luogo
del tuo soggiorno : la mia nave vincerebbe i tempe-
stosi mari: io sfiderei con gioia il loro furore : colei
che ti ama non si atterrirebbe per certo di ciò che
fa pavidi gli istessi nocchieri:
Et quae nauta timet, non pavitasset amans.
Io traverserei il pelago sovra un legno fluttuante, e
se la sorte mi defraudasse dì questo estremo soccorso,
io nuoterei verso di te con mano infaticata, e te veg-
gendo, più non crederei all'orror di un naufragio che
mi sarebbe dolce per* te. —
Questa, o ch'io m'inganno, è vera poesia: è il
grido d'un anima amante e lacerata, che il cilicio e
le asprezze del cristianesimo non aveano ancor po-
tuto domare. Ma l'età e il chiostro dovevano alfine
trionfer del suo cuore; e infatti più mite è il suo
sdegno e men febbrili i suoi impeti in una seconda
poesia, che, morto Amalfredo, manda al di lui figlio
Àrtachi. In essa tu scorgi come la santa abbia alfine
debellata la barbara. Basterebbero questi ultimi canti
per ravvisare in Fortunato un poeta degno d' essere
ancora ammirato.
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CAPO IV.
LE LETTERE NEI SECOLI VI E VH
SOMMARIO.
Carattere del secolo VI — Gregorio Magno e sue opere — ^
Uomini illustri — Giornandes e la Storia de* Goti — Pro-
copio — Le Belle arti e V industrie — Esistenza delle scuole
laicali — E delle ecclesiastiche — Creazione delle scuole
rurali — Esercizi e discipline scolastiche — Elio Donato e
Felice Capella — Benemerenze del monachismo — S. Bene-
detto — S. Colombano — La biblioteca di Bobbio — Mo-
nasteri diversi — I chiostri rifugio dell' antica coltura -^
Letteratura sacra.
Negli aurei secoli delle lettere greche e latine lo
splendor della forma signoreggiava il pensiero; false
talora, incerte e nebbiose le idee, ma ingentilite da
una venustà senza pari, che facea testimonianza di
spiriti educati alla religione dell'arte e del bello. Ma
questa plastica peregrinità s' ebbe troppo corta du-
rata, e i secoli posteriori ci si offrono vedovati In
gran parte da ogni nitore di forma, rudi nella pa-
rola, viziati nel metodo, infermi nel processo della
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ragione. E nondimeno in tanto cadimento delle clas-
siche discipline e in tanta asperità di linguaggio, gli
scrittori de' bassi tempi mal letti e manco compresi,
accasano una potente operosità intellettuale, e man-
dano scintille di verità filosofiche e di originali bel-
lezze.
Volgeva allor quell'età in cui la morente filosofia
degli antichi cedeva il campo alla nuova scienza teo-
logica, 0, meglio, runa si compenetrava nell'altra,
e i diversi sistemi assumevano aspetto d'errori o di
dogmi. Rado incontra nella storia del pensiero poter
assistere ad un periodo di trapasso si spiccato e no-
tevole. Ciò che di consueto si svolge in un lento av-
vicendarsi di età, a noi si mostra raccolto in quésta
sola epoca, in cui la pristina civiltà piega al declino
per aprir le porte alla nuova : e in cui scende a ten-
zone il vecchio mondo contro i novelli elementi, e
si vanno aggroppando que' fatti, che come in nube,
chiudono in grembo le origini degli odierni progre-
dimenti.
Questo fenomeno istorico merita d'essere ben ad-
dentro studiato. Nel punto istesso in cui la civiltà
latina sta per coprirsi d'un velo, una nuova reli-
gione innalza la raggiante sua face, e rompe d'un
solco di luce quel buio che stava per addensarsi sul-
r umano consorzio. L'unità politica va dissolvendosi,
ma l'unità religiosa si fonda. La chiesa, levandosi
gigante fra le comuni mine, afferma l'unità della
fede e la universalità del suo dritto; in mezzo al-
l'urto* di popoli non ad altro anelanti che a cornici
ed a sangue, echeggia una voce che li chiama a
quella fraternità di principi ed a quell'assetto di
società spirituale , di cui gli uomini non avean fino
allora contezza veruna. E quest'idea, la più grande
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e più pura che abbia balenato giammai sulla terra,
rinnoTa le menti, purifica i cuori e salva T umanità.
Dissi società spirituale: tale infatti nella sua es-
senza si mostra la chiesa: tale nelle dottrine di cui
si fé' banditrice. La chiesa con la forza morale in-
frena la forza materiale de' barbari , e colla propria
legislazione li condùce ad una tempra di vita ordi-
nata e civile , preparando i germi che appresso daran
frutti di ottime ordinazioni, di futura civiltà e di
ricomposizione di popoli. E i volghi deposta la ferina
natura appiè degli altari, riconobbero un vero che
die loro unità di propositi e nuovo indirizzo civile.
La chiesa, àncora di salute nel generale naufrc^io,
seppe sol essa tener vive le più feconde istituzioni
e afiratellar tutte genti. Invano l'oriente si separa
dall' occidente : invano questo va più ognora smem-
brandosi in istati diversi ; essa sol una regge con
saldo braccio i freni della nazione e la stringe al
materno suo grembo. Essa parla dapprima colla voce
de' Padri: appresso con quella de' sinodi. Nello in-
tervallo che corre fra il quarto e l'ottavo secolo s'in-
•dissero sei concili ecumenici, e tutti in oriente.
Eppur non ostante i dissidi che serpeggiavano fra i
vescovi di Eoma e i patriarchi di Costantinopoli e
d'Alessandria, non ostante la diversità dei costumi,
delle favelle e dei luoghi, i canoni sanciti in que'
solenni comizi furono ovunque accettati: tanto l'idea
dell' unità religiosa stava radicata negli animi che
un nodo spirituale stringeva fra loro. Egli è questo
il più spiccato carattere, onde improntasi il secolo che
noi trascorriamo.
Sebben Boezio e Cassiodoro l' abbiano riempiuto dei
loro splendori, non può dirsi perciò che fosse povero
di altri egregi intelletti, e che non fiorissero alacre-
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mente gli studi. Basterebbe il solo nome di S. Gre-
gorio Magno a provarlo (590-604). Fu scritto che per
soverchio zelo di religione si porgesse nemico ad ogni
coltura che non fosse teologica; taluni lo accusano di
avere arso la biblioteca palatina, distrutto i monu-
menti di Roma, avversate le lettere, e acerbamente
rampognato il vescovo Desiderio di Vienna, perchè
facesse insegnar la grammatica — trovando indegno
d* assoggettare la parola di Dio alle regole del Do-
nato. — Ma la sua avversione a quanto sapeva ^
classico, e quel fanatismo che lo spinse a disumare in
Ravenna il cadavere di Teodorico e a gettarlo in un
sterquilineo, non ci porrà in guisa la benda da di-
sconoscere i benefici ch'ei rese alle lettere. Il suo
Pastorale, ossia il libro sui doveri dei pastori del^
r anime, corse per le mani di tutti, lodato, levato
a cielo in ogni età dai concili e dai Papi, recato in
greco da Anastasio patriarca d'Antiochia, e tre se-
coli appresso in lingua sassone da Alfredo il Grande,
re d'Inghilterra, pei vescovi del suo paese. Dettò
quaranta Omelie sopra i Vangeli, ventidue sopra
Ezrechiello, ed i Morali, ossia commentario sul libro di
Giobbe , quattro libri di Dialoghi, che lodatissimi al-
lora e tradotti in ogni lingua d'Europa, la critica
oggi rifiuta, come quelli che intendono a suggellare
con scempie superstizioni e apparimenti di spiriti
le -verità della fede: ma opportuni in que' tempi in
cui, come osserva il Fleury, non aveansi a combat-
tere filosofi che oppugnassero con ragioni il dogma
cristiano. Non restavano allora altri idolatri che con-
tadini, servi, rusticani e rozzi soldati, i quali, assai
più che coi sillogismi, poteansi con fatti meravigliosi
convincere. Degnissimi di laudazione sono quattordici
libri di lettere, che mentre trattano più specialmente
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dei riti, gittano vivi sprazzi di luce sull'istoria di
queir età. Arroge che a lui dobbiam la riforma di
quel canto religioso che serba ancora il suo nome,
pel quale eresse due scuole , Y una presso la basilica,
di S. Pietro e l'altra in Laterano; non lieve pro-
gresso, se si considera che, la musica, una delle
sette arti liberali d'allora, traea l'obbligo espresso
di conoscere le altre per l'intelligenza dei sacri testi:
end' è che questa umile fondazione di Gregorio di-
venne poi fonte di una intera scuola teologica e let-
teraria. A buon dritto ei venne appellato Padre dei
riti e delle religiose cerimonie, e meritò d' essere con
S. Agostino, S. Ambrogio e S. Gerolamo una deUe
quattro colonne miliari della chiesa cattolica. Il suo
Liier Sacramentorum ed il suo Antifonario diedero
norme alla liturgia latina, ed ebbero tal osservanza
ne' posteri, che il rito più solenne ed augusto, la
Messa, segue tuttavia que' precetti che vennero det-
tati da lui. Né dobbiamo non dire come le sue costu-
manze fossero tutte romane : ninno de' suoi famigliari,
scrive il suo biografo, avea nulla di barbaro, né nella
lingua, né nella civile convivenza. Roma sotto di lui
continuò ad essere il focolare dell* antico sapere : e la
chiesa addottando per suo idioma il latino soffolto
dall'ebraico e dal greco, cementò più saldamente
l'unità sua, salvando il passato e aprendo la via del-
l' avvenire.
Egli è noto che nel VI secolo la Francia non avea
lume dì lettere. Scrive Gregorio di Tours che nelle
città della Gallia — non poteasi rinvenire un gram-
matico esperto nella dialettica. . . . Onde ne gemeano
le genti, dicendo: sventura all'età nostra! Perocché
l'amor degli studi é morto fra noi, né v'ha chi
sappia ritrarre in carte gli odierni avvenimenti ! —
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Ben altre erano invece le condizioni d' Italia. Non la
caduta dei Goti, non gli eccidi di Totila e i diser-
tamenti di Belisario e Narsete ebbero forza di spe-
gnervi il genio delie lettere antiche. Ennodio recitava
in Milano i suoi versi tra i festeggiamenti del po-
polo: Aratore in Roma, ove nel l'oro Trajano leg-
geasi ancora Virgilio; i poeti, di cui non v'era pe-
nuria, vi diceano i lor canti, e il senato giudice di
quelle letterarie tenzoni , solea decretare ai più degni
il premio di un tappeto in drappo d'oro. Né faeeano
diflfetto i grammatici ed i retori ; il fascino della elo-
quenza portava nel 590 il romano Beftario al seggio
episcopale di Chartres. Viveva allora quel Turcio
Bufo Apronimo Asterie (la moltiplicità de' nomi ^-
gniflcava vetustà d' illustri prosapie raccolte in un
solo) , uomo sovra ogni altro dottissimo e rivestito
della dignità consolare. I di lui scritti perirono: ma
a lui si deve l' aver purgato da molti errori un codice
di Virgilio, già antico a' suoi tempi, or fatto anti-
chissimo, prezioso cimelio della biblioteca Lauren-
ziana in Firenze. Ricorderò eziandio quel famoso Dio-
nigi detto il Piccolo, che scita d'origine, fu mo-
naco in Roma, come quegli che primo fermò l'era
cristiana e ne divulgò l'uso, iniziandola dal gennaio
seguente alla morte del Redentore , cioè all' anno 734
della fondazione di Roma. Che s' egli ne' suoi com-
putamenti commise l'errore di circa quattro anni,
rilevato da posteriori investigazioni, cert'è chela
moderna cronologia da lui ripete le origini. Cassio-
doro lo predica — uomo nella greca e latina lingua
versatissimo, in cui il sapere andava consunto con
la pili grande semplicità, coli' umiltà la dottrina e
r eloquenza colla sobrietà del parlare. — Lodatissimi
corsero allora gli scritti di Fausto, Avieno, Sim-
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maco, Olìbrio, Probo, Festo, Pascasio, Eugipio ed
Elpìdio Eustico, che fu medico di Teodorico, e dettò
un poema sai benefizi della morte di Cristo : non che
altri, oggidì oscuri, di cui possono riscontrarsi l'opere
e i nomi nel Tiraboschi.
Le memorie sulla storia de' Goti raccolte in do-
dici libri da Cassiodoro , per comandamento di re Teo-
dorica, fino a noi non pervennero, ma per compenso
ci giunsero quelle, che a' conforti del suo amico
Castalio, compilava Giornandes, o meglio Jordanìs,
alano di stirpe , ma fatto italiano, e assunto a vescovo
di Crotona. Neil' opera sua De Oetarum sive Oothorum
origine ei corresse gli errori del suo antecessore, e lo
completò con notizie derivate dagli scritti di Ablavio,
ora perduti, dalla cronaca del conte Marcellino ri-
mastaci, dalle antiche leggende de' Goti, da autori
greci e latini e da altre fonti a noi sconosciute. Im-
perciocché di quei di leggevansi ancora i libri sulla
guerra gotica di Trajano contro Decebalo e di Tacito
nella parte smarrita delle sue storie, e forse anche
quei di Critone , che Giustiniano ebbe in gran pregio.
Niun dubbio che Giornandes potè avvalorarsi di sif-
&tti presidi, anzi plagiatore talora, tacque le fonti
onde derivò spesso per intero le sue narrazioni, com'è
provato dalla prefazione della sua opera, tolta di sana
pianta da una prefazione di Enfino sopra uno scritto
di Origene. Dettò ancora un breve compendio storico
dedicato a papa Vigilio De regnoi^um et temporum
successione da Eomolo ad Augusto , seguendo l' orme
di Floro.
Giornandes non fé' motto di Totila, ma di lui fu
insigne lodatore Procopio da Cesarea, che avendo
accompagnato Belisario nella sua spedizione d'Italia,
narrò in sette libri le istorie della guerra persiana,
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vandalica e gotica. V'ha in esse tai brani di nar-
razione che rivaleggiano coi migliori storici antichi.
Tale la descrizione del combattimento presso TAniene^
in cui Belisario fé' prove di più che umano ardimento.
Ei cavalcava , scrive Y autore , un bianco destriero
detto dai Goti òalan, sul quale, ricacciati ch'ebbe
nel loro vallo i nemici, per l'irrompere di nuove
schiere fu costretto a ritrarsi; senonchè giunto alla
porta Pinciana e non essendo, coperto com'era di
polvere e sangue, riconosciuto da' suoi, die ancora
indietro, disserrandosi sulla cavalleria gotica che lo
stringeva tra il fosso e le mura; dopo di che gli
venne fatto di valicare la porta, che allor cambiò il
nome in quello di Belisaria. Altro episodio descritto
con tocchi vibrati e possenti è l'assalto alla mole
Adriana ) le cui nobilissime statue, trofei di tante
celebrate vittorie, scagliaronsi sul capo de' Goti;
talché, da quel giorno il glorioso mausoleo vedovato
dei miracoli delle greche sculture, fu ridotto a for-
tilizio, senza poter più risorgere al primitivo splen-
dore. Lo stesso autore racconta gli ordinamenti di
Belisario nello intento di restaurare i monumenti di
Roma, specie il ricinto delle mura, delle quali scor-
gonsi ancora le traccie nelle porte Appia, Latia e
Pinciana. Non senza altissimo ardire mise a nudo le
nefandigie del greco impero , che parebbero oggidì fa-
volose, ove non se n'avesse riscontro nell'opere di
Giovanni di Lidia, Le sue Storie Arcane o gli Aned-
doti dettati nel 558, infamano i più tristi de' suoi
contemporanei, e fanno ampia fede della sua rettitu-
dine. Ebbe a suo continuatore 1' alessandrino Agazia
che protrasse il racconto fino all'anno 559.
Col fiorir delle lettere fioriano del pari le belle
arti e l' industrie , massime in Roma , in Benevento ,
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in Eavenna e in Milano. Già toccammo dei sontuosi
edifici innalzati da Teodorico in molte città; di pit-
tore, scottare e musaici ci occorrono ad ogni tratto
pregiati ricordi. Ben poco dell* antica coltura era an-
cora perito. La stenografia, a mo' d'esempio, inse-
gnavasi perfin nelle scuole. Il poeta Ausonio diceva
a colui che raccoglieva i suoi versi — quando dal
mio labbro prorompono le parole impetuose qual gran*
dine, il tuo orecchio non esita, la tua pagina non
si confonde, e la tua mano vola di guisa che sembra
non muoversi punto. — Arroge i costumi leggiadri e
raffinati che dìstingueano le razze italiane da quelle ,,
dei barbari. Mario Vittore rimprocciava le donne del- ^ ^ ■ f'
Y età sua, per non avere alla discesa degli Alani e '^'^^*^<^'
de* Goti deposte le vesti sfarzose, e il bianco e il
vermiglio [cerusa et minium) onde pingeansi le guancie.
E dacché accennammo alle scuole, gioverà ram-
mentare che gr insegnamenti laicali né allora né ap-
presso vennero meno in Italia. Soprastavano a tutte
quelle di Milano, di Lucca, di Pavia e di Ravenna,
che per impulso di re Teodorico convertivasi in un
focolare di operosa coltura. Trovo che in un ginnasio
di questa città Ennodio diceva un suo discorso d'inau-
gurazione. Che la gerarchia religiosa rappresentasse
esclusivamente il senno e il patrimonio intellettuale
della nazione, fìi scritto da molti: ma nuovi studi
hanno omai posto in sodo l'esistenza di un insegna-
mento affatto laico , che si rannodava da un lato aUe
scuole imperiali di Eoma, e dava mano dall'altro ai
primi nuclei delle università nostre. Nelle scuole an-
zidette esercitavansi ancora i discepoli negli argo-
menti delle favole greche e latine: i gemiti di Teti
sulla salma d'Achille: i lamenti di Menelao alla vista
di Troja in fiamme: le parole d'un guerriero che
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avendo salvata la patria, chiede in premio la mano
d'una vestale. In Milano, che fin dai tempi degli
Antonini meritò il titolo di nuova Atene , leggea let-
rere umane Deuterio, come raccogliesi dagli scritti
d' Ennodio, che di molte lodi celebra la Liguria o
vuoi l'alta Italia, feracissima di splendidi ingegni
Alcune buone pratiche e discipline ci occorrono nei
ginnasi d'allora: e primamente i discepoli venivano
con grandi solennità e con ornate orazioni consegnati
al maestro: pubbliche recitazioni faceansi in iscuola:
testimonianze d' onore confortavano i più strenui di-
scenti: tutto infine ci mostra il desiderio vivissimo
di restaurare le lettere e di onorarne i cultori.
Accanto alle laicali sorgeano le scuole ecclesia-
stiche, cioè le episcopali e le monastiche. Senonchè
le prime non aveano norme e ordinamento di scuole:
erano piuttosto un* accolta o un seminario di giovani
onde si circondava ogni vescovo, destinati al ser-
vizio del culto in qnalità di lettori, cantori ed altri
più umili ufBici. Vere scuole bensì le monastiche,
che in esse, oltre la trascrizione dei codici, veniva
appreso quanto ancor galleggiava dell'antica coltura.
Ma gloria somma d' Italia fìirono allora le scuole
campestri, imitate quindi in altre contrade. Negli atti
del concilio di Vaison del 529 leggiamo — che se-
guendo il costume d'Italia, debbano i sacerdoti delle
campagne raccogliere intomo a sé i giovani non ma-
ritati per allevarli da buoni padri dì famiglia, e ap-
prender loro il leggere , lo scrivere e i precetti di
Dio. — Queste diverse istituzioni ci attestano, non
essersi interrotte fra noi le vetuste tradizioni in un
tempo in cui la forza brutale parea soverchiasse ogni
cosa.
L' antico assetto degli studi ripristinavasi secondo
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la costituzione di Valentiniano, in virtù della quale
i discepoli dalle mani de' grammatici passavano a quelle
de' retori e appresso alle scuole dei giurisconsulti.
Gli alunni erano tuttavia tenuti a dare il lor nome
all' ufficio dello stato civile [magister census] ; vieta-
vansi loro le segrete adunanze, i rumorosi banchetti,
e giunti all'età di venti anni costringevansi a di-
partirsi da Eoma. Due rescritti di Teodorico, che
concedono ad alcuni giovani siracusani di prolungare
la loro stanza in città, ci chiariscono che le antiche
prescrizioni non erano ite in disuso.
Debbonsi a Cassiodoro ì primi onori, come a colui
che pose ogni cura ad avanzare in meglio gli studi.
A' conforti di questo degno ministro, Atalarico man-
dava assegnarsi a' professori delle scuole romane que'
stipendi eh' erano stati lor tolti. — Lo scoraggiare ,
egli scriveva, gl'istitutori della gioventù è un vero
delitto. Fondamento delle lettere è la grammatica, de-
coro del genere umano e maestra della parola : adu-
sandoci a buone letture, essa ci rende palesi tutti i
consigli de' secoli andati. I re barbari non la cono-
scono, è vero, giacché essa tenea fede ai soli legit-
timi dominatori del mondo. Le altre nazioni cono-
scono l'uso delle armi: l'eloquenza soltanto i Ro-
mani. . . . Vogliam dunque che ogni professore, sia
grammatico, retore t) giurisconsulto, riceva senza manco
veruno quel che s'ebbe il suo predecessore; e affinchè
nulla si lasci all'arbitrio dei computisti, ordiniamo
che le paghe di ciascun semestre sieno saldate al
termine istesso del loro scadere. Conciossiachè, se
prowigioniamo attori per dare spettacoli al popolo,
a maggior dritto è mestieri mantenere e nutrir co-
loro che ci conservano l'urbanità nei costumi e l'e-
loquenza perpetuano nel nostro palagio. — Ben sa-
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rebbe a desiderarsi che i reggitori de' popoli in tempi
che diciam culti, nutrissero per gli educatori della
gioventù, tenuti oggidì in minor conto dei loro staf-
fieri, alcunché d& quella riverenza che lor professava
un re barbaro!
Fra i libri ch'erano nelle scuole più in uso ten-
gono il primo luogo quelli di Boezio e Cassiodoro, e
la grammatica di Elio Donato, che insegnò umane let-
tere in Roma intomo il 356, nel qual tempo S. Gi-
rolamo gli si diede a scolare. Il suo trattato corse
ne' secoli di mezzo come testo in tutte le scuole*,
anzi la voce Donato fu tolta a sinonimo di qualsiasi
grammiatica. Il merito di questo libro, specie ove tratta
dell'oratoria, non potea non destare una turba di
chiosatori, tra i quali andarono allor lodatissimi i nomi
di Cledonio, di Pompeo e di Sergio, che dottamente
ragionò della metrica e della accentuazione latina.
Superiore a Donato parve a taluni l'opera di Pri-
sciano Cesariense, che in dieciotto libri raccolse le
regole della sintassi, della metrica e dell'intera let-
teratura; né manco divulgate delle sue Istituzioni
Grammaticali, che Rabano Mauro ridusse ad epi-
tome , andarono altri suoi trattati , come De Figuris
numerorum, De metris Terentii, De praecittamentis
rethoricis, che dettati in forma dialogica, come se
avessero luogo tra docente e discepolo, servirono di
norma a tutte le esercitazioni scolastiche. L'autorità
di Prisciano regnò assoluta per molti secoli, in un
cogli scritti di Valerio Probo e di Mario Vittorino
sulla versificazione e sull'arte grammaticale, che fu
tolta ad esempio dai successivi scrittori. E poiché
trattiam dei grammatici, non deggionsi lasciai*e in
disparte i nomi di Sosipatro, Carisio, Diomede, Aspro,
Palemone, Metrorio, Vittore, Giuliano, Onorato ed
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altri men noti, senza accennare ai molti trattati in
versi, agli scolii, glosse e commenti, suppellettile
immensa, che pur tanto contribuì ad agevolare lo
studio della lingua latina. Degli antichi scrittori pochi
erano i noti, e il più d'essi soltanto di nome, e per
gli estratti e citazioni che ne recarono i primitivi
grammatici e in ispecie gli autori di metrica. Più
usati nelle scuole i poeti cristiani, come Prudenzio, i
cui sette poemi correano a mani di tutti : divulgati
del pari il Carmen de mortibus di Severo, gl'inni
d'Ambrosio, di Giovenco, di Fortunato, i versiculi
di Valentino , gli epigrammi di Prospero d'Aquitania,
i versi di Paolino da Nola, di Sedulio e d'Aratore.
n venerabile Beia nella sua celebrata grammatica
non volle citar di Porfirio che un brano soltanto, di-
cendo non potersi valere di lui come pagano eh' egli
era. Infatti le prescrizioni canoniche e lo spirito asce-
tico di quell' età non potean comportare che si svol-
gessero autori estranei alla fede , e se qualche grazia
ottennero i poemi di Stazio, ciò fu per la credenza
allora comune eh' egli avesse abbracciato il Vangelo.
Niun libro per altro andò più celebrato di quello
che ha per titolo Be Nuptiis PMlologiae et Mercurii
di Marziano Mineo Felice Capella, maestro africano
del V secolo, come quello che allettò di tal guisa le
menti, da non trovar riscontro veruno. Scritto sul-
l'andare della satira Menippea di Varrone, con poe-
tico brio, misto di prosa e di versi, abbracciò tutta
la sapienza de' tempi suoi. In esso cantasi il mari-
taggio di Mercurio con una vergine, che sebbene
ignota fino a quel giorno all'Olimpo, pure è am-
messa, cosi intimando l'oracolo d'Apollo, nel cielo.
Giove raccoglie l'assemblea degli immortali, e legge
i patti di nozze ; intanto vengono presentate alla sposa
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 6
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le sette vergini che il consorte le dà per ancelle , cioè
la Grammatica , la Dialettica , la Rettorica, la Geome-
tria, l'Aritmetica, l'Astronomia e la Musica. Notevole è
l'osservare come in quest'opera trovisi accennata la
vera costituzione del sistema solare. Ornai sembra accer-
tato che Copernico, il quale cita Capella, abbia da lui
derivato le sue più illustri teoriche, quelle in ispecie
dei pianeti Mercurio e Venere roteanti intorno al
sole con cerchio più ampio: drca solem laxiore am-
bitu circulantur, Senonchè noi per non deviar dal-
l' oggetto di queste istorie, lasciate da banda tali
disamine, dobbiam restringerci a dire, che gli uomini
di quell'età, massime i barbari, i quali fastidiano
ogni libro, avrebbero fuor di dubbio chiuso l'orec-
chio al maestro che avesse tolto ad erudirli nelle
asprezze della grammatica e delle altre discipline che
r accompagnano : ma docili e intenti porgeansi al rac-
conto dell'unione- di un Dio con una bella mortale,
e a udir le meraviglie dei celesti sponsali ed i canti
delle sette ancelle, che loro aprivano i campi del-
l'umano sapere. Questa divisione delle sette arti li-
berali già indicata da Filone l' Ebreo fu accolta dal-
l' universale, trasfusa nel Trivio e Quadrivio, e il
libro del Capella regnò per oltre mille anni in tutte
le scuole.
Troppo spesso addiviene che acciecati da ingiusti
pregiudizi si neghi per noi la debita riconoscenza
agli autori de* bassi tempi, da' quali primamente ci
venne quel lume di scienze e di lettere che mutò
faccia all' Europa ; che dico ? fino il lor nome ben so-
venti e' è ignoto , e l' opere loro abbiamo in conto di
rugginosi vecchiumi. L'importanza di questi uomini
nella storia del pensiero non può invero apprezzarsi,
se non da coloro che sanno quanto un complesso di
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piccoli fatti eserciti una mirabile eflScàcia sul cam-
mino della civiltà e del progresso. Se per poco ci
facciamo a considerare qual aspra fatica doveano e'
durare, perchè venisse lor fatto di procacciarsi co-
dici costosi e rarissimi, e come in quell'età batta-
gliera e intorbidata da assidue inondazioni d'eserciti
forestieri ed ostili ad ogni coltura, non fosse agevol
cosa dare opera alacre agli studi, sarem costretti ad
averli in queir osservanza a cui han dritto uomini
singolari e dottissimi.
Ond' è eh' io non deggio defraudare i monaci di
quella lode che loro è dovuta per essersi fatti vigili
custoditori delle lettere antiche. Il monachismo fino
allora foggiato sugli esempi orientali, cambiò in questo
secolo indole e modi, assumendo fattezze sue proprie
in tutto consone alle tradizioni latine. Non ultima
cagione degli errori della chiesa bisantina e del ra-
pido declinare delle civili istituzioni, servi in occi-
dente a dar forza alla chiesa, a porre un argine alla
barbarie e a ridestare la vita operosa ed attiva.
Sotto il regno de* Goti nel primo scorcio del VI se-
colo, alcuni pastori di Subiaco credettero vedere una
belva accovacciata in una vicina caverna : perchè fat-
tisi in essa, vi scopersero un giovane che tosto eb-
bero in conto di una angelica apparizione. Egli era
Benedetto, nato d'illustre lignaggio nella Nursia su
quel di Spoleto, che affranto dai tedi di una vita
senza costrutto, erasi colà rifugiato. Il suo esempio
fu seguito da molti; finché xjostretto ad abbandonare
il suo primo ricovero, tramutavasi a Monte Cassino,
ove le ruine di un tempio d'Apollo divennero pei*
opera sua un asilo di studi e di •pace.
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Quel monte, a cui Ca^no é nella costa,
Fu frequentato già in su la cima
Da la gente ingannata e mal disposta.
Ed io son quel che su vi portai prima
Lo nome di Colui, che in terra addusse
La verità, che tanto ci sublima ;
E tanta grazia sovra me rilusse ,
Ch*io ritrassi le ville circostanti
Dair empio culto che il mondo sedusse.
Queste parole pone Dante sulle labbra di lui nel
XXII del Paradiso. E invero precipua cura de* suoi
seguaci era il lavoro che nobilita l'uomo, la pre-
ghiera che a Dio l'avvicina, la carità che con-
quista la terra. Io non narrerò la sua vita nota
abbastanza, non la visita ch'ebbe da Totila, né le
conseguenti leggende. Debbo bensì ricordare che la
sua Regola fu studiata da principi e da legislatori,
e Cosimo de' Medici e Kinaldo d'Este in ispecie vi
attinsero insegnamenti pel governo dei popoli. E per
fermo v' ha qualche cosa di grande nel sapere volgere
gli animi da una corruzione egiziale al più austero
rigor de' costumi: obbedienza, povertà, lavoro ma-
nuale, protratti studi, meditazioni e digiuni, senza
cadere in quelle ascetiche intemperanze e ciurmerle
eh' erano proprie a gran parte de' solitari d' oriente.
Chi giudica gl'istituti monastici colle odierne vedute,
non può render giustizia ad un uomo qual fu Bene-
detto; ma chi si fa a tener conto delle necessità di
que' tempi, dee ragguagliarlo ai più illustri, e tro-
vare appena il suo riscontro in Pitagora. Entrambi
furono ispirati, come tiene il Gregorovius, da un po-
tente idealismo sociale. Come l'antico savio ebbe di
mira la fratellanza degli uomini forti, che informati
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all'amore della libertà e della scienza, volgeano l'o-
perosità loro a prò' della famiglia, della società e
dello stato, così Benedetto nella sua religiosa repub-
blica creò un consorzio d'anacoreti che intendessero
a diyolgare con pratici insegnamenti le dottrine del-
l' ossequio alla legge morale , della abnegazione, della
umiltà, dell'amore e della comunanza de' beni. Alle
prescrizioni di Benedetto dobbiamo eziandio le terre
dissodate, le paludi asciugate, i codici trascritti e
conservati. Che se queste virtù de' primi monaci si
spensero ne' lor successori, i quali si porsero cosi
nimichevoli ad ogni civile progredimento, debito è di
giustizia che le benemerenze da questi uomini, affa-
migliati in società monacali, acquistate in quell'epoca,
non vengano poste in oblivione dagli avvenire.
Nobilissimo intendimento di S. Benedetto fu quello
d' accendere l' amor degli studi ffa i monaci con pub-
bliche letture e colla trascrizione de' codici. Sede an-
tica di studi fu Monte Cassino, ove un di Terenzio
Varrone ebbe splendidissima stanza : talché que' so-
litari, raccogliendo il retaggio del più gran savio di
Koma, furono spinti a seguirne i gloriosi vestigi. E
grandi eruditi, quanto i tempi portavano, ci si mo-
strano Fausto, Sebastiano e in ispecie quel Marco, il
cui poema in lode di S. Benedetto venne levato a cielo
da Paolo Diacono. Odasi con qual facile vena ci ram-
memori i trionfi del santo sugli idoli antichi:
Cacca profanatas colerei dum turba figuras,
Et manibiLs factos crederei esse Deos:
Tempia rulnosis Me oUm struxerat aris
Q'àìs dahat obscaeno. sacra cruenta Jovi.
Sed jussu veniens heremoque vocatits ab alta ,
Pargavlt sanctus hanc Benedictus humiim,
Sculptaque confractls dejecit marmora signis,
Et templum vero praebuit esse Deo.
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Non deggio dagli anzidetti disgiungere i monaci
Auperto e Teofano, ch'esaltò in versi non ispregie-
voli le virtù della Vergine, né S. Bertario autore di
parecchie opere, fra cui YAnticimenon, o spiegazione
dei tratti de' sacri testi apparentemente discordi. Di
Paolo Diacono, gloria precipua dell'ordine Benedet-
tino e d' altri monaci in quèll' età lodatissimi , dirò
con più larghezza tra breve.
In altra parte d'Italia tra le selve dell'aspra Li-
guria apriasi del pari alcuni anni appresso un altro
riccetto agli studi. La tribù monastica di S. Colom-
bano partita dal chiostro di Iona nelle Ebridi, facea
rivivere in Bobbio le dotte tradizioni irlandesi, re-
candovi molti codici antichi, che già per lo innanzi
erano d' Italia passati in quelle settentrionali regioni.
Ivi il gran missionario dettò la sua Regola che in
breve si diffuse dovunque, e alcune epistole intorno
alla celebrazione della Pasqua e alla famosa questione
dei Tre Capitoli: non che sedici Istruzioni ovvero
sermoni, da lui detti in parecchie occasioni del suo
ministero. Ne' quali spicca il brio delle immagini , lo
slancio del cuore e quella rigida applicazione delle
sacre dottrine, che avversa ad ogni ipocrita inter-
pretazione, mena dritto al suo scopo e soggioga le
menti. Ci occorrono in essi tai massime che rendono
testimonianza di quanto avanzasse il suo secolo. Egli
è noto come allora si scambiassero per atti di reli-
gione le macerazioni del corpo , i lunghi digiuni e le
austerità della vita; ma di ciò non s'appaga il santo
uomo: e come già con ardita fierezza avea denun-
ciato le lascivie di Teodorico II re di Borgogna, e
chiuse le porte del suo monastero alla regina Brune-
childe, eh' avea morto di veleno e di ferro ben dieci
suoi consanguinei, così non teme ora sfatare i so-
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verchi rigori de' monaci. — Vano è con digiuni e
vigilie, e' diceva, sottomettere i sensi, ove la rifor-
mazione del costume faccia difetto. Macerare le carni
quando l'anima non dà frutti di vita, è come il col-
tivare faticosamente la terra senza poi spargervi il
seme per fecondarla; è come costrurre una statua
d' oro al di fuori e dentro di fango ..... Che dire
d' un uomo die tenga mondo il suo vigneto all' intorno
e presso i tralci lasci crescere rigogliosi i vèpri e le
spine ? Che giova una religione d' apparenze e di lu-
stre, a che approdano i martori del corpo e lo studio
degli abiti esterni, se non cura altresì l'anima sua?
La pietà vera non risiede nell' umiltà dell' aspetto ,
bensì in quella del cuore. — Pochi altri monumenti
ci restano del suo sapere soffolto dalla conoscenza
dell' ebraico e del greco, e dalla sua focosa eloquenza.
Però i versi adonici diretti al suo amico Fedolio spi-
rano un' aura tutta pagana, dacché vi troviamo citati
il vello d'oro, il giudizio di Paride, gli amori di
Danae e di Giove ed altre favole gentilesche. Edu-
cato alle forme classiche della scuola d'Irlanda, ei
non sapea del tutto spogliarsene. Ma senza profonda
commozione non ponno leggersi i v^rsi in cui parla
di sé stesso e degli affanni che l'oppressavano: vera
eco de' bardi della nativa sua terra:
Haas tbbi dlctabam, morhis oppressus amaris,
Corpore quos fragili patlor, trlstique seneota,
Nam dum praecipiti labuniur tempora cursu
Nunc ad olympiadis ter sence venimus annoa.
Omnia pretereunt, fU'git irreparàbiLe tempus ;
Vive, vale laetm, tristisque momento senecione.
La luce che S. Colombano diffuse, scrivono gli au-
tori della Storia letteraria di Francia, in tutti quei
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luoghi che accolsero i semi del suo sapere, lo fecero
equiparare da' suoi coevi al raggio del sole nel me-
ridiano suo corso. Né questa luce venne manco per
la di lui morte. I suoi successori nell'abazia di Bobbio,
cioè Attalo , Bertulfo , Bobolano e in ispecie Giona da
Susa, vi mantennero più che mai vivo l'amor delle
lettere. ^ quest' ultimo dobbiamo la vita di S. Co-
lombano, di S. Attalo, di Bertulfo, di S.* Eustosiae
parecchie altre, che resero assai celebrate le scuole
di Bobbio , talché d' ogni parte accorre vasi a quella
fonte di scienza sacra e laicale. La biblioteca del
. chiostro divenne ben tosto il più vasto deposito di
tutta la sapienza de' bassi tempi. Il suo catalogo che
risale al secolo X pubblicato dal Muratori, fa fede,
che oltre gli scritti dei SS. Padri e le Vite de' Santi,
vi si rinvenivano in diversi esemplari tutte le opere
degli autori profani. I monaci si compiacevano d'in-
dagare la verità attraverso il velame delle mitiche
fole, conforme cantava il loro abate Teodolfo :
Et modo Pompeium, modo te. Donate, legebam,
Et modo Virgilium, te modo, Naso, loquax.
In quarum dictia quamquam sint frivola multa,
Plurima sub falso tegmine vera latent.
Ma il numero veramente prodigioso de' codici era
quello che ragguardava la grammatica, la prosodia,
e in genere quanto avea tratto agli insegnamenti che
nelle bobbiesi scuole impartivansi. Ivi appare in quale
onore fossero allor tenute le opere di Acroezio e di
Capro s\}S\! Ortografia, di Papirio ^vM' Analogia, di
Flaviano sulla concordanza dei nomi coi verbi, di
Onorato suU' arte della versificazione. Sventurata-
mente tanti tesori andarono in poco volgere di tempo
dispersi. Il secolo XV ne vide lo sperpero. I monaci
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perduta la primitiva rigidità de' costumi e Famor
delle lettere, consentirono che quella ricca lor sup-
pellettile andasse in altrui mani. Son noti gli ardori
febbrili onde il Poliziano, il Poggio e il Filelfo s'in-
trodussero nelle biblioteche monastiche; da quella di
Bobbio, Giorgio Merula cavò un' ampia raccolta di co-
dici, come rilevasi da una sua lettera del 24 febbraio
1495 diretta al Poliziano. S'annoveravano fra questi
gli scritti d'Ausonio, di Velio Longo, il poema di
Terenziano Mauro sulle Regole della poesia, e quel di
Sulpizia suir Editto di Domiziano, che avea posto al
bando dell'impero i filosofi. Altri preziosi volumi an-
darono più tardi divisi fra le biblioteche Vaticana e
quelle di Torino e Milano. Una tal dispersione non è
per altro a rimpiangersi , ove si consideri che la clas-
sica letteratura ne cavò non lievi vantaggi. Imper-
ciocché allor vennero alla luce i manoscritti di Proho,
di Sergio il grammatico , di Cassiano Basso e di Cor-
nelio Frontone, precettore di Marco Aurelio ; e la
scienza moderna seppe scoprire ne' palinsesti bobbiesi
la Repubblica di Cicerone, le. sue orazioni per Tullio,
Scauro e Fiacco, non che altre opere antiche. Ma
giova omai ritornare al nostro argomento.
I chiostri di Monte Cassino e Bobbio non furono i
soli asili aperti agli studi; anche gli eremi del So-
ratte, di Casauria, di Farfa e quel di Novalesa, ricco
di ben seimila seicento volumi, tesoro immenso a que'
tempi, serbarono intatti i depositi della latina sa-
pienza. La comunità monastica di Clusa in Piemonte
meritò d' essere paragonata a Clugny , i cui rettori
cavavano dall' Italia i ^ migliori discepoli , testimone
S. Magliolo che trasse seco il monaco Guglielmo, di-
venuto indi abate di S. Benigno in Bigione, ed uno
fra i più insigni riformatori di Francia. Anche i
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sodalizi di S. Pietro in Pavia ed in Mantova, di
S. Giorgio in Venezia, di S. Giovanni Evangelista
in Parma, di S. Siro in Genova, di S.* Maria in Fi-
renze, di S. Apollinare di Classe in Eavenna, di
S. Lorenzo in Capua accoglieano coloro, che schivi
delle agitazioni del secolo, amavano spendere nella
pietà e nelle letterarie Incubrazioni i di loro. E in-
vero qnel che ancor rimaneva dell' antica coltura
erasi, come in sicuro ricovero, rifugiato fra le mura
de' chiostri.
A' monaci senza fallo è dovuto l'aver tenuto ac-
ceso l'amor delle lettere; dalla loro povertà volon-
taria nacque il libero lavoro che succedette a quel
degli schiavi: la coltura dei campi per essi impresa
valse a ricostituire la proprietà. Uomini senza fami-
glia, coir integrità del costume pervennero a rigenerar
la famiglia ; uomini di solitudine, pervennero a rior-
dinare la società. Imperciocché le abbazie, specie
quelle del secolo VII, popolate da quattrocento e più
monaci, erano non solo baluardi alle correrie barba-
resche, ma eziandio scuole di moralità, di scienza,
d'agricoltura e di molteplici industrie. Egli era d'uopo
che fossero versati nella astronomia e nella cronologia
per fermare la serie dei giorni festivi e degli ufSci
divini; nella medicina per sanare i loro corpi e quei
di coloro che traevano ad invocarne 1* aiuto : nell' a-
ritmetica per tenere una regolata amministrazione:
nella geometria per determinare la superficie dei lor
vasti poderi: nella idraulica per infrenare l'urto dei
fiumi abbandonati alle proprie licenze : nella meccanica
e nella dinamica per costrurre molini, gualchiere, fab-
bricare argani, torchi e cosiffatti altri ingegni.
Toma oggidì assai malagevole il farsi ragione del
gran numero de' cenobiti che intendeano alla trascri-
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zione dei codici, e dell'aspra fatica cui dovean sob-
barcarsi per condurre a perfezione i lor pregiati la-
vori. I più de' quali, come le tante volte venne
osservato, non appaiono invero gettati giù in fretta
ed a vanvera: che anzi le lettere ci si mostrano ac-
curatamente formate e direi quasi incise: le linee
orizzontali non deviano dalla retta d' un solo capello :
le perpendicolari cadono a fil di sinopia : ricchi i mar-
gini, quadrangolari le pagine. Qual de' moderni cal-
ligrafi saprebbe riuscire a tale? Celebrati andarono
allora in tal magistero i monaci irlandesi: tra i no-
stri primeggiavano , per testimonianza del Gerson , i
menanti lombardi. Si ascrive la prima invenzione di
quest' arte a queir Ursicinum lectorem , che intorno
al 517 copiò il Sulpicius Severus, pregiato cimelio
della biblioteca capitolare di Verona.
Quando Eumene, circa due secoli innanzi l' èra vol-
gare, fondò, in Pergamo una biblioteca ricchissima ,
Tolomeo re d'Egitto, punto da invidia, vietò l'espor-
tazione del papiro che traeasi dalla corteccia del
giunco : ond' è che l' Asia Minore dovè appigliarsi al
già dimesso costume di scrivere sovra le pelli. L'arte
d'acconciarle perfezionata in Pergamo valse a queste,
il nome di Charta Pergamena, di vituUna ed eziandio
di velina, quando la pelle era di vitello affinata. Si
deve agli Arabi l'aver recato in Europa la carta di
bambagia da essi rinvenuta nel 704 in Samarhanda:
si nomò Charta Damascena per le fabbriche che ne
furono erette in Damasco , donde poi venne a Valenza,
a Toledo e a Fabriano in Italia. Ma prima che questi
trovati passassero tra noi, solcano i monaci prepa-
rare essi stessi la pergamena, gli inchiostri e quanto
fsMJea lor di mestieri nella trascrizione de' codici.
Adoperavasi generalmente l'inchiostro rosso, come il
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Virgilio di Firenze e il Livio di Vienna fan fede: e
perciò si disse rubrica la ricapitolazione delle materie
di un libro. A dimostrazione del pregio in cui tene-
vasi un codice , usavasi in esso la porpora e il minio,
onde l'arte di miniare
Che aUuminare è cbiamata in Parisi. (Purg, XI)
Perciò i popoli d'occidente riconoscono la conserva-
zione delle lettere antiche e della conseguente civiltà
da quei sodalizi, i cui seguaci non paghi di spargere
la parola di vita fra noi, volarono, intrepidi atleti, a
propagare la buona novella in quelle plaghe remote,
ove non osarono un di cimentarsi le romane legioni.
Come queste provvide istituzioni siensi intristite, e
come
Le mura che soleano esser badia,
Fatte sono spelonche, e. le cocolle
Sacca son piene di farina ria,
non è del mio ufficio il discorrere.
Intanto le tradizioni del politeismo andavano man
mano oscurandosi, e l'idea cristiana nelle lettere in
ispecie cominciava a trionfare del mondo pagano.
Questa nuova letteratura, di cui furono iniziatori i
Padri del III e IV secolo, S. Gerolamo, S. Agostino
e S. Ambrogio, ebbe nelV età successive mantenitori e
custodi Boezio, Cassiodoro, Ennodio, Sidonio Apolli-
nare, Aratore, Venanzio Fortunato ed altri poeti;
gli agiologi, i cronisti, gli autori sacri ne prosegui-
ranno la serie, talché sorgerà alfine una, direi, nuova
scuola, non romana, non greca, ma universale, poiché
andrà svolgendosi in tutte le lingue, assumerà nuove
forme e costituirà un nuovo ciclo nell'arte. Parecchi
scrittori aveano tentato il conubbio delle idee genti-
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lesche con le cristiane, innestando a queste le teorie
di Platone, e sforzando perfino la mitologia a dimo-
strare le verità del Vangelo. Senonchè dopo gli sforzi •
di Gregorio Magno che volle spezzato ogni» vincolo
colle lettere antiche , il divorzio fra le due scuole di-
venne pressoché pieno e completo. Il vecchio mondo
iva in dileguo; ma l'umanità sopravvive al naufragio
della civiltà antica , sulle cui reliquie van rassettan-
dosi nuovi stati vigorosi di giovinezza e di vita: in
Italia co' Longobardi, nella Gallia co' Franchi, in
Inghilterra cogli Anglo-Sassoni. La chiesa cattolica
si costituisce qual principio vitale fra questi gruppi
di popoli che van raccogliendosi ad unità, mercè la
distruzione delle parziali isette e dei scismi. E ciò
avviene, come osserva il Gregorovius, nel tempo in
cui eguali tendenze ferveano in oriente: e Maometto,
figlio del secolo stesso, accingeasi a porre le fonda-
menta di una religione destinata a riunire in una
sola compagine i popoli orientali dell' impero romano.
Gregorio e Maometto ci appaiono come i due sommi
sacerdoti d'occidente e d'oriente, che fondarono sui
ruderi dell'antica civiltà le due gerarchie, dal cui
urto elettrico dovea scaturire in gran parte la vita
del medio evo romano-orientale. Eoma e Mecca, San
Pietro e la Caaba sono i due tempi simbolici della
nuova coltura nelle due parti del mondo antico.
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CAPO V.
CARLOMAGNO E L' ITALIA
SOMMARIO.
m
Carlomagno e gli scrittori francesi ^ Com'egli unicamente
intendesse a promuovere l' istruzione nel clero -— I cantori
di Roma — D' Alcuino , suo istitutore — Chiama in Francia
alcuni illustri italiani a ravvivarvi V amor degli studi —
Con qual criterio abbia la storia a giudicare di lui -— Com* e'
divenisse un eroe leggendario ed un santo — La cronaca di
Turpino — L'Editto di re Lottario — Scuole laicali in
Italia.
Mentre in Francia venia meno, come vedemmo,
ogni luce di lettere, la coltura vigoreggiava in Ispagna
per opera d'Isidoro di Siviglia, in Inghilterra ger-
mogliavano i semi sparsi da Beda, e in Italia educa-
vansi que' valenti intelletti , che Carlomagno a breve
andare trarrà seco oltremonti.
È antico vezzo de' francesi scrittori levare a cielo
r azione civilizzatrice di lui , vuoi come guerriero ,
vuoi come riformatore delle discipline ecclesiastiche ,
vuoi come fondatore delle scuole della loro nazione.
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Sia lecito ad essi magnificare quest'uomo, che con
quaranta anni di guerre oppose un insuperato argine
ai Sassoni ed alle irruzioni unniche e slave : il vinci-
tore dei Longobardi, degli Arabi, degli Avari, il
terribile nemico di Vitichindo e d' Abderrame, il pos-
sente alleato d'Haroum e d'Irene; sia lecito ad essi
inneggiare a colui che nel concilio di Francoforte del
794 frenò gli abusi del clero, interdi a' monaci
di dar opera a' temporali negozi , agli abati di mu-
tilare i loro soggetti, e richiamò i vescovi allo studio
de' canoni e alla riformazione de* costumi ecclesia-
stici.
Imperciocché i portamenti del clero erano allor
giunti a tale, che toccavano l'ultimo limite della abbie-
zione. Vescovi e prelati, abbandonato il santuario,
popolavano le reggie e gli eserciti, traendosi dietro
le mogli, i paggi, i falconi: e in tempo di pace il
monaco di S. Gallo ce li descrive abitanti sontuosi
palagi, adorni di morbidi tappeti e di vasellame d'oro
e d' argento gemmato , sedenti su molli origlieri di
piume, avvolti in seriche vesti, e di nuli' altro bi-
sognevoli che di uno scettro per essere pareggiati a
monarchi. Altrove ce li mostra assisi a mensa con
leggiadre monache, colle quali dopo d'essersi avvi-
nazzati passavano in turpi lascivie le notti; perocché
non punto dissimili erano i costumi delle suore che
si consacravano a Dio: e S. Adelmo che visse in
que' giorni, ci lasciò , fra le altre memorie , la descri-
zione delle vesti di una badessa: onde appare che a
tutt' altro erano intese che a macerazioni e a digiuni.
Essa indossava , egli scrive , una sottana finissima
color violetto con tunica di scarlatto a larghe maniche:
sandali di pelle vermiglia, cuffia di seta vergata:
capelli arricciati col ferro e inannellati le ornavano
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la fronte e le tempia: un soggólo trattenuto da bei
nastri sul capo scendeale sul seno, e poi dietro le
svolazzava fino alle piante : le unghie avea lunghe e
aguzzate come artigli di falco.
Carlo intese a sbandire dal clero e dai chiostri le
turpitudini che gY inquinavano, e per quanto a nulla
approdasse, tanto erano radicati gli abusi, la storia
non può defraudarlo di quella gloria che gli è me-
ritamente dovuta. Ma ch'egli abbia contribuito a
rifiorire la condizione degli studi fra noi, e fondato
le università di Parigi, di Pavia e di Bologna,
è affatto contrario ad ogni istorica testimonianza.
L' Italia non ebbe invero ad attendere V impulso
del rozzo Kunec germanico chevolea tramutarsi in
un Caesar, per vedere prosperar le sue scuole; e se
la Francia ha il debito di riverire in lui quel prin-
cipe- che impresse nuovo rigoglio agli studi, questo
debito non corre ai Welschen o popoli latini, che
diedero alloca alla Francia i lor migliori docenti a
diradare queir emisferio di tenebre che Y opprimeva.
Niun creda adunque aver Carlomagno seminato
l'impero di vere scuole laicali, come intendiamo og-
gidì. Gl'istituti da lui promossi furono puramente
ecclesiastici. Fino dal 787 in un suo mandamento
diretto ai vescovi intese a ravvivare \ istruzione
nel clero, e il fé' con argomenti si strani e sofi-
stici, che meritano d'essere in parte qui addotti,
per farsi un giusto concetto di lui e dell'età sua.
« Noi abbiamo considerato, egli scrive, che i ve-
scovi ed i monasteri alle nostre cure da Cristo com-
messi , oltre una vita esemplare e V esercizio della
religione, devono intendere ad ammaestrare coloro,
che colla grazia di Dio ne sono capaci : talché come
la regola promuove T onestà de' costumi , cosi l' assi-
fi. Celesta. Storia della Letterat. in Italia. 7
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duità deir insegnare e dell' apprendere renda ordinata
ed adorna la serie delle parole ; acciò chi aspira a
piacere a Dio con un retto tenore di vita , gli possa
del pari, favellando con garbo, piacere. Egli è scritto ;
tu sarai condannato o giustificato dalle tue stesse
parole; imperocché quantunque il ben fare sovrasti al
sapere, questo nondimeno precede Fazione. Ognun
miri adunque allo scopo propostosi in guisa, che
come la mente dee profondamente comprendere ciò
che meglio possa tornarle dicevole, cosi la lingua,
senza il menomo errore, percorra le lodi di Dio. »
A questi contorti argomenti Carlomagno aggiunge
i più meschini sofismi suir utilità della scienza.
« Siccome in questi ultimi anni ci furono da di-
versi monasteri trasmessi più scritti, ne' quali ab-
biam scorto un dritto senso , ma un incondito lin-
guaggio ..... fummo presi da tema , che come la
scienza facea difetto nello scrivere, così l'intelligenza
de' sacri testi fosse al disotto di quantȏ richiesto.
Or tutti sappiamo, che sebbene gli errori della pa-
rola sian perniciosi, di ben peggior danno tornano
quelli di senso ; ond' è che noi vi esortiamo non so-
lamente a coltivare lo studio delle lettere, ma ancora
per desiderio di rendervi utili e più accetti a Dio ,
di rivaleggiare di zelo, acciò vi sia dato penetrare
più agevolmente e più addentro nei misteri delle sacre
scritture. Conciossiachè trovandosi in esse non poch
figure , tropi e siffatti altri modi , potrà ciascuno
leggendole, afferrarne più presto il senso recondito,
quanto più sarà versato nelle letterarie discipline.
Scelgansi adunque a tal uopo uomini tali, che abbiano
la volontà e la potenza d' apprendere e il desiderio
d' instruire altrui ; e ciò si faccia soltanto nel pietoso
intento che fu da noi divisato. Noi chiediamo che,
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come veri soldati della chiesa , voi siate benefici, dotti
e casti al di dentro, che, cioè, cristianamente vì-
viate : ma che del pari siate dotti all' esterno , cioè
fecondi parlatori, per modo che chiunque vorrà in
voi contemplare V interezza e la fede, in ciò che rag-
guarda il nome del Signore e la santità della vita,
resti edificato del pari e in una istrutto dalla vostra
dottrina. La quale si potrà riconoscere nel modo che
voi saprete leggere e cantare .... »
Non occorre andare più innanzi. Eccoci adunque
di fronte a un re teologo , che per tema d' offender
Dio con soUecismi , prescrive agli uomini di chiesa
lo studio delle lettere, senza punto curarsi dell' uni-
versale dei laici , quasi egli intendesse che la scienza
abbia ad essere esclusivo privilegio del clero. E che
così veramente sentisse , appar manifesto da un suo
capitolario del 789, in cui manda che in ogni mo-
nastero ed episcopio s'aprissero scuole di grammatica,
dì computo e di musica. Vero è eh' egli aggiunge do-
versi in ogni parecchia per opera del curato insegnar
la lettura a' fanciulli che gli verranno affidati, ma
ciò evidentemente nello scopo d'avviarli per tempo
agli uffici ecclesiastici. La stessa scuola palatina,
se pur sussisteva, venne organata sull'andare delle
scuole episcopali e monastiche, secondo il testimonio
dei più autorevoli scrittori di Francia.
Egli intese al postutto co' suoi ordinamenti a indi-
care la coltura che dovea possedere il clero, col-
tura ristretta più alla conoscenza del rituale litur-
gico, che alle gentili discipline e alle lettere. La
scuola allora altro non era che un avviamento al mi-
nistero ecclesiastico ; ciò spiega la povertà degli studi
ne' chierici delle estere nazioni. E invero il nostro
Teodolfo, che tenne il seggio episcopale di Orleans,
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si vide costretto a non chiedere a' sacerdoti altre
nozioni, che quelle dei riti, del dogma e del canto; e
Incmaro di Kheìms volle solo eh* e* comprendessero
quanto leggeano , e in ispecie le omelie di Gregorio
Magno. Non molto diversi gli statuti di Eicolfo del-
l' 886. Ma in ben nugliori condizioni versavano le
scuole italiane, e ben più innanzi n'erano i chierici,
come dal processo di queste istorie parrà manifesto.
La vera gloria onde Carlomagno rifulse , è gloria
italiana, dacché egli trasse d'Italia i migliori intel-
letti, massime da Soma, in cui non erano spente
ancor le faville delle lettere antiche. Stando egli in
questa città nella Pasqua del 787, sorse tra i can-
tori romani educati alla scuola di Gregorio Magno
ed i Franchi una viva disputazione sul modo di sal-
meggiare , la quale venne a lui sottoposta acciò ne
giudicasse. Ed egli rivoltosi a' suoi — qual' acqua,
diceva, è più pura, quella del fonte o quella de' rivi
che ne discorrono? — Certo, rispose ognuno, quella
del fonte. — Or bene, allor riprendeva, tornate al
fonte di S. Gregorio che voi corrompeste. — Indi
chiesti al Papa antifonari e due cantori dottissimi,
cioè Teodoro e Benedetto, mandavali alle scuole di
Metz e di Soissons, perchè n' educassero i giovani
al canto romano, e degli intrusi errori purgassero i
libri corali. Ma pur invano; perocché, aggiungono gli
scrittori del tempo, i Franchi con quelle lor prefe-
renze ispide ed acri, rompeano e non rendeano le
voci. In quella occasione i cantori romani recarono in
Francia anche l'organo, che fino allora -eravi ignoto.
Fra coloro che trasse seco d* Italia a risvegliare
in Francia l' amor delle lettere, primeggia il monaco
Alenino. Nacque quest'uomo illustre in Inghilterra
nel 735 , in quello stesso anno in cui moriva quel
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Beda, che fu a un tempo teòidgò/ diklettico e astro-
nomo. Alenino, giovane ancora, fu in Roma a com-
piervi la sua letteraria educazione. Carlomagno co-
nobbelo in Parma nel 780, e lo tolse a consigliere e
ad istitutore non men di se, che de' suoi figli, Carlo,
Pipino e Luigi. Appresso gli die' il governo della
scuola di Tours, ove per altro tornò pressoché pun-
tile il suo magistero. « Fo scarsi progressi, scriveva
al monarca : avanzo assai lentamente nel battermi
ognora contro l'ignoranza di questi popoli ». Né
ciò deve ingenerar meraviglia se si pon mente ai
metodi usati a que' di, eziandio dai migliori. Giova
addurre in parte un suo dialogo con Pipino re d' Ita-
lia, onde potrà il savio lettore argomentare in quai
povere condizioni si tapinasse V insegnamento, più che
di sode ragioni , vago d' arguzie , e inteso a tutto ab-
bracciare, senza sapere addentrarsi in cosa veruna.
Pipino. Che cosa é la scrittura? Alenino. La de-
positaria della storia.
P. Che cosa é la parola? A, L'interprete del-
l'anima. .
P. Che cosa é il cielo? A. Una sfera mobile, una
vòlta immensa ....
P. Che cosa é il sole? A. Lo splendore dell'uni-
verso, la bellezza del firmamento, il riso della natura,
la gloria del giorno, il distributore del tempo ....
P. Che cosa é la terra? A, La madte degli esseri,
la nutrice di quanto esiste, il granaio della vita, il
vortice che inghiotte ogni cosa.
P, Che cosa é il mare? A, Il campo degli audaci,
il confine della terra , l' albergo dei fiumi , la sorgente
delle pioggie ....
P, Che cosa é la vita ? A. La felicità degli eletti,
la sventura dei reprobi e l' attesa della morte.
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P. Che cosa è ì'ùonio? A. Un viatore che passa.
P, Quali sono i suoi compagni? A. Il caldo, il
freddo , la secchezza , Y umidità.
P. Quali le sue sensazioni? A. La fame, la sazietà,
il riposo, il lavoro, il sonno, la vigilia.
P. Quale è la sua libertà? A, L'innocenza.
E ^egue di questo andare, finché Alenino voltosi
al suo scolaro , gli dice :
A. Dacché sei giovane dabbene e d'ingegno, io ti
moverò alcune domande: fa di rispondermi.
P. Vi porrò ogni mio studio : se erro , correggimi.
P. Sia. Un ignoto conversò meco senza lingua né
voce; non era prima, né sarà dopo; io non lo intesi,
né lo conobbi.
P. Forse un sogno?
A, T apponi.
E qui nuovi enimmi, nuove arguzie e indovinelli
dello stesso tenore.
Grande ostacolo a progredir negli studi era l'inopia
de' libri, della quale Alenino forte lagnavasi, e sospirando
la sua biblioteca d' York , assai più ricca di tutte in-
sieme quelle di Francia, chiedeva all'imperatore gli
fosse dato provvedersi di codici in Inghilterra.
Fra coloro che spianarono alla Francia la via del
sapere , va noverato Pietro da Pisa , che tenne scuola
in Pavia fin da' tempi del re Desiderio, avendolo Al-
enino negli anni suoi giovanili udito in quella città
disputare con V ebreo Tulio. Caduto il regno de' Lon-
gobardi, Carlomagno il volle seco e apprese da lui i
rudimenti della grammatica. E' può dirsi a ragione,
come affermano gì' istessi Francesi , il primo istitutor
delle scuole nella loro nazione. Gli vengono dietro
Teodolfo, goto d'Italia e poi vescovo d' Orleans , au-
tore di poesie, di scritti teologici e d' istituzioni sco-
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lastiche , un Colominos ebreo pure d' Italia , che in-
segnò in Aquisgrana le scienze fisiche e le matema-
tiche: S. Benedetto, nato in Settimauia ed abate di
Anagni, e Paolino patriarca di Aquileja, dottissimo
uomo, come i suoi scritti ci testimoniano, il quale
sebbene non seguisse in Francia il suo principe , non-
dimeno lo spronò in mille guise a propagarvi la luce
degli studi e Y amor del sapere. A tutti per altro so-
prasta quel Paolo Diacono, di cui diremo con mag-
giore larghezza più innanzi.
L' opera di questi illustri valse a ingentilire la
Francia e a risvegliarvi l'amore delle ottime disci-
pline : ma sventuratamente per assai breve stagione ;
il regno di Carlomagno fu un lampo che rese più buia
la notte. Tutto ciò eh' egli tolse a fondare perì con esso
lui , al pari di quella Accademia , in cui egli assunse
il nome di David, Alenino quello di Fiacco, Angil-
berto di Neustria quello di Omero, Gisla sorella di
Carlomagno quel di Lucia, e di questo andare tutti
gli altri accademici. Lui morto, la Francia ricadde
nella primitiva barbarie, testimone • Lupo di Ferriè-
res, che appunto in que' giorni scriveva « ognuno
si duole della ignoranza de' maestri e della penuria
de' libri ». E Floro cantava « le pievi non hanno
curati, né dottori le cattedre ».
Praeauliòus plebea viduae , doctore cathedrae.
Fondatore impotente, giova ripeterlo, nulla durò di
quanto aveva creato. E chi benedirà, a mo' d' e-
sempio, al bastardo impero d'occidente, ch'ei tentò
far rivivere ? La restaurazione dell' impero de' Cesari
era un sogno d' infermo , poiché 1' aggregazione di
tanti popoli diversi sotto un sol freno, nulla poteva
aver di durevole. Della romanità primitiva erasi omai
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perduto il midollo , ed in ogni caso le vitalità indivi-
duali dei singoli popoli erano già troppo innanzi, perchè
si potessero cementare come già per lo passato, e
mantenerle aggregate in un corpo omogeneo. Arroge
che le razze barljare, le quali nella fiacchezza delle
stirpi latine aveano preso il disopra , erano allor sprov-
vedute, come pur incontra a' di nostri, d'ogni virtù
assimilatrice : ond' è che molte d' esse veniano travolte
nel grembo di una qualche nazionalità neo-latina. La
podestà imperiale de' Franchi, non solo non die' dritti
all' Italia sovra alcuna nazione , ma somministrò per
converso il pretesto a diverse nazioni d' accampar
dritti sovr'essa. E di quante sventure , di quanto spar-
gimento di sangue questo pretesto fu origine, lascio
che agevolmente sei vegga chi ancor non ha rinne-
gato la propria coscienza e la storia. E che diremo
del sistema feudale da lui, se non eretto, per certo
almeno restaurato e svolto, e giunto quindi al suo
colmo colla costituzione di Corrado nel secolo XI? Si
levò a cielo la sua sapienza, ma oggidì è dubbio s'ei
fosse abile a vergare il suo nome, ed Eginardo ci
afferma , che essendosi assai tardi applicato a tracciare
le lettere, vi riusciva assai poco; — panim successit
labor praeposterus ac sero inchoatus, — Si parlò della
magnanimità sua, ma la strage de' cinque mila Sas-
soni ai quali fé' mozzare il capo, ne mostra \ animo
efferrato e crudele. Si celebrò il suo valore guerresco,
ma di tante battaglie da lui combattute una sola è
rimasta nella ricordanza degli avvenire: la disfatta
di Roncisvalle! Si lodò la sua tolleranza in tema di
religione: ma ne' suoi Capitolari troviamo fulminata
la pena di morte a que' Sassoni, che ricusassero d' as-
soggettarsi al battesimo, e ardessero i cadaveri in-,
vece di sepellirli. Tali non erano invero gli ammae-
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stranienti che quel malvagio Sicambro ebbe da Alenino,
il quale insegnava, — Qucmodo pctest homo cogi ut
credat quod non crediti Impelli potest homo ad bapti-
smum, non ad fidem, —
Non tutti per altro tenean Carlomagno in quello
alto concetto in cui volle locarlo la chiesa di Eoma.
Ben altrimenti ne giudicava un secolo appresso il
monaco Vittino nella sua famosa visione, che trovasi
registrata negli atti dell' ordine di S. Benedetto. Vit-
tino levatosi in estasi, vide il malo spirito, che se-
guito da una lunga tratta di demoni, voleva impa-
dronirsi di lui. Senonchè gli angioli scendono in sua
difesa, e tradendolo con essi loro traversò scoscese
montagne ed irti burroni, potè scorgere in mezzo a
questi aflfogato in una ardente fiumana un numero
stragrande di preti, alcuni de' quali ei potè ricono-
scere alle fattezze conte. Fm que' tormentati scorse
pur Carlomagno, avviluppato e morso da un immane
colubro. Del che forte meravigliando , seppe che quel
principe \enia così martoriato pe' laidi suoi porta-
menti. Valafredo Strabone che verseggiò questa leg-
genda, a designarlo con più di chiarezza v'inseriva
un acrostico — Carolus imperator —
Parrà quindi cosa assai strana che intomo al nome
di Carlomagno abbiano potuto aggropparsi imprese su-
blimi ed eroiche: più strano ancora che tante favo-
leggiate avventure sieno divenute popolari in Italia,
a fronte de' Longobardi, non più stranieri fra noi,
ma fatti, dopo oltre due secoli di civil reggimento,
per indole e per costume italiani. Senonchè i Longo-
bardi aveano osato scuotere il giogo di Roma, la quale
invitando il franco monarca a calare in Italia, dopo
le di lui facili vittorie, ne circondò il nome di un'au-
reola di gloria a troppo lieve prezzo acquistata. Vo-
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lendo fare di lui il fondamento delle sue future usur- .
pazioni , incorouavalo col diadema de' Cesari , e pre-
dicandolo per uomo santissimo e inviato da Dio, ne
ascondea le brutture che lo deformavano. Perciò con-
corro agevolmente nella sentenza di chi tiene esser
stata la corona imperiale di Carlo pensiero e forza
di tradizione romana: ond' è che necessariamente dovè
rieccitare lo studio e l'imitazione delle lettere del-
l'impero latino, sebben venuto a mani d'un barbaro.
E come i Cesari si ebbero i lor piaggiatori fra i loro
aderenti, cosi egli era mestieri che anche il nuovo
imperatore s' avesse i suoi laudatori fra i chierici: e
invero fu un monaco di Fulda, Eginardo, che prima
tolse a dettame la vita, seguito poi da Turpino e da
parecchi altri. La corte di Roma avvolse di un fu-
cato splendore il capo di Carlomagno, che di re stra-
niero e di malvagio avventuriere tramutava in un
santo, in un legittimo principe, in creatore di una
epoca nova di civiltà e di grandezza. Fu agevole
allora raccogliere intomo a lui, e suggella? del suo
nome anche le gesta già da molti anni compite per
opera di Carlo Martello, e con lui confondere ap-
presso un terzo Carlo, cantando le ribellioni de' grandi
contro il potere imperiale: lunga schiera di perso-
naggi, che più manco ebbero tutti il loro poema.
Laonde non è a maravigliare se presso i popoli cri-
stiani prevalse Y idea di scorgere in lui il simbolo
del vero eroe , da cui si svolse un intero ciclo di mi-
rabili avvenimenti. H nome di Carlomagno passò in
tal guisa in un' atmosfera d' idealità , d' epopee , di
leggende per opera esclusiva di Eoma e di colui che
scrisse la cronaca attribuita a Turpino, amico e com-
pagno del principe nella sua impresa contro i Sara-
ceni di Spagna. La quale impresa sebbene abbia sor-
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tito un miserrimo fine, fu nondimeno, al pari dell' II-
liade, il luogo comune, da cui poeti e novellatori at-
tinsero ispirazione e derivarono i loro canti.
Questa cronaca rivela ad ogni pie* sospinto Y in-
tendimento che proponeasi la curia romana: far, cioè,
di Carlomagno il tij)0 del guerrier religioso , che do-
cile al comandamento de' papi, imprende la guerra
contro i nemici del nome cristiano. Ond' è che opino
col Vossio nel credere, che non già Turpino, ma
papa Calisto II sia stato il vero autore di questa
cronaca. Di recente G. Paris intese provare che dal
primo al quinto capitolo sia stata scritta da un mo-
naco di Campostella nel secolo XI, e che i seguenti
capitoli vi fossero aggiunti da un altro monaco di
Saint-André di Vienna tra il 1109 e il 1119. Ma
questa opinione chiede ancora il rincalzo di più effi-
caci argomenti.
Ne sporrò a brevi tratti il contenuto. Carlomagno
sprofondato negli ozi della sua reggia ha una visione:
pargli scorgere un solco mirabile di luce che attra-
versa gran parte d' Europa: e dietro 1' apostolo S. Ia-
copo, che con aspre rampogne lo spronasse a rompere
il suo indegno letargo, purgare la Spagna dai Mori
e far tronfare la chiesa di Cristo. Riscosso a tai voci,
il principe non pone indugio all' impresa; raccoglie i
famosi suoi paladini superstiti di tante battaglie, e
move alla santa crociata. Ogni suo passo è segnato
'da grandi prodigi: il sole arresta per tre giorni il
suo corso: le mura di Pamplona cadono al pari di
quelle di Gerico: nella giornata di S. Facondo l'iaste
de' suoi guerrieri conficcate al suolo vi metton radici
e fioriscono : innumerevoli croci vermiglie scintillano a
tergo de' combattenti. Turpino rapito in estasi, con-
templa le anime dei caduti in battaglia cinte della
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palma dei martiri, fra cui quella del beato Orlando,
ucciso per mano di Bernardo del Carpio, che accom-
pagnata da un* angelica schiera vola ai gaudi de' cieli.
Altre meraviglie , altri portenti lascio da parte per af-
frettarmi deviatamente alla fine : cioè al solenne con-
cilio dei prelati, dei principi e (Jei vescovi, in cui
il fortunato vincitore impone che tutti i signori , i
grandi ed i re della Spagna in perpetuo obbediscano
al vescovo della chiesa di S. Iacopo, e che tutti gli
Spagnoli paghino del pari in perpetuo un annuo tri-
buto a quella chiesa che da Turpino vien consacrata.
La prevalenza del potere teocratico sovra ogni altro
potere è affermata : Calisto proclamando autentica una
tal cronaca, ponea quel tessuto di favole sotto il pa-
trocinio dell' infallibilità pontificale.
Questa cronaca, come avvertimmo, fti la sorgente d'in-
numerevoli altri poemi , cui soprasta la famosa chan-
son de Roland, Nella quale non veggiamo del pari
che un messo di Dio, un monaco armato perla causa
della fede, il cui solo intento è Y acquisto della bea-
titudine eterna; il che tuttavia non gli contende di
scendere talora dalle sue ascetiche contemplazioni
per accostarsi alla terra, ed ardere qualche granello
d* incenso a quelle beltà, che V oriente inviava a rin-
forzar le sue schiere , e a tentar 1' animo dei guer-
rieri di Cristo. E con ciò V epopea carolingia, che ha
per fondamento un fatto isterico, dà la mano a' romanzi
fantastici del ciclo del re Arti, fusione che spicca
apertissima nei poemi del Pulci, del Bojardo e del-
l'Ariosto, non che del Cid Campeador, onde s'illu-
stra la letteratura spagnola. Nel concetto italiano
Carlomagno del pari subì una gravissima degradazione
epica, e divenne un volgare tiranno e un insidiatore
della virtù femminile, quale appunto ci si manifesta
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nel poema franco- veneto d' Ugo d' Alvernia , posse-
duto dalla biblioteca del Seminario di Padova. E valga
a suggello dell'esposte cose l'aggiungere che il poeta
della rettitudine, Dante Alighieri, noi tenne degno
d' essere accolto in ninna parte dell' immortali sue
cantiche.
Se nulla deve a Carlomagno l' Italia , non reputo
abbia maggior aspetto di vero 1' opinione che tiene,
doversi all' editto di re Lottano la restaurazione
delle scuole italiane e il conseguente fiorir delle let-
tere* Questo monarca, dopo aver dolorato che per
ignavia dei preposti agli studi ogni lume di coltura
si fosse smarrito , correndo Y 823 bandiva — che tutti
coloro i quali per sovrano comandamento stanziavano
in designati luoghi nell'intento d'insegnar la gram-
matica, debbano con ogni possa ingegnarsi, acciò i
discenti ad essi aflSdati s'avvantaggino dei loro ammae-
stramenti, e attendano a quelli esercizi , che gli odierni
bisogni richieggono. E per dare a ciascuno la maggiore
agevolezza ad occuparsene, abbiam stabilite alcune
sedi da ciò, affinchè la lontananza e la povertà non
possano servire di scusa ad alcuno. E le sedi fien
queste. Vengano primamente in Pavia alla scuola di
Dungallo que' di Milano, di Brescia, di Lofti, di Ber-
gamo, di Novara, di Vercelli, di Tortona, d'Acqui,
di Genova, d'Asti e di Como. In Ivrea il vescovo
regga egli stesso la scuola. Convengano in Torino
quei di Ventimiglia, d'Albenga, di Vado e d'Alba.
Traggano ad erudirsi in Cremona quei di Reggio , di
Piacenza, di Parma e di Modena. Abbiano quei di
Toscana, Firenze. Mandino a Fermo i loro discepoli
la città del ducato di Spoleto : a Verona quei di Man-
tova e Trento: a Vicenza quei di Padova, di Tre-
viso, di Feltre , di Ceneda e d' Asolo. Le altre città
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awieranno i loro discenti alla scuola di Cividale
nel Friuli. — Pavia, Ivrea, Torino, Cremona, Fi-
renze, Fermo , Verona , Vicenza e Cividale erano
adunque le città privilegiate a diffondere T insegna-
mento; ma merita veramente Lottario le lodi onde
gli son larghi gli storici , come ordinatore delle
scuole italiane ? Se si considera che pressoché tutte le
pievi e cattedrali d'Italia già possedeano ab antico una
scuola ad uso de* chierici, e che papa Eugenio nel
concilio di Roma dell' anno 826 e quarto del regno di
Lottario, deplora l'universale diffetto de' precettori, e
manda che in ogni sede vescovile e in ogni pieve v'ab-
bia un maestro che insegni grammatica e svolga al
popolo le divine scritture, noi andremo agevolmente
persuasi, non altro aver avuto di mira Lottario, se
non prevenire il decreto del concilio romano; talché
le finora credute pubbliche scuole al postutto non eranp
che scuole ecclesiastiche, ristrette per soprassello al
solo salterio, e tutto al più ai primi rudimenti della
grammatica , e quindi di ninno o d' assai scarso sus-
sidio pei laici.
Ma indipendentemente da queste, v' aveano in pres-
soché tutte le italiane città vere scuole pel popolo.
Leggeva fn Pavia intorno al 700 il grammatico Fe-
lice , onorato pe' meriti suoi da re Cuniberto d' un
bastone ornato d' oro e d' argento. Successe alla sua
cattedra Flaviano che gli era nipote e divenne il mae-
stro di Paolo Diacono. Il vedere nell' editto di Lot-
tario nominata Pavia per la prima, e l'averle asse-
gnato un numero di città maggiore assai che ad ogni
altra, ci mostra aperto essersi in essa conservate dai
tempi dei re longobardi non lievi traccie di lettere e
chiarezza di studi. Di Dungallo nomato nell' editto
come docente in Pavia, difficile il dire: opino fosse
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Ili
quel Dungallo scozzese che Carlomagno nel 780 avea
chiamato in quella città, da cui tramutavasi nel mo-
nastero di Bobbio: e non già il Dungallo di Saint-
Denis, che in un suo trattato sopra l'eclisse mostrasi
affatto scevro de' pregiudizi che infestavano le menti
d' allora. Non inferiore a Pavia per vivezza d* arte e
di studi era Lucca, ove troviam cattedre d' eloquenza,
di dritto e di medicina , e abbondanza di pittori , d' orafi,
e d' altri artefici. Benevento, ultimo limite della lon-
gobarda dominazione, e Salerno levavano già di se
fama grandissima.
A questi istessi tempi risale la prima fondazione
in Milano di un Brefotrofio per • opera dell' arciprete
Dateo (787), il quale raccogliendo i parvoli abban-
donati sulle pubbliche vie, dava alla sua istituzione,
mercè d' una associazione di pie matrone , il vero
carattere de' nostri asili d', infanzia. Nel secolo istesso
Gesone vescovo di Modena, concedendo (769) la chiesa
di S. Pietro in Siculo all'arciprete Vittore, ordina-
vagli di raccogliere e d' istruire i fanciulli. Ma tutti
avanza il vescovo Attone di Vercelli, il quale inse-
gnando — r ignoranza essere madre di tutti gli er-
rori e perciò da causarsi , massime dagli ecclesiàstici
cui era commesso il carico d' addottrinare le moltitu-
dini — volle che in ogni angolo della sua diocesi ve-
nissero gratuitamente istruiti i fanciulli negli ele-
menti delle lettere. Ebbe amico e imitatore il diacono
Gunzone di Novara, che recò dalla Spagna in Italia
oltre cento volumi, fra i quali il Timeo di Platone,
e sparse in Francia e in Germania, ove Ottone III
chiamavalo , 1' amore della sapienza. Al pari di lui
Stefano di Novara, famoso grammatico, passò in Ale-
magna a dirozzare que' popoli. Accanto a questi por-
remo Adalberto da Bergamo, Pietro e Gozzellino da
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Padova, Zenobio da Fiesole e Adalberto d* Arezzo,
de' quali ci duole non potere, cacciati dal lungo tema,
divisare r opere e i pregi, paghi di dire, che per
aver fevoreggiato ogni maniera di studi, meritano spe-
ciale ricordazione ne' posteri.
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CAPO VI.
PAOLO DIACONO E I SUOI CONTINUATOEI
SOMMARIO
Il monaco di San Gallo e le scuole francesi — Le quali son
opera d' illustri Italiani e in ispecie di Paolo Varnefrido —
Errori che corsero sulla vita di lui — Suoi maggiori e sua
giovinezza — Paolo in corte d* Arichi — Si rende monaco
a Montecassino — Carlomagno ascrive a lieta ventura d' a-
verlo in sua corte — Storia de' vescovi di Metz, e T Ome-
liai-io — Suo ritorno in Italia: morte d' Arichi e sue lodi —
Diverse opere di Paolo e sua scuola — L* Epitaffio d' Ilde-
rìco — L' istoria de' Longobardi — Discepoli e continuatori
di Paolo ; Autperto , Bassario , Erchemperto e i due anonimi
Salernitani — Liutprando e cronisti diversi — Dell' idioma
longobardico — L' editto di Rotari.
H monaco di San Gallo, primo raccoglitore delle
leggende carolingie, neir intento d' esaltare il franco
monarca e crescergli riverenza ne' posteri col baglior
de' portenti, anziché riferire agli Italiani, da Carlo-
magno tratti in Francia, il rigoglio de' buoni studi
in quella nazione, ne ascrive Y origine a casi insoliti
e fuor dell' usato. Ei ci narra che alcuni mercatanti
britanni avendo approdato ai lidi di Francia, mentre
E. Celesia. Storia della Letterat in Italia. 8
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erano intesi allo spaccio delle loro derrate, due Scoz-
zesi cacciatisi in mezzo alle turbe, si fecero con gran
lena a gridare: « Chi vuole acquistare sapienza ac-
corra a noi che ne teniamo a ribocco ». Senonchè
gli astanti, ignorando che cosa fosse sapienza, né
veggendo posta in mostra suppellettile alcuna, gli
ebbero in conto di sciatti e tirarono oltre. La no-
tizia del fatto giunse àgli orecchi di Carlo, il quale,
avuti a se i due forestieri, e udito da lor confermare
che avevano sapienza da vendere, ne gli richiese. dei
prezzo. E quelli al monarca :^« non danajo si cerca da
noi, si bene luoghi acconci ad insegnare e ingegni
capaci ad apprendere, oltre quel po' eh' è mestieri
alle necessità della vita ». Il re lieto oltremodo del
caso, ritenne per alcun tempo presso di se i due
Scozzesi, e quando fu costretto a partirsi, travolto
com' era in assidue imprese di guerra, ordinò che
r un d' essi fondasse in Francia uria scuola per eru-
dirvi la gioventù, e V altro venisse in Italia nel lào-
nastero di Sant' Agostino in Pavia a darvi opera del
pari a insegnamenti diversi. Il favore onde re Carlo
accolse i due sapienti si divulgò per tutta, Inghil-
terra, e mosse un tale Albino od Alenino a riten-
tare la prova. Perchè salita una nave , fu in breve al
cospetto del re , che gli fu largo non solo d* oneste
accoglienze , ma il volle a suo precettore ed amico.
Appresso creavalo abate del monastero di San Martino
di Tours , acciò potesse vacare tranquillamente agli
studi, che per suo impulso crebbero a tale,, da con-
vertire la Gallia in una nazione emula d'Atene e
di Roma
Questo racconto del monaco di San Gallo, oltre la
inverosimiglianza del fatto, urta per ogni lato colle
isteriche testimonianze, che tutte concordano nel-
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r affermare V origine delle scuole francesi non po-
terai riferire a Scozzesi o a Britanni, bensì a quegli.
Italiani di cài più sópra toccammo, e; in i$pecie a:
Pietro da Pìsa^ a Teodolfo, a Paolino patriarca d* A-
qnileja e parecdii altri.
Ma' fra .i piiu saputi uomini che Garlomagno trasse^
d' Italia ad indirizzare il suo regno nelle vie de' ci-
vili progredimenti e a ridestarvi Y amor delle lettere,
niuno avanza, per quanto sien grandi i meriti del
monaco di Jork, quel Paolo Vamefrido, più noto col
nome di Paolo Diacono,* che in tema di storie fu lo
scrittore più eminente de' suoi tempi e di molti se-
coli appresso. Non è agevole impresa narrarne b,
parte a parte la vita, e sceverare quanto di falso;
innestaronvi le leggende sparse a larga mano in tutte
le cronache, massime in quelle di Leone Ma,rsicano.
Narrano alcuni che condotto in Francia dal re»
dopo il sacco di Pavia, e venuto in sospizion^ de'-
cortigiani per la fede da lui serbata a Desiderio,
suo antico signore, lo accusassero di tramare alla
vita del loro monarca. Il quale avutolo innanzi a se,
udì raffermare dal suo labbro V immutabile sua de-;
vozione alla causa de' Longobardi ; perchè acceso,
d' ira ordinò gli venissero tronche le mani. Seiio.nchè-
tornato ad un tratto a più miti consigli , «: óve uoy
troveremo » diceva « se gli si mozzano le mani,:
uno scrittóre a lui pari? ». Allora i grandi sog-
giunsero: « Giusto è commiserare a tanto uoino:;r
però ti consigliamo a fargli cavar gli occhi, acciò:
non iscriva più verbo contro di te »^ E a sua voll.^.
re Carlo : « Dove troverem noi un istorlógrafo ed uu
poeta della sua tempra ?» — Gonvenhero quindi di
mandarlo a confine nell' isola di Tremiti :» altri scrive
per contro che veramente lo abbacinarono.
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116
Ma poste queste ed altre invenzioni da banda, noi
ci faremo a coglier di lui que' tratti di vero, che la
pertinacia di lunghe ricerche ci pose dinanzi.
Caviamo anzi tutto da Paolo stepso la storia de'
suoi maggiori. I quali venuti in Italia co' primi Lon-
gobardi, posero la loro stanza nel Friuli sotto Gi-
sulfo fondatore di quel ducato; senonchè alla discesa
degli Avari furono condotti schiavi in Pannonia,
e di cinque fratelli eh' erano, a un solo di nome
Leufi, venne fatto di poter sciogliersi dalla sua cat-
tività in guisa al tutto inusata. Imperciocché ignaro
delle vie da percorrersi, si die' a seguire le traccio
di un lupo, finché estenuato dagli stenti e da pro-
tratti digiuni, sarebbe perito, se una vecchia slava
non r avesse opportunatamente soccorso. Pervenuto
in Italia, non d' altro armato che d' una faretra e
d' un arco, trovò deserta la casa nativa, anzi con-
versa in un mucchio di macerie, tra le quali cre-
sceano rigogliosi i rovi e le spine. Un olmo sor-
geva nel suo bel mezzo : ivi appese arco e faretra,
e diessi a sterpare le male erbe e i pruneti che la
ingombravano : finché sovvenuto da parenti ed amici
crebbe le sue possessioni, menò moglie e n' ebbe un
figliuolo cui pose il nome d' Arichi. Questi generò
Varnefrido, il quale a sua volta die' vita a Paolo, il
narratore delle gesta de' Longobardi.
Nacque egli adunque d' illustre prosapia in Civi-
dale del Friuli a mezzo il secolo Vili, e fu educato
in corte di Eachis alle discipline liberali; fra i suoi
docenti ricorderò quel Flaviano grammatico , cui
serbò fino all' estremo riverente osservanza. Fu caro
eziandio a re Desiderio che 1' ebbe a suo cancelliere.
Pare che ascritto al chiericato passasse ad Aquileja,
ove esercitò V uflScio di diacono ; dalla quale città
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tramutossi a Benevento, chiamatovi, per la fama dei
suo sapere, ad ammaestrar nelle lettere la gentile
Adalberga consorte d' Arichi, duca di quella città.
Era allora Benevento sede illustre d' ogni coltura,
promossi alacremente da Arichi, autore egli stesso
di non spregevoli versi, come quegli che a detta di
Paolo « nostrae aetatis solus paene principum sa-
pientiae palmam tenet ». E invero alcuni anni ap-
presso Ludovico II vi rinveniva ben trentadue filosofi,
vuoi professori di lettere umane. Arichi eh' aveva
tolto in moglie la figliuola del re Desiderio, udita la
cattività del suo signore, anziché prostrarsi dell* a-
nimo, ardì assumere titolo e insegne di principe,
quasi volesse restaurare nell' Italia cistiberina il re-
gno de' Longobardi; ma Carlo con numerosa oste si
rovesciò sopra lui, facendolo suo tributario, e traendo
seco in ostaggio il suo primogenito. In corte d' A-
richi, supremo rifugio del nome longobardo, Paolo
dettò le iscrizioni per i sontuosi edifici cui il prin-
cipe aveva posto mano, fra i quali un monastero e
una. chiesa presso il suo palagio di Benevento, con-
sacrata alla Divina Sapienza, onde fu detta di Santa
Sofia.
A richiesta d' Adalberga dettò pure quel compendio
di storia, che per essere compilata da brani di au-
tori diversi, nomava Historia miscella. È divisa in
ventiquattro libri ; i primi undici son cavati dal
Breviario d' Eutropio con parecchie addizioni: i
cinque seguenti, i soli che appartengano a Paolo,
comprendono il periodo che corre dal regno di Va-
lentino a quello di Giustiniano. Gli ultimi otto vo-
glionsi attribuire a Landolfo il Sagace, e pervengono
sino all' 806, cioè fino all' elevazione di Leone IV
all' impero.
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Senonchè la caduta e la schiavitù di sua gente
trionfata dai Franchi, gli erano spine all' animo già*
travagliato da domestiche disavventure : dall' esiglio,
cioè, del fratello, che per aver preso parte alla insur-
rezione del Friuli giacea da ben sette anni prescritto ,
collo strazio d' aver dovuto abbandonare nelle più
fiere distrette una moglie amatissima, gravata del peso
di quattro figliuoli: e di una sorella a lui caramente
diletta, che ridottasi monaca, aveva pel soverchio la-
grimare perduto affatto il vedere. Ond' è che volte le
spalle alla corte, divisò vestir l' abito monacale a
Montecassino. In qual anno ciò avvenisse non e' è
dato chiarire. Certo egli è, che nell' aprile del 771
ftironò presentati in Eomaa Carlomagno alcuni versi
elegiaci, coi quali Paolo implorava la reale clemenza
a prò' del fratello, acciò rendesse al «aptivo la patria
e una parte delle avite fortune.
Septimm annua adest, ex quQ tua cama dolorea
Multiplicea generai, et mea corda quatit,
Capttvus vestris ex tunc germanvbs in oris
Est meu8, afflUsto pectore, nudus, egens. •
NoblUtajs periity miseria accessit egestas:
Debuimus, fateor, asperiora pati,
Sed misererCy potens rector, miserere, precamur,
Et tandem finem his, pie, pone malis.
Non sembra che Carlomagno si porgesse arrende-
vole alle fattegli supplicazioni; talché. l'anno ap-
presso recossi in Francia egli stesso per addolcire la
sorte del fratello, e rinnovar le preghiere per la di
lui liberazione.
Carlo ascrisse a lieta ventura la venuta del mo-
naco; eh' e' in quel tempo travagliavasi appunto a
cercar ^ente erudita per ammaestrare i suoi popoli;
onde commise a Pietro da Pisa di festeggiare poeti-
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camente V arrivo in corte di quell' uomo dottissimo,
'quasi inviato da Dio a coltivare co' semi della sa-
pienza gli ignavi intelletti de' Franchi: « ut inertes
aptes fecundls seminibus ». E Pietro rispose al de-
siderio del re con lodi a Paolo eh* oggidì sembre-
ranno eccessive, chiamandolo Filone neir ebraico, 0-
mero nel greco, Virgilio nel latino; ma tale era Y an-
dazzo di queir età e Y opinione che s' avea del buon
cassinese, e gli uomini hannosi ognora a giudicare coi
concetti de' tempi in cui vissero.- Come stemperati
gli encomi, così umili troppo e rimessi i sensi di
Paolo, respingendo nella sua risposta ogni elogio, e
affermando non possedere conoscenza veruna dell' e-
braico e del greco, cosa eh' egli altrove smentisce ,
dicendoci aver nelle scuole appreso alcun che di quelle
due lingue. E invero re Carlo, trattolo seco in Aix-
la Capelle, gli commise di erudire nel greco i chie-
iici destinati a scortare in Costantinopoli la princi-
pessa Eotrude allor fidanzata a Costantino figliuolo
dell' imperatrice Irene. Nei quattro o cinque anni
eh' ei visse in corte di Francia e nel monastero di
Metz, causa gli indugi del re a graziare il fratello
e i suoi compagni d' esigilo, tolse a insegnar la poe-
tica e r oratori^b : a lui d' ogni parte traeano per
udir r esposizione dei classici latini di cui gran pe-
nuria era in Francia : i dotti stessi lui come sovrano
precettore ammiravano. Questi insegnamenti che sve-
gliarono in quella regione 1' amor degli studi, non
gli impedirono di dar opera a scritti di varia ra-
gione ; tali le inscrizioni funerarie per la regina Ude-
garde e per due figliuole e due sorelle del re: tale
la storia dei vescovi di Metz dettata per impulso
d' Angelramo, vescovo di quella città : tale infine la
collezione di omelie, cui intese per commissione di Carlo.
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Questa raccolta trascritta in molti esemplari sotto
la direzione d' Alenino, va preceduta da una lettera
dello stesso monarca, che mette in sodo il metodo
seguito da Paolo, e il vivo ardore e la pietà onde
il . re travaglia vasi a rialzare gli studi teologici.
« Essendo mio fermo intendimento » egli dice « dlm-
megliare le condizioni delle nostre chiese, con assidua
cura vegliamo ad avanzare le lettere, cui la ignavia
degli avi nostri lasciò ire a ritroso, volendo che il
nostro esempio sia stimolo a . seguirci nello studio dei
libri sacri. E già i testi dell' antico e del nuovo Te-
stamento dair ignoranza dei copisti stranamente alte-
rati, vennero sottoposti, la Dio mercè che in tutte
cose ci assiste, ad una emenda accurata. Mosso dal
desiderio di calcare anche in ciò le vestigia del nostro
genitore Pipino, di veneranda memoria, che intro-
dusse in tutte le chiese della Gallia V uso del canto
romano, noi vogliamo che queste possano egualmente
arricchirsi di scelte e opportune lezioni... Ond'è che
avendo accolto il disegno di riformare i testi scorretti ,
noi ne affidammo il carico a Paolo Diacono, nostro
famigliare. Il quale dopo avere con indefessa solleci-
tudine compulsati gli scritti dei Padri della chiesa,
doveva, a seconda dei nostri desideri, raccogliere dagli
stessi, come da prato ubertoso, i più odorosi fiori e
farne ghirlanda. Egli affrettandosi a compiere i nostri
voti, rilesse i trattati, i discorsi e le omelie de' Padri,
e i brani più notevoli ne cavò fuora per comporne
due volumi che ci presentò, e che comprendono una
serie di lezioni ordinate, monde da errori e accomo-
date a ciascuna festa deir anno. E siccome questo
testo fu da noi sottomesso a minuta disamìnazione,
perciò munito della piena autorità nostra , lo inviamo
alla vostra pietà, e ne raccomandiamo la lettura in
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121
tutte le chiese cristiane ». L' Omeliario di Paolo
sali in tanto credito, che per parecchi secoli non vi
fu libro più accetto e più divolgato.
Non ostante la domestichezza di Carlo e il bene-
volo, sebben tardo accoglimento delle sue supplica-
zioni per quanto ragguardava la cattività del fratello,
molti fra i principali Longobardi e gì' implicati negli
insorgimenti friulani logoravano ancora neir esiglio
la vita: e per essi s' adoperava il buon monaco, e indu-
giava il suo ritorno in Italia, che pur tanto stavagli
a cuore. Di che tenea ragguagliato Teodemaro, abate
di Montecassino, accertandolo che non appena vedrebbe
spezzati i lor ceppi, nulla potrebbe ritardargli la di-
partita. « Sebbene io mi trovi » cosi egli scriveagli
« fra cattolici e seguaci di Cristo : sebben tutti mi si
porgano cortesi e usino meco benignamente per Y os-
servanza che nutrono verso il nostro padre San Bene-
detto e i meriti vostri, non pertanto a confronto del
monastero la corte mi ha V aspetto d' un carcere, e
al paragone della calma che si gode costi, parmi di
essere travolto in mezzo ad un turbine ». Ma venne
il di finalmente che ottenuto Y assenso del re, non
pose indugio a risalutare la patria e gli ermi recessi
del monastero. Noi lo troviamo infatti a Montecas-
sino tra il 786 e il 787 assorto in opere di schietta
pietà, e inteso a dettare la storia de' Longobardi,
dalla loro uscita di Scandinavia fino allfi morte di
Liutprando avvenuta nel 744.
La solitudine in cui traeva i suoi giorni rese in
lui più intenso Y amore alla memoria del duca Arichi,
che ferito nel più vivo del cuore per la subitanea
perdita di Eomualdo suo primogenito, usciva di vita
il 26 agosto del 787 neir età di cinquantatre anni.
La sua morte fu pianta a calde lagrime da tutto il
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sao popolo. Della bontà, della giustizia, dèi senno di
Arichi fan fede le lodi tessutegli da Paolo in un fa-
condo epitaflSo ; la sua munificenza attestano parecchi
edifici per istruttura ed ornamenti fastosi. Lasciava
due figliuole ^ il giovinetto Grimoaldo, ostaggio di
Carlo. Adalberga sua vedova prendea le redini del
ducato, donna di mente sagace se altra fu mai, or-
nata di lettere e versatissima nelle filosofiche lucubra-
zioni. Paolo intese a consolarla nelle affitte fortune,
dipingendole dapprima il dolore dei popoli già sog-
getti ad Arichi, e le lacrime per essi versate sulla
salma del loro signore, ed esaltandone quindi le pe-
regrine virtù, sebbene a degnamente onorarlo sia
tf uopo, egli dice, posseder la vena di Cicerone e le
armonie di Virgilio, Ecco a saggio del suo poetare
alcuni versi su tale subbietto:
Lugentum tacrymls populorarn rosclda tellus
Principia haec magni nobile corpus hahet,
Hic namque in cunctis recaham celeberrimus heros
Praepollens Arichis, oh ! decits atque dolor.
Tullius ore potens cujus vix pangere laudeè
Ut dignam est posset, vel tua lingua, Maro.
Tarn felix olim, num tamque miserrima conjux
Regali in thalamo quam Ubi junxit amor:
Eheu ! perpetuo pectus transfixa mucrone,
Languida membra trahens, te, moribunda^ dolete
Viderat unius, heu ! nuper pia f urterà nati :
Ast alium extorrem, Gallia dura, tenes.
Huic geminae natae vernanti flore supersunt ,
Solamenque m^li, sollicitusque tim^yr.
Has cernens reddi vultus sibi credit am^atos :
Haec ne praeda fiant, fluctuabunda pavet.
Fra le opere che dettò Paolo, oltre le già cennate, si
hanno le vite di S. Gregorio papa, di S. Cipriano, dì
S. Arnolfo, quelle dei SS. Benedetto, Mauro e Scola-
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ytica': non che poesie lodatissimè, fra le quali Y inno
a S- Giovanni Battista, assai noto nell' istoria della
musica per Y applicazione alla misura dell' ottava fat-
tane da Guido d' Arezzo, non che 1 versi in omaggio
dell' anzidetta Santa Scolastica. Erano allor in uso gli
enimmi, e Paolo da Pisa gliene indirizzava uno di
quarantasette versi, al quale il nostro poeta rispose
egualmente con altro enimma. Lo stesso re Carlo si
compiacque di proporgliene alcuni. Imperocché vivo era
tuttora r aiSfetto eh' egli nutriva per lui, di che fan
testimonio due rozzissime epistole a lui dirette, Y una
delle quali incomincia;
Pàrvùla rex Carolus seniori carmina Paulo
Dllecto fratri mittit honore pio :
e si chiude col seguente commiato;
lille quàere m>eum per sacra culmina Paulum: '
Ille habitat medio sub grege, credo, Dei.
Inventumque senem devota mente saluta:
. Et die .; rex Ca/rolus mandai aveto tibi.
In un' altra sua epistola rende eziandio testimo-
nianza di lode alla fioritissima scuola che Paolo aveva
aperta in Montecassino ; e volgendosi alla sua musa
gì' impone di salutare gli almi fratelli del chiostro ,
dai quali fluia tanto miele di sapienza, e i cui versi
stillavangli tanta dolcezza nel cuore;
die vale fratribus almia
Dulcia qui nobis doctrinae mella ministrant,
Carminibusque suis permulcent pectora nostra.
E qui non possiamo non dire come alla scuola an-
zidetta usassero coloro che amavano erudirsi nelle di-
scipline sacre e profane ; né soltanto Stefano II ve-
scovo di Napoli vi mandava i suoi chierici, ma dalla
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Grecia, dalla Germania, dair Africa, per testimonio di
Leo, autorità non sospetta, traeano a Montecassino
tutti coloro che aveano sete d' apprendere.
A completar pienamente la vita di questo illustre
intelletto, è mestieri consultare il poema in versi a-
crostici, 0, come allora diceasi, epitafio di queir Ilde-
rico, che fu tra i suoi più strenui discepoli, a tale
che per le sue molte virtù meritò d' essere eletto nel-
r 834 ad abate di Montecassino, sebben ne tenesse il
governo per soli quarantatre giorni. Egli imprende a
ricordare la chiarezza della stirpe dei Varnefrido, che
soprastava per potenza e lautezza di censo a quante
altre prosapie stanziavano in riva del Timavo , là
dove colle chiare acque irriga il pian d'Aquileja. Ap-
presso ce lo addita in corte di Rachis, che si compiacque
informarne il cuore e la mente agli studi sacri, spe-
randolo un dì gloria e presidio della nazione:
Divino instinta regalia protinua aula
Ob decua et lumen patriae te aumpait alendum.
Omnia Sophiae coepiati culmina aacrae,
Rege movente pio Batchia , penetrare decenter,
E qui il poeta alludendo alla discesa dei Franchi,
lietamente rammemora i tempi dei re longobardi, quando
r ubertà della pace spandeva i suoi doni in Italia , e
consentiva a' suoi figli d'abbandonarsi interamente agli
studi. E volgendosi al suo diletto maestro, « tu allor
cominciasti » gli dice « a salire sotto la scorta del
principe le più alte sommità della scienza, e ne rac-
cogliesti tai semi, che da te fecondati avvantaggia-
rono le più lontane regioni », Dopo aver infine toc-
cate le sue peregrinazioni nella Gallia, lo segue in
Italia alla corte d' Arichi, V eroico duca de' Longo-
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125
bardi che tenne fronte da solo all' immane potenza di
Carlomagno, finché una ispirazione divina spinse Paolo
a volgere le spalle ai tumulti del mondo, e umiliare
la fronte sotto il giogo di San Benedetto. Da questo
istante, prosegue Uderico, Y umiltà, la pazienza e tutte
le altre peregrine virtù fecero di Paolo la fiaccola del
religioso consorzio.
Mori il 13 d'aprile del 790. Eado incontra trovar
nelle istorie de' bassi tempi chi al pari di lui alla
gagliarda tempra dell' animo congiunga le più elette
doti di mente e di cuore. A' suoi di fu comparato a
Virgilio per la venustà de' suoi versi: a Catone per
la costanza e fermezza dell' indole. S' è lecito dubitare
della prima sentenza, ognuno converrà di leggieri
sulla giustezza della seconda.
La sua Historia Longobardorum, Libri VI, fu tenuta
ognora in gran conto, come l'unica face che ci guidi
attraverso le tenebre di quell'età. Fedele alle bene-
merenze de' suoi re, e alle glorie della propria nazione,
ei ne raccoglieva le gesta, non per vendicare un ab-
battimento di cose omai fatto irrevocabile, ma per le-
gare ai posteri la memoria dei vinti. I favori e 1' a-
mista del franco monarca non ebbero forza a cancellar
dal suo cuore la ricordanza di re Desiderio, eh' espiava
in lontana cattività colpe non sue. Scrittore facile e
per quei tempi purgato, innestava alla storia le sa^he
tradizioni epiche del popolo longobardo, in ciò se-
guendo Giornandes, raccoglitore de' canti leggendari
e nazionali de' Goti. Vero è che a' di nostri, come
osserva il Bertolini, per la compiuta conoscenza delle
fonti onde Paolo derivò la sua storia, questa scadde
alquanto di pregio: non pertanto i molti avvenimenti
che in essa soltanto trovansi registrati, e la riprodu-
zione ivi fatta della Cronaca di Secondo, abate nel
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126
moMStero di S. Giorgio presso Trento, morto nel 61%
dèlia quale non ci pervenne che un brano monco é
scorretto , la rendono meritevole d' essere tuttavia
compulsata. E invero prima di lui altra guida non ci
soccorre se non \Origo Qentìs Longoiardornm, opera
d* assai lieve momento, per quanto ci abbia trasmesso
le memorie di quel popolo, senza X innesto delle alte-t'
razioni recatevi dalle leggende gotiche e frahclie. tJn
altro sommario di storia longobarda anterióre a quella
del Varnefrido e più povero assai dell' Origo, si è il
prologo premesso air Editto di Rotari. Fra gli stra-
nieri ci restano le rozze cronache di Gregorio Turo-
nese e di Fredegario scolastico; ma la storia di Paolo,'
per quanto difetti talora di critica, sarà sempre il pia
pregevole monumento letterario di queir età.
Paolo ebbe di molti e valorosi discepoli, oltre il me-
morato Ilderico: fra i quali primeggiano Autperto che
fu abate del suo monastero dall' 834 all' 837, e dettò
sermoni e omelie : non che Bassario che resse pure a
sua volta quell'archicenobio dall' 837 all' 857, e ci la-
sciò diversi trattati, specie un lodatissimo De exempUs
naturalibus. Ma più che a' suoi discepoli, gioverà ac-
cennare ai continuatori della sua storia, cioè ad Er-
chemperto e a' due anonimi, V un di Salerno e l'altro
di Benevento, che vissero a un dipresso nel tempo me-
desimo. Echemperto , longobardo d' origine, sebben
nato a Palano, terra oggi distrutta nel contado di
Tiano, a breve tratto da Conca, esercitò dapprima il
mestiere dell' anni, ma fatto prigione hell* 881 e spo-^
gliato d'ogni suo avere, riparò a Montecassìno , ove-
si rese monaco. Ma l'ombre del chiostro non gli fu-
rono schermo contro altre avversità che gli occorsero,
e eh' egli stesso ci narra nella sua Historiola; impe-^
roche venuto a mano de' Greci, gli fii mestieri riscat-
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tarsi a gran prezzo, per patir poi le violenze d'Atea
nolfo conte di Capua, che lo privò delle terre ammi-t
Bistrate da lui per conto del suo monastero. Passò di
vita neir 898. Ei dettava una cronaca dei principi
longobardi di Benevento, che può riguardarsi come
una prosecuzione di quella di Paolo.; senonchè a noi
noa rie giunse che uno scarno compendio, che movendo
dal 774, anno in. cui re Desiderio perde la corona, fl^
Bisce neir anno 888. ' \
Fu scrittore acerbo, sdegnoso. . Siccome, e' scrive nel
suo proemio. Paolo Diacono intese a trattar dell'ori^-
gine e dei gloriosi fatti de' Longobardi fino al regno
di Eachis, ma ruppe a iriezzo il suo disegno per non
dire delle sventure che gli oppressarono, io, seguendo
opposta sentenza, non vo' le glorie discorrere di quella
nazione, si bene il presente suo vituperio. E abbomi-
nande invero erano le opere di quei principi longo-
bardi, e tali da emulare le immanità de* Saraceni e
de' Greci, che poneano a soqquadro quelle infelici con-
trade. La sua cronaca di cui tanto avvantaggiossi
Leone cardinal d' Ostia, giacque negletta più secoli
per r ignoranza dei trascrittori, che in mille guise ne
sconciarono il tèsto: delle quali mende purgaronla Anton
Caracciolo e il. Muratori.
L' Anonimo salernitano, forse di nome Arderico, con-
dusse la sua cronaca, riboccante di leggende e di fole,
fino air anno 980 ; più accurato narratore ci si mostra
r anonimo di Benevento, che protrasse il suo lavoro
fino al 996, nel qual tempo si estinsero le picciole si-
gnorie che i Longobardi tuttavia conservavano nel-
r estrema parte d' Italia.
Chiude la serie de' cronisti del secolo X quel Liut-
prando, pavese di patria, che ci lasciava una storia
delle cose più memorabili avvenute a' suoi tempi. Ei
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128
segui le parti d' Ottone I, che nel 962 rialzò in Italia
la potenza imperiale e assodò sul capo de* re alemanni
la corona dei Cesari. Uom dato agli intrighi di corte
che gli procacciarono nel 948 il vescovado di Cremona;
caro air imperatore Costantino Porfirogenito e a Be-
rengario n re d' Italia di cui fa segretario, è ripu-
tato il più colto scrittore dell' età sua. Dettò la sua
storia dal 960 al 964 con istile acre, mordace e spesso
anche faceto : pura la lingua, la sintassi talor scompi-
gliata, ma franco e largo il concetto e sciolto da ogni
nebbia scolastica.
Poiché r opera di Paolo Diacono ci spianava la via
a dir di coloro che, seguendone le vestigia, salvarono
dal naufragio dei tempi le memorie de' Longobardi,
parmi dover aggiungere alcune altre fonti di storia,
che avvalorano le narrazioni de' memorati cronisti, e
ragguardano anch' esse que' secoli in cui i Longobardi
allargarono la loro dominazione in tanta parte d' I-
talia. Accenno, come ognun vede, all' Historia eccle-
siastica, Chr ortica tripartita, Liher Pontificalis, la
quale benché rimonti al VI secolo, ebbe il suo più
compiuto svolgimento nel secolo Vili, e venne appresso
continuata da Anastasio biblotecario de' papi, col nome
del quale va designata l' intera opera, vero tesoro di
notizie sacre e civili. Dopo 1' anno 891 smarrì assai
della sua dignità, essendo invalso il costume di re-
stringere le vite de' papi a poveri e loschi compendi;
ma nel secolo XI i suoi continuatori le ridonarono, per
copia abbondevole di fatti narrati, il primitivo valore.
Parecchi anni appresso un Guido monaco di Ravenna
dettava parimente le Vitae Pontificum romanorum
che andarono perdute: in questo Guido v'ha chi
riconosce l' Anonimo di Eayenna , che ci legava
cinque libri di geografia assai utili a consultarsi ,
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per quanto lo s' accusasse più volte d' aver foggiato a
sua posta nomi di città^ di fiumi e di monti che ninno
conobbe mai, e una serie d' autori ignoti all' univer-
sale. Chi per altro togliesse a purgare la sua cosmo-
grafia dei molti errori che la cecità dei menanti v' in-
truse, e a raddirizzare gli storpi delle topiche appel-
lazioni, troverebbe il ravennate meritevole di men se-
vera sentenza.
Ben è a dolere che ninno de* nostri scrittori abbia
ancor rivolto il pensiero a portar nuova luce su quel-
r età sconsolata, facendo capo ad altre sorgenti tuttora
per la più parte inesplorate ed intatte. E dacché questo
periodo di storia si è quello appunto della signoria
bisantina in Italia, parmi sarebbe prezzo dell opera
aggiungere al domestico patrimonio quelle particolarità
che delle cose italiane ci porgono il Continuatore di
Teofane, le Cronache di monaco Giorgio e quelle di
Genesio, che sono le vere fonti originali per la storia
di queir età. Che se a queste si unisse una serie d'inda-
gini sugli altri cronicatori del greco impero, cioè su Leo
grammaticus, Joel, Julios Polydeuces, Theodosios Mi-
litenos, Symeon magister, Giorgio Cedreno, Ephraim,
Costantinos Manasses, Johannes ZoJiaras e parecchi
altri, niun dubbio che la storia d' Italia dei secoli
Vin e IX sì intricati ed oscuri, ne sarebbe lumeg-
giata d' assai.
E invero troppe son tuttavia le lacune che ad ogni
pie sospinto s' incontrano da chi intende a farsi un
adeguato concetto dell* età longobarda e della condi-
zione de' volghi italiani. Noi restringendoci a ciò che
più direttamente s' attiene al nostro subbietto, diremo
che il fitto velame ond' è involto tuttora l' idioma lon-
gobardo vuol essere alfine squarciato, non fosse che
per iscalzare la sentenza di alcuni dotti tedeschi, i
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 9
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130
quali perfidiano a credere aver questo esercitato una
potentissima azione' sullo svolgimento del patrio nostro
volgare. Sventuratamente né Paolo Diacono, né i suoi
continuatori ci porgono lume in proposito. Alcuni mos-
sero il dubbio se i Longobardi possedessero veramente
una lingua scritta, dubbio originato dal titolo 386 del-
l' Editto di Eotari, in cui si legge : « inquirentes et
rememorantes antiquas leges patrum nostrornm, quae
scriptae non erant; » ma ogni dubitazione dilegua di
fronte al titolo 225 sull'eredità dei liberti , a cui per
istudio di brevità rimando il lettore. L' usuale loro
dialetto, per quanto può giudicarsene dalle scarse re-
liquie che ne rimangono (poiché rado incontra che tro-
vinsi accozzati due loro vocaboli), e dalle inflessioni di
alcune parole, ritraea più d'ogni altro dell' odierno te-
desco, massime di quel degli Svizzeri, e perciò assai
discosto dall' armoniche eleganze del gotico, come dagli
ispidi modi dei Franchi e degli Anglo-Sassoni, simbolo
dei lor ferrei costumi. Chiamavano, a mo' d' esempio,
Reihs i lor condottieri, che i Franchi, aspreggiando,
dicevano Reks e che i Latini confusero facilmente con
rex ; appella vansi del pari Cyning o Kuhning (onde il
moderno Kónig] che valea joro^^, confoime al concetto
che aveano di un buon capitano. Pochissime le aspi-
razioni e queste assai tenui, come appare dai loro vo-
caboli aldiOy are, obros; amavano le vocali: dal con-
corso di troppo aspre consonanti abborriano. È opi-
nione del Bianchi Giovini che in iscambio del sch' te-
desco, di cui fan tanto abuso gli Svizzeri, dicendo sce,
sci ogni s avanti a consonante, pronunciassero sk o ss
semplicemente, come sogliono Danesi, Islandesi e Sve-
desi, a modo dei quali possedeano forse un' intonazione
di vocali e sillabe lunghe e brevi. Pare eziandio che
avessero la labiale th degli Scandinavi ed Inglesi, si-
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mile al th de' Latini e al theta de' Greci : per contro
era loro estranea la lettera w, usando sostituire al t?
semplice, come appunto gli Scandinavi, T u che proffe-
rivano a un dipresso come gli Inglesi moderni. È cre-
dibile eh' e' avessero tre generi : il mascolino, il fem-
minino ed il neutro, e che T infinito de' verbi termi-
nasse con una vocale ; ma da queste induzioni in fuori,
nulla e' è dato arguire sul loro assetto grammaticale.
Pur v' ha chi stima doversi ravvisare non pochi lon-
gobardici influssi vuoi nella nostra pronuncia, vuoi nelle
mutazioni del genere, vuoi infine nelle flessioni e nella
sintassi ; il Blume in ispecie certifica, essere di mani-
festa derivazione longobarda nell* uso dei verbi la pre-
valenza dell' accusativo adoperato con qualsiasi prepo-
sizione, col verbo esse, coi verbi passivi, colla formola
incipit, invece del nominativo, come dell'ablativo ass(V-
luto e spesso con modi diversi, talché, gli altri casi ras-
sembrino meri ausiliari. Ma queste ed altre arguizioni se
giovano per avventura a lusingare la vanità della nazione
tedesca, che vorrebbe perfino nella nostra favella scorgere
i semi della spuria superiorità sua, non ponno venire
accolte dagli Italiani per ragioni che ci trarrebbero a
troppo lungo discorso ; ed anzi tutto perchè di questi
modi riscontransi già esempi tra noi, prima che i Lon-
gobardi ponessero stanza in Italia: senza pur accennare
alla impossibilità in cui erano i vincitori così scarsi
di numero, d' imporre una trasformazione qualsiasi ad
una loquela che risuonava da secoli sulle labbra di una
numerosa nazione. Più ovvio è il credere che giunti ap-
pena tra noi, il loro alfabeto cedesse il campo al romano,
e che la favella piegassero ad atteggiamenti latini:
anzi appar certo ch'avrebbero in poco volgere d' anni
smesso del tutto il loro dialetto, se il concorso di molti
Baveri, che usavano, per testimonio di Paolo Diacono,
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il loro istesso linguaggio e che con essi si mescolarono,
non ne avesse mantenute vive per qualche tempo le
profferenze e le forme. La romanità gli soverchiò d'ogni
parte e con essa la lingua latina. Del che non vogliamo
altra prova che quella somministratane da una lapide
saluzzese del VII secolo, in cui già si rinviene la
forma latina di Rothari invece del Hrotarit longo-
bardo. Anzi un protocollo d'Acquino del 963 in un co-
dice cassinese già ci offre in alcune deposizioni testi-
moniali modi affatto italiani usati in un atto giuridico ;
il qual fatto ha il suo riscontro in quello di Ludovico
il Tedesco e Carlo, il Calvo, che neir 842 anch' essi
giurarono nel patrio loro linguaggio, anziché nel la-
tino.
Privi di un* idioma comune, sentirono più vivo il
Wsogno di raccogliere in un sol corpo le nazionali
lor consuetudini : ond' è che settantasei anni dalla
lor discesa in Italia, Rotari [Rot-her, signor della
pace) pubblicava il 22 novembre del 643 in Pavia il
suo celebre Editto, che contiene trecento novanta
statuti ; il più perfetto monumento di legislazione bar-
barica, come quello eh' è informato a temperanza, ad
equità, all' amore della pace e della concordia co'
vinti, e che affatto va scevro di quella verbosità dot-
torale, che offende le ultime compilazioni delle leggi
romane. Ne fu principalissimo autore Valcauso, notaio
romano, che dettavalo in latino rustico, se ne togli
forse un centinaio di voci teutoniche, che come ter-
mini tecnici gli era mestieri serbare, avendo cura per
altro di collocare accanto ad esse la rispondente frase
latina: il che ci rinsalda nel credere che la lingua
de' vinti fosse già dagli invasori accettata. La ninna
efficacia della lor parlatura è altresì confermata dai
nomi corografici, che sono ovunque latini; nuovo ar-
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gomento che mostra V esiguo lor numero a fronte de'
popoli indigeni, e perciò il pronto abbandono dei lor
nativi dialetti.
Bensì ritennero più lungamente alcune reliquie del-
l' avito lor culto : e Paolo Diacono, che riempie tutto
il primo libro della sua storia colla narrazione delle
loro leggende, afferma aver per lunga stagione ser-
bato quelle selvagge costumanze che ci son descritte
da Tacito. Senonchè pei Longobardi la religione era
cosa d' assai lieve momento, come quelli che non ave-
ano né sacerdoti, né altari; e se più tardi porsero
facile orecchio ai vescovi gojti della setta d' Ario ri-
masti ancora fra noi, non perciò deposero le lor patrie
superstizioni: talché ai tempi di San Gregorio ve-
diamo i Longobardi della Toscana e della Campania,
già fatti cristiani, offrire ancora le loro adorazioni a
una capra, forse a ricordo della capra Heidhrnm,
r Amaltea scandinava, abitante la reggia d' Odino,
dalle cui poppe si spremea l' idromele, onde cibavansi
^li Einheriar, ovvero gli eroi tratti in cielo. Adora-
vano del pari la vipera, ed aveano per sacra la quercia,
da cui facean penzolare una striscia di cuoio, e colui
che cavalcando a'distesa ne staccasse, saettando, un
brandello, tosto con venerazione e pietà recavalo a'
denti, aspettando da questo strano cibo il maggior
prò' per l'anima sua. Nella 'superiore Italia conver-
tirono il Thorr delle loro leggende in S. Michele ,
come i Franchi avean tramutato i lor bellici numi
Segamo, Camulus e Teutates in S. Martino, di cui
recarono il culto nelle regioni per essi occupate.
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CAPO VII.
LE FONTI EPICHE
SOMMAEIO.
L*epo« non è opera individuale, ma lenta gestazione de' secoli
-^ Della ispirazione intuitiva de* popoli — Come la leggenda
dallo stato di tradizione valichi nelle scritture — Perché
r Italia non abbia altre leggende, dalle classiche in fuori —
Le quali nel concetto de' volghi si convertono talora in cre-
azioni ideali e fantastiche — Leggende straniere trapiantate
in Italia — Ove depongono le originarie fattezze e assumono
aspetti diversi , come quella d' Attila — Una leggenda lon-
gobarda narrata dal monaco di S. Gallo — Altre reliquie
d'epopea longobarda cavate dalla cronaca di Novalesa -^
Del ciclo carolingio e del bretone : lor diffusione e muta-
menti in Italia — Il S. Graal — Patria del romanzo caval-
leresco, la Francia — Leggende orientali in Italia — Qual
fosse l'epica degli Italiani ne' tempi di mezzo.
n nome di Carlomagno ci spiana la via a trattare
del ciclo poetico e leggendario eh' ebbe vita da lui ;
ed anzi tutto delle fonti epiche e delle controversie
che ad esse collegansi.
L' epos non è opera indivi4uale , ma lenta gesta-
zione de' secoli, poiché il tempo soltanto può espli-
carne le forme incerte dapprima e ondeggianti nelle
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incondite rapsodie popolari. Un intervallo non minore
di settecento anni divide V Iliade dall' Odissea ; la
leggenda che nei Niebelungi acquistò il suo intero
organamento in tempi diversi e mercè T opera di
molte generazioni, non riusci a conseguire il suo pieno
svolgimento negli Eddas. Queir abbondanza di vita
che ammirasi nelle sterminate epopee del Kàmàjana
e del Màchàbarata, rimase, sto per dire, soffocata nei
canti ossianici, che non ebbero modo di potersi ele-
vare a dignità di poemi. Imperciocché Y evoluzione
epica tiene fede anch'essa alla teoria darviniana,
rivelandoci una — selecHon — nelle forme che poi
r arte raccoglie, dove le altre son destinate a perire,
come quelle che non rispondono alla coscienza del
popolo, primigenia fonte dell' epos-
Vi ha nella vita delle nazioni un periodo di ispi-
razione intuitiva, ch'io chiamerò ciclo epico delle
nazioni , in cui la leggenda si forma nel sentimento
de' volghi, e la poesia sgorga più largamente, perchè
alimentata dalla vena di tutti. In quei primi albori
della coscienza , in quella fucina di spontaneità popo-
lare, l'estetica si manifesta assai poco ; bensì il genio
incolto sfolgora di luce sua propria non rallegrata dai
lenocini dell' arte. Luce abbagliante ma interrotta
da strani contrasti : poiché indarno vi cerchi queir idea
archetipa, quell'armonia di concetto, che costituisce
la vita dell'epica. Le correnti dell'ispirazione vi
abbondano, il lavoro 4i addizione prosegue, senonchè
vi diflfetta la virtù creatrice, che accozzi que' sparsi
frammenti, quelle rapsodie disgregate, e inspiri loro il
soffio vitale. Solo il genio della riflessione e dell'arte
può volgere ad unità quel complesso di narrazioni e
di miti, quale usci dalle rozze fantasie popolari, le-
garvi un' idea , e imprimervi quel movimento epico ,
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che risponde alle nuove condizioni dello spirito umano.
— In questo momento storico della infanzia de' popoli,
prevalendo la fantasia, sorge imperioso il bisogno del
raccontò e del canto, onde poi germina, in deter-
minate circostanze di tempi, di credenze e di luoghi,
la leggenda e il poema. Imperciocché al primitivo
racconto van man mano aggregandosi nuovi fatti : si
innestano al primo nucleo altre finzioni, che ingrandite
dalla immaginativa de' volghi e dalla necessità di
gagliarde sensazioni, acquistano un aspetto lor proprio,
finché sorga quell'uno che raccogliendone le sparse
membra , dia loro un assetto definitivo e una forma.
Allor la leggenda entra nel suo secondo periodo,
poiché dallo stato di tradizione valica nella scrittura,
si trasmette da un popolo all'altro, attendendo quel
genio che vi trasfonda 1' alitò creatore e ne costituisca
il poema.
Giosi l'epica si formò presso gli antichi; così av-
venne nel medio evo in Europa. Ma perchè ; mentre
abbondano di ricche epopee la Francia, la Germania,
il Portogallo e la Spagna, la sola Italia di que' tempi
n'-è priva? Gli è questo un fenomeno letterario che
e' è mestieri chiarire.
Vero periodo epico non ebbe l' Italia, poiché in essa
mai non concorse quel complesso di condizioni morali
e civili che si ricercano a costituirlo : essa non versò
mai in quella infanzia eh' è necessaria a creare un
tal ciclo. In Italia la fioritura degli intelletti e la
prepotenza delle vetuste tradizioni troncarono il volo
alle creazioni fantastiche, onde abbondano i popoli cui
non venne fatto d' educarsi per tempo alle pratiche
osservazioni e all' abito del severo ragionamento, che
i nostri padri in un colla scienza del giure eredarono
dagli antichi Romani. Fra noi le invasioni de' barbari
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non furono mai si numerose e feroci da spegnere la
vita della nazione , sepellire le sue vetuste memorie
e originar nuove leggi, nuovi costumi, nuove correnti
di tradizioni e d' idee. L* Italia fu sempre latina , e
la gi*andezza e maestà di Eoma anche ne' secoli della
sua prostrazione , tenne sempre assorti gli spiriti in
guisa, da non poterne mai cancellare l'immagine. Le
favole di Carlomagno, del re Artù e d' altri tali, mai
non ebbero virtù d'attecchirvi se non di rimbalzo,
poiché gì' Italiani possedeano un patrimonio lor proprio
che dovean custodire , e infatti troviamo in essi
anche in que' secoli qualche cosa di classico, e l'arte
anzitutto che li legava ai loro avi. E però la loro
leggenda sarà Virgilio, il poeta delle origini troiane
di Eoma. Gli eroi della Tavola rotonda non eran
propri di genti che aveario per eroi gli Scipioni ; ond'è
che Petrarca cercando un tema epico non potea sce-
glier che X Africa. Lo spirito del rinascimento in noi
si manifesta non coi canti de' paladini, ma colle pre-
dicazioni d'Arnaldo, coli* audacie di Cola da Rienzo,
collo studio del diritto romano, colla scuola di Salerno,
con le guerre dei Ciomuni, con la lega lombarda. La
poesia de' padri nostri era l'azione. Ad altri popoli
il crear leggende : ad essi il dar tema d' eroiche gesta
all'istoria. Anche scrivendo il volgare^ gli Italiani
non si, sentirono tin popolo nuovo : ma conobbero che
aveano dietro a sé un'aurea letteratura che dovean
continuare : e perciò d' essa informaronsi in guisa ,
che giunsero a darle quelle parvenze estetiche che
men si discostassero dai latini esemplari.
La patria nostra non ebbe adunque vere leggende,
dalle classiche infuori. Ove è arte, coltura e vivezza
di studi, esse non metton radici, come quelle eh' han
mestieri di ben diverse condizioni, perché lor sia dato
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sbocciare. Fra noi, come accennammo, v'era rigoglio
di scuole, e balenavano lampi d' antica sapienza. Chi ci
dipinse V età di mezzo come un baratro d' ignoranza
e di tenebre, non conobbe della storia che la sola
corteccia. Non ultima prova che attesta quanto vigo-
reggiassero gli studi tra noi, dove su tutte le altre
nazioni fitta incombeva la notte della barbarie, si è
appunto il vedere che Italia non ebbe proprie leg-
gende : il che fa testimonianza che le splendide sue
tradizioni non furono interrotte mai da quel periodo
infantile, che solo può dar vita alle larve delle fan-
tasie popolari. Da ciò deriva che Italia non ha epica
medievale, poiché l'epica sua* era Y operosità intel-
lettiva e la storia ; non ha poemi cavallereschi, poiché
la cavalleria fu un tallo straniero ; ha bensi il poema
di Dante, come quello che assembra l'universa sa-
pienza e che appartiene a tutto il genere umano.
L' amore dell' antichità e degli eroi storici fu di
insuperabile ostacolo allo svolgersi dell' epopea, per
quantunque questi eroi stessi si convertissero talora
nel concetto de' volghi in creazioni ideali destituite
di vero. Tale è quella dell' ossa di Giulio Cesare che
dicevansi chiuse nella palla d' oro che Sovrasta allo
obelisco vaticano; quella di Trajano che le preghiere
di Gregorio Magno strappano alle pene infernali; di
Diocleziano che nel Gesta Rornanorum si tramuta
in un principe umano e dabbene; di Virgilio con-
vertito in un mago : di Troja, quale é narrata da Da-
rete Frigio, da Dite Cretese, da Pindaro Tebano e altri
Éivolegglatori di quell'età. Tale quella eziandio di Ales-
sandro, che scende negli abissi marini a leggervi le
maraviglie della natura; e ai poveri Sciti che gli chie-
devano, perchè avesse osato si mirabili imprese, ri-
spondea con tanta sapienza — noi dobbiam porre in opera
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quelle virtù cui la provvidenza elargiaci : al mare fu
dato il vento che Y agiti : io del pari ho d* uopo di
oprare; che sarebbe la vita se tutti a voi' somiglias-
sero? — Dal che si trae che gli stessi errori del
volgo informavansi alla classica antichità, poiché in-
nanzi gli occhi degli Italiani non grandeggiava che
Roma. Ond' è che se la sa^a può costituire un capi-
tolo assai notevole delle storie letterarie straniere,
altrettanto non potrebbe farsi in Italia che in tutto
n*è priva. Il più infaticato raccoglitore di leggende
fra noi, il Da Varagine, non ci die che vite e nar-
razioni di Santi.
Però ritalia eulta abbastanza per non creare pro-
prie leggende, non potea non raccogliere quelle degli
altri popoli, che a noi veniano portate da novellatori,
trovieri e giullari, e talora aggiungere a queste, come
suole travalicando di una in altra nazione, qualche
innesto di suo. N' è prova una tradizione di Modena
che narra, come Attila appressandosi a quella città,
venisse dall' alto di una delle torri interrogato dal
vescovo, chi fosse e che cosa volesse. Io sono Attila,
rispondeva quel truce : il flagello di Dio. E il vescovo
a lui : sii adunque il benvenuto , ed affrettati ove il
vento della collera celeste ti spinge. Attila allora si
introduceva co' suoi guerrieri in città, ma senza
scorgere cosa veruna, poiché una nube miracolosa
abbaccinoUi di guisa, che nulla fu lor dato vedere di
quanto volgeasi d' intorno. Questo racconto per altro
non nacque in Italia, bensì vi fu trapiantato da Troyes,
nella quale città il vescovo S. Lupo si diportò ap-
punto nel modo che ascrivesi a S. Geminiano.
Spesso ancora le straniere finzioni sotto il cielo di
Italia deponeano le native fattezze e assumeano aspetto
diverso. Valga ad esempio quella del memorato Attila,
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che die* vita ad un intero ciclo epico. Gli Anglo-
Sassoni cantano il loro AÙa : gli Scandinavi dipin-
gono con la stessa medesimezza di tinte il loro Aéli,
come i Germani il loro Flzel. — Cosi, scrive il D'An-
cona, YAtla-mal e YAtta-Quida, non che la Vol^
snnga-saga e la Niflunga-saga trasmettevano la sua
memoria nell'estrema Europa, e il Biterolf e \ Et-^
zels Hofthaltung ed altri canti ^(^^ Heldenhuch e
sopratutto i Niebelungen la teneano desta in Ger-
mania; intanto che lo stesso ufficio compievano fra le
popolazioni franche il canto di Tldehrando e fra le
visigotiche il poema di Waltarius, — Ma di queste
tradizioni che suscitarono altrove si larga vena di
canti, qual traccia serba l'Italia? La sola memoria
dei disertamenti e mine che attribuisconsi ad Attila.
L' animosità fra le genti settentrionali e latine era
tale, che dove le prime inneggiavano al loro eroe, le
seconde dovessero rappresentarlo coi più tetri colori.
Oggidì gli Italiani , mossi all' esempio dei fratelli
Grimm , raccolgono gli scarsi frammenti di questi
popolari racconti, come già Salvator Eosa che tra-
smetteagli al Lippi. Affrettiamoci a nostra volta sul-
l'orme del suo dotto illustratore, il già accennato
d'Ancona, a trattare della leggenda di Attila, qual
veniva alcuni secoli addietro raccolta da un Eoccò
degli Ariminesi, e da lui stemperata in povere stanze.
Nella tradizione magiara Attila nasce dalla figliuola
di re Asdrubaldo fecondata da un raggio di sole;
nella italiana, dalla stessa fanciulla fecondata da un
cane. Questo mutamento accusa l' odio de' vinti , se
pur non origina dal frantendere la voce BJian, si
frequente sulle labbra degli invasori. Fors' anche le
truculenti fisionomie mongoliche, unniche e tartare
giustificavano in parte una tale variante. Attila scende
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in Italia, rovescia ogni intoppo e va ad oste sotto
Aquileja. Il re Menappo e suo fratello Antioco stre-
nuamente combattono, finché tornata inutile ogni difesa,
abbandonano la città al vincitore che la rade dalle
sue fondamenta, e viene a campo sotto Concordia. La
quale era allora governata da Giano re di Padova,
rampollo di un imperatore romano e di S. Giustina,
che muove contro Attila, ma dopo una fiera battaglia
nella quale la sorte dell' armi pende indecisa, la notte
pon fine alla strage. Intanto il re unno funestato da
orrenda visione , interroga il suo indovino , che spe-
culate le sfere, annuncia eh' egli sarebbe morto da
Giano. Ma questi veggendosi alle prove troppo assot-
tigliato di forze di fronte al suo nemico, si ritira
in Aitino, e Concordia è posta a sacco ed a ruba.
L' invasore
Fé' poi drizzare il campo a poco a poco
Verso i monti di Feltre e di Bellona ,
E distrusse dintorno in ogni loco
Asolo e Uderzo.
Aitino cade pur essa : non resta che Padova contro
la quale move Attila. Presso quella città avviene fra
i due principi una regolare disfida; Attila impone a'
suoi di non soccorrerlo, sebbene perdente e di rispet-
tare le condizioni fermate : ma essi scortolo balzato
di arcióne, con una orecchia già mozza e il ferro del
re nemico appuntate .alla gola, volano a lui in numero
di ben cinquecento e fan prigioniero il re Giano.
Attila, leal cavaliere, lo scioglie dai ceppi e fa im-
pendere tutti coloro che aveano violato i patti con-
chiusi. La leggenda subìa gl'influssi della gentilezza
latina.
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Intanto per più anni con •diverse vicende divampa
la guerra, finché Giano fatto ornai impotente a resi-
stere, sgombra la sua città e si rinforza in Eimini.
Ivi pur r insegue Attila, il quale volendo ornai troncar
d' un colpo la guerra, divisa fra sé il modo d'uccidere
a tradigione il nemico. Imperocché aveva in una nuova
visione veduto
a lui venir la Morte
Dicendo ; tu mi sfuggi, can ghiottone :
Ma al tuo fuggir saran le strade torte ;
Che il buon re Giano cattolico e giusto
A forza il capo tuo trar dee dal busto.
Eisoluto a conseguire il suo intento, piglia il cap-
pello, il saio ed il bordone di un romeo ch'era nel
campo, e celatosi in seno un pugnale, entra in
città, ove
limosinando
Parca Bernardo con le 'sue man giunte.
Giunse al palazzo, dove che giocando
Stava re Giano e il cavalier d'Almonte.
Ma di ferirlo era nulla, coperto qual era da capo a piedi
di ferro, talché poggiatosi al suo bordone, si pose ad
osservare quel giuoco ; finché la canina faccia e la
tronca orecchia avendo rivelato chi fosse, non gli
valsero né supplicazioni né scuse, poiché Giano
Con la feroce man trae fuori il brando,
E gli percosse il collo d' un riverso
Che morto cadde aUa terra tremando ,
Gli occhi volgeva ali* uno e ali* altro verso
Il crudel capo dintorno balzando,
Spargendo il sangue di si larga vena
Che ove nasce il Renon tanta non mena.
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Giano ne manda la testa a' nemici, che perduti di
animo a quella vista, levano a un tratto le tende e
si danno alla fuga. Ei gii insegue, gli sbarraglia e
uccide in tal numero, che ne resta purgata l'Italia.
Indi sen muore, e sorge da quel trionfo Venezia.
Sarebbe prezzo dell' opera rappiccare alla di lei
fondazione altre strane narrazioni cavate dal Dandolo :
ma bastino queste ali* intento che ci siamo proposti ,
quello, cioè, di mostrare, che se l'Italia non ha un
patrimonio di finzioni sue proprie, seppe lavorar sulle
altrui e vestirle di nazionali concetti. Che se alcune
per avventura sbocciaronvi , queste non ebbero agio
di svolgersi, uè passare allo stato epico per le già
addotte ragioni e per altre circostanze esteriori. I
Longobardi , ad esempio , ne possedettero alcune che
la loro caduta estinse sul nascere. Un di questi lor
canti, mesto ricordo della loro estrema catastrofe,
venia raccolto dal monaco di S. Gallo ed a noi tra-
mandato in un racconto jehe giova qui riferire , come
quello che mostra il sorgere del ciclo favoloso di Car-
lomagno e le di lui prime trasformazioni in eroe leg-
gendario.
Ogerio, un de' principi franchi, che per offese recate
a re Carlo avea dovuto cercar ricovero in corte di
Desiderio, all' appressarsi dell' esercito di Carlomagno,
sali col re sopra una altissima torre, donde l'occhio
potea spaziare all'intorno e vederne l'arrivo. Sfila-
rono dapprima le salmerie in copia sì strabbocchevole
che tante non ne noveravano le spedizioni di Dario
e di Cesare- — Desiderio disse allora ad Ogerio : è
forse Carlo in quest'oste sì sterminata? Ma quei
rispose: non è ancor lui. Indi il re osservando l'e-
sercito composto di bande raccolte da ogni parte
dell' impero : riprese : senza dubbio è là Carlo , che
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tripudia fra le sue schiere. E Ogerio rispondeva : non
anco, non anco. Il re allora cominciò forte a turbarsi
dicendo : che fia di noi , ove un maggior numero de'
suoi r accompagni ? E Ogerio a lui : tu vedrai con
quai forze ei verrà, ma qual sorte e' attende non mi
è dato conoscere. E mentre si intratteneano in questi
parlari, passava innanzi a loro la scuola che mai non
conosce vacanza. E Desiderio veggendola, percosso da
nuovo stupore , prese a dire : ecco Carlo I E Ogerio :
non anco, non anco. Indi transitarono i vescovi, gli
abati , i chierici, i cappellani e coloro che gli scor-
tavano. E Desiderio osservandoli e già odiando la
luce del giorno e desiando la morte, gridò tra i sin-
ghiozzi: scendiamo e celiamoci nelle viscere della
terra per non veder 1' aspetto di questo tremendo
nemico. Al che Ogerio, sgomento egli pure, come quei
che conosceva il corteggio dell' incomparabile Carlo,
essendone stato parte in tempi migliori , rispose :
quando vedrai i campi coprirsi di messi di ferro, e
il Po e il Ticino inondar le mura •della città con
negre onde di ferro, allor Carlo ti parrà innanzi.
Aveva appena ciò detto, quando da settentrione e
dall' occidente si levò una tetra nube che converse in
tenebre il giorno. Man mano che l' imperatore appres-
savasi, il buio faceasi più intenso. Allora si mostrò
Carlo , tutto irto di ferro , con elmo e braccialetti di
ferro : una corazza di ferro copriva il suo petto, colla
sinistra palleggiava una lancia di ferro sopra il
il suo scudo non scorgeasi che ferro : di ferro il
cavallo : il suo intrepido volto tenea pur esso del
ferro. Coloro che lo precedeano, quei che lo circon-
davano e lo seguivano , anch' essi splendeano dello
stesso metallo : il ferro riempiva i campi e le piazze :
i raggi del sole riverberavano sulle punte del ferro....
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 10
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Ohimè ! Ferro , ferro dovunque ! urlavano le turbe
smarrite Queste cose ch'io tolsi a narrare con
più lungo discorso, Ogerio, la scorta veridica, avendo
di un rapido sguardo abbracciate, disse a Desiderio :
ecco, ecco colui del quale chiedevi contezza. E ciò
dicendo, il re cadde esanime a terra. —
Questo brano di cronaca nella sua forma selvaggia
ci pon sott' occhio il terrore che precedeva Y avan-
zarsi di Carlo. Quell'immensa tratta d'esercito, il
lento progredire del re , il ferro che d' ogni lato il
circonda, la natura stessa che convertesi in ferro, ed
infine quel grido di ohimè ! ferro , ferro dovunque !
delle sgomente moltitudini, tutto dipinge l'oiTor di
que' giorni. H monaco di S. Gallo raccolse per fermo
il grido de' popoli oppressi, che aveano tradotto in
poetiche lamentazioni quelle calamità spaventose, le
quali avrebbero costituito forse un ciclo epico, se il
trionfo de' Franchi non avesse sostituito il fortunato
guerriero al vinto re Desiderio.
Anche nella c'tonaca di Novalesa occorrono alcune
reliquie d' un epopea longobarda — guae, scrive Beth-
mann nella prefazione alla stessa, cyclum popu-
larem extitisse demonstrant, cui ad magnum Carmen
epicum nil defuit, nisi quae et WiticMndo Victoria,
Sed ob hoc ipsum tanto pluris faciendae mihi m-
dentur haec reliquiae, praeceteris vero venerandae
Italis, eo quod hi poesis ipsorum romanticae hic
habent incunabula, — Tali sono le avventure d'A-
delchi, che costituiscono una di quelle epopee popolari
che non attinsero il pieno lor svolgimento, ma che
correano tradizionalmente nel volgo. Ne giudichi il
lettore dai due capitoli XXII e XXm del m libro,
eh* io traduco dalla cronaca stessa.
— Essendo il regno d' Italia sommesso tranquil-
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lamenta a re Carlo, il qaale ayea sua stanza nella
città del Ticino, chiamata pure Pavia, Adelchi figli-
uolo di Desiderio spinto da temerità giovanile, ebbe
r ardimento d' introdarvisi , e co' propri occhi osser-
vare quanto ivi avveniva. Intrepido di cuore, forte a
maraviglia e dato interamente alla guerra, v' entrò ,
senza essere scorto da alcuno, e vi giunse sovra un
burchiello, non con la pompa di figliuolo di re, ma
chiuso in panni volgari e seguito da pochi. Soggior-
nato qualche tempo in città senza che alcuno de'
Franchi s' adasse di lui, venne alfine ravvisato da
tale, che era stato famigliare del di lui padre e di
lui stesso, quando ancora non avea perdite né padre,
né regno. Vistosi conosciuto, senza potere oltre dis-
simulare chi fosse, prese a supplicare colui, che per
la fede altre volte giuratagli, non volesse designarlo
al re franco. Il suo famigliare promise, dicendogli, io
non ti scoprirò, finché mi sarà dato celarti. E Adelchi
a lui : amico, io ti prego di volere oggi, quando il re
si porrà a desinare, farmi sedere air un de' capi della
sua tavola, e di recare innanzi a me tutte le ossa che
dopo aver servito ai convitati, verran tolte dal desco,
tanto quelle che saran state da loro totalmente spol-
pate, quanto quelle che non fiano ancor tali. Bispondea
quel devoto : farò quanto t'aggrada. E invero agevol-
mente il poteva, esercitando egli appunto 1' ufficio di
imbanditore delle mense regali.
— Allorché adunque i commensali s'assisero al
desco, l'amico d'Adelchi, in adempimento della pro-
messa, gli fé' servir le ossa, che veniano da lui stri-
tolate per trangugiarne il midollo, a guisa di un leone
che divora la preda. Gli avanzi gettati sotto la tavola
s'alzarono a un cumulo enorme. Indi levossi*e parti
prima d'ogni altro conviva. In quella, rimosse le
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tavole, il re viste quell'ossa disse agli astanti: chi
è colui che ne spezzò si gran numero? Tutti rispo-
sero : ignorarlo ; un solo aggiunse : io vidi qui assiso
un guerriero di forza straordinaria, che frangea Tossa
di cervo, d'orso e di bue come si stritola lo stelo di
un flore. Allora il re chiamato a sé chi aveva il
carico delle imbandigioni reali , gli chiese : chi è
dunque e dove è ito il guerriero che si è qui seduto,
e che sminuzzava tant' ossa ? Io l' ignoro o, sire : ri-
spose colui. Per la corona del mio capo tu il sai,
replicò il re. E quei veggendosi scoperto, cominciò a
tremare a verga e non osò più rispondere. Allora il
principe còfciprese esser quella un'opera di Adelchi,
e forte gli dolse d'averlo lasciato partire. Da qual
parte s'è vòlto? chiese egli a' suoi cortigiani. Ei
venne sovra uno schifo, disse l' un d' essi, onde opino
che sarà sovr' esso salpato. Mio sire, riprese un altro ,
vuoi tu eh' io lo raggiunga e l' uccida ? E il re a
lui: per qual modo? Consegnami un de' tuoi brac-
cialetti, ripigliava colui; io saprò con questo mezzo
adescarlo. Il re gli porse allora un de' suoi braccia-
letti d'oro: e quei via di schianto a raggiungere
Adelchi.
— Corse infatti per terra rapidissimo in traccia
di lui che andava per acqua, finché scortolo e chia-
matolo a nome, gli fé' conoscere come re Carlo in-
viavagli in dono i suoi braccialetti d' oro : e nmpro-
verandolo d' essersi allontanato senza farsi pur rico-
noscere, lo indusse ad appressar riva riva il suo
navicello. Adelchi veggendo il messaggiero di Carlo
porgerli il dono sulla punta d' una lancia , comprese
il pericolo, e indossata la sua corazza e brandendo
a sua volta la lancia, dissegli: ciò che colla lancia
mi porgi, colla lancia raccolgo. Se il tuo signore mi
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invia doni fraudolenti, non è questa una ragione per
dimostrarmi men generoso di lui ; ond* è eh' io pure gli
fero il mio presente. E ciò dicendo, porse i suoi brac-
cialetti al messaggiero, acciò gli recasse a re Carlo.
E quei fellitogli il colpo, tornossi al suo principe, cui
consegnò i braccialetti di Adelchi. Carlo volle porseli
al braccio, ma visto che gli scivolavano fin quasi
agli omeri , non è a stupire , disse , eh' ei sia privi-
legiato di si gran forza. E da quel punto temè
sempre Adelchi, sia perchè avealo privo in un col
padre del regno, sia perchè conoscealo vigoroso ed
audace. —
Come è agevole scorgere, questo brano nulla ha di
storico, dai nomi infuori : il resto è Jinzione e poesia
in onore de' Longobardi , frammento d' un' epica , il
cui protagonista era Adelchi , ma il cui svolgimento
rimase strozzato per le sopra discorse ragioni. L'alito
della cavalleria non l'informa, poiché questa istitu-
zione non era ancor nata.
Vera patria della cavalleria fu la Francia, ch'ebbe
due cicli di narrazioni poetiche : il carolingio ed il
brettone. Il primo rimonta al secolo ottavo e si protende
al nono e al decimo; il secondo non si mostra se
non quando il primo volge al suo declinare. Ma tanto
il periodo di Carlomagno quanto quello d'Artù, tanto
le canzoni di gesta , quanto i romanzi cC avventura
non valsero a vigoreggiare tra noi, e a costituire una
vei-a scuola , italiana. Pur siccome largamente vi si
diffusero, cosi importa indagare quali alterazioni e
mutamenti subissero nella lor patria d' adozione.
* Sull'ultimo scorcio del secolo XII per un concorso
di circostanze che qui non giova scrutare, la Marca
Trivigiana erasi levata a tal pienezza di vita, che
Dante nel XVI canto del Purgatorio cantava:
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In sul paese ch'Adige e Po riga
Solea valore e cortesia troyarsì.
Naturalmente Tamor degli studi consertavasi a quel
rigoglio di civiltà: senonchè difettando ancor l'uso
di un idioma letterario, si fecero buone accoglienze alle
due lingue d' oc e d' oli, d' assai facile intelligenza e
in parte già note. Ond' è che nelle Provincie padane
ebbe allor voga una letteratura bilingue, la quale
accese nelle classi elevate V amore per la poesia nar-
rativa francese , laddove presso i volghi prevaleva la
favella occitanica, che i giullari andavano mescendo
ai parlari locali.
I romanzi d' avventura , come i cantari di gesta
trovarono ivi un terreno propizio , ed i nomi d* Artù
e dei paladini divennero assai popolari nella penisola.
L' immaginazione de' volghi incapace a creare , ne
trasportò le imprese nelle provincie italiane» I Fio-
rentini credeano che Carlomagno avesse rifatto la
città loro distrutta da Attila: i Sienesi riferiano
del pari al re franco la erezione delle lor mura.
Presso a Castel Seprio in Lombardia si rinvenne,
diceasi, la spada di Tristano, di che facea fede la
scritta che in essa leggevasi. Narra una cronaca
lombarda che Uberto della Croce, uomo di vigoria più
soprannaturale che umana, scagliasse nell'assediata
Pavia un immane Catullo di rupe, quello stesso che altra
volta Orlando vi avea del pari slanciato. H nome del
quale ci si fa innanzi in più luoghi: nella grotta di
Fiesole, ove fu reso invulnerabile: nel Finale ligu-
stico presso Cornei in una forra, che serba tuttavia
il nome di Colpo d'Orlando, poiché favoleggiano que'
terrazzani aver ivi spaccato la rupe con un colpo
della famosa sua spada: e tK)sì in altri luoghi. I
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nomi del re Artù, di Tristano, amante della bionda
Isotta, di Lancilotto del Lago che sortì a nutrice la
fata Viviana e ad amica la regina Ginevra, di Girone
il Cortese preso della dama Maloama, dello incan-
tatore Merlino generato dal demonio e da una gen-
tildonna di Bretagna, e altri non pochi corsero assai
divulgati fra noi. In Sicilia narravasi una curiosa
leggenda serbataci da Gervais de Tilbury, che scri-
veva intorno il 1221. — Ivi, egli dice, trovasi il
monte Etna, che gl'isolani nomano il monte Gibel.
È comune credenza che a' dì nostri il possente re
Artìi, sia comparso nella solitudine di quelle mon-
tagne. Lo stalliere del vescovo di Catania avendo un
dì ben strigliato un cavallo, questi fatto riottoso,
fuggì di botto e prese la via dell' Etna : e dietrogli
il garzone in cerca di lui tra balzi selvaggi, finché,
tornata inutile ogni fatica, scese ne' più ombrosi re-
cessi del monte, tra i quali una via angusta, ma
agevole, lo trasse in una amenissima valle. Ivi in
un palagio costrutto con arte mirabile vide re Artù
disteso sovra splendido letto. Il re, scortolo appena,
gli chiese della sua venuta, e conosciutane la cagione,
ordinò gli fosse reso il cavallo smarrito, acciò lo ri-
menasse al vescovo. E gli raccontò che da lunga
stagione avea stanza in quel luogo, infermo com' era
per le ferite che al ricorrere d* ogni anno gli si ria-
privano, ferite eh* egli avea toccate in battaglia contro
il di lui nepote Modred e contro Childerico, duce de*
Sassoni. — Ma ciò non è tutto, aggiunge Y autore —
perocché intesi narrare, che Artù colse quel destro
per mandare in dono al vescovo di Catania oggetti
che furono visti da molti e ammirati come maraviglie
stupende. —
Ma più che gli eroi della Tavola rotonda , gli eroi
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carolingi trovarono liete accoglienze tra noi. I ger-
mogli di questo ciclo trapiantati in Italia, crebbero
e fruttificarono; in altri termini i nostri poeti s'im-
padronirono di queste favole, le rifecero sotto aspetti
diversi, aggiungendovi non poco del proprio. Il tipo
carolingio fu tanto fecondo, quanto fu pressoché ste-
rile il tipo brettone. Tutta V epopea di Carlomagno
prese allora forme originali e diverse da quelle
che ebbe oltremonti. Come egli fu detto TAgame-
none del medio evo , cosi Orlando n' è Y Ercole. Ma
l'immagine dignitosa e severa dell'Orlando francese,
quale è tratteggiata nella Chanson de Roland, spogliò
tra noi le sue native fattezze, e assunse un far gio-
coso e festevole, mercè l'innesto delle avventure d' a-
more proprie del ciclo d'Artìi. Ciò avvenne princi-
palmente per opera di Nicola da Padova, il quale nel
suo poema \ Entra en Espagne fa innamorare il pa-
ladino francese di una bella persiana, per quanto il
ricordo della sua Alda, servendogli di talismano, gli
abbia impedito di lungamente impigliarsi in que' lacci
d' amore. A Nicola da Padova soglionsi altresì riferire
la Prise de Pampelune, il Mq^caire, il Bueve Hanstone,
il KarletOy il Berte e Milon ed altri poemi dettati in
una lingua tra franca e italiana, che si conservano
neiromai reputatissimo codice di S. Marco.
Anche i poeti d'arte de' secoli posteriori si occu-
parono del ciclo carolingio, lasciando quasi deserto il
secondo. Vi attinse in ispecie il Pulci nei suo Mor-
gante , cavandone la più parte delle sue narrazioni :
nuovi in lui soltanto i caratteri di Margutte e d'A-
starotte. Uni per converso i due cicli il Bojardo, e
ne rampollò il tipo d'Angelicfi così vero e così ideale
ad un tempo ; anche Ariosto intese dare ad entrambi
cittadinanza italiana.
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Più scarsamente attecchìronvi le leggende relative
al San Graal, ossia quel vaso con cui Gesù Cristo
celebrò la sua novissima cena. S. Matteo lasciò scritto
ole Giuseppe d'Arimatea andò a Pilato per chiedervi
il corpo del Salvatore, che involse in un lenzuolo e
pose nel suo sepolcro. Questo racconto allargò , come
suole , la fantasia popolare ; aggiungendo eh' ei rac-
colse in un vaso le stille del sanguinoso corpo del
Cristo, e che approdando nel 61 anno dell' era volgare
all' isola d'Albione, vi avea predicato la fede cristiana
e fondato il monastero di Glastonbury. H Graal (dal
basco greal o grazal che suona 'oaso o catino) dotato
di maravigliose virtù, fu già recato in cielo e custo-
dito dagli angeli , in attesa che una eletta d' eroi
fosse degno di possederlo e di bandirne il culto sopra
la terra. L'ebbe dapprima un Titurello, che nobilmente
rispose al sublime suo ufficio : ei costrusse suU* e-
sempio di quel di Salomone un tempio in Gerusalemme,
ove depose il catino e ne indisse la religione. Ma la
dischiattata sua stirpe non ne segui le gloriose ve-
stigia. La milizia o la cavalleria istituita a custodirlo
era una cavalleria religiosa, forse un richiamo ai
primitivi cavalieri del Tempio. Quindi i voluminosi
poemi che trattano del Graal sono informati a idee
mistiche e sacre ; e tutto ci conferma nel credere che
su qualche fiaba monastica abbiano i romanzieri ec-
clesiastici ordita la tela de' loro fantasiosi racconti.
Del resto il romanzo cavalleresco non può dissi-
mulare le sue origini oltramontane. Molti n'ebbe la
letteratura occitanica, sebbene tre soli ne siano a
noi pervenuti, secondo pensano il Eaynouard ed il
Diez: cioè il Girardo di Roussilon e Filomena,
ambo del ciclo mitico di Carlomagno, e Faufrè del
ciclo favoloso della Tavola rotonda, romanzo eh' è te-
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liuto in conto di un de' migliori. N' ebbe in vero pa-
recchi altri, come la Storia di Pietro di Provenza
e quella Bella Bella Maguelona nella quale, come
suona la fama, Petrarca, mentre dava opera agli
studi in Monpellieri, pose le mani, migliorandola assai
da quel eh' era in origine ; senza pur accennare a
quelli di Arnaldo Daniello , che giusta l' autorevole
testimonianza di Dante, nei
Verei d' amore e prose di romanzi
Soverchiò tutti ;
ma questi non giunsero in lingua provenzale fino a
noi. Però, rispettando quanto in contrario ne disse il
Fauriel, slam d' avviso che la vera patria del romanzo
non sia la Francia meridionale , ove scrivevasi in
lingua di eco y sibbene la Francia nordica, ove paria-
vasi la lingua d' otl de' troveri. •
L' Italia che assai si piacque de' romanzi cavalle-
reschi, ebbe care eziandio parecchie leggende orientali,
come quelle dei Sette Savi, la Storia di una crudele
Tnatrigna, 1 compassionevoli avvenimenti d' Erasto,
non che quelle del pari asiatiche De' Sette Dormienti y
di Barlaam e Josafat e del Re Superbo che attin-
gemmo dagli Arabi, e che fornirono un largo pascolo
alle fantasie popolari. Tai narrazioni, al pari de' Reali
di Francia, di cui s' ha una riduzione in elettissima
lingua italiana e in cui si compresero persin* le fin-
zioni anteriori a Carlomagno, a partire da Costantino
fino all' istoria di Berta , furon tutte dettate in ori-
gine in idioma francese, e da menestrelli francigeni
cantate nelle corti feudali, per le vie e per le piazze,
segno ai sarcasmi de' dotti , ma accolte con ebbrezza
dai volghi.
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Dal fin qui detto si trae, che se Italia non ebbe
proprie epopee medievali, ciò deve ripetersi dal non
essere mai caduta in quelle condizioni di piena roz-
zezza, che, secondo i pensamenti del Vico, vale stato
epico. La nostra poesia fu allora, giova ripeterlo, la
costituzione de' comuni, la lotta per la libertà, 1* ere-
zione delle basiliche, il genio di Nicola da Pisa e di
. Cimabue. H vero ciclo nostrano e nazionale è il con-
cetto classico, fatto allor popolare dalle tradizioni
troiane e latine, comuni persino alle donne che
. . . traendo alla rocca la chioma,
Favoleggiavan con la lor famiglia
De* Trojani, di Fiesole e di Koma.
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CAPO Vili.
INFLUENZE DE' BARBARI
SOMMARIO.
Errori storici — Cause che determinarono le irruzioni de' bar-
bari — Le bande d* Odoacre — I Groti — De' Longobardi
e de' Franchi — I barbari ingiustamente accusati del deca-
dimento delle lettere — Ed' aver disertato le provincie ita-
liane — Loro azione sui vinti — Idiomi e alfabeto degli
invasori — Voci germaniche passate nella lingua italiana —
Scienze occulte — La nuova mitologia medioevale.
Egli è questo un tema in cui fa d' uopo distruggerà
di molti errori che V istoria raccolse , e eh' oggidì
la nuova critica intende a divellere; principali fra
questi la moltiplicità delle razze invaditrici, laddove
furono per la più parte germaniche, massime quelle
che stanziarono più lungamente fra noi: il numero
sterminato delle loro orde , che sappiamo per contro
assai scarso: V uniformità del loro stato sociale, ch'or
invece ci appare vario e disforme sia negli ordini
politici che militari: la loro intrepidezza e valore.
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invero assai povero, perocché altra forza non ispie-
garono che la difensiva, quella cioè che nasce dalla
coscienza di non avere alle spalle paesi vuoti, ove,
in caso di sbarraglio , ritrarsi : la fusione infine delle
lor razze co' vinti, e tali altri errori.
I tentativi d' invasione cominciano a manifestarsi
sotto Gallieno nel IH secolo, e si compiono nel IV,
ma temporanee; soltanto un secolo appresso abbiam
le durevoli.
Che la gente calata in Italia a manomettere i li-
miti fermati da Augusto all'impero, appartenessero
principalmente alle razze germaniche, non può rivo-
carsi più in dubbio dopo i profondi studi su questa
materia. L'elemento teutonico fuse in se le scarse
reliquie cimbriche, scandinave e, se vuoi slave, che
traea seco, e delle quali non trovi più traccia, dove
la superiorità delle genti teotische appar manifesta
dalla permanenza dell' antica lor lingua , dai nomi loro
quali ci furono tramandati da Cesare, Tacito ed altri
latini scrittori, dalla Bibbia d'Orfila e sopratutto dalle
lor leggi e dagli odierni loro dialetti.
Vero è che i diversi rami di questo gran popolo
disseminato tra i fiumi Main ed il Veser aveano as-
sunto nomi diversi accomodati alle peculiari lor con-
dizioni, significanti qualche borioso lor vanto, come
i Franchi o gì' intrepidi, gli Angli o uomini delVamo,
i Vandali o gli erranti , i Sassoni o i branditori di
Coltello, e dì questo andare le altre loro tribù. Però
il nome di Germani o uomini ^^;? d^^^flj divenne uni-
versale di tutte le lor genti, poiché tutti impugna-
vano medesimamente quell'arme, non men de' Lon-
gobardi uomini dalla lunga partigiana.
La critica odierna scrutando la istoria de' popoli
-asiatici, potè chiarir le cagioni di quelle grandi ir-
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razioni, che dagli ultimi confini d' oriente si rovescia-
rono sopra r impero. I fieri rivolgimenti eh* avvennero
nella Tartaria e nella Cina, impressero un urto ir-
resistibile a tutte le nomadi tribù dell' Asia centrale,
le quali sospinte sulle nazioni germaniche, costrin-
sero queste ad accavaUarsi sulle altre e fitr impeto
sulle nostre frontiere: cioè i Goti, i quali varcando
il Danubio aUa sua foce, e parte ivi stanziando e
parte risalendolo, poterono calare in Italia e quindi
allargarsi nella Gallia meridionale e in Ispagna: i
Vandali che tennero Y istessa via diretta alle stesse
regioni, da cui travalicarono in Affrica: gli Svevi, i
Franchi, i Borgognoni che seguirono con lievi muta-
menti le orme de' primi, tutti quanti incalzati alle
terga dagli Unni, a respingere i quali fii mestieri che
tedeschi e romani, vincitori e vinti si collegassero,
in ispeciQ per ricacciare al di là delle alpi il truce
Attila, il flagello di Dio.
E qui messa da banda ogni altra questione , come
estranea al nostro istituto , giova osservare se v'ebbe
fusione fra questi invasori e i popoli italici, fusione, che
tranne forse pei Longobardi, noi ci ostiniamo a negare.
Odoacre cala in Italia : divide fra le sue turbe rac-
cogliticcie il terzo delle terre , ma noti distrugge
l'impero, che anzi ei riconosce, pago del solo nome
di re: nulla muta degli ordini interni: senato, con-
soli, magistrature d' ogni ragione proseguono gli uflBci
loro : la prevalenza del nome romano non è messa in
dubbio: e dal comando dell'armi in fuori , da cui erano
da lunga stagione disavezzi gl'Italiani, nulla facea
credere eh' ei ne fosse il vincitore. Fusione adunque
non v'ebbe con gli Bruii, i quali durarono fra noi
poco più di due lustri , troppo breve stagione per vero
ad a£frattellare due popoli.
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Questa unione venne bensì tentata da Teodorico,
che r imperatore d' oriente avea spinto contro le bande
di Odoacre, e ch'egli in parte spense e in parte
ricacciava in Germania. I Goti sottentrano allora al
terzo delle terre dei vinti, ma tranne questo fatto
del resto consueto, nulla del pari immutavasi. La mo^
derazione di re Teodorico tiene quasi dell' incredibile.
Ei restaurò le città, rifece gli acquedotti ed i circhi :
riparò le mine operate assai più dai cristiani che non
dai barbari. Ei volle essere romano, e avvegnacchè
non sapesse vergare il proprio nome, protesse gli studi,
onorò i letterati e die latine leggi a' suoi popoli.
Memorabili son le parole degli ambasciatori Goti a
Belisario, quando questi riconquistò l'Italia all'im-
pero. Noi occupammo il regftio d' Italia , e' diceano ,
ma le foggie del reggimento e gli ordini interni
serbammo inalterati al pari degli antichi, impera-
tori , . uè esiste legge alcuna di Teodorico o d' altro
re goto. Infatti 1* editto che porta il suo nome è tolto
in gran parte dal codice Teodosiano , dalle Novelle e
dalle sentenze di Paolo. Non può pronunciarsi il nome
di Teodorico senza rammentare Cassiodoro e Boezio;
Cassiodoro, il ministro di Teodorico, di Amalasunta,
d'Atalarico e di Teodato, il loro storiografo, colui
che ravvivò le lettere in Eoma; Boezio il vecchio
patrizio, il discendente degli Anicii e dei Manlii,
in cui rivivono tutti gli onori della antica sua stirpe.
Assiso nel foro sul suo seggio d'avorio in mezzo a
due suoi figli consoli, circondato da suoi littori, egli
comgarte al popolo le larghezze del suo monarca, al
popolo che crede ritornati i tempi dei Cesari, dispen-
satori di pane e spettacoli. Di questa romanità del
re goto fremeano i suoi, che infatti lo spinsero negli
ultimi anni del suo regno a incrudelire ; ma fa ripresa
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161
da Amalasunta sua figlia , che fé' educare Atalarico
ne' costumi dei vinti. Oppressi alfine i Goti da Be-
lisario dapprima e poi da Narsete, furono cacciati
d'Italia, e i pochi che tuttavia rimanevano, vennero
confinati negli angoli più remoti dell'alpi. Le terre
occupate ricaddero allora ai Bomani. La fusione ago-
gnata da Teodorico, promossa da Cassiodoro, come
dalle sue lettere è manifesto, falliva collo sparire
della gotica dominazione.
Dubbio è ancora se vera fusione avvenisse colla
gente longobarda, che costituisce (tralascio le tempo-
ranee e le minime) la terza grande invasione teuto-
nica. Ma se questa fusione ebbe luogo, non avvenne
al certo ne' modi che prima d'allora avean tenuto i
Sassoni in Britannia, i Franchi, i Burgundi, i Visi-
goti nella Gallia , gli Svevi, i Vandali e gli stessi
Visigoti in Ispagna. Imperocché i Longobardi ci si
mostrano assai scarsi di numero , di che è prova il
non aver mai potuto soggiogare né Ravenna, né Roma,
né Napoli, né fiaccar l'orgoglio dei Greci, benché
deboli e pochi. Ond'é che l'urbanità del romano co-
stume non giacque estinta in Italia, poiché, in ogni
ipotesi, questo affratellamento fu assai ristretto e tardo
a compiersi , come quello che avvenne soltanto , quando
dopo due secoli di dominio, i Longobardi, deposta la
primitiva loro selvatichezza, erano già fatti d'abito,
di lingua e di religione italiani. Arroge che questa
mischianza di razze non fii ad ogni modo completa,
dacché i Latini di Ravenna e del mezzodì dell'Italia
non cessarono mai dal combatterli; solo al tempo de'
Franchi di Carlomagno, tedeschi essi pure, e come
leggiamo in S. Gregorio Turonense , assai più barbari
dei Longobardi, la fusione fu piena ed intera, poiché
tutti i vinti vennero ragguagliati ad una stessa con-
E. CELE9IA. Storia della Letcerat. in Italia. 11
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162
dizione rispetto al vincitore. L' invasione franca a sua
volta non fa che feudale, cioè ristretta a pochi conti
e baroni, contro i quali T elemento italiano e longo-
bardico, che costituia la maggioranza della nazione, a
più riprese si ribellò ; e partorì alfine lo scoppio della
grande rivoluzione comunale, origine prima delle nostre
repubbliche.
Quanto finora abbiam detto servirà a lumeggiare
un'altra questione, la parte cioè ch'ebbero i barbari
nel decadimento delle lettere. Ma chi non sa che chiuso
appena il secolo di Augusto, cominciò il loro declino?
Chi non ha avuto alle mani queir aureo libro , sia di
Tacito d' altri, che è il Dialogo della perduta elo-
quenze^ ? Le esercitazioni dei retori , i panegirici tronfi,
gì' istorici costretti a mentire o ad uccidersi, 1* ecclis-
sata libertà , l' immane sevizie dei Cesari, le occasioni
del dire e del fare perdute, ecco le cause vere per
cui le lettere tacquero o immiserirono. Arroge la guerra
che la chiesa , i concili ed i Padri indissero a quanto
arieggiava di classico. Imputare alle sole nordiche
inondazioni la prostrazione degli studi, sarebbe un
mentire alla storia ; il decadimento letterario era già
pieno, quando esse non avean fatto ancor cenno di
calare in Italia. Non giova qui indagarne le cause :
altri già il fece , scoprendole nella natura speciale e
nelle condizioni dell'antica civiltà; a me preme il
dire, che se i barbari ponno considerarsi come una
delle tante cause finali di quella immensa mina, non
ne furono per fermo le cause efficienti e primarie.
Due cose anzitutto esercitavano un fascino prepo-
tente negli animi degli invasori : l' efficacia della le-
gislazione latina che rispondeva a tutte le esigenze
sociali, e il prestigio della urbanità rispetto alla loro
rozzezza. Osserva saviamente il Gui/ot , che i vinci-
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tori divenuti proprietari del suolo , si strinsero più
intimamente fra loro e coi vinti; anzi, pur conser-
vando le costumanze paesane, trovaronsi, quasi a loro
insaputa, involuti tra i nodi di quelle istituzioni giu-
ridiche, che li costringeano, se non dal lato politico,
almeno nelle contrattazioni civili, a sottomettersi in
gran parte ai nuovi ordinamenti. D* altronde lo spet-
tacolo di una civiltà di cui non aveano sentore al-
cuno, e che tanto sembrava meravigliosa a lor occhi,
lì soggiogava; la regolare gerarchia de' poteri, i
monumenti dell'antica grandezza, le città, i circhi,
i palagi, le terme, le vie erano per loro argomento
d'altissima ammirazione e riverenza. Ben e' poteano
sfatare individualmente un latino, ma nel suo com-
plesso il mondo romano apparia loro tale un miracolo
innanzi a cui doveano inchinarsi: e mentre intendeano
a conquiderlo, si sentiano rapiti ad imitarne le foggie
e gli esem^. Vincitori, e' doveano tenersi dammeno
dei vinti.
Esiste una scuola in Germania, che predica avere le
stirpi nordiche rigenerato V Italia , infondendo un
sangue giovane e vigoroso nelle sfibrate sue vene; per
essa la civiltà nostra è suo dono : dal fondo delle selve
scandinave e teutoniche balenò il raggio che ridusse
a coltura la nostra penisola. Altri istorici, i nostri
in ispecie, accarezzano un' opposta sentenza , ed aflfer-
mano che i nepoti d'Arminio passarono nelle nostre
contrade come un turbine di distruzione, un istru-
mento di conquista e d* eccidio: incapaci a nulla fon-
dare di stabile, non lasciarono dietro a se che diser-
tamenti e mine. Questi ricisi giudizi ci sembrano
egualmente fallaci : il vero non istà mai negli estremi.
Coloro' che scrissero essere state Italia e Eoma distrutte
dai barbari, non fecero che ripetere una vieta men-
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zogna, senza fondamento alcuno di vero. Non è pos-
sibile addante a rincalzo delle loro affermazioni , lo
dirò col Tiraboschi, il testimonio di alcun autorevole
antico scrittore. Di rubamenti, rapine, talvolta ancora
di stragi/ trovasi bensì qualche menzione: di rovine e
di distruzioni non mai. Il cont^.tto co* vinti e la re-
ligione ammansò in breve i loro furori. Non è tutta
favola la leggenda che narra avere i nostri monaci
dato ai ciechi la vista e a' sordi l'udito, essi che
spargeano fra i barbari la parola di vita, e rivelavano
loro la luce del cristianesimo. Quando S. Gallo caccia
con nn segno di croce V orso che occupava piima di
lui la caverna scelta dal Santo a sua stanza, chi non
vede l'apostolo che nelle montagne d'Elvezia rende
a' civili costumi un paese , i cui abitanti viveano a
guisa di belve selvaggie? La predicazione della fede
spoglia i barbari della lor ruvidezza, e i racconti
leggendari porgeansi meglio d' ogni ragiollamento op-
portuni a quell'uopo.
Ma chi potrà negare da senno che le razze ale-
manne non abbiano esercitato in così lungo dominio
una qualche azione sui vinti? Che non abbiano in
essi svegliato qualche nova idea, qualche novo sen-
timento , e dato origine a qualche istituzione che pose
quindi nuove radici in Italia.? È questione di tal
momento da doversi con qualche ponderazione agitare.
Niun dubbio che i Germani i quali viveano soli, in
mezzo alle proprie famìglie, lontani dalle città, talché
dicea Tacito ne pati quidam inter se junctas sedes^
colunt discreti et diversi, rivivono nei bassi tempi
in que' fieri baroni, che innalzano le loro rocche, veri
nidi di falco, sui picchi delle montagne. Essi erano
essenzialmente guerrieri: lo stesso scrittore ci ap-
prende ch'essi scieglievansi a condottiero il più strenuo
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fra loro. Troppo grave errore sarebbe il negare ch'essi
non abbiano portato in Italia, disavezza dall'armi,
quello ardor bellicoso si acceso dappoi, e di cui a'
tempi dell' Enobardo fecero si ' duro esperimento. I
loro istituti militari ravvivarono il valore pressoché
morto delle stirpi latine. Il duello, ad esempio, sco-
nosciuto agli antichi, è una istituzione gemJanica che
non riuscimmo ancora a divellere. Il giudizio di Dio,
che così spesso ci occorre ne' tempi di mezzo, passò
anche fra noi quasi allo stato d' istituzione legale. Lo
spirito di cavalleria, composto di così svariati ele-
menti, fu pure, ch'io m'inganno, un portato de'
popoli nordici , presso i quali l' amor della guerra, le
avventure e il culto della donna erano profondamente
sentiti. Anche il sistema dei feudi ad essi esclusiva-
mente appartiene. Montesquieu ne intravide il prin-
cipio nelle foreste germaniche, e perciò non nacque
dalla conquista , com' è sentenza d' alcuni. In Italia
penetrò ne' paesi eh' essi occuparono : né traccia mai
se ne scorse nella Venezia dov' e' non posero il piede.
Accenno, come ognun vede, e tiro oltre a dilungo.
Ma di un gran beneficio van gli Italiani debitori
alle genti invaditrici: cioè di quello. spirito di libertà
individuale, ignoto ai popoli antichi, presso i quali il
Dio-stato era tutto. I Germani per converso aveano
in ben picciolo conto la podestà pubblica e i religiosi
istituti: il lor vero carattere, il loro stato sociale in-
formavasi a quel fiero senso d'indipendenza, che li
traeva ad agire a seconda del proprio talento. H mondo
latino ci avea dato il concetto di una società in cui
prevalevano le savie discipline dell' ordine e del reg-
gimento dei popoli: il cristianesimo v'innestava il
principio della uguaglianza e della sana morale: le
razze nordiche infine ci rivelarono quel sentimento di
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libertà e quel diritto di fare ciò che meglio torna a
ciascuno, purché le nostre azioni non costituiscano
una lesione ai diritti degU altri. Le antiche repub-
bliche assorbiano l'uomo nel cittadino: le teocrazie
non gli consentivano altra balia che d'immolarsi a'
suoi numi; soltanto l'Europa moderna potè educar
r uomo signore assoluto della sua volontà e degli atti
suoi, i quali altro intoppo non trovano se non quella
legge, che mentre ne frena gli abusi , ne tutela la
libertà, E questo nuovo sentimento eh' esalta e rad-
doppia l'operosità umana eredarono gli Italiani dai
barbari.
I quali anche dal lato morale concorsero a rigenerar
forse i nostri corrotti costumi. — I Goti son perfidi,
così scriveva Salviano, ma almeno pudichi: gli Alani,
voluttuosi, ma fidi: i Franchi, mentitori, ma ospitali:
la crudeltà dei Sassoni fa irinoridire, ma almeno è
lodata la lor castità.,., poi facciam le meraviglie che
Dio abbia abbandonate le nostre provincie a mano dei
barbari , quando il lor pudore purifica la terra conta-
minata tuttora dalle romane laidezze — E più d' uno
in previsione dei beni che avrebbero un giorno recato,
potè quasi desiderare di vederli assoluti dominatori in
Italia. Fra questi un monaco spagnuolo del V secolo.
Paolo Orosio che scrive — I Geimani pongono a ruba
la terra : ma se giungessero (tolgalo Iddio) ad averla
interamente a lor mani e a reggerla secondo gli ordini
loro, forse un di i posteri darebbero nome d' illustri
monarchi a quegli stessi, che oggidì noi abbiamo
in conto di spietati nemici. — Infatti se pur si con-
sidera che ciascun di questi invasori per vie arcane
concoi :?e allo svolgimento della moderna e civiltà : che
ciascun d' essi pagò il suo tributo all' umano progresso,
cesseremo una volta le viete querele, ammirando quella
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forza morale che franse la spada dei percussori, e
quella provvidenza divina, che seppe cavare il bene
dal male, e far concorrere perfino le schiatte selvaggie
alla nuova educazione del mondo.
Venendo ora a ciò che più direttamente s'attiene
al nostro istituto, diremo eh' e' aveano un sistema di
scrittura, da poche alterazioni in fuori, a tutti co-
mune, come il Grimm, giudice competente, c'afferma.
Usavano infatti que' caratteri runici , a cui s' asso-
ciavano tante magiche idee, sia" nelle n^^t^* del Nord,
che nella cabala ebraica. Il loro alfabeto tenea molto
di quello che Ulfila diede a' suoi Goti, e che poi restò
proprio de' popoli scandinavi.
La lor lingua , divisa in molti dialetti , dopo una
resistenzi più o meno lunga, venne a perdersi e ad
essere assorbita in quella dei vinti. Rado è che un
popolo conquistatore giunga ad imporre ai soggetti la
propria loquela. Valga fra i molti l' esempio dei Goti
che tennero lungamente la Spagna, dove a stento
t' avvieni in qualche vocabolo che serbi 1* impronta
degli invasori. Del loro poetico idioma già più sopra
toccammo. Nulla ci venne dagli Eruli e dalle altre
bande di Odoacre, come quelle che assai sottili di
numero, poco tempo accasarono nella penisola, né
sopravissero alla conquista dei Goti. I quali a lor
volta non istanziarono che due sole generazioni in
Italia: onde assai tenue Ja loro influenza linguistica.
Franchi , Unni , Saraceni invasero , o meglio , corsero
qualche parte d'Italia , ma non mescolarono i lor sangui
e le loro parlature con noi.
Fra le scarse parole germaniche eh' entrarono a far
parte de* nostri volgari, devonsi anzitutto annoverare
quelle che hanno un qualche appicco o attinenza alle
cose militari; tali, a mo' d'esempio, war , nella bassa
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latinità werra, onde il nostro guerra; gund-fahne,
gonfalone: wassen , fassen , vassallo: gard, onde il
tedesco. ^«r^^;i, giardino: barone che nel primitivo
suo significato nulla tien del feudale, deriva da ware,
virile, ed ha la sua origine come il vir dai latini e
il ver gaelico nel virah samscrito. Notevole è eziandio
l'osservare che gl'Italiani tolsero dalla lingua de'
vincitori il nome delle cosa più contennende ed ab-
biette , come laido , brutto , bara , strega , capestro :
altre volsero in senso spregevole, come land, cioè
terra, che rimase applicato fra noi a un greto infe-
condo. Della lingua de' Longobardi dicemmo a suo
luogo.
Fra i più funesti pregiudizi credati dai barbari,
voglionsi registrare, come accennammo, i duelli e i
giudizi di Dio , co' quali soleansi decidere le insorte
eontestazioni, scegliendo ciascun litigante un cam-
pione che pugnasse per lui. Talora per causare il
sangue od anche la morte, reputavasi sufficiente a
chiarire la verità il giudizio di Dio per la croce, che
consisteva nel condurre in chiesa i due che piati-
vano, costringendoli a starsi colle braccia stese ed
apei-te, finché colui che per disagio era costretto ad
abbassarle , teneasi per vinto. Erano anche comuni le
ordalie o prove giudiciali dell'acqua e del fuoco.
Gettavasi entro una vasca profonda il reo colla man
dritta legata al pie sinistro e colla sinistra al pie
dritto; se questi immergevasi, la chiarezza della sua
innocenza non era più dubbia; se no, ei venia repu-
tato colpevole del maleficio imputatogli, come se l'acqua
che prima benedicevasi, 1' avesse rigettato da se. Così
ragionavasi. Nella prova del fuoco introducevasi Ja
mano in un guanto di ferro arroventato, ovvero por-
tavasi fino alla distanza di nove o dodici passi una
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spranga di metallo infuocato, o immergeasi la destra
in un vaso d* acqua bollente. Tratta fuori dal guanto
dal vaso, awolgeasi in un pannilino, sul quale giu-
dice e denunciatore imprimeano i loro suggelli, finché
scoperta dopo tre giorni, se trovavasi illesa, l'accu-
sato n'andava assoluto, e punito per converso l'ac-
cusatore. Non è chi non vegga come questi giudizi
spesso altro non fossero, che il trionfo della frode,
della forza brutale o del caso.
Ninno ignora che ne' tempi di mezzo tenne il campo
una mitologia popolare sostituita all' antica, composta
di miti orientali , di avanzi di fole pagane , di pre-
giudizi cristiani e di superstizioni germaniche. Gli
antichi errori non erano del tutto ancora divelti. Nei
concili del tempo troviamo i divieti d'invocar Bacco
nelle vendemmie , di celebrare i lupercali , cavare
augurii dal volo degli augelli, dal nitrir dei cavalli,
dal muggito dei buoi, dallo sgorgare delle fonti, e altre
gentilesche reliquie che inquinavano la purità della
fede. Leggiamo, a' mo* di esempio , nelle lettere che
S. Damiano indirizzava a papi e a prelati, essere i
vulcani le porte dell' inferno : i diavoli vagar nei de-
serti in traccia di legna per alimentar le fornaci d'a-
bisso : conservare le anime eziandio dopo morte la lor
forma corporea : essere stata vista quella di Benedetto
Vni in groppa a un nero cavallo; quella di Bene-
detto IX tramutata in un mostro, e condannata al
pari dell'errante Giudeo a vagar sulla faccia del
mondo fino al di del giudizio finale. Ei riteneva da
senno che l' arcangelo S. Michele celebrasse ogni lu-
nedi la messa in cielo , a cui assistevano tutti i beati,
e altre tali credulità, più atte a commuovere l' imma-
ginativa de' volghi, che non il processo della ragione, e
che dall'universale venivano accolte senza pur l'ombra
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di un dubbio. Accanto alle quali correano pei volghi le
più scempie credenze di castelli incantati, ove gemea,
perchè riottosa ai voleri del suo signore , una bellezza
infelice; or giardini e palagi, fatture di negromanti,
ove il nuovo venuto perdeva ogni sua facoltà e pur
veggendo Y amante non potea ravvisarla per tale : or
cavalieri che assisi su alati destrieri percorrono la
immensità dello spazio; magici anelli che rendono in-
visibili chi li portava e a' quali era legata, come in
quello di Salomone , piena balia sugli spiriti infernali:
suoni di corno che mettono a sbarraglio un esercito :
lancie d*oro che rompono ogni più possente malia, e
spade che fendono a mezzo un gigante , ed elmi ed
usberghi infrangibili a cozzo nemico, e altre somi-
glianti fantasìe sulla cui verità non cadea dubbio di
sorte, n mondo invisibile venia del pari popolato di
geni , di elfe, di maliarde, di silfi e siffatte altre ge-
nerazioni di spiriti, onde la ricca nomenclatura ctìfe
riguardava le malie e i sortilegi: magus, malejicus,
sortilegus, lamia, saga, strix, maga, sortiaria e altri
assai. Giova indagare quali di questi errori sieno
propri de' popoli italici, e quali imputabili ai bar-
bari.
Gl'Italiani eredarono dalla sapienza dello antico
Egitto, per mezzo delle compilazioni degli Arabi, le
aberrazioni sulle scienze occulte, suU' alchimia e sulla
astrologia giudiciaria. Le scienze occulte tendeano ad
assoggettare all' uomo gli agenti de' fenomeni cosmici
e le potenze intermedie. Qualche scarsa nozione della
ermetica di Trismegisto, qualche sentore delle opere
di Olimpiodoro, di Proclo, di Zozim(» e di altri Ales-
sandrini, ingenerarono la credenza che colla combi-
nazione e col raffronto de' numeri, . delle lettere e de'
segni geometrici uniti ad alcuni esorcismi e addatte
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171 .
sostanze, poteansi comporre filtri e incantagioni vale-
voli ad evocare gli spiriti e a prolungare la vita. Por-
firio avea scritto, che la luce è il veicolo celeste delle
anime che calano in terra a rigenerare le piante e ad
immedesimarsi cogli animali. Plotino avea svolte le
relazioni che corrono fra i demoni e l'uomo, e chia-
rito il modo d'unirsi ad essi nell'esercizio dell'arti
teurgiche. Giamblico era ito più innanzi, dettando uri
libro che fu tenuto come il codice della magia, mo-
strando inoltre in qual modo l'uomo possa strigarsi
dagli assalti del male. Per elevarsi alla divinità, egli
scrive, non ha mestieri che l'uom possegga cogni-
zione veruna, bensì ricchieggonsi cerimonie mìstiche,
parole arcane, simboli e riti. Era sentenza de' savi,
che esistesse in natura una serie di moti ascendenti,
che come il legno attira il fuoco e il fuoco è avvi-
vato dall'aria, con eguale attrazione sforzasse gli
esseri inferiori a congiungersi co' superiori. Neil' or-
dine naturale tutti i corpi omogenei si attirano: ond'è
che i minerali, gli uomini e i bruti han continue at-
tinenze cogli astri: ad ogni intelligenza fa riscontro
un pianeta : poiché l' anima e l' astro appartengono
entrambo all' ordine etereo. I nomi dei pianeti appli-
cati ai metalli ed alle sostanze che da questi deri-
vano, mostrano le relazioni che reputavansi esistere
fra questi e i corpi siderei. Corre fra tutti gli og-
getti un legame di simpatia, come emanazione che
sono di un sol potere supremo. Chi saprà disvelare
il segreto di questa corrispondenza s' innalzerà fino a
lui, e sarà un Dio sulla terra.
A queste speculazioni vennero ad a^ropparsi le
teorie pitagoriche , sempre vive in Italia, e le caba-
listiche. Si attribuì ai nomi un poter misterioso e
prevalente sopra le cose: le lettere si anteposero
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ai nomi. All' -4, prima lettera degli alfabeti allor
noti , si uni Y ultima lettera degli abecedarii la-
tino, greco ed ebraico, e s' ottenne la parola AzotA ,
primo fondamento della pietra filosofale. L' Aira-
cadabra foggiato a triangolo, i groppi di alcune
linee, i numeri 3, 7 e 9 divennero egualmente ope-
ratori di mille sognati portenti. Taluni consertando
la croce, il triangolo e il circolo con alcune lettere
dei tre suddetti alfabeti e invocando la Triade, s'ar-
gomentavano di poter evocare gli spiriti immortali, e
vivere con essi confusi nell'anima universale, antici-
patamente fruendo le gioie ineffabili serbate agli eletti
nel cielo.
Senonchè i più di coloro che agognavano trovare
la felicità sulla terra, volgeansi all'alchimia, nella
quale ottennero gran nome Sinesio da Cirene, Geber,
Morieuo, Adfar, Zozimo, il sultano Calid, Arnaldo da
Villanova, Filattete detto \ Anonimo ed altri. A tal
uopo usavano erbe che reputavano atte agli incanti e
alla preparazione de' filtri, come il giusquiamo, la
mandragora, lo stramonio e la belladonna, ovvero di-
stillando diverse altre sostanze, e studiando mistioni
per ottennere la panacea universale. Benché ciascuno
possedesse i suoi speciali segreti attinti nelle opere
di Archelao, di Salmanas, del Panopolitano e d'altri
dottori più in fama in questo genere di operazioni,
tutti però consentivano in questo : doversi i loro esor-
cismi eseguire nell' ora del plenilunio, e per mezzo di
un metallo che prevalesse ad ogni altro. Tale si ri-
putava il mercurio — principio androgino, acqua d'ar-
gento, non acqua, né metallo, né corpo, e pur fiuido
al pari dell' acqua, che pesa e brilla al par del me-
tallo, e che, come i corpi, contiene la vita e lo spi-
rito. — Al preciso scoccare della mezzanotte mesceasi
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mercurio, sale ed aceto : tracciavansi sulla parete tre
circoli concentrici, fra i quali insertavansi parole
magiche e croci. Nel bel mezzo campeggiava a foggia
di triangolo il sole, simbolo dell'oro: la luna sim-
bolo dell'argento e il segno di Mercurio; nel cen-
tro della figura poneasi il segno del zolfo : indi cir-
conda vasi il tutto d' un serpe, il cui occhio di bragia
significava il bene e la vita , e la coda a punta di
freccia, il male e la morte. Compiuto il pentagramma
e invocato Astarotte, il folgoratore, poneasi sul for-
nello il crogiuolo la storta. Se durante la distilla-
zione delle anzidette materie annuvolavasi il cielo
coprendo d' ombra ogni cosa , 1* operazione potea
dirsi fallita: nel caso opposto, tutto volgeva a se-
conda. Il liquido ottenuto era appunto V elisire filo-
sofale che eliminava ogni sinistro dal suo posses-
sore.
L'arte di convertire in oro i metalli, propria già
degli Egizi , ci fu appresa anch' essa dagli Arabi. Ma
cercando Toro trovossi la chimica, come cercando
filtri e veleni trovaronsi i farmachi. Non è senza un
profondo compiacimento l'assistere al processo dello
spirito umano, che dalle più scempie fallacie si leva
alle radiose regioni della scienza moderna.
L'astrologia giudiziaria, ossia l'influsso esercitato
dai corpi celesti, fu un errore universale, da cui neppure
i più dotti uomini sapeano prosciogliersi. Luigi I il
Pio, figliuolo di Carlomagno, cadde infermo nelF 837
per tema d'una cometa, e tre anni appresso mori di
sgomento alla vista di un ecclisse di sole. Si ebbe
allor Giove in conto di un benigno pianeta : nocevole per
contro Saturno. Allorquando Marte trovavasi in mezzo
del cielo, piovea cosi esiziali influenze da sforzare
alcuno ad uccidere altri di ferro: per l'opposto Marte.
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in Ariete unito a Venere, rendea forti e in un de-
licati coloro che nasceano nel punto di una tal con-
giunzione. Venere in Capricorno e in Acquario tor-
nava nefasta alle donne concepite sotto quella costel-
lazione; congiunta nella propria casa con Mercurio,
produceva istrioni : in casa di Mercurio, pittori. Tristo
a colui che avesse veduta la luce sotto il segno dello
Scorpione !
Colla intromissione degli Arabi ci vennero dalla
Persia le leggende dei due famosi giganti Oog e Magog,
vive ancora in alcune parti d'Italia nelle locuzioni
d' Oga e Magoga, colle quali suolsi facetamente ac-
cennare a qualche fantastica e lontana regione. Per-
siano del pari il Griffone, eh' altro infine non è che
il Scir-Morg di Ferdusi.
I pregiudizi sugli hans o T anime dei morti , sui
'verw'ólfey sui lupi mannari, sui vampiri o voukodlahs
dei paesi slavi, si diffusero largamente in Italia, e
s' insertarono cogli errori de' sortilegi, degli amuleti ,
dei patti col diavolo e delle favole che si spacciavano
sulle virtù delle pietre^ intorno alle quali ottennero
allora gran fama il libro di Damigerone col titolo De
Lapidibus, e l'opera Orphei Zitkica, che tratta Ti-
stesso subbietto in versi non destituti di vivezza e
di brio. Ai Fauni dell'antica mitologia fan riscontro
i Folletti , de' quali è principe il nano Oberone: la
loro origine è mestieri cercarla nella cosmogonia scan-
dinava, da cui per opera degli invasori passarono a
noi, di poco mutati. La leggenda della primitiva lor
patria ce li rappresenta or benefici, or per l'opposto
tristissimi: tra noi il più delle volte ci si mostrano
proclivi al soccorso ed affabili. Man mano che si di-
scostano dalla lor patria d'origine, li vedi assumere
carattere più umano e cortese : la lor natura si svolge
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a beneficare, anzicchè ad atterrire: diresti che subi-
scano anch' essi r influsso della gentilezza latina.
La credenza ne' lupi mannari è affatto scitica , e
r accenna Erodoto come propria degli Iperborei. Fu
diffusa in Italia dai popoli nordici, sebbene, a dir vero,
ne avessero anche i Latini un qualche sentore. Infatti
Virgilio neir egloga Vni canta di Meride che si mutò
in lupo e internossi nel bosco.
Più tristo dono ci fecero i barbari colle loro Streghe,
che per opera della Inquisizione costarono tanto sangue
innocente. Le Streghe che i popoli teutonici noma-
vano Masche, Haze, Witch, Woten, Walhirieny si
diceano accompagnate da gatti e da becchi, simboli
della generazione , come quelle che si congiungeano
co' demoni sulle vette de' monti, ove traeano nei
nefandi lor sabbati a cavallo di scope. Ond' è che in
Germania per lungha età si pose la scopa a traverso
le soglie delle abitazioni nell'intento di schermirsi
dai sortilegi.
Più fiero oggetto di terrore le Strigi, le Versiere e
le Lamie, che S. Isidoro dicea cosi nomate a laniando :
come quelle che involavano dalla culla i bambini e li
trangugiavano vivi. Esse avean per marito il terribile
Dracas, il rapitore delle donne che si bagnavano nei
fiumi, presso i quali egli ponea la sua sede. Nello intento
di divellere le universali abberrazioni sulla crudeltà
loro, Carlomagno in un suo Capitolare vietò se ne
proferisse il nome, e minacciò l' estremo supplizio a
chi spacciasse che alcuno si fosse tramutato in strige
per divorare la gente , o che per impedire un tal ma-
leficio, l'avesse arsa e devotamente mangiata egli
stesso. Oggidì ninno più crede, come avvenia tra i
Longobardi, che certe maliarde ingoiassero gli uomini;
ma i vegii de' Borgognoni, che colle loro incantagioni
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agevolavano il ritrovamento degli oggetti smarriti,
rivivono ancora in alcuni fattucchieri del volgo.
Il popolo non distrugge gli enti che crea, bensì
talor gli trasforma. Tanto avvenne alle deità mito-
logiche, che colle mutate credenze si convertirono in
enti malelSci. Cosi Apollo divenne un nume de' Sa-
raceni, eh' è quanto a dire un demone nel concetto
cristiano : così Giove nella Chanson de Roland è tra-
sformato in un mago. Men foschi attributi ebber le
Fate, alla mitologia delle quali concorse del pari il
genio latino e teutonico. Latina n' è T origine e il
nome : v' era in Roma nel Foro presso il tempio di
Giano un'edicola sacra alle tre Fata, cioè alle tre
dee. Ma dal nome infuori, ogni altro elemento è ger-
manico, sebbene vi si aggiungesse più tardi, cioè al
tempo delle crociate, qualche attributo delle Peri
orientali. La Fata è sempre benefica: veglia alla
culla de' pargoli, protegge chi ama e ci scampa da
ogni sinistro.
Gli irraggiamenti delle greche e italiche mitologie
rifulgono perfino negli Edda, ove a Thor si attri-
buiscono non pochi fatti di Giove e di Ercole. Noi
vediamo nelle leggende scandinave Busiride tramu-
tarsi in Busoyra , Gerione in Geifrdckr, Latona in
Lackyn; le loro Nome arieggiano le Parche, Nimes,
Minerva. I barbari attinsero dal loro contatto con le
stirpi latine non pochi errori, ma in più gran copia
vi diffusero i loro. Ond'è che il chiaro G. Rosa non
dubitò di affermare, che la Frigga del Voluspa rivive
nella Fregna bergamasca: li lotuni capostipiti di
Vola , la profetessa d' Oddino , si trasformano nello
lotene di Bergamo , e il nome di Baldur, trasfigura-
zione di Cristo nell'Edda, ritrovasi nel monte Baldo.
Niun meravigli in veggendo gravemente trattate in
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queste pagine tante assurde credenze; ma rammenti
che il loro studio, come già ne* tempi di Apulejo e
Luciano, esercitò in questi ultimi anni il senno di
uomini illustri ; rammenti eh' esse hanno un' impor-
tanza gravissima sulla storia dell' immaginazione e
dello spirito umano, e che ne' processi storici i più
intricati e nebbiosi basta talora il più picciolo in-
dizio a fornire il filo per iscoprire fatti notevoli. *
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. ' 12
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Gòogle
CAPO IX.
GEEBEETO E I SUOI TEMPI
SOMMARIO.
Leggende — Grerberto in Roma, in Bobbio e in G-ermania —
Sue lotte contro l' autorità pontificia — Notevole lettera al-
l' arcivescovo di Sens — Sua esaltazione a pontefice — Ras-
segna delle sue opere — Condizioni letterarie dei secoli IX
e X : il Trivio e il Quadrivio — Nuovo indirizzo da lui dato
agli studi — I Papi dal secolo IX fino ali* XI — Universale
credenza sulla fine del mondo — Primi albori del risorgi-
mento letterario e civile — Raterio ed Ottone — Operosità
intellettuale.
Chi togliesse a dettar la storia della letteratura
leggendaria dei bassi tempi, avrebbe in Francesco
Gerberto un personaggio che andò famoso, al pari di
Virgilio e di Carlomagno, per una serie di fatti me-
ravigliosi e fantastici, raccolti da Guglielmo di Mal-
mesbury, da Alberico delle tre Fontane, da Gervasio
di Tilbury, da Vincenzo di Beauvais, dal cardinale
Bennone, da Martin Polono e da parecchi altri. Di-
ceasi avesse egli fermato un patto col diavolo, in
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180
virtù del quale gli consentiva piena balia dell' anima
sua, purché s' adoperasse ottenergli la sedia di Pietro.
Giungeva infatti Gerberto ad assidersi sul soglio pon-
tificale che tenne alcun tempo: senonchè un giorno
ecco farsegli innanzi il suo sozio , e squadernatogli
sugli occhi il fatale chirografo , chiesegli V adempi-
mento delle giurate promesse. Parve temeraria T in-
chiesta di Sàtana al vicario di Cristo, e tentava con
sottili ragionamenti a schermirsene: ma il maligno
che non sapeva armeggiare a parole , poiché non
aveva appreso dialettica, come quel suo confratello che
diceva a Guido di Montefeltro
Tu non pensavi eh' io loieo fossi ,
gli ruppe senz'altro con un colpo la testa e sen
portò l'anima seco, onde il famoso ditterio:
Homagium diabolo fecit et male finivit
Come agevolmente si scorge , la leggenda del dottor
Fausto non è nuova, né propria della sola Germania:
noi la troviam pure in Italia e immedesimata nella
istoria de' papi.
Altri aggiunge che Gerberto convenne col demonio,
che gli sarebbe prolungata la vita, finché non avesse
celebrata la messa in Gerusalemme: ma il poco accorto
pontefice recatosi ad uflSciare in quella chiesa di Roma
che chiamavasi di Santa Croce in Gerusalemme, Satana
che ivi appostavalo, gli fu in un attimo addosso e lo
spense. Altre leggende ci diranno della sua moltiforme
sapienza, e del libro furato ad un arabo coli' aiuto
della figliuola di lui, in virtù del quale coUegavasi
con gli esseri sovrannaturali, i djinns degli orien-
tali e i demoni del cristianesimo; ci diranno della
statua nel campo di Marte in Roma, che portava
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scrìtto sul capo — Aie perente — le quali parole
avendo il solo Gerberto interpretate, potè imprendere
uno strano viaggio sotterra ; ci diranno della testa da
lui fabbricata che gli profetava il futuro, ed altre me-
raviglie siffatte, che mentre giovano alla pittura de'
tempi, mostrano aperto com'ei fosse tenuto in conto
di un uomo superiore a' suoi coevi.
E invero Gerberto fu uno de' più grandi person-
naggi politici del secolo X, e il primo che recasse la
scienza sul seggio di Piero. Benché nato di umile
sangue in Alvemia, l'Italia in cui passò parte della
sua vita e che l'ebbe sul più eccelso de' troni, lo
annovera a buon dritto fra i suoi.
Condotto da Borello conte di Barcellona in Ispagna,
frequentò lo studio di Cordova, e in quel focolare
della civiltà arabica apprese la chimica e la mecca-
nica in guisa da poter poscia costrurre il suo famoso
orologio a bilanciere, e queir organo, i cui tasti erano
messi in movimento dal vapore. Eeduce dalla Spagna,
pose sua stanza in Eoma, ed entrò in favore d'Ot-
tone il Grande, che gli commise 1' ufficio di precet-
tore del proprio figliuolo, ed indi per compenso gli
ottenne nel 965 la dignità abaziale nel monastero dì
Bobbio. Ma lungamente non potè esercitare il nuovo
suo ministero. L'abbazia bobbiese trovavasi allora
nelle più estreme distrette per opera dei vicini si-
gnori che tentavano usurpare la miglior parte delle
sue terre, e massimamente di Pietro vescovo di Pavia,
poi papa Giovanni XIV, che armata mano ne diser-
tava le possessioni. Gerberto in una sua lettera
espone all'imperatore ed alla di lui madide Adelaide
le dure privazioni imposte a' suoi monaci — E' muo-
jonsi, diceva, di fame: non han vesti per coprii'e le
loro nudità : deserti i granai, la farmacia senza droghe.
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vuota la borsa comune .... Io non invoco che sola
una grazia: mi sia concesso di recarmi in Francia, e
vivere nel disagio da solo, piuttosto che mendicare in
Italia con tanti infelici, bisognevoli, al pari di me,
d'ogni cosa. —
A queste sventure s' aggiunsero in breve le tribo-
lazioni interiori provocate da' suoi stessi soggetti,
che esacerbati da tanti mali, e spinti, com'io penso,
da quella violenta reazione che allora cominciava a
manifestarsi in Italia contro l'autorità dei conti,
dei vescovi e degli abati d'origine franca e germa-
nica, in una rivolta lo cacciarono dal monastero e
gli elessero un successore.
Recatosi in 'Germania , fu accolto lietamente da
Teofania moglie di Ottone II; indi venuto a Reimg
presso l'arcivescovo Adalberone, prese a diriggere
quella scuola episcopale ed ebbe a discepolo Ro-
berto, flgUo d'Ugo CapetoT Da questo punto s'apre
una nuova vita per lui, un campo larghissimo a mene
tortuose e a intrigamenti sacerdotali e politici. Ne'
quali noi noi seguiremo, come quelli, che affiitto
alieni dal nostro letterario istituto, più strettamente
s' annestano alla storia di Francia.
Non possiamo per altro passare in silenzio, come il
futuro papa sentisse e qual giudizio portasse dell' au-
torità pontificia: onde ci sarà agevole arguire, quanto
egli abbijt avanzato nelle invettive contro la curia di
Roma gl'istes^i più audaci fautori della Riforma. Il
concilio raccolto in Reims nel 991, avea per precipuo
intento il raffermare la deposizione d'Arnolfo, ba-
stardo di re Lottarlo, dalla sede arcivescovile di quella
città, alla qual dignità era stato eletto in sua vece
lo stesso Gerberto, e di non riconoscere V opposizione
del papa. Due fsizioni stavano a fronte: la papale e
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r episcopale : capo della prima il famoso agitatore Ab-
bono di Fleury, partigiano dei monaci e ostile ai: ve-
scovi: sostenitore della seconda il nostro Gerberto.
Passando sopra alle contenzioni, talora anche batta-
gliere e manesche, eh' ebbero luogo in quella sinodo ,
diremo soltanto, che fu in essa fermato, non doversi
attenere alle decisioni di Roma: poiché se alcuni
pontefici dei primi secoli della chiesa aveano ben me-
ritato del clero, ninna osservanza era dovuta a coloro-
che allora inquinavano la sedia apostolica. Che se
al concilio paresse non essere il caso d'emettere la
propria opinione nella causa d'Arnolfo, meglio tor-
nava recarla innanzi ai vescovi della Grermania e del
Belgio, anziché a quelli della nuova Babilonia, da
cui nulla poteva cavarsi che a prezzo d' oro.
A fronte di tali contumelie Eoma non potea starsi
inerte: ond'é che papa Giovanni XV sospese tutti
quei vescovi che erano intervenuti al concilio. Ma
Gerberto non volle darsi per vinto, né riconoscere
una tal sospensione. Scrisse a tal uopo all' arcivescovo
di Sens una lettera che pel suo tenore giova in parte
qui riferire, a sgannar quegli illusi, che non veggono in
quella età che prono ossequio e intera sudditanza alla
chiesa. « In qual modo i nostri avversari ponno affermare
che a balzare Arnolfo di seggio richieggasi il giudizio
del vescovo di Eoma? Possono ei sostenere che un
tal giudizio sia al disopra di quello dì Dio? Il
primo apostolo di Roma, anzi il principe degli apo-
stoli dice : d' uopo é obbedire piuttosto a Dio che agli
uomini; e Paolo, precettor delle genti, esclama: se
talune annuncia insegnamenti diversi da quelli che
egli ha ricevuto, fosse anche un'angelo, anatema sul
di lui capo I Forse perchè papa Marcellino bruciò in-
censi in onore di Giove , è egli mestieri che tutti
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i vescovi sacrifichino a Giove del pari? Io sto saldo
nel credere, che se il vescovo di Roma peccò contro
il Padi'e suo, e per quantunque più vojte ammonito
non volle ascoltar la voce della chiesa, egli dico, il
vescovo di Eoma, dee giusta il divino precetto te-
nersi in conto di un eresiarca e di un pubblicano;
imperocché più eminente è il grado, più profonda sarà
la caduta .... E s* egli perfidia a crederci indegni
-della comunione, perchè niun di noi conaente a pen-
sare contrariamente alle verità del Vangelo , ei non
varrà per altro a separarci da Cristo . . . Voi non
potevate adunque essere sospesi, al pari di rei che
confessano il lor maleficio o che ne sono convinti;
voi non siete ribbellanti né refrattari : voi non avete
mai rifuggito dai santi concili, voi puri nella co-
scienza e negli atti, voi non colpiti legalmente da
ninna condannazione. . . . Respingiamo adunque una
falsa accusa, disppezziamo un giudizio illegale, aflSn-
ché volendo sembrare innocenti davanti la chiesa,
non diveniamo colpevoli innanzi a noi stessi ».
Lji voce di Gerberto sonò onnipossente presso Y e-
piscopato francese, che non volle piegarsi innanzi alla
sospensione papale. Senonché morto Ugo Capeto e
salito al trono suo figlio Roberto, più monaco assai
che monarca, Roma potè trionfare dei vescovi, e Ger-
berto venne deposto. Lasciata allora la Francia, cercò
un asilo presso gli antichi suoi protettori, gli impe-
ratori tedeschi: e infatti il giovane Ottone in di cui
era stato maestro, il trasse seco in Italia, ove ebbe a
sostenere in Ravenna una solenne disputa sulle ma-
tematiche contro Otrico sopranominato il filosofi) in-
nanzi air imperatore*e a quello Adalberone arcivescovo
di Reims, di cui per lo innanzi, come avvertimmo, era
stato il segretario. Superato e costretto al silenzio il
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suo avversario , benché dottissimo , s' ebbe in premio
r arcivescovato di Kavenna, da cui, morto Gregorio V,
ascese colla protezione imperiale nel 999 il seggio di
Pietro col nome di Silvestro II.
Merita d* essere qui riferito, come pittura de' tempi,
il decreto, con cui Ottone III lo innalzava in modo
affatto irregolare al papato; decreto, la cui autenticità
non fu posta in forse uè dal Baronio, né dal Fan-
tuzzi, né dal Muratori. « In nome della Triade una ed
individua: Ottone servo degli apostoU e per volohtà
di Dio imperator dei Romani:
» Confessiamo essere Eoma la metropoli del mondo
e madre di tutte le chiese romane, sebbene abbia per
ignavia ed ignoranza de' papi offuscato il suo primo
splendore. Conciossiachè e' vendettero quanto essa
possedeva al di fuori, e ciò che più accora, e' fecero
in questa nostra stessa città d' ogni cosa mercato,
dando a ragion di danajo ciò eh' altri appetiva , e ra-
pinando perfino gli altari dei SS. Pietro e Paolo.
Messe in fondo le leggi, avvilita la chiesa, salirono i
pontefici in tanto orgoglio, che fatto gitto de' loro
beni per satisfare la lor vanità, si rivolsero contro il
nostro impero, e si risarcirono con involarci parte assai
ragguardevole delle nostre province.
» A coonestare le loro usurpazioni cavarono fuori fa-
vole e menzogne, delle quali per altro l' età fé' giusta
ragione , ma eh' essi spacciarono sotto il nome del
gran Constantino, laddove per contro è a nostra sa-
puta essere state vergate in caratteri d' oro dal dia-
cono Giovanni nomato il Sema-dita,
» Eguale mendacio é la donazione che attribuiscono
ad un certo Carlo (il Calvo), il quale die ciò che non
era suo e che dar non poteva, e che male aveva car-
pito e disperava di poter conservare, siccome quei
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che fu scacciato e balzato di seggio da un altro Carlo
(il Grosso) di lui più legitimo.
» Respinte adunque tai fole e vane scritture, noi,
come per Tamor di S. Pietro abbiamo eletto a papa
Silvestro nostro precettore, e coir aiuto di Dio po-
stolo in seggio, così per amore dello stesso Silvestro
e ad onore di Dio e del principe nostro S. Pietro,
offriamo e doniamo ad esso S. Pietro gli otto contadi
di Pesaro, Fano, Sinigaglia, Ancona, Fossombrone,
Calii, Iesi ed Osimo, volendo che gli possegga tran-
quillamente, e se altri oserà molestarlo, vogliamo sia
condannato a restituire il mal tolto e a perdere i
propri averi ».
Gerberto, salito il soglio, c'appare un altro uomo:
le sue opinioni sovra il papato mutano affatto : Sil-
vestro fa obliare Gerberto. Egli riconosce e conferma
quell'Arnolfo medesimo, che per lo innanzi tanto
acremente avea combattuto. Non fu sul trono ponti-
ficale un santo per vero, sì un papa di una grandezza
fino allor sconosciuta. Egli tanto rialzò la dignità
della tiara, quanto già l'aveva abimata.
Gerberto morì agli 11 maggio del 1003. È pura
favola che Stefania vedova di Crescenzio, gli abbia,
come ad Ottone, propinato un veleno. Fu interrato
in Laterano , ove Sergio V suo discepolo gli eresse
un sepolcro. Per lunga stagione si tenne (tale era pur
la credenza del Platina) che quando un papa versava
in fin di vita, questo sepolcro trasudasse al di fuori,
e si agitassero Tossa al di dentro.
Ed or lasciato da parte il pontefice, dobbiamo con-
siderar r uomo di lettere , il maggior scienziato del
secolo. Ci resta di lui una raccolta di circa ducento
epistole, prezioso tesoro per la storia dell'età sua.
In essa vedesi l' uomo tenero ancora de' classici studi.
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Dettò un trattato di logica col titolo De rationali et
rationi uti, Ubellus : un altro in risposta ad una que-
stione mossagli da Ottone II sopra V Introduzione di
Porfirio, e nella occasione del suo episcopato in Ea-
venna un discorso De in/ormatione episcoporum, in
cui esalta la supremazia episcopale di guisa , che il
comparare , egli dice , a questa dignità la corona dei
re , sarebbe come raffrontar Y oro col piombo. Fu
sommo teologo : il suo trattato sul mistero eucaristico
fa tenuto come il più profondo del secolo , vuoi per
gl'intrinseci pregi, vuoi per aver egli dedotto le sue
arguizioni non dalla sola autorità dei Padri, come al-
lora era stile, ma bensì dalla dialettica, dalla fisica
e perfino dalle matematiche. Chiamò, a dir breve, le
scienze positive a rincalzo delle materie dommatiche.
Scrisse anche dei versi che son per ferm.o i mi-
gliori di queir età. A' conforti d' Ottone III dettò
repitaffio che doveva adornare il mausoleo eretto
nella chiesa di S. Pietro- in Cieldauro a Boezio, di
cui canta :
gladio bacchante Gothorum
Libertas romana perii, tu coiiaul et exsul
Insignes titolos praeclara morte remittis.
Ma ciò che lo fé' straordinario a suoi tempi, che
r ebbero in conto di negromante e di mago, fu lo ster-
minato sapere attinto dagli Arabi, e in ispecie le co-
. gnizioni meccaniche e matematiche ond' era fornito a
dovizia, nonché molti segreti scientifici, che vennero
da lui divolgati nelle scuole di Reims, di Germania
e di Bobbio. A lui deve l'Europa l'introduzione delle
cifre arabiche conosciute già da Boezio, e con esse
il sistema decimale , awegnacchè sien volti più se-
coli innanzi se ne propagasse per opera del Fibonacci
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r usa nelle scuole e nel popolo ; la sua geometria me-
rita d* essere anche oggidì compulsata per chiarità di
dettato, eccellenza di metodo e dicevolezza d* applica-
zioni. Nelle discipline astronomiche la sua scienza
tenea del prodigio, per aver chiarito il modo di fer-
mare il meridiano e la circonferenza della terra, di
costrurre sfere celesti in un coli* orizzonte e i. segni
zodiacali , non che orinoli solari.
L'arte degli orinoli mai non venne manco in Italia, e
e' è noto che Pipino il Breve ebbe in dono da papa Paolo I
una clepsidra a ruote e a complicati congegni. Ma sol-
tanto Silvestro II riprese, dopo dodici secoli, il disegno
attribuito ad Archimede della forza motrice per opera
dell'azione incessante di un peso unito a una corda
avvolta a un tamburo munito della ruota dentata,
dalla quale dipendeano tutti i moti dell'orinolo. È
agevole il comprendere che questo trovato non avrebbe
potuto operare che mediante un moderatore, il quale
ad eguali intervalli arrestasse la ruota dentata: il
che ottenne Gerberto col mezzo di un bilanciere,
che sei secoli appresso Galileo Galilei condurrà a
perfezione colla scoperta dell' isocronismo del pendolo.
Si crede a lui ben anche dovuta l'invenzione degli
organi idraulici, ottenendo col calore dell'acqua, la
corrente d'aria valevole alla produzione del suono.
E per restringere in breve assai cose , e' non solo
raccolse in sé tutto il sapere de' suoi contemporanei,
ma l'avanzò di gran tratto; talché il D'Alembert
sentenziava, che s' ei fosse visso all' età di Archimede
forse l'avrebbe eguagliato.
E qui prima d'accennare alla sua scuola e alle
novità introdotte nel suo insegnamento, gioverà divi-
sare lo stato delle cognizioni in Francia , e in parte
anche in Italia , quasi tutte ristrette ai soli Trivio e
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Quadrivio, che reputavansi contenere il tesoro di tutta
r umana sapienza.
Il Trivio, quasi triplex via ad eloquentiam, come
leggesi in Uguccione, comprendea la grammatica, la
rettorica e la dialettica. La prima versava sullo studio
della lingua latina, perocché del greco non aveansi
altre scuole che quelle d' Italia, specie in Eoma , in
Ravenna ed in Napoli, per le relazioni che le strin-
geano colla corte orientale. Per altro il latino di
queir età era una lingua barbara, informe , in cui le
regole grammaticali foggiavansi con metodi assurdi ed
empirici. Si svolgeano agli alunni le diverse parti
del discorso, la prosa, la poesia, l' ortografia, l'etimo-
logie ed i tropi, ma senza dar loro norma veruna a
causare gli errori e procacciarsi un leggiadro stile.
Succedea la retorica, la quale, priva anch'essa di giusti
criteri, restringevasi a trattare dei diversi generi di
eloquenza e delle più usitate figure. La dialettica
porgea la definizione delle idee generali, e V arte e i
modi di sillogizzare; ma da poche regole infuori per
ben usare il sillogismo, in nulla contribuiva a forti-
ficare gl'ingegni e a formare i veri oratori.
Il Quadrivio a sua volta contenea T aritmetica, la
geometria, l'astronomia e la musica. La prima gui-
dava i giovani, più che ai precetti del calcolo, all' ac-
quisto delle arti magiche e cabalistiche allora in gran
pregio; la geometria porgea qualche sentore delle li-
nee, delle figure e dei solidi, ma i teoremi d' Euclide
erano affatto ignorati ; l' astronomia e la musica smar-
rivansi in erronee nozioni intorno gli epicicli, i poli,
il movimento degli astri , il divario delle stagioni e
intorno alcuni istrumenti , senza avvalorare le teoriche
di veruna pratica applicazione. Né questa umiltà delle
scienze dee meravigliare gran fatto se si fa stima ,
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che tutte doveano assoggettarsi alla teologia, di cui
nomavansi ancelle. AI di là della quale ogni sapere
era vano. Perchè doveasi imparar la grammatica ? Per
conoscere le figure ed i tropi dei libri sacri. Perchè
la prosodia? Per conseguire una qualche nozione dei
vari metri dei salmi. La dialettica? Per distinguere
il bene dal male , il vero dal felso , e possedere in
essa un'arme per combattere gli eresiarchi. La geo-
metria? Per conoscere le dimensioni dell'arca noe-
tica e del tempio di Salomone. L'astronomia e la mu-
sica? Perchè 1' una insegnava il ricorrere delle fe-
stività religiose , e l' altra le salmodie della chiesa.
Tali erano le condizioni delle scuole francesi.
Ma ben altro indirizzo v' impresse Gerberto, il cui
metodo ci è riferito dal suo discepolo Eichero in tal
guisa — Lo studio della dialettica iniziavasi colla In-
troduzione di Porfirio, nella versione e nei commen-
tari di Vittorino e di Manlio, con le categorie e il
libro delle interpretazioni d'Aristotele, con la topica
nella traduzione di Cicerone e nel commento di Manlio;
con quattro libri De topicis differentiis, due intorno
ai sillogismi categorici, tre agli ipotetici, uno delle
definizioni ed un altro delle divisioni. Guidava i suoi
alunni allo studio della retorica mercè una accurata
lettura e imitazione dei poeti, mettendo loro alle mani
Virgilio, Stazio, Terenzio, Giovenale, Persio ed Orazio.
Come parte della logica insegnavasì eziandio la sofistica.
Nelle matematiche con fatica e sollecitudine addottri-
nava soltanto i migliori. L'aritmetica le precedeva.
Una gran lastra da conteggiare , sulla quale per la
prima volta era posto in veduta il sistema dei numeri
arabici, insegnava agli attoniti popoli d' occidente le li-
brettine. Seguiva appresso la musica, pressoché ignota
fino a quel giorno alla Francia, ì cui generi col mezzo
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del monocordo ei sottopose all' intuizione ed al cal-
colo. Veniva da sezzo T astronomia , la quale tenuta
fino a quel dì per incomprensibil cosa , egli con ac-
conci istrumenti appianò alla intelligenza dell* uni-
versale. Una sfera fingeva la distesa de' cieli; un
cerchio massimo orizzontale, l' orizzonte : un diametro
proporzionalmente obliquo all'orizzonte, l'asse. Ap-
presso appuntava l' oriente e 1' occidente : e 1' osser-
vazione degli a^tri al loro sorgere e declinare sug-
geriva i circoli paralelli, ne' quali e' si muovono. Per
altre indagini assai gli valse l' uso d' un semicerchio
dal diametro mobile, e in cui le semicorde in rispon-
denti lontananze indicavano la posizione delle cinque
zone, n semicerchio divideasi in trenta parti. Lon-
tani dal polo sei parti, vedeansi controsegnati i cir-
coli polari: alla distanza di undici, i solstiziali. Il
raggio paralello all' orizzonte rispondeva all' equatore.
In un'altra sfera aveva indicato, oltre la posizione
dei cinque circoli principali, anche il zodiaco, e in-
torno a lui il ben inteso andar dei pianeti. In una
terza sfera per ultimo raflEigurava la volta celeste,
segnando i singoli astri con punte di ferro e di bronzo :
e una canna bugia serviva a mirar per essa la stella
polare , e orientare in tal guisa la sfera. Del che
ognun forte meravigliava come di cosa divina, poiché
anche agli ignari era dato, non appena loro addita-
vasi una costellazione e l'immagine sua sulla sfera,
rinvenire agevolmente tutte le altre costellazioni nel
cielo.
L' insegnamento delle scienze astronomiche che
Gerberto estese alla Francia veniva,, assai più che
generalmente non credesi, coltivato nelle scuole ita-
liane. Ne sia prova il calendario del IX secolo che
si conserva in Firenze, e che venne dall'abate Xi-
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menes dottamente illustrato. Questo documento risale
all'anno 813, e contiene — traccie si belle, dice il
suo chiosatore, di osservazioni astronomiche, eh' è ve-
ramente da ammirare come mai in un secolo sì ca-
liginoso, si giungesse a questa chiarezza. Imperocché
si vede da esso manifestamente, che in Firenze fino
dal secolo IX già si erano accorti dello spostamento
dei punti equinoziali e solstiziali sofferto dal concilio
Niceno fino a quel tempo nel calendario Giuliano , che
allora la chiesa seguiva. Né ciò si arguisce per qualche
dubbiosa congettura, ma apparisce manifestamente da
quattro passi dello stesgo calendario , che a prima
vista reca ammirazione e confusione. — E segue ad-
ducendo non dubbife prove delle sue attestazioni, prove
che come affatto aliene al nostro argomento si vo-
gliono omettere; paghi sol d'accennare che questa
scienza fii sempre viva tra noi, e ne saranno in
breve dittatori e maestri queir Alberico monaco cas-
sinese, che nel 1079 Gregorio VII chiamava alla sinodo
romana perch'ivi tenesse il campo contro l'empietà
di Berengario: e quel Pandolfo di Capua pur cas-
sinese, uom parimente di molte lettere, e nelle astro-
nomiche discipline dottissimo.
Francesco Gerberto che dalle più umili origini sì
leva a si cospicua altitudine, può tacciarsi di subdoli
intrighi, d' aver mutato parte e linguaggio a tener
degli eventi, ma ninno gli può contendere la gloria
d' essere stato il più saputo de' tempi suoi; ninno gli
negherà d'aver perdonato, pontefice, a quegli avver-
sari, che privato, avea perseguiti. Non picciol vanto
in un secolo che vide papa Formoso giudicato, sebben
già morto, dallo stesso suo successore. Imperocché
fattone disumare il cadavere, ordinò si collocasse sullo
sgabello dei rei, e gli si assegnasse un difensore. Indi
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tolse a interrogarlo — o vescovo di Porto, come ti
venne fatto innalzarti fino al trono di S. Pietro? —
Invano il suo patrocinatore prese a scagionarlo con
eloquenti parole : i giudici non si lasciaron convin-
cere. Laonde spogliato delle sue ornamenta il cada-
vere pontificale, gli vennero dapprima mozze tre dita
e quindi tronca la testa. Il corpo fu scaraventato nel
Tevere.
Tristo secolo invero pei disordini del sacerdozio, e
pei malvagi papi che aveano in pastura il gregge
di Cristo. Da Giovanni Vili suir ultimo scorcio del
IX secolo, fino a Leone IV neir undecime, s' ebbe una
serie di cinquanta fra papi e antipapi, tali che mos-
sero il Baronie, Y istorico dei pontefici , a scrivere in
tono sarcastico — Dio per certo dormiva profondo
nella sua navicella fra gli orrori di quella tempesta;
le cortigiane disponevano allora del seggio di Pietro. —
E alludeva alle sanguinose libidini di Marozìa e Teo-
dora cfie posero i loro drudi sulla sedia apostolica.
Volgeva allor queir età in cui Y universale credenza
tenea per imminente la consumazione dei secoli. Fino
dai primi tempi del cristianesimo essa venne annun-
ciata alle genti: lo affermavano alcuni tratti del Van-
gelo, e più chiaramente quelli dell' Apocalisse — Dopo
mille anni Satana lascierà la sua prigione e sedurrà
i popoli che sono ai -quattro angoli della terra . . .
Il libro della vita sarà aperto: il mare renderà i suoi
morti: l'abisso infernale i suoi: ciascuno sarà giu-
dicato secDudo r opere sue da Colui eh' è assiso sovra
un trono raggiante, e vi avrà allora un nuovo cielo
ed una nuova terra — Lattanzio nel settimo libro
delle sue Istituzioni divine, seguendo gli oracoli dei
libri sibillini, sulla autenticità dei quali punto non
dubitava , l' avea del pari predicata assai prossima.
E. Celesia, storia della Letterat. in Italia. ft
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Come vi ebbero sei giorni per la creazione, seguiti
da un giorno di riposo, cosi dovean svolgersi per la
vita del mondo sei mille anni e non più, seguiti dal
millenario di Cristo, sabbato finale dei tempi. Secondo
l'anzidetto scrittore, il sesto giorno assegna vasi in-
torno al mille, tignale dottrina era stata dagli Arabi
diffusa in Europa, essendo noto che Maometto avea
scritto — il mondo avrà sette mila anni di vita: io
son venuto neir ultimo millenario di questi sette mila
anni : ond' è che il giorno del novissimo giudizio non
può dirsi lontano. —
A queste credenze cattoliche e saracene consuona-
vano inoltre i presentimenti pagani. I Eomani che pur
reputavano eterna la loro città, non poteano scuotere
il terrore che loro incuteva un vaticinio etrusco, se-
condo il quale le città e gì' imperi dov^ano percorrere
un ciclo fatale , volto il quale era mestieri che al
pari degli individui cadessero. Questo ciclo era di
dodici secoli, i quali aveano appunto avuto il Wr com-
pimento nel tempo in cui giacque l'impero occiden-
tale. Ond' è che un* ansia mortale, una irrequieta cura,
un lugubre presagio occupava gli spiriti affranti nella
espettazione della formidata catastrofe. L' agonia del-
l' impero latino era suonata; ora attendeasi quella
del mondo. E tutti guardavano con isgomento rav-
vicinarsi del mille: e più questo appressava, più gli
spiriti davansi in preda ad arcani terrori. Burcardo,
un monaco di Turingia , lo predicava alle genti : i
Padri della chiesa lo raffermavano; chi potea dubi-
tarne? L'eternità stava, diceano, per cominciare do-
mani ; talché i popoli erano divenuti a tale, che appena
satisfaceano alle più stringenti necessità della vita.
Ogni cosa interrotta : spezzato ogni vincolo. I grandi
legavano alle chiese, ai monasteri le lor terre e i
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loro castelli: e più prodigo di larghezze mostravasì
chi più avea Y anima contaminata di colpe ; i molti
atti di donazione fino a noi pervenuti, cominciano
appunto con le bieche parole — essendo imminente
la fine del mondo. — Molti ancora desiderando pia-
mente morire traeano in Palestina per appressarsi
alla valle di Giosafat , ove aspettavano d* essere in
breve chiamati al giudizio finale. Intanto innumere-
voli turbe di penitenti, uscite dalla Germania, dal-
ringhilterra e dalla Francia (che in Italia e in Ispagna,
come più còlte, potè assai meno il terrore del giorno
supremo) percorreano l'Europa, mostrando attriti i
lor corpi dai protratti digiuni e sanguinenti dalle
battiture e cilici onde si maceravano; dove altri per
converso, o men creduli o più legati alla t^rra, si
tuffavanp, finché avean tempo, in ogni sorta di godi-
menti e di vizi. 1 servi disertavano le officine ed i
campi, né i signori curavano di richiamarli; a che
durar nel lavoro, se tra poco ogni cosa doveva ces-
sare ? Ogni ora chtf volgeva era un passo di più verso
la tomba. Alla vigilia del giorno fatale le popolazioni
estereffatte da tetre paure si riduceano confusamente
nelle chiese, nelle basiliche, ne* recinti consacrati, at-
tendendo fra i singulti e le lagrime Y universale sov-
vertimento.
Ma sorse il mille, e i segni precursori dello ster-
minio non appariano : gli astri non si staccavano dal
firmamento : le sette trombe degli angeli profetati non
echeggiavano per la volta celeste. Altri anni volgeano,
e la natura immutabile nelle sue leggi proseguiva
nel regolare suo corso.
Non pertanto Y erronea credenza rimettea talora •
radice: anzi un vescovo di Firenze, Ranieri, con
tanta ostinatezza la predicava, che Pasquale II si
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vide costretto a raccogliere nel 1115 un concilio in
quella città per divellerne i talli funesti; senonchè i
seguitatori del vescovo sollevarono tali sedizioni in
seno alla sinodo stessa, che impedirono la di lui con-
danna. Ma intanto lo spirito umano cominciò a sol-
levarsi: Tuomo apre ancora gli occhi alla luce, e
vede questa terra allegrata dal sorriso di Dio, non
soggiorno di riprovazione e di pena, ma sede di gioia
e d' amore : e sente in lei quel divino, che avea prima
riposto soltanto nei cieli. Da questo istante comincia
un* èra novella : una operosità non più vista agita i
popoli. Le crociate, di cui si deve, anziché a Pietro
d'Amiens , il primo concetto a* Gerberto , aprono un
vergine campo air arti , alle industrie ed al traffico :
sorgono i municipi, e con essi il bisogno delle libertà
popolari ; ogni città erige la sua cattedrale, il palagio
del comune; e quando Gregorio VII si affermerà si-
gnore del mondo, i popoli italici comincieranno quella
lotta di secoli, eh' è tanta e si dolorosa parte della
storia nazionale.
Anche gli studi e le nobili discipline veniano con
rinnovata lena ripresi. Cominciavano a fiorire le scuole
di Salerno e di Parma, illustrate dai maestri Ivone
e Gualtero: instituivansi le scuole private , la cui
fondazione s'ascrive al famoso Katerio.
Benché sortisse in Liegi i natali sul declinare del
IX secolo, noi possiamo a buon dritto ritenerlo come
italiano, avendo in questa sua patria d'adozione tra-
scorsa la vita, di continuo travolta in quelle agitazioni
civili, che aprono agli ambiziosi il campo per levarsi
dalla volgare schiera. Correndo il 931 conseguiva
' rinfule episcopali di Verona, dal quale seggio indi
re Ugo balzavalo , per aver Eaterio schiuse le porte
della città ad Arnolfo il Bavaro. Questa sua fellonia
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scontò assai duramente con tre anni di carcere. Rimesso
da Berengario nel pristino grado, ebbe avverso il
suo clero , talché gli fu mestieri rifugiarsi in Pro-
venza, iSnchè Ottone I gli ottenne da Giovanni XII,
per la terza volta la sedia episcopale di Verona, che
dopo infiniti contrasti dovè ancora abbandonare. Usci
di vita nel 974: uomo d'immensa coltura, fatta
ragione de* tempi in cui visse; ma' d' ingegno torbido
ed intollerante. Le animosità del suo clero furono
suscitate dai severi provvedimenti da lui messi in
opera per far in esso fiorire gli studi. Egli è strano
come in mezzo alle lotte partigiane di cui fu parte
principalissima nell'età sua, abbia trovato modo e
tempo sufficiente per dettar quegli scritti che di lui
ci rimangono. I più son di polemica; la nan*azione
del suo viaggio in Roma è una pittura della sua
indole, che gli rendea nimichevole chiunque lo avvi-
cinasse ; il suo Agonisticon, dettato durante la sua
prigionia , è una raccolta d' istruzioni e di precetti
cavati dalla Bibbia, dai poeti e dai greci autori che
egli avea famigliari : tra questi è notevole un disegno
di educazione del principe. Ma su tutte le opere sue
tiene il primo luogo una grammatica che stranamente
intitolò Serva dorsum o Spara dorsum (dal fiamingo
sparen , preservare) , quasi volesse significare ai di-
scenti, di causare per essa le battiture, che i mae-
stri d'allora non risparmiavano ai loro discepoli.
Cominciano in questa età :i prosperare ovunque gli
studi. Ottone, vescovo di Vercelli, apre nella sua diocesi
insegnamenti gratuiti pei laici. Abbiamo di lui un
commento sulle lettere di S. Paolo ed altre opere,
fra le quali un libro De Pressuris ecclesiasticis , di-
retto a rintuzzare le violenze dei laici, e a conseguire
l'indipendenza e i privilegi del clero: segno non
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dubbio deir avversione dei popoli al potere teocratico.
Quanto egli soprastasse al suo secolo, appare dall'a-
vere fieramente condannato il duello introdotto dai
Longobardi, dal quale non ayean modo a sottrarsi gli
uomini di chiesa, né i vescovi stessi, tuttavolta do-
vessero provare per se e per altrui la giustizia e
r equità* delle loro ragioni.
Anche Atanasio vescovo di Napoli fonda istituti di
lettori e cantori, e zela ogni maniera di studi. La
giurisprudenza riprendeva gli antichi metodi e n' e-
rano celebrati maestri Bonomo, Bonifacio ed Attone.:
L'amore per ogni genere di coltura cresceva: per le
scuole andava lodatissimo il carme di Berengario; i
codici veniano ricercati e trascritti: e a tale si giunse,
che decretaronsi pubbliche preghiere per coloro che
avessero offerto libri alle biblioteche claustrali. Ger-
herto, primo fra tutti, promuove lo studio e l'emen-
dazione delle opere antiche , che d' ogni parte solea
raccogliere, profondendovi ingenti tesori , del che le
sue epistole fan piena fede. In una d' esse indiretta
a Eainaudo Monaco scrive : « tu non ignori con quanta
sollecitudine io raccolga d' ogni parte gli antichi
esemplari: tu non ignori quanta copia di libri nelle
città e ne' villagi d' Italia s' incontrino » ; prova
apertissima che gli studi delle lettere non gia-
cevano tra noi così in fondo, come per molti si tiene.
Raccoglitori del pari indefessi n' erano quel Desi-
derio abate di Montecassino che fu poi papa col
nome di Vittore III, e Gerolamo abate nel monastero
della Pomposa, nel quale, come in quello di Casauria
Pescara, vivissimo era il fervore che regnava tra i
monaci nel copiare e miniar libri, aprendo cosi la via
a coloro che in quest' arte illustrarono il secolo XII,
cioè Mauro, Giovanni e Olderico. Questo fervore per
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ogni nobile disciplina travalicava d' Italia oltremonte,
poiché vedremo tra breve sorgere in Francia le scuole
di Lione, di Reims e di Fleury ; in Alemagna quella
di Utrecht, di Paderbon e di Fulda. Perfino le comu-
nità, femminili risentono questo intellettuale risveglio,
e ne sia testimonio quella Hroswita, monaca di Gau-
dersheim , che si tradusse a tanta eccellenza di fama
per i suoi poemi e le sue tragedie latine. Questo se-
colo ci dà l'immagine di una di quelle notti luminose,
in cui gli ultimi raggi del tramonto si prolungano
fino ai primi splendori dell' alba. E V alba invero non
era molto lontana.
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CAPO X.
LE CEONACHE
SOMMARIO
Delle cronache e delle leggende. — Cronache monastiche di
Farfa , di Novalesa e di Casauria — La Cassinese di Leon
Marsicano — -^ Pietro Diacono — Amato da Salerno — Ar-
nolfo e Landolfo, danno alla cronaca fattezze laicali — Fra
Salimbene da Parma — Scrittori delle due Sicilie — Caf-
faro e i suoi continuatori. — Ogerio Alfieri e Guglielmo
Ventura — Cronache in versi: Guglielmo Apulo — Il
Carmen d'Ursone — Donizone e la Vita della Contessa
Matilde — Poemi e tradizioni sul Barbarossa — Altri canti
storici — Leggende sui primordi delle città italiane : Gal-
vano Fiamma — Malespini e Villani — Hicobaldo ferra-
rese — Graphia aureae urbis Bomae — Sull'origine delle
principali famiglie : Beroldo — Letteratura sacra — La
Leggenda Aurea.
S* inizia nel 1050 , epoca assegnata dal Muratori
al risorgimento degli studi italiani, la vera lettera-
tura de' tempi di mezzo. A capo della quale porremo
le notevoli cronache di Farfa, di Novalesa, di Ca-
sauria, la Cassinese di Leon Marsicano e poche altre.
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Non ha molto che un illustre storiografo, il Botta,
largo e fecondo dicitore, ma scarso di critica, levava
la voce contro X invasione delle cronache e delle leg-
gende , profetando , per poco che a tale andazzo non
si ponesse una diga, il ritorno della barbarie tra noi.
Se r autorità di un tanto uomo fosse prevalsa , se
intenti soltanto alle illecebre della dizione, si fossero
da noi trascurate le fonti onde emana la storia, la
narrazione degli ^avvenimenti passati, chiusa in troppo
esigui confini, mal avrebbe potuto avvantaggiarsi di
tante memorie che i codici e le pergamene de' no-
stri archivi racchiudono, e costituire una inesplo-
rata congerie di materiali al futuro dettatore della
storia d' Italia. Ond' è che le cronache , per quanto
incondite e scabre, anziché porsi in disparte, vogliono
essere ben addentro studiate, come le uniche faci che
possono stenebrarci la via traverso un'età, che poco,
a dir vero, curavasi di tramandare alla memoria degli
avvenire le proprie vicende.
Della cronaca dell' abazia di Farfa in Sabina giova
addurre il giudizio che ne porge il Muratori anzidetto,
il cui latino io traduco: « meraviglia il vedere quanto
una tal cronaca, sebbene scarna e poco allettevole al
più de' leggitori, valga a chiarire le costumanze e la
coltura di que' rozzi secoli, siccome quella che ci dà
piena contezza del reggimento civile, de' riti giuri-
dici, dei diversi maestrati, della condizione dei servi
e dei liberi, delle forme dei contratti, degli atti pub-
blici ed innumerevoli altre nozioni ». Si sente infatti
nel suo autore, il monaco Gregorio di Catino (1062),
che un pensier nuovo comincia a destarsi: che urge
raccogliere i fatti pria che il vento dell'età li disperda;
ma che meglio torna il silenzio , anziché adulterare
in qualsivoglia guisa la verità. Nelle sue pagine cessa
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per la prima volta il miracolo, e la storia riprende
il suo ministero.
Abbiamo nel patrizio Abbone il fondatore del mo-
nastero di S. Pier della Novalesa, cui legò gran parte
delle ricchezze da lui possedute in Borgogna , in vai
di Susa e ueir Italia longobarda, come Biciati in
vai Diubiasca, Talveco su quel di Pinerolo e altre
terre. AflEatto sconosciuto per contro e' è Y autor della
cronaca, sebbene sia noto che nacque d'illustre li-
gnaggio in Vercelli a mezzo il secolo XI, ed abbia
professato sotto l' abate Gezone la regola di S. Bene-
detto , dapprima nel monastero di Braraeto ed indi a
Novalesa in una con un suo consanguineo di nome
Brumingo. Ivi dettò a lunghi intervalli, come le in-
terruzioni e le diversità dello stile fan fede, i cinque
libri della sua cronaca, in cui raccolse le cose più
favolose de' tempi suoi, travalicando dalla storia alle
più scempie leggende, dai fatti più eroici ai più
umili. E non pertanto è da averisi in non picciolo
conto, come quella che ricorda gesta e tradizioni, di
cui non has d altrove riscontro veruno. Essa va special-
mente notevole per la narrazione delle strane vicende
in cui fu travolto Valtario , figliuolo d' Alfieri re di
Acquitiuia. Il conte Napione, che ne compendiava
il racconto, tiene doversi ravvisare nel cronografo di
Novalesa il primo inventore del romanzo italiano;
senonchà un poema sopra Valtario cavato fuori non
ha molto per opera del Fischer da un chiostro della
Baviera, distrugge una tale opinione. Il Fauriel ri-
vendica questo poema alla Francia, e ne & autore
un frate Geraldo, vissuto neir ultimo scorcio del se-
colo IX, i cui racconti il monaco della Novalesa
raccolse e fuse nella sua cronaca. Il Pertz ali* op-
posto lo afferma d' origine teutonica, e vuole ne sieno
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subbìetto le ivecchie canzoni, onde si compose V epopea
dei Niebelungi. Io son di credere che un tal poema
canti le guerre romane della Gallia contro i Franchi,
nelle quali ful^e si vivo il valor d' Ezio, vero prota-
gonista del poema medesimo, il cui nome per succes-
sive tramutazioni sì converse in Voltario.
Il Chronicon Casauriense , opera di un monaco
Giovanni figliuolo di Berardo , che la dettava nel 1 182
per comandamento dell'abate Leonato, contiene una
lunga serie d* avvenimenti che raggiiardano la fonda-
zione del monastero, tavole cronologiche d'imperatori
e di re e numerose collezioni di diplomi principeschi
e papali. Si narra nel primo libro la discesa di
Luigi II figlio di Lotario nelF Italia meridionale : e
un poema in esametri lo esalta qual fondatore del-
l' abazia di Casauria (866), edificata sur un' isola del
fiume Pescara su quel di Penne, e da lui arricchita
di popolose terre e di notevoli possedimenti sì in
Roma, che nelle contee di Osimo , di Fermo ed al-
trove. Il secondo libro tratta delle bellezze del mo-
nastero. Casa Aurea, nome giustificato dallo incan-
tevole prospetto del luogo e dalle dovizie e domini da
lui posseduti. Nel terzo si contiene la narrazione dei
fatti che collegansi all'istoria dell'abazia, e i privi-
legi accordatile da Luigi II , da Ottone il Grande ,
non che da altri principi.
La cronaca di Leone d' Ostia, noto altresì col nome
di Leon Marsicano per essere nato nel paese de'
Marsi sui primordi del secolo XI, è da riguardarsi
quale uno tra i primi documenti che accusano il ri-
torno agli studi dell'antichità, come quello che cita
Sallustio, Cicerone e Virgilio; e per quanto il prin-
cipale suo intento sia quello di svolgere i casi di
Montecassino , non pertanto accenna talora ai rivol-
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gimenti civili della nazione. Ei pose mano a questo
lavoro a suasione dell'abate Oderisio, e vincendo le
difficoltà dell'impresa, cagionate da due incendi che
aveano in gran parte distrutti i documenti del suo
monastero, la recò a fine in tre libri. Fu nomata la
picciola cronaca per distinguerla dalla maggiore^
compilata da Pietro Diacono, il quale arrichì éì tren-
totto capitoli r opera del suo predecessore , oltre un
quarto libro che protrae la narrazione fino alla morte
dell' antipapa Anacleto.
Pietro Diacono nacque in Eoma di illustre casato
verso il 1102, figlio com'era d' Egidio conte di Fra-
scati, e fanciullo ancora fu consacrato a Dio sotto la
moderazione dell' abate Girardo nell' archicenobio cas-
sinese, di cui divenne appresso bibliotecario. Fu caro
a Lotario III imperatore che .lo elesse a suo legato
e segretario. Oltre la cronaca, ei tramandavaci non
pochi altri scritti, come lettere, sermoni, inni e vite
di -Santi; trattò d'astronomia, compendiò Vitruvio, e
scrisse degli uomini illustri del suo monastero. Im-
modesto laudatore della nobiltà di sua stirpe, ebbe
animo altero e cupido di gloria più che a monaco non
si convenisse : ma la vastità del sapere e la bontà
del dettato lo fan meritevole di speciale laudazione.
E degna d' onorata menzione fra gli scritti della
età sua parmi Y Istoria dei Normanni di Amato
da Salerno, della quale, smarritosi il testo originale
latino, più non resta che una versione in quel vecchio
francese, che arieggia quello di Villehardouin e di
Joinville. Monaco anch' esso di Montecassino e poi
vescovo di Nusco fino al 1093, anno della sua morte,
tolse a narrare in otto libri, suddivisi in diversi ca-
pitoli, le memorande imprese dei Normanni dalle
prime loro invasioni nella Spagna, in Inghilterra, in
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206
Italia , fino alla morte di Riccardo principe di Capua
avvenuta nel 1078. V'ha chi afferma, e fra questi
il ChampoUion-Figeac, che autore della versione fran-
cese sia un italiano vissuto sul declinare del secolo
Xni; niun, credo, vorrà dissentire da una tale sen-
tenza. Con Amato da Salerno le narrazioni mona-
stiche vanno ornai trasformandosi. Esse si seguono,
è vero, senza interruzione veruna, come gii Annales
Beneventani, il Cronicon VoUurnense e altre assai;
ma queste più non son che un preludio alle cronache
cittadine che si mostreranno tra breve.
E invero Y elemento laico già sorge a soverchiare
il claustrale in due scrittori lombar.li , Arnolfo e
Landolfo, che ci conducono in mezzo alla piena dei
cittadini tumulti e al furiare delle avverse fazioni. Jl
piimo d' essi nelle sue Gesta Archiepiscoporum Me-
diolanensium ci descriverà le contenzioni e le lotte
fra il popolo ed il clero, le pretensioni della corte
papale e le resistenze della chiesa ambrosiana. In
questa cronaca già presenti la storia, come quella
che accenna al nesso dei fatti, ed attesta che — ex
praeteritis pendent praesentia, — La libertà del
pensiero comincia a ritrovar la sua via. Il secondo
d'essi, Landolfo, con intendimenti di chierico e di
cittadino, unione difficile sempre, difficilissima allora,
narra i più memorabili avvenimenti che scombuiarono
la sua natale città; senonchè non pochi concetti propri
de' tempi moderni e la fierezza delle sue vedute di-
mostrano come innanzi a ogni intento egli ponga la
carità della patria. Questo sorgere della storia con
' fattezze in tutto laicali, con fremiti cittadineschi, con
un tumultuar di passioni fino allora ignorate, rivela
che nella coscienza de' volghi comincia ad agitarsi
qualche cosa d'insolito e di grande.
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. E insolite e grandi cose ci dà infatti il secolo XII.
La potente parola d' Arnaldo risuscita Roma, che me-
more delle vetuste sue glorie, si assetta a reggimento
di popolo ; le città lombarde scuotono il giogo di
Cesare : i volghi abbassano la potenza dei vescovi e
dei feudatari, e levano su il capo dall'antica abbiezione.
La storia raccoglie tai fatti e si fa ognora più oggettiva
e più viva col Morena e col Eaul : il primo de' quali ab-
bonda d' ire partigiane, vero specchio del popolo lodi-
giano in mezzo a cui vive l'autore, e di cui ritrae
r indole con tocchi vibrati e possenti ; il secondo per
contro ti narra impassibile le pugne de' suoi Mila-
nesi col Barbarossa e il trionfo ottenuto a Legnano.
Intanto Venezia ci dà la Cronaca Sagornina che
suolsi ascrivere al diacono Giovanni (1108): la Crra-
dense, YAUinate e quella del Dandolo riboccante di
curiose leggende : Brescia la narrazione delle sue
lotte contro l'autorità episcopale (1112). Poco dopo il
.Cobelli ci dirà le vicende dei discendenti romani di
Forlì in un colle imprese dei barbari.
Come fedele dipintura del medio evo, non sarà fuor
di luogo accennare alla cronaca, che Fra Salimbene
da Parma indirizzava a suor Agnese sua nipote, mo-
naca in S. Chiara di quella città: cronaca che unisce
i pregi della storia e le amenità del romanzo , e in cui
senti le voci volgari già pronte a soverchiare il latino ;
e vedi poste in mostra le cose pubbliche, sia civili che
ecclesiastiche, avvenute in Italia dal 1212 al 1287;
e i vizi, le virtù, le consuetudini de' suoi tempi
tratteggiate in modo franco e sicuro. Egli nacque in
Parma il 9 d'ottobre del 1221 da Guido d'Adamo, e
giovane ancora si rese monaco francescano, ma ei ci
si porge anche fra V ombre del chiostro in aspetto di
libero cittadino che osserva e che sente la vita; il
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cenobio non è tutto per lui; al di là delle mura
claustrali si agita un mondo i cui casi meritano di
essere descritti , e una storia che si deve raccogliere.
Egli, guelfo, maledice a Federigo II che chiama
con nomi d' obbrobrio, e che dice figliuolo di un bec-
caio di Iesi, anziché delV imperatore Enrico, ma
pur ne celebra le buone parti; sferza in più luoghi
r avarizia papale, il nepotismo di Nicolò IH e d'Ur-
bano IV; esulta alla morte di Onorio IV ch'ei tiene
per uomo dammeno ; le ladrerie dei cardinali e del
clero percuote acerbamente ; con eflScace evidenza
dipinge gl'Italiani dell'età sua e ne traccia i co-
stumi. In lui muore la cronaca e s' apre un' epoca
nuova. Scrisse pure un Memoriale Podestatum Re-
ginensium per commessione del comune di Reggio,
che avealo in altissima estimazione.
Restringendoci ai soli migliori, diremo che le scrit-
ture di Goffredo Malaterra, Ugo Falcando, Lupo Pro-
tospada, Falcone Beneventano, e appresso Nicolò de-
lamsilla. Guido di Cervara, Saba Malaspina, Ghe-
rardo Maurisio, Nicolò Smórego, Rolandino Marchio ©
d'altri parecchi, costituiscono una serie di cronache
che andranno man mano esplicandosi in forme più
leggiadre e più larghe, passando dalla città alla na-
zione, per poi giungere ai grandi storici del secolo
XVI. In esse vien meno il vecchio latino, cessa l'arte
classica, e comincia una forma che respinge ogni re-
miniscenza di scuola, perchè parte della coscienza
del popolo. Invano alcun di loro s'adopera con ogni
sforzo di attennersi agli antichi esemplari : i suoi
conati sono il gemito estremo di una letteratura che
muore, e il vagito d'un' arte nuova che sorge.
Fra i sopraccennati cronischi Goffredo Malaterra ed
Ugo Falcando normanni, narrano de' loro connazionali.
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209
questi Pelasgi de' bassi tempi, in prosa latina. Fra
i Siciliani, Kiccardo di S. Germano tratta degli av-
venimenti occorsi dal 1189 al 1243; Saba Malaspina
di quelli dal 1250 al 1276. Nicolò de lamsilla scrisse
di Federigo e de' figli Corrado e Manfredi dal 1210
fino al 1258; Bartolomeo di Neocastro le cose avvenute
nei tempi che corrono dal 1250 al 1293. Questi scrit-
tori del regno ti offrono già una tal quale forma or-
ganica che ti ifa presentire la storia ; ond' è che il
Tiraboschi non dubitò di affermare , che le cronache
« degli autori siciliani sono le migliori per avventura
e le meno inculte che di quei tempi ci sieno rimaste ».
Ma su tutti si leva com' aquila il Caffaro. Siamo
ai tempi delle crociate; l'Italia, la sola allora che
potesse apprestar navi e macchine da guerra all'oste
di Palestina, dovea profondamente commuoversi al
grido di Dio lo vuole. I nostri savi traggono da quei
grandi scuotimenti occasione per tracciare gli annali
di quelle gesta. Primo fra tutti, il gran Caffaro che
con gravità veramente romana iniziò gli annali di
Genova.
Nato nel 1080, sull'età appena di venti anni, salpò
coli' armata genovese di 34 navi spedite nel 1100 a
Laodicea nella Siria per soccorrere i combattenti di
Terrasanta. Keduce in patria, fu al concilio tenuto
in Laterano da papa Calisto II, dove contro i Pisani
difese il diritto de' Genovesi sopra la Corsica. Cor-
rendo il 1125 purgò il mare dai Pisani che lo infe-
stavano : ed espugnata Piombino , difesa da grosso
esercito, ne trasse in Genova tutti gli abitatori. Pro-
fligò più volte i Saraceni in navali fazioni ; conquistò
Minorca, travagliò fieramente Almeria, ed ebbe tributo
dai re mori. Allorquando il Barbarossa raccolse nel
1154 in Roncaglia i principi e i deputati delle città
E. Celbsia. Storia della Letterat. in Italia» U
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libere , trattò il Caffaro la causa della sua patria , e
nella terra del Bosco, ove convenne per accontarsi
con Federigo, patteggiò che Genova rimarrebbe fida
air impero, ma senza obbligo o carico alcuno. Fu sette
volte rivestito della dignità consolare e di quella dei
Placiti; uomo, come osserva lo Spotorno, da para-
gonarsi a quei Greci e Romani, che le loro repubbliche
difesero o ampliarono colla mano e col senno ; modesti
in casa, formidabili in faccia al nemico; se a lui
mancò un Plutarco che ne sponesse le gesta, non gli
mancarono quelle virtù che lo fean degno di così
illustre encomiatore.
Imperocché al pari di Cesare, egli seppe prode-
mente operare, e con quella mano istessa che solea
fulminare i nemici, volle le operate cose descrivere
con istile men barbaro di quello che usavano gli
scrittori de' tempi suoi. Giunto all'anno 1152, e te-
mendo non r età senile gli fosse d' ostacolo a conti-
nuare quegli annali, ai quali, giovanissimo ancora,
aveva dato opera, presentò il suo volume al consiglio
e ai consoli del Comune, i quali deliberarono venisse
riposto ne' pubblici archivi, acciò agli avvenire rima-
nesse testimonianza delle genovesi vittorie. Nondi-
meno potè proseguir6 gli annali fino al 1163, e tre
anni appresso mori nell' ottantesimo sesto anno di età.
A continuare 1' opera sua i consoli del Comune
elessero Oberto Cancelliere, che scrisse intercalando
versi alla prosa, ornamento di rozzi tempi : gli ven-
nero appresso Ottobuono Scriba, Ogerio Pane, Mar-
chisio e Bartolomeo Scriba. Neil' anno 1264 chiama-
ronsi a tale ufficio Lanfranco Pignolo , Guglielmo di
Multedo, Marino Usodimare ed Arrigo marchese di
Gavi, con incarico — di scrivere solamente la verità
intorno gli avvenimenti di Genova così prosperi come
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avversi. — Questi si restrinsero a compiere la nar-
razione dei fatti occorsi nel 1264, e per quelli dei
due successivi anni furono deputati per pubblico de-
creto Marino di Marino e i già accennati Guglielmo
di Multedo e Marino TJsodimare , a cui s* aggiunse
Giovanni Sozzobuono. Neir anno appresso rinnovossi
la legge di notar negli annali anche le jatture de'
Genovesi, e di allargare la narrazione alle principali
vicende di Toscana e di Lombardia , non che dei
paesi frequentati dai Liguri. Con ciò la cronaca s'in-
nalzava allo splendor della storia: e ne furono spo-
sitori, oltre il Guglielmo anzidetto, Nicolò Guercio,
Buonvassallo TJsodimare e Arrigo Drago. Non molto
dopo vennero eletti quattro giuristi e savi uomini,
cioè Oberto Stancone, Jacopo di Pietro d' Oberto Doria,
Marchisio di Cassino e Bartolomeo di Bonifacio a
scrivere per un decennio le genovesi cose, — re-
jecta falsitate et mera meritate amplexa — E* ces-
sarono coir anno 1280, ma V opera loro fu ripresa da
Jacopo Doria che la condusse fino al 1284, e con
essa si chiude la serie dei continuatori del Caflfaro.
I quali in numero di venti ci danno Y istoria di due
secoli ; senonchè la fama di Caffaro fu si potente, che
prevalse 1' uso di citarli col di lui nome.
Non v' ha municipio in Italia che possa, al pari di
Genova, additare una sequela di istorici, che pel corso
di ben duecento anni abbiano trattato di fatti gravis-
simi, de' quali furono partecipi o quanto meno con-
temporanei ; solo municipio, come afferma il Muratori,
che vanti istorie scritte per pubblico incarico e per
pubblica determinazione approvate. Non più favole o
leggende monastiche, onde più o meno ribboccano i
cronicatori di quell'età, ma narrazioni d'imprese
magnanime e in. tutto. verìdiche, dettate in istile non
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certo purissimo, ma di tale schiettezza e semplicità
da far piena fede della verità delle esposte cose.
Fra le innumerevoli cronache, onde s* illustrano i
comuni italiani, tengono, a mio avviso , onorato luogo
quelle di Ogerio Alfieri e Guglielmo Ventura, ambo
d'Asti, come quelli che con maggior chiarezza trat-
tarono delle diverse vicende cui andarono trabalzati
i Comuni , delF autorità usata primamente dai conti
ed altri maestrati imperiali e appresso dai. vescovi,
dai consoli, a cui sottentrarono i podestà forestieri;
ed è ben a dolere che il Muratori, il quale accolse
questi due scrittori nella sua vasta raccolta, non gli
abbia forse tenuti nella debita estimazione. Ninno per
altro potrà negare all' Alfieri d'averci offerto il primo
esempio d'istoria documentata, come quelli che nel
suo lavoro inserì i capitoli che ragguardano al pub-
blico reggimento. Non minore commendazione dobbiamo
alla cronaca di Guglielmo Ventura, in cui trovi me-
mori(3 non solo delle principati famiglie della sua
patria, ma ben anco d' altri signori italiani, come dei
marchesi di Saluzzo e di Monferrato, del principe di
Acaja, dei Visconti, dei Torriani , dei re Carlo e Ro-
berto, d' Ugo del Balzo e d' altri non pochi. Con istile
evidente, brioso e sparso di bibliche immagini, ci de-
scrive le principesche tirannidi, il giogo che aggra-
vava le moltitudini, la fede oggi giurata e rotta il
domani , il levarsi de' volghi , le lotte delle varie
fazioni, le sventure patite, l'insolenza de' vincitori e
le miserie de* vinti. Le quali cose egli giudica con
animo non partigiano, e con rettitudine di senno mo-
derno.
Appartengono eziandio* alle cronache municipali,
que' narratori che si piacquero di dar forme poetiche
ai fatti per essi raccolti. Cominciò Romualdo arcive-
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scovo di Palermo a mescere i versi alla prosa, come
fino dal V secolo avea fatto Marciano Capella : e in
ciò imita vaio il sopra memorato Oberto Cancelliere :
ma Guglielmo Apulo nel suo poema De rebus Not-
mannoTum adoperò il solo verso, in cui senti talora
un afflato delle lettere antiche. Egli infatti inco-
mincia :
Gesta ducum veterum veterés cecinere poetae :
Aggredior vates noims edere gesta novorum.
Dicere feri anìmìis, quo gens Normanica ductu
Venerit Italiatn, fuerit quae cama morandi,
Quosve secuia duces Latii sit adepia triumphum.
Vero è che cade ben presto nell' incolto e nel rozzo,
per quanto si tenga degno ed invochi il favor di
Ruggero, come già Virgilio quello d'Augusto:
Tu duce romano dux dignior Octaviano
Sis mihi , quaeso , boni spes , ut fuit ille Marom.
Superiore a questo d* assai, è il Carmen d' Ursone,
notaio genovese, che descrisipe la vittoria ottenuta da*
suoi concittadini sopra l' armi di Federigo II. Il suo
poema ci offre una svariata pittura di costumi, di
persone, di battaglie e di luoghi, l'una all'altra si
bellamente intrecciata, che t' avvisi d* averli vivi sotto
occhio ; ond' è che dimentico talvolta del suo soggetto,
si leva a lirici rapimenti, e tutta in essi trabocca
la foga delle sue tumultuose passioni. Tal si appalesa
in quella apostrofe a Pisa, che un secolo appresso
verrà con più di fierezza ribadita sul di lei capo dal
cantor ghibellino. Giova qui riferirla a saggio del suo
poetare, giacché nuli* altro può forse appuntarglisi ,
che una soverchia libertà di vocali, inesplicabili in-
vero fra tanta copia e ricchezza di lingua latina.
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Pisa memor veteria gemitus et conscia damni
Praeteriti, parai insidias et bella minatur,
Detegit et rabido quam portai pectore fraudem . . .
Fravkdibus insistens solitia disaolvit amica
Foedertty nec recolit quid cauti scripta requirani . .
Pisa^ nota vitium radicis germine natura,
Nec miri novitate stupe, sed crede suetum,
Quod vitium radice fluens in frondibus haeret,
Porrigit in flores vitiaios herba sapores,
Laesaque causatum producit causa nocivum.
Graeca stirpe satus Pisanae conditor urbis
Namque fuit, cuius per mundi dimoia fraudes
Noscantwr
Sic gratta levitate fidem pactumque resolvit
Pisa, nec antiquum depellii pectore morbwn.
Per contro in forma affatto plebea cantò quel Do-
nizone monaco del chiostro di Canossa, che scrisse
il poema J)e Bello et excidio urbis Comensis, e VBe-
Toicum carmem, ossia la vita della contessa Matilde.
Ne giudichi da per se stesso il lettore dal brano se-
guente , in cui narra l' incontro d' Arrigo III e di
Gregorio VII, che per la sua storica importanza
doveva infiammar \ anima del poeta e dargli ali a
gran volo:
Ante diem septem, quam finem Janus haberei
Ante suam faoiem concessii Papa venire
Begem^ cum plantis nudis, a frigore captis ;
In cruce se jactans Papae, sanissime clam^ans,
Parce, beate Pater, pie parce mihi peto piane.
Papa videns flentem, miseratus ei satis est,
Nam benedixit eum, pacem tribuit sibi, demum
Missam cantami
Appartiene a questo genere di scritture la Vita
dello Enobardo, dettata parte in prosa, parte in versi
leonini da Goffredo di Viterbo, che Corrado IH,
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Federigo 1 e Arrigo VI adoperarono in diversi ne-
gozi ; non che un poema in dieci canti e in esametri,
sotto il nome di Ligurinus , che suolsi ascrivere a
un Guntero italiano. Né son questi i soli canti, onde
venne celebrato in Italia il buon Barbarossa: poiché
altri pur n'ebbe allorché nel 1158 tenea la sua dieta
in Eoncaglia, di che fa fede il Radevico, continuatore
della storia di Ottone di Frisinga. Ond'é che perpe-
tuavasi la sua memoria nelle lettere italiane , come
si trae dalle Cento Novelle antiche e da una leggenda
valicata dalla Germania fra noi, la quale lo addita
come avvinto da magico sonno in attesa del suo suc-
cessore ne' sotterranei del castello di Kyfifhàuser,
colla barba che gli scende fino alle piante, mentre
intorno al suo capo aleggiano stuoli di corvi.
Non di molto migliori per forma ci si mostrano di-
verse altre cronache versificate, come Y Historia
metrica de rebus a Perusinis gestis , il compianto
sulla ^cattività di Ludovico II, e i versi In laudibus
Bergomi dettati dal dotto Moyse nel 1120. Arroge
il carme per la vittoria dei Pisani del 1088, un altro
per le cose da essi operate in Majorca, T epinicio
guelfo che celebra la vittoria di Parma contro Fede- -
rigo II : r inno dei soldati di Modena minacciata
dagli assalti degli Ungheri : e il carme in lode di Be-
rengg^rio, il cui ignoto autore si mostra assai saputo
nel latino e nel greco, e tratta il suo subbietto con
franchezza e con brio.
Queste ed altre poesie popolari mettono in sodo
che se le classiche reminiscenze duravano ancora
ostinate, la forma antica si ribellava dinnanzi alla
spirito de' nuovi tempi. GÌ' Italiani si sentiano per
istinto latini ; poche erano 'le fonti delle vetuste me-
morie che era dato a lor consultare: i più conosceano
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Orosio, Isidoro, Gotifredo e Mariano Scoto: pochi
Giulio Africano, Eusebio e Giustino; e non pertanto
con invitta pertinacia volgeansi agi* antichi. Ma troppo
sentendosi lontani dair aurea lor forma, tentarono dar
risalto allo stile coir abbondanza dei tropi, coir arti-
ficio de' giri, con giuochi di parole e bisticci, di che
fa fede , fra le tante scritture di queir età, il Po-
littico d' Attone vescovo di Vercelli, e più ancora il
panegirico d'Arrigo IV recitato da Benzone, vescovo
scismatico d'Alba, che mise a ruba i poeti latini per
servire alle lodi di un principe, di ogni lode inde-
gnissimo, e della contessa Adelaide sua suocera, me-
ritevole invero di men ignobile encomiatore. Senonchè
il genio dell' età gì' incalzava e gli cacciava rilut-
tanti sovra un altro sentiero. Essi sono, per così
dire, il ponte che lega gli antichi secoli alla moder-
nità. Sotto la polve classica che gli involge, pullulano
già i semi del nuovo linguaggio e delle idee nuove.
E, cosa strana, ma vera, non solo nel nuovo linguaggio
volle il popolo celebrare le sue storiche imprese, ma
eziandio ne' più rozzi dialetti; e valga per tutti il
Codice Molflno , scritto tra il 1270 e il 1320 , che
contiene in volgar genovese alcune poesie per le vit-
torie de' Genovesi sui Veneti del 1293 ottenute da
Lamba Doria, e qjielle del 1294 per opera di Nicolò
Spinola; la lettera del doge Pietro Ziani del J226,
eh' ei volle esposta in volgare, il capitolar deli
camarlengi del comuno del 1262 e parecchie altre
scritture.
V ha una curiosa pagina dell' istoria letteraria
de' bassi tempi, di cui pur giova occuparsi, come
quella che serve mirabilmente a chiarire lo spirito di
quella età. In essa naiTatbri e poeti, veggendosi pre-
clusa la via dell'antica sapienza, anziché rinunciare
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allo orgoglio di sentirsi romani , tolsero a foggiare
a lor posta la storia, confondendo luoghi ed età,
e sconvolgendo ogni cosa, purché venisse lor fatto
di tenersi per discendenti de' Troiani e di Koma. A
questo ciclo di favole e di tradizioni che la fantasia
popolare creava, e che le cronache poi tramandavano
agli avvenire, appartengono le leggende che troviamo
sui limitari di tutte le città italiane, ambiziose d'il-
lustrare con gloriose memorie i lor bassi principi,
onde Tito Livio ebbe a scrivere — datnr haec venia
antiquati, ut , . . . primordia urUum augustiora
faciet — Come Jacopo da Varagine facea tesoro di
tutte le fiabe che intomo alle vite dei Santi correano
ne' volghi , così Galvano Fiamma raccoglieva le tra-
dizioni civili sulle origini delle città nel suo Ma-
nipolus Florum, e non è senza diletto il seguirlo.
Ei ci apprende anzitutto che i greci eroi aveano
regno in Italia. Evandro signoreggia in Piemonte,
Achille negli Abruzzi, Diomede nella Puglia, Ercole
in Calabria, e i suoi figli Sardine e Cimo in Sar-
degna ed in Corsica. Agamenone re di Sicilia salpa
da questa isola per muovere all'assedio di Troja. I
cui profughi, alla condotta di Enea, edificano le prin-
cipali città italiane , come Piso che fabbrica Pisa ,
Marzio le città della Marca d' Ancona e de' Marzi ,
Giano, Genova — et noòilis domina Verona, Veronam,
r- Niun meravigli in veggendo il molle Paride,
tramutato in eroe, farsi il principal fondatore di
molte cospicue città. Egli approda in Sicilia e la
soggioga : indi co' suoi compagni gitta le fondamenta
delle più illustri sue terre: da Palerio tira il nome
Palermo, da Missino, Messina, da Brundio, Brindisi,
da Siculo — Siciliam, quae totae provi?iciae nomen
dedit. — Ma ciò non gli basta : scende nel continente,
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ove i suoi gnerrìeri dan mano ad innalzare nuove
città : Aquilo, Aquileja , Veneto , Venezia ; passa del
pari in Alemagna, ed ivi Colonia ha da Colono il
nome, da Maganzio, Magonza.
Senonchè Milano, patria del Fiamma, dee a tatte
le altre città soprastare per antichità e altezza d'o-
rigini quasi divine. Sarà perciò costrutta un 932
anni prima di Boma, da un principe ebreo di nome
Subres, nipote di Jafet, e quindi ridotta a più civili
costumi da Saturno, che vi recò di Grecia Tarti e
le leggi : ond* è che — propter ista merita inter
Deos relatus est. — È ovvio il credere, che mentre
si ascriveano a Milano si alti principi, le città a lei
nemiche dovessero avere origini odiose e contennende.
E perciò Lodi sarà popolata dai pirati che vinsero
Pompeo — a qua gente scelerata , Scelera jlumen^
vulgo il Seri nomen accepit.
Firenze fa del pari rimontare la sua fondazione a
Giove discendente dì Cham, che venne in Europa
con Elettra sua moglie e Apollo suo astrologo, e co-
strusse la prima città della terra sulla collina di
Fiesole.... Arrestiamoci con reverenza innanzi a queste
romanzesche tradizioni, che risalgono, secondo il giu-
dizio del Niebuhr, oltre Y epoca di Carlomagno, e che
fiirono appresso raccolte dal Malespini e dal Villani.
Il fondo delle quali è la congiura di Catilina, che
viste scoperte le sue trame, guadagna i monti di
Fiesole. Ivi lo raggiungono i Eomani e si combatte
un'accanita battaglia, dopo cui più non restano a
Catilina che soli undici fanti, e ventiquattro al ge-
nerale nemico. Un secondo esercito move contro di
lui che si chiude in Fiesole, ove il duce romano, di
nome Fiorino, lo cinge d' assedio . Invano , perocché
sorpresi i Eomani dai Fiesolani nello stesso lor vallo.
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son messi a fil di spada, ucciso fin anche Fiorino, e
Bellisla sua moglie ferita, è fatta prigioniera da Ca-
tilina, e Tiberina sua figlia viene a mani di un cen-
turione.
Troppo lungo sarebbe il divisare gli amori delle
belle cattive coi due capitani; io dirò solo che un terzo
esercito è inviato a vendicare Fiorino, e questa volta
n'è al comando Giulio Cesare. Egli si pone ad oste
contro la città che resiste beh otto anni , sei mesi e
quattro giorni: quindi chiede di capitolare, e Cesare
detta i patti di dedizione : la città da capo ft fondo
sarà distrutta; i suoi abitanti innalzeranno un'altra
città sulle sponde dell' Arno , nel luogo istesso in cui
Fiorino fu morto, e questa città dal di lui nome di-
rassì Fiorenza. I Fiesolani abiteranno in essa con
que' Romani che chiedessero ivi fermare la loro
stanza. Questi patti conchiusi, Catilina co' suoi guer-
rieri si ritrae sui monti di Pistoja, ove Cesare lo
insegue e gli presenta battaglia. La quale fu lunga
e sanguinosa per modo che lo stesso Catilina fu uc-
ciso. I superstiti del suo esercito fondano alcuni Pi-
stoia, altri Poggibonsi tra Siena e Firenze. Di molte
altre successive leggende, quali l'eccidio di Firenze
per opera d'Attila e la sua riedificazione da Carlo-
magno, non dico; certo è che queste hanno un'ori-
gine antica , e furono per più secoli avute in conto
d' istoria.
Un egual fama ebbe del pari la cronaca di Ricco-
baldo ferrarese, la quale tratta delle origini di molte
terre italiane. Valga un brevissimo saggio: Tubai
fonda Ravenna, Cambise regna sull'Adriatico, Cirreno
sovra il Tirreno, ed ivi — edificami civitatem, quam
CyTces potentissima et sapientissima mulier multis
transactis seculis resarcivit. — Ercole move per la
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Spagna passando in Lombardia , e grandi gesta ope-
randovi, fonda una città che — ex nomine matris
appellava Climenas, sed hodie Cremona dicitur.
Nella Graphia aureae urbis Romae, di cui Galvano
Fiamma cita V autorità, dicendola — liber valde au-
thenticus, continens historias Romanorum antiqnas —
abbiamo, che Noè dopo la confusione delle lingue in
Babele, passò in Italia, e gettò le fondamenta di Roma.
Poco dopo Giano, figlirfolo di Jafet, eresse al di là
del Tevere il palazzo del Gianicolo; e Nemrod, ossia
Saturni, fortificò il Campidoglio. In questa guisa le
tradizioni bibliche si consertano ai miti ellenici, e il
cronista può agevolmente condurre nel suolo latino
Italo, Evandro, Enea, Silvio, finché poi Romolo cinge
di un muro le borgate erette già per lo innanzi sul
Settimonzio, ove raccoglie tredici popoli e tutti 1
maggiorenti de* luoghi finitimi. E qui osserva assai
drittamente V Orzanam, che come a poco a poco Y ì-
dioma volgare va sostituendosi alla lingua latina, e
che come fra i ruderi della classica poesia germina-
vano i talli de* canti moderni, cosi Y istoria della an-
tichità andava oscurandosi sotto una storia popolare,
che f»onfonde 1* età e ravvicina gli eroi più lontani, per
satisfare non tanto alle sbrigliate fantasie degli scrit-
tori, quanto ali* orgoglio della nazione. Si rida di
queste favole, purché non si spregino.
Conciossiaché questi istessi errori ci attestino, quanto
la religione delle vetuste memorie fosse ingenita ne'
volghi italiani , appo 1 quali la tradizione fra l'antico
e il nuovo mai non venne spezzata. Napoli addita la
tomba di S. Gennaro, ma quella* eziandio di Virgilio;
Padova innalza un monumento mirabile a S. Antonio,
ma mostra con orgoglio la tomba d'Antenore. Questo
culto del passato, che tragge Mantova a inneggiare
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ne' sacri uffici a Marone , Milano ad opporsi che si
abbatta il suo Ercole, Firenze a custodire gelosa-
mente il simulacro di Marte, ci apjpar degno di tutto
ossequio ; gli uomini di queir età comprendeano che
la fonte delle gesta magnanime è nella memoria de'
grandi.
Non manco delle città, le potenti famiglie vollero
anch'esse qualificarsi d'origini favolose e antichis-
sime. I signori di Menthon soleano incidere sui loro
castelli il noto verso :
Ante Christum natum jam baronatus eram.
Per esaltare la stirpe aleramica si foggiò la leggenda
di Adelaide figliuola d' Ottone I, che per amore si fé'
carbonaia in una grotta degli Apennini. Ma Alerame
e suo padre furono franchi e non sassoni, e Adelaide
non ebbe esistenza che nelle fantasie de* narratori. Valga
eziandio al nostro proposito la leggenda di Beroldo,
che fu tenuto come il ceppo onde discesero i duchi di
Savoia, secondo le tradizioni di queir età, quali ven-
nero a noi tramandate dal Cabaret e da Giovanni
Servion famigliare di Filippo conte di Bressa. H
' Sauli le riassume scrivendo che Teseo — nato in
Germania tutto gobbo e contraffatto da madre attem-
patissima, diventa, non so per qual miracolo d' orto-
pedia , diritto della persona, e il più leggiadro prin-
cipe che ci fosse ; udite le novelle della rara bellezza
d'Izobia,^ figliuola di Giordano imperatore di Costan-
tinopoli, per tal modo di lei s'accende, che già s'av-
vede di non poter vivere ove non giunga a possederla;
laonde partendo quasi di soppiatto dalla casa paterna,
si conduce in Legante ; sotto forma di mercante di
gioie s'introduce presso la principessa costantinopo-
litana , e rinchiuso dentro un' aquila d' oro, a forza
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d' astuzia e di pazienza , ha modo di trovarsi da solo
a solo con lei nella solinga stanza notturna. Di che
r augusto padre, dapprima molto sdegnato, finisce per
placarsi e benedice, come si usa in tutte le commedie
di lieto fine, le occulte nozze consolate in breve
colla nascita di tre figliuoli, il primo de' quali diventa
erede dell'imperatore Giordano, il secondo duca di
Brunsvich e il terzo duca di Sassonia. Da quest' ul-
timo , dopo una lunga serie di gravi casi e dopo non
men lunga fila d'eroi, ne venne l'imperatore Ot-
tone III, e dal fratello di questi il famoso Beroldo,
il quale dall' imperatore eh' egli accompagnava in
una spedizione, essendo stato mandato indietro a
prendere Y anello di S. Maurizio dimenticato sotto il
capezzale, veduta la zia in adulterio, l'uccide insieme
col siniscalco, che troppo dimesticamente con lei
trastuUavasi. Per effetto di questo suo subitaneo
sdegno gli convenne di lasciare la corte dell' impe-
ratore. Condottosi a S. Giacomo di Gallizia, e venuto
poscia nel regno d'Arles con animo di far passaggio
a Gerusalemme per adorare il sepolcro di Cristo, fu
ivi trattenuto da quel re, affinchè capitanasse le
schiere radunate da lui per opporsi ai Genovesi, i
quali congiunti coi signori di Mondovì, di Susa e del
Canavese, già aveano invaso gran parte del suo reame.
Vince in vari incontri i nemici, e pone gli alloggia-
menti sin sopra alla vetta del Moncenisio. Intanto il
re d'Arles cessò di vivere, e l' imperatore Ottone ad
istanza degli abitatori di quel regno, elesse il nostro
Beroldo a governatore e vicario imperiale di esso.
Tale è il famoso Beroldo, di cui tutti udirono il nome
e di cui pochi sanno la favola. Il figlino! suo Um-
berto I succeduto a Beroldo è quegli che, secondo
gli errori di questa cronaca, avendo sposato Adlis
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ossia Adelaide marchesa di Susa, getta le prime ra-^
dici della dominazione dei principi Sabaudi al di qua
'delle Alpi. —
Un altro genere di letteratura ignota ai greci e
ai romani, creava altresì il medio evo, il qual genere,
benché s' impronti di un carattere sacro , non è però
estraneo alla coltura profana. H cristianesmo e la
fede viva che allignava ne' volghi, die' nascimento ad
una serie stragrande di Vite di Santi e di religiosi
racconti, originali per essenza e per forma, onde av-
vantaggiossi il costume, e infrenaronsi le più riottose
passioni. Niun dubbio che in quei ferrei secoli l' istinto
morale era in fondo: la ragione sottomessa al talento:
solo dritto la forza. L' idea del dovere , i principi
dell' equo e dell' onesto e T osservanza alla legge, in
cui riposa la sicurezza sociale, erano pressoché sco-
nosciuti. Ma questi si trovano abbondevolmente dati
ad esempio e predicati nelle vite dei Santi, che pie-
tosi uomini andavano raccogliendo e spargeano nel
popolo, il quale a sua volta, come suole, v'insertava
quanto la sua poetica fantasia sapeva inspirargli. I
raccoglitori di queste leggende, sotto il cui simbolo
velavansi insegnamenti e dottrine, simili ai rapsodi
dell' antica Grecia, possono considerarsi come i poeti
della storia. E di vero, se la critica riggetta quei
fatti, la ricca messe di fede , d' idee , di sentimenti
che in essi riscontrasi , la pittura de' tempi, le con-
dizioni degli uòmini , 1' amor del meraviglioso che
informa la società nova, tutto é in essi improntato
di tal verità, che li fa meritevoli di essere ben ad-
dentro studiate e ridotte ad un armonico collegamento.
Lo storico del pensiero non può lasciarle da banda,
ove pur si consideri che queste cronache furono la
scuola de' volghi, e somministrarono appresso all'arte
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ed alla poesia una sorgente inesausta di gagliardi
temi e fecondi. In tempi acciecati dalla barbarie,
quando il potente la dava per mezzo ad ogni eccesso,
e il pusillo non aveva chi a sua difensione vegliasse,
le pie leggende atte a mostrare come il braccio di
Dio s'alzasse a scampo de' fiacchi contro i loro op-
pressori, erano avidamente raccolte e lette in popo-
lari adunanze, come Tistesso lor nome fa fede, e nei
di festivi bandite dal pergamo, allora pressoché l'u-
nico insegnamento de' popoli. Che sarebbe avvenuto*
delle misere plebi , senza una fede incrollabile nello
intervento diretto della provvidenza in lor favore ?
Una città era già presso a venire a man de' nemici ?
Infieriva una moria? La carestia fiagellavali? Ecco
apparire una fiammella sovra la sepoltura d' un pio ,
come presagio di prossima liberazione : ecco un ca-
valiere celeste sgominar le schiere avversarie, e un
pontefice intimare all'invasore d'arrestarsi; ecco un
santo dissipare la contagione e comandare alla terra
le biade : vedi insomma in ogni racconto il carattere
ingenuo dei credenti d'allora, l'indole dei tempi e
dei luoghi, e così la leggenda supplire alla storia.
Dal V al XII secolo immensa è la raccolta di
queste pie narrazioni, nella cui fede cresceano e
s'educavano i volghi: testimonio il Ruinart e la vasta
collezione dei Bollandisti, che racchiude oltre trenta
mila vite di Santi. Questa specie di mitologia cri-
stiana s' inizia co' Dialoghi di Gregorio Magno e
finisce con quelli di Cesareo d' Heisterbach. Merita
fra quest' opere onorata menzione la Leggenda Aurea
del già memorato Giovanni da Varagine. Egli intra-
vide nella successione dei tempi un ordinamento qua-
dernario, che lo spinse a dividere l'anno e la crea-
zione in quattro parti distinte; la prima da Adamo
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a Mosè, ossia dalla Settuagesima a Pasqua, e che
nomò epoca di deviazmie; la seconda da Mosè a
Cristo, dairAvento alla Pasqua, e che disse di
revocazione; la terza di riconciliazione corre da
Pasqua a Pentecoste, e infine la quarta, ossia di
peregrinazione s'estende da Pentecoste ali* Avento. A
tenore di una tal partizione ordinò la materia, os^ia
distribuì secondo i diversi tempi le manifestazioni di
Dio sulla terra.
Tanta copia di religiose tradizioni attesta la grande
ricchezza di questa letteratura, e la prodigiosa ope-
rosità di chi vi diede opera. Noi non cerchiamo in
essi la grazia del dire e i lenocinì delF arte, sì bene
la ingenuità dei sentimenti , Y impulso ^all' ideale e
quel candore di fede, che il soffio dello scetticismo
non aveva ancor diseccato.
E. Celema. Storia della Letterat. in Italia. 15
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CAPO XI.
PRIME RIBELLIONI ALLA CHIESA
SOMMAEIO.
Gli scismi neir età media — La Chiesa e la libertà del pen-
siero — Della Iconoclasia in Italia — I Concili di Costan-
tinopoli e di Nicea — Carloma^o e il Concilio di Francoforte
— Claudio vescovo di Torino — Valdesi ed altri eresiarchi
— Il libro Delle Sentenze di Pietro Lombardo — Il clero
ostile alle lettere e ai loro cultori — Indole degli Italiani
ripugnante alle speculazioni teologiche — Vilgardo il Gram-
matico — Arnaldo da Brescia — Fra Dolcino — Accuse
contro Roma e i ministri del santuario — Sette di miscre-
denti — Federico II e il libro De trìbus impoatoribus —
Conclusione.
Non v'ha per fermo chi ignori quanto la scuola
alessandrina vigoreggiasse per ogni ragione di studi,
specie i filosofici. Potamene gettava le basi dell'e-
clettismo: Enosidemo informava delle sue dottrine la
setta dei scettici: le due scuole gnostiche di Valen-
tino e di Basilide vantavano numerosi seguitatori,
non manco dei cabalisti e degli ebrei di Filone.
Come già Plotino coli' estasi psicologica e Giambl;co
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colla rituale e teurgica, cosi Proclo colle sue ascen-
sioni logiche sforzavasi d'avvicinar l'uomo a Dio,
finché i suoi discepoli rompendo in un disordinato
sincretismo e in una scapigliata teurgia, cacciati da
Giustiniano , ripararono in Persia , chiedendo alla
patria di Zoroastro un ricovero alle serene idealità
di Platone. Ivi più tardi Al-kendi ne raccoglieva gli
aneliti estremi, e il suo libro snW esortazione allo
studio della filosofia venne posto accanto al Corano.
Le dottrine di tante sette diverse, alterate per
giunta dal sofSo materialista degli Arabi, ebbero una
eco in Italia, intorbidando di fallacia e di errori la
purità del dogma cattolico.
Suolsi generalmente considerare il medio evo come
un' età di fede inconcussa e d'intera sudditanza agli
oracoli della chiesa: pur non v'ha epoca più di questa
tempestata d'errori e ribellante ai canoni fermati
da Roma. Le eresie filosofiche d' Origene e Abelardo,
Je religiose degli Albigesi e di Fozio , le politiche di
Fra Dolcino e d'Arnaldo, non lasciarono cosa nuova a
Lutero e a Socino. Ciò giova notare, poiché i tempi
in cui questi scismi si svolgono, son per lo più
tempi devoti agli studi, e fanno testimonianza di
una audacia intellettiva che nulla vale a comprimere,
accusano il movimento degli animi e il risveglio della
ragione. La vita è nella lotta: in essa rivelasi l'uomo.
In Milano il conflitto contro le Simonie e i Nicolaiti
che sosteneano aver gli ecclesiastici il diritto di
menar moglie, avvalorate dai nobili che propugna-
vano le investiture simoniache e le nozze de' chie-
rici, in opposizione alla plebe, fu di tale efficacia
ch'educò il popolo milanese a non più riconoscere la
signoria temporale dei vescovi, e a preparare il nuovo
reggimento comunale dei consoli.
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La storia del pensiero italiano , e forse anche
quella di Europa, non potrà in ogni suo aspetto com-
prendersi, se non si risale alle sue vere sorgenti.
Noi Siam troppo avvezzi ad aver V età media in conto
di un' età sconsolata d* ogni intellettivo splendore ;
end' è che il così detto rinascimento dei secoli XV e
XVI, costituisce per molti il più gran fatto de' tempi
moderni. Ma questo gran fatto nacque di schianto,
od ebbe la sua preparazione in età precedenti ? L' a-
more della classica antichità e il ritorno , sto per
dire, alle fonti del gentilesimo, eh' è il più spiccato
carattere del rinascimento , noi lo troviamo vivissimo
in quei secoli cosi poco ancor noti; e il grido di ri-
volta contro le intemperanze di Roma e l'affermarsi
del laicato contro la potestà clericale, si appalesa
del pari indomato nell'età saturnina del dogmatismo
e della fede!
Fin dai primordi del V secolo noi troviamo già la
chiesa in assetto di una disciplinata istituzione, colle
sue leggi , colla sua gerarchia, co' suoi maestrati, coi
suoi consigli provinciali, nazionali e generali, in cui
si agitavano gì' interessi del clero e del popolo. Senza
ciò non avrebbe durato salda ai rovesci dell'impero
ed alle inondazioni de' barbari. Era infatti mestieri
che una società fortemente organata potesse reggere
a fronte dell'universale dissolvimento, e alle sbattute
genti mostrasse jin fero di salvazione. E tal fli la
chiesa nelle sue origini, società democratica per ec-
cellenza, aperta a tutte le nobili ambizioni e fonte
d'altissimi intendimenti. Non v'ò contrasto, giova
dirlo altamente, fra l'arte e il genio cristiano. Questo
anzi ispirò quella e le die penne a gran voli. La lette-
ratura interiore, pressoché ignota agli antichi, è opera
del cristianesimo. Si ponga mente a non confondere
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questa religione di mansuetudine, di pace e d'amore
con r opere bieche de' suoi ministri che se ne fecero
sgabello a ne&ndi propositi; santa ispiratrice di ec-
celsi concetti, la prima; funestissimi gli altri all'arte,
alle lettere, alla libertà del pensiero. Imperciocché
nel processo de* secoli, decaduta la chiesa dal suo
primo splendore, volse l'animo alle cure terrene: onde
il dritto di coazione eh* essa arrogavasi, così contrario
alle origini del cristianesimo, e fieramente combattuto
dai più illustri Padri, S. Ambrogio, S. Dario, S. Mar-
tino ed altri non pochi. Di qui le sue sventure e il
suo decadimento, da cui tentò invano risorgere, cir-
condando di rigori la fede e incatenando il pensiero.
Essa non compose, scriveva il Guizot, un codice sul-
r andare de' nostri, per registrarvi soltanto le azioni
moralmente colpevoli e in una socialmente dannose,
per punirle in quanto esse portassero questo doppio
carattere; bensì tolse a compilare un catalogo di tutte
le azioni moralmente colpevoli, e sotto il nome di
peccati tutte volle condannarle e reprimerle; il go-
verno della chiesa, per assommar tutto in poco, non
si restrinse, al pari de' governi civili, all'uomo es-
teriore e alle relaziotii puramente sociali, ma volle
comprendervi l' uomo interiore , cioè la coscienza e il
pensiero, il che vale quanto v'ha di più intimo, di
più libero, di più riluttante ad essere oppresso. E la
ribellione non si fé' attendere a lungo. Ninna società
fu più lacerata da intestini dissidi che la società cle-
ricale: le chiese nazionali della più gran parte di
Europa si volsero contro la corte di Roma: i concili
contro i concili, 'i pontefici contro i pontefici: le sette
e lo scisma non le diedero pace né tregua.
Sant'Agostino avea scritto: oportet haereses esse.
E invero s' egli é una necessità per la chiesa che
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231
r ereticali dottrine tengano desto V ardor della fede,
essa ne fu sempre il campo e l'agone.
Sorgea nel secolo Vili Scoto Erigene col propo-
sito di conciliare il teismo cristiano e il pantei-
smo orientale. Ei non volle riconoscere autorità al-
cuna, da quella infuori che emana dalla ragione,
altix) r autorità non essendo che la verità dimostrata
dalla ragione. Ei precorse di più secoli il pensiero
moderno; o, meglio, egli è l'anello che lega il mondo
odierno all' antico. Imperocché la libertà del pensiero
non ci venne né dal cristianesimo, né dagli invasori,
sì bene è un retaggio che 1' antichità ci lasciava : é
un elemento di civiltà che, possente in Grecia ed in
Roma, fu valevole a stenebrare i bassi tempi, e ad
agevolare quel civile progredimento che l' autorità
sforzavasi ad inceppare. Nel medio evo assi a cercare
il vero spirito d'individualità, il volere energico, la
dignità del carattere, di cui é tanta penuria ne' secoli
a noi più vicini.
Non è del mio istituto allargarmi nella narrazione di
quelle audaci disfide , eh' ebbero a sostenitori i gnostici,
i marcioniti, i montanisti, i novaziani ed altri set-
tari: ma per dar piena l'istoria intellettiva dei secoli
che trascorriamo, m'è forza arrestarmi sovra una,
ch'esercitò in ogni tempo e in ispecie nel secolo XI
r ingegno de' più saputi scrittori. E tale fu Claudio,
vescovo di Torino, e famosissimo iconoclasta, al pari
di Garlomagno, di cui seguia le dottrine.
L' iconoclasia , nata dapprima in oriente, si svolse
in Italia sui primordi del IX secolo. Nella religione
del politeismo i Numi aveano di necessità un coi'po:
la forma era inerente all'idea: la materia allo spi-
rito. La filosofia de' pagani arieggiava il panteismo;
il divi7w era sulla terra, e le immagini delle deità
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ovunque erette e adorate. Per converso presso il po-
polo ebreo Jeova abita fra le ombre del tempio, e
non ha corpo, né forma; ond'è che il giudaismo non
consente idoli, e ai loro adoratori è comminata la
pena di morte.
H cristianesimo tiene dell'uno e dell'altro concetto:
il suo Dio è puro spirito, ma essendosi manifestato
agli uomini mediante l'incarnazione, nulla toglie ch'ei
possa essere rappresentato sotto forme terrene. In
questo senso la religione cristiana ammette quelle
arti plastiche, che gli ebrei ripudiavano, e che il
politeismo protesse,- ma pur mentre a ciò condiscende,
non può del tutto schermirsi da un doppio pericolo:
il ritomo all'idolatria col compiacersi soverchiamente
di quelle ; il ritomo al giudaismo col totalmente pri-
varsene. Da ciò la lotta fra gli iconoclasti che vo-
leano distrutte le immagini, e i loro avversari che
le protegg^ano : lotta furiosa, e come suole, grondante
di sangue.
Le decisioni di due concili opposti fra loro aveano
a più doppi inasprito la controversia; il primo rac-
coltosi a Ciostantinopoli nel 754 proscrisse in modo
assoluto le immagini e ne vietò la pittura; senonchè
i seguitatori dell'opposto sistema, forti del favore
dell'imperatrice Irene, riuscirono a trionfare, facendo
nel secondo concilio tenuto a Nicea ripristinare le
immagini e il culto loro.
In occidente Gregorio I tenne una via piena di
moderazione e di saviezza; non cosi i suoi successori,
i quali si posero apertamente dal lato de' partigiani
delle immagini, e spinsero a tale il loro zelò, che
lo stesso imperatore Carlomagno tenne suo debito
temperarne gli eccessi. Egli raccolse a tal uopo il
concilio di Prancoforte, in cui fé' anatemizzare le
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deliberazioni prese a Nicea: del che non pago, scrisse,
meglio, fé' scrivere da' suoi prelati un Trattata
sopra le imrìmginiy in cui ne riprova egualmente
Y adorazione ed il culto, aprendo così' la via a' fu-
turi eresiarcM. — La casa di Dio, cosi egli, dee
s&villare non per isplendore di materiali figure, si
bene per virtù spirituali Ben son degni di
compianto coloro, i qukli per volgere un pensiero a
Cristo, che pur dovrebbe essere ognora d'innanzi al
cuore de' giusti, han mestieri di contemplarne l'ef-
figie Invero è a temersi che se costoro per
qualche morbo acciecassero , o venissero per qualsi-
voglia altro accidente privati d'immagini, porrebbero
tosto in obblivione il lor Dio . . . Noi cristiani per
altro non dobbiamo cercare la verità nei simulacri e
nelle figure, noi che contempliamo senza velame la
maestà dell'Altissimo, noi che ci leviamo di luce in
luce fino al suo seggio : noi che colla speranza, colla
fede e con l' amore perveniamo alla fonte di verità
per r intercessione di Cristo, eh' è la verità stessa. —
Tai dottrine preludono alla Riforma* anzi di gran
tratto l'avanzano; il. tedesco Carlo, dice l'Ampère,
supera il tedesco Lutero.
L'Italia seppe tenersi in disparte nel bollimento
di tali questioni. Ma gli echi del concilio di Fran-
coforte e di quel di Parigi sotto Luigi il Pio, scos-
sero il cuore di Claudio vescovo di Torino e lo spin-
sero a farsi sostenitore delle loro opinioni. — Perchè
inchinarti, e' scriveva, e umiliarti innanzi a futili
obbietti? Perchè curvar la tua fronte a inette im-
magini e a figure d' argilla? Dio creavati ritto della
persona, ed ove gli altri animali son piegati verso
la terra, tu n'andasti privilegiato di una statura
sublime e di un viso drizzato al cielo. Là tu devi
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guardare e intender lo sguardo; cerca nell'alto il
tuo Dio ! — Da queste ardue regioni scendea Claudio
a più materiali, ma non manco decisivi argomenti. —
Se lor talenta adorare legni d'ogni. maniera sol perchè
Gtesù Cristo fu sospeso a una croce, sarà pur di me-
stieri che adorino di molte altre cose; imperocché
egli non istette confitto alla croce che sole sei ore
e passò nove mesi nel sen d' una vergine : converrà
adunque adorare le vergini, perchè fu una vergine
che l'ha concetto; converrà adorare le culle, poiché
in una culla ebbe riposo; converrà adorare i cenci,
perchè in essi al suo nascere fu avviluppato; con-
verrà adorare perfin gli asineili, poiché sovra un di
essi fé' il suo ingresso in Gerosolima. —
A questi concetti di Claudio consuonavano le opere;
ei cancellò le pitture nelle sue chiese , ne infranse le
statue, ne svelse le croci. Di che non pago, spinse
l'audacia perfino a combattere i sacri pellegrinaggi,
e i privilegi che arrogavasi la chiesa di Roma. Rado
incontra che l' umana ragione , superati i primi osta-
coli, si arresti* per nuovi intoppi che la via le attra-
versino. E Claudio infatti non riconoscendo alcun li-
mite al libero esame, precesse in molte questioni i
riformatori del secolo XVI. Dopo di lui più non vi
ebbe alcun periodo della vita italiana in cui non si
levasse una voce di protestazione contro l'esorbitanze
di Roma. Carlomagno parteggiò pe' novatori: Claudio
non fé' che seguirne i vestigi. Il vescovo di Torino
fu combattuto e maledetto da Roma: l'autore del
Trattato sulle immagini venne accolto tra i santi.
All' azione esercitata da Claudio evidentemente col-
legasi r istituzione della chiesa Valdese in Italia.
Nelle valli dell'Alpi tra il Piemonte e il Delfinato
andavano raccogliendosi alcuni gruppi di popolazioni,
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che per costumi e credenze assai differiano dai Eo-
mani. Si diceano Valdesi, non perchè seguitatori
delle dottrine di Valdo , che visse neir ultimo scorcio
del secolo XII , ma perchè (vaudès, gens des voux)
valligiani, Contrariamsnte ai Poveri di Lione, dei
quali V* ebbe pur traccia in Italia, non professavano
la comunione dei beni , come i primi Cristiani , bensì
lo spregio delle ricchezze: predicavano la penitenza,
il digiuno, la remissione delle ingiurie, la fraternità
dell'amore e la più sana morale, della quale erano
gelosissimi custodi. Avean sacerdoti che appella-
vano barbas, cioè zii, e la lor confessione non era
che un atto di pura umiltà, come quei che non cre-
deano air assoluzione delle peccata in virtù d*una
podestà spirituale. Il perdono non vien che da Dio.
Cosi insegna il più venerando de' lor libri sacri La
Nobla Layczon, in cui trovo scritto : tutti i papi che
furono da Silvestro fino all'odierno, tutti i cardinali,
i vescovi e gli abati, presi nel loro complesso, non
han tanto di potere da perdonare un sol peccato mor-
tale. Dio solo perdona, e nuli' altro che lui.
A questi nuclei di novatori altri pur se n' aggiun-
sero, come i Manichei, i quali sebbene avessero a
principale lor sede i paesi slavi del Danubio, la Bul-
garia, il Belgio e l'Aquitania, erano pur diffusi in
ogni parte d'Italia. S. Bernardo che negli ultimi anni
della sua vita vedea sorgere più rigogliosi que' scismi,
che tanto fieramente avea tentato d'estinguere, im-
prese nuova guerra contro essi, e nel 1147 percorse
il mezzodì della Francia per estirpare quelli che pul-
lulavano in Albi, onde il nome d'Albigesi esteso a
tutte le sette. Vana tornò l'opera sua. I ribellanti
alla chiesa, sotto il nome di paterini, catari, apo-
stolici ed altri, riboccavano ovunque; e* predicavano
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la povertà evangelica, il divieto di nulla possedere
di proprio ; credeano che il digiuno , la mortiflcazìone
dei sensi e Y invocazione de* santi fossero inutili alla
salvazione dell' anima, e che ogni altra osservanza non
predicata da Cristo e dagli Apostoli s' avesse in
conto di pratica superstiziosa: non voleano s'am-
mitìistrasse il battesimo, che nell'età della ragione,
e teneano che il papa ed i véscovi avessero perduto
ogni balia spirituale, da che s'eran tuffati ne' tem-
porali negozi. Da queste opinioni infuori, intemerati
nella lor vita e ossequienti alle leggi ; che se i Mani-
chei d'Orvieto, correndo il 1190, infierirono contro
il legato papale, s'ascriva un tal fatto alle feroci
persecuzioni di cui furon bersaglio.
Assai più numerosa intorno il 1150 la setta dei
Catari, il cui focolare era Milano non men di Man-
tova e Roma, ov'era ordinata a consorzi con pub-
bliche scuole. Il Catarismo avea strette analogie col
Manicheismo : accettò per altro dall' albigismo sim--
boli e discipline. Credeano i suoi fautori nella tras--
migrazione dell' anima , s&tavano il matrimonio: ,
negavano alla società il dritto d'uccidere, e odia-
vano, al pari dei Templari, la Croce, non poteifflo
comprendere come i Cristiani adorassero in quest'or-
rido strumento di supplizio la morte di un Dio. Le
persecuzioni che contr'essi infierirono in Verona,
Ferrara, Modena, Prato ed altrove giunsero in parte
ad estinguerli.
Un dotto italiano, Pietro Lombardo, nell'intento
di tor via ogni cagione di religiosi dissidi, e ricon-
durre gli erranti all'unità della fede, tolse a racco-
gliere in un sol corpo di dottrina i principali passi
de' SS. Padri sul dogma, acciocché tutti vi si con-
formassero. Il Ziòro delle Sentenze divenne famoso,
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e corse come oracolo di verità in tutte le scuole,
chiosato da oltre trecento commentatori; pur non rag-
giunse lo scopo; le disputazioni si rinnovarono sul-
r istesso suo libro, e poco andò non fosse condannato
egli .stesso, per essersi mostrato troppo arrende-
vole alle opinioni d'Abelardo intorno alla persona di
Cristo.
Eoma, oltre al perseguire le sètte, si porgeva
ognor più nimichevole agli studi ed ai loro cultori.
Essa togliendo alla lettera un testo di S. Paolo ai
Ciorinzi — che, cioè, Iddio avea resa demente la
scienza degli uomini — avversò perfino i libri di
Aristotile, che come contrari alle Sacre Scritture
vennero dai cardinali Roberto de Cur^on e Simone
de Bric condannati. Leone abate di 8. Bonifacio e
legato apostolico scrivea — che i Vicari di S. Pietro
non* riconoscono a maestri né Platone, né Virgilio,
né Terenzio, né il gregge degli altri filosofi: neque
ceteros pecudes philosoforum: che S. Pietro nulla
sapea di cotai fisime, e non pertanto fu eletto ad
ostiario del cielo, e che Dio aveva chiamato a sé
non gli oratori e i filosofi, bensì gl'indotti ed i ru-
stici. —
Ma se il clero odiava ogni scienza, dalla teologia
infuori, questi studi trascendentali poco andavano a
versi degli Italiani, poiché, come scrive il Giese-
brecht — sacrae discipUnae per omnia haec tem-
pora , indoli atqne ingenio nationis parum conve-
nerunt. — Infatti noi non veggiamo che i libri
pubblicati da Claudio contro le sacre immagini —
eccitassero, son parole del Tiraboschi, alcun rumore
in Italia, ove non si tenne per lui concilio, né vi
fii chi prendesse a confutarne gli errori — dove in
Francia per contro molti impugnarono le sue dot-
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tiine, e in ispecie Dungalo, l'abate Teodomiro e
Giona vescovo d' Orleans. Intenti i padri nostri a far
risorgere lo studio del dritto romano, e a rivendi-
carsi coir armi a libertà , poco o nulla curavano le
teologiche speculazioni, talché lo stesso Giesebrecht,
instituendo un raffronto fra gì' Italiani e i Tedeschi
d'allora, saviamente diceva, che i primi — armis,
forensiUus pergaudent negotiis — laddove i secondi
— summa cum animi dilectatione in rebus sacris,
in martyrum mentis, infide Christiana propagata
commorantur. — Ond'è che la principal sede degli
studi teologici, non curati fra noi, divenne allora
Parigi, ove accorsero quelli fra i nostri che alle scienze
sacre intendeano, e in ispecie il già memorato Pietro
Lombardo, S. Anselmo, S. Bonaventura, S. Tommaso
d' Aquino , Rolando da Cremona , Alberto da Genova,
Annibaldo degli Annibaldi, Remigio da Firenze ed
altri non pochi. I quali bevendo a quella fonte l'a-
more delle sottili questioni e del cavilloso armeggiar
di parole, ne allagarono siffattamente le scuole ita-
liane, da snaturar quasi l' indole loro fino allor così
aliena dalle dialettiche e ontologiche disputazioni. Del
che altra testimonianza non può meglio appagarmi
che quella del gesuita Bettinelli nel suo Risorgimento
d* Italia. — Le gare più ardenti, egli scrive, e il
più forte bollore degli scolastici essendo stato nella
università di Parigi , e in lor più crescendo il talento
di disputare e di sottilizzare, che non tra i giuris-
consulti di Bologna e di Padova, sembra aver preso
le mosse e il corso per tutta Europa quel parigino
Aristotelismo, essendo per tutta Europa dispersi i
discepoli di quella università, che per gli studi teo-
logici e filosofici ottennero il nome primo e la fama
più chiara. Gli uomini stessi religiosi colà si traspor-
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tavano, e ritornando in Italia recavano seco e vi
spargevano a larga mano quel genio inimico delle
contrarie opinioni del pari e delle lettere più gentili,
come dando uno sguardo alle storie spagnuole e fran-
cesi possiam riconoscere , ritrovandosi infino a* cardi-
nali e papi non pochi usciti da quella palestra e
giunti alle dignità per la gloria d' essere stati in
essa de' più valenti atleti e più istancabili. —
Intanto un alito nuovo di vita, una febbre di scienza
profana impossessavasi degli intelletti italiani, che
invano Roma, continuando le tradizioni di Gregorio
Magno, s'ostinava ad estinguere. Giovi a tal uopo
ricordare la sorte toccata a Vilgardo, qual ci è nar-
rata dalle cronache di queir età. Era costui un di
quei valenti grammatici, onde abbondava nel secolo
XI la città di Ravenna , in cui tenea pubblica scuola.
Sprofondato ne* diletti suoi studi che lo traeano tal-
volta fino al delirio, credè vedere una notte i de-
moni sotto l'aspetto di Virgilio, di Orazio e di Gio-
venale, che molto lo ringraziarono dell'ardore onde
tentava propagare la cognizione delle opere loro, e
a compenso de' suoi lodevoli sforzi gli prometteano
di metterlo a parte della lor gloria immortale. Se-
dotto da queste larve Vilgardo, non si tenne al già
fatto, ma tolse ad ammaestrare i suoi discepoli in
più cose contrarie alla fede, aflfermantlo doversi ogni
altra credenza respingere, da quella infuori, che
venia dai soli poeti insegnata. H perchè convinto di
eresia, fu da Pietro arcivescovo di quella città con-
dannato. Ma delle opinioni sue già troppi erano,
dice la sentenza, macchiati, e crebbe a più doppi il
numero de' ribellanti alle dottrine di Roma.
In quel tempo fra le contenzioni de' Papi e de'
Cesari si levava l'Italia, stringendo in una mano la
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. 240
croce e frugando coir altra nei ruderi del Campidoglio
a ricercarvi i consolari suoi fasci. H popolo fatto allor
consapevole delle sue forze, né guelfo, né ghibellino,
intese a raffrenare i grandi feudatari, che gl'impe-
iiatorì sassoni aveano un di confinato nelle contee di
campagna, ma dalle quali ora irrompevano per ag-
giogar le città e levarsi a tiranni. Allor corse per
la penisola un grido che disse — né Pietro, né Ce-
sare; ci rannodi il passato al presente e ristoriam la
repubblica. — Era la voce d'Arnaldo da Brescia, che
dopo aver seminato a Zurigo que' germi di libertà
che non andarono perduti per i popoli elvetici, re-
cavasi a Roma a risvegliarvi il genio Jatino. Ducimi
che stretto dal tema io non possa dire lungamente
di lui: degno d'essere esaltato per tutte l'età. H
Savonarola del secolo XII che sembra ignorare i bi-
sogni del corpo, che parla a mo' de' profeti ai car-
dinali di Roma, che applica alla ragione di stato le
teoriche della emancipazione , che predica ad un tempo
il Vangelo e la repubblica, ohe si sforza a strappare
l'Italia dalle mani del papa e di Cesare, minore da
sezzo sul rogo, martire della libertà, dopo aver vis-
suto come un tribuno ed un santo.
Una delle ultime disfido , religiosa insieme e poli-
tica , fu quella di Fra Dolcino, a cui non mancò per
essere un nuovo Maometto che una diversa condi-
zione di cose, ma che pur fu si acconcio a sovvertir
popoli e istituzioni , che Dante, il profondo conoscitore
degli uomini e de' tempi suoi , pone in bocca a Mao-
metto , quasi niun altro fosse degno di consigliarlo ,
quei versi:
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Or di* a Fra Dolcin dunque che s' armi ,
Xu che forse vedrai il sole in breve ,
S* egli non vuol qui tosto seguitarmi ,
Si di vivanda, che stretta di neve
Non rechi la vittoria al Noarese ,
Ch' altrimenti aquistar non saria lieve.
(Inf. e. XXVIII)
Nato in vai d'.Ossola di pDve-ra stirpe, esulò dalla
patria, ed in Trento vesti le lane degli Umiliati;
ma tosto spogliatele, commosso dai sozzi abusi in
cui vedea sprofondate la chiesa, intese a riformarne
i costumi. Sedotta al fascino delle sue ardenti parole
Margherita di Franck, che viveasi nelle mura del
chiostro di S. Caterina in quella città, giovane di
alti natali e leggiadri ssima , volle farsi compagna
della burrascosa sua vita. Era allora in Parma quel
Gherardo Segarelli che da ben cinquantanni si tra-
vagliava a ritornare la chiesa .al primitivo cristia-
nesimo, oggetto delle persecuzioni di Roma; a lui
trasse Dolcino, e si fé' il continuatore de' suoi inse-
gnamenti. Scrisse a tal uopo tre lettere Ad universos
fideles , mostrando la necessità d'una riforma reli-
giosa, e dando nuove interpretazioni ai sacri testi.
Nel 1304 sotto gli auspici dei conti di Biandrate
cominciò le sue focose predicazioni, tirandosi dietro
seguitatori e partigiani in gran copia. Nei quali affi-
datosi, lasciati i monti, volle aprirsi nelle città un
arringo più vasto , e occupata Serravalle, il piano di
Cordova e Gattinara , da cui erano stati espulsi gli
Arborio e gli Avogadro , vi pose stanza e vi si at-.
tornio di bastite. Passò quindi in Val Sesia presso
Emiliano Sola che aveagli offerto asilo e protezione.
Per ben cinque anni potè mantenersi sui monti di
Biella, ributtando ognora gli eserciti che lo guer-
E. Celesxa. Storia della Letterat. in Italia^ 16
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reggiavano, i fulmini del Vaticano e le seduzioni
onde venne più volte- tentato. Presi alla sua impe-
tuosa eloquenza crescevano i settatori intorno a lui,
per modo che osò spiegarsi fin sotto Vercelli. Im-
paurati i principi e ì signori vicini da tanto note-
vole accrescimento di forze, formarono una lega a
cui partecipavano Ranieri vescovo e signore di Ver-
celli, gli Avogadri, i Tomielli e le popolazioni di
Val Sesia e di Biella. Un breve di Clemente V in-
timò la crociata crontro i Dolciniani che diceansi
anche Gazzeri. I quali veggendo il nembo che stava
per iscoppiare , si rifugiarono sulle alpi del Vallone in
Val Nera, occupando il monte di Parete Calva, ove
si trincerarono in numero d* oltre -cinquemila com-
battenti. Ottennero in diverse fazioni vittoria dei
loro nemici, finché asserragliati nelle strette morse
di Val Mosso in quel di Biella, battuti di fianco e
di fronte , cessero più che ai nemici, alla violenza
della fame e del freddo che li decimava. Corse im-
mensa la strage : Dolcino , la sua compagna e Lon-
gino, uno de' suoi principali aderenti, caddero in balia
de* nemici.
Condotti a Vercelli e distesi sulle lamine ardenti
senza poter nulla dalle lor labbra strappare, furono
dannati alla pena del fuoco. Il giorno in cui doveasi
eseguire la sentenza, fu giorno di comune esultanza.
Squillava a lenti rintocchi il maggior bronzo del
comune , Y Orenga : il Legato di Roma, i vescovi e
il capitolo del Duomo, gl'Inquisitori e i ministri del
Sant'UflBizio seguiti da una sterminata tratta di po-
polo, s'avviavano a tardi passi sovra lo spiazzo che
si stende tra i confluenti della Sesia e del Cervo.
Fra Dolcino, cui invano il grande Inquisitore rinnovò
l'intimazione di abiurare i suoi errori, venne azzaf-
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243
feto da prima con tanaglioni roventi che strappavano
le abbrustolite carni a lambelli, appresso gittato
ancor vivo sul rogo, su cui peri del pari Longino.
Margherita che con indomabile costanza fu testimone
del loro supplizio, venne condotta a Biella ove subì
r istesso#martirio. Con pari ferocia i Dolciniani furono
perseguiti e sterminati in tutte le parti d'Italia.
Dante potè vederne in più luoghi i su])plizi, ed io
scrittore, dice V Anonimo, ne vidi ardere in Padova
in numero di ventidue a una volta.
Delle accuse che il santo odio sacerdotale e in ispecie
il Parcaquota e il Bernini accumularono sopra Dolcino
non giova occuparci, tanto son menzognere. Guai
ai vinti quando V istoria loro è scritta dal vincitore !
Certo ei non ammise la confessione auricolare, non
ammessa del pari dagli Albigesi : abolì il matrimonio
come sagramento : professò una tal quale comunanza
ne* beni . sulF esempio de* Paterini : e invocando il
regno dello Spirito Santo, si fé* il profeta della libertà
individuale e civile. Ma ciò che inaspriva più Roma,
era 1* aver egli osato mettere a nudo i vizi del clero,
predicata la necessità di una completa riforma, e
sostenuto non essere la chiesa che la depositaria del
potere spirituale, in ciò d'accordo con tutti i savi
dell* età sua , che volean separato dalla tiara lo
scettro !
I mali portamenti di Roma e il sangue onde im-
brattavasi . ebbero per effetto che la satira contro la
chiesa ed il clero, già antica in Italia, divenisse
un* arma impugnata da ogni scrittore. Già Salviano ,
per tacer d* altri, fino dal 440, awegnacchè cristiano
ardentissimo , ne aveva aspramentelverberato la cor-
ruttela. — In te più non alberga, diceva, lo spirito
spregiatore delle ricchezze terrene, e il tuo amore
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244
pei beni celesti è ornai spento . . . , tanto guadagnasti
di popoli, quanto crescesti ne' vizi... — L'ardente
S. Colombano — doleasi della infamia che inquinava
la sedia di Pietro — dolere se de infamia quae ca-
tedrae sancii Petri inuritur. — Libanio fin da' suoi
tempi paragonava la voracità dei monaci a qtella degli
elefanti. Eunapo rassomigliavali ai ciacchi: Zosìmo
predicavali inutili all'umano consorzio. Udaberto ar-
civescovo di Tours rimproverava a Eoma i manca-
menti di fede per parte di chi la governa, e non
ha omaggi che per Roma pagana. Felice città, egli
canta, se non avesse padroni , o s' eglino vergognas-
sero nel tradire la fede !
Urbe felix, si vel dominis urbe illa carerei,
Aut easet dominia turpe earere fide,
E altrove con più di violenza:
Roma nocens , manifesta docens exempla nocendi:
Scylla rapaxy puteusqm capax, avidusque tenendi.
Un altro vescovo, Adalberone, flagellava nelle sue
satire i monaci, in ispecie l'Ordine di Clugny e il
suo rettore. Né risparmiò Eoma ne' suoi barbari
leonini :
Omne quod est, vendens, et in omnibus ad lucra tendens,
I vizi del santuario erano a tale cresciuti, da
provocare la sferza degli stessi S. Pier Damiano e di
S. Bernardo. Questi non potea persuadersi che i sa-
cerdoti fossero si rotti ne' cibi; sì effeminati nelle
vestimenta e ne' letti , si cupidi di scialosi apparati
e di superbe dimore. S. Pier Damiano a sua volta
sfatava il lusso de' prelati , le lor tavole ove pira-
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245
midi di vivande esalavano i profumi di tutte le droghe
d'oriente, i vini più generosi spumeggianti in calici
di cristallo, e letti sontuosi più degli altari.
Si suole esaltare in quell' età la dottrina del clero:
ma lo stesso S. Damiano, autorità non sospetta, gli
nega affatto tal lode. — Per la ignavia , cosi egli ,
e la negligenza episcopale i sacerdoti sono oggidì
cosi ignoranti di ogni buòna letteratura, che non
solo non giunfèno alla intelligenza di ciò che leg-
gono , ma compitando sillaba dopo sillaba balbutiscono
appena le parole. E come potrebbe orare pel popolo
che, quasi straniero, ignora il senso della parola
cui profferisce? E poiché l'apostolo vuole che il
nostro ossequio sia ragionevole , io chieggo : come
sarà ragionevole l'ossequio de' sacei'doti, quando chi
ofiBre non ha intendimento della sua oblazione? A
cotali ministri del santuario interverrà ciò ch'accadde
a' que' sacerdoti, che dopo la cattività d'Israele
mandati dal re degli Assiri in Samaria, ignorando le
cerimonie del culto, né sapendo onorare Iddio secondo
r osservanza de' legali precetti, vennero dalla rabbia
de' leoni strozzati. — E con terribili parole seguita
di questo tenore.
Si levò a cielo in mille guise lo spirito religioso
del secolo XI e del successivo: funestissimo errore,
che la critica storica deve omai dissipare. Noi cre-
diamo alla fede , ai rapimenti , ai mistici ardori di
S. Francesco d'Assisi : ma il suo vero ascetismo mai
non scese nel popolo. Si eressero cattedrali magni-
fiche , ma più per orgoglio di popolo , che per slancio
di religione. La miscredenza pullulava dovunque: le
dottrine dei Fraticelli di Armanno Pungilupo, di Gu-
glielmina da Milano e dei Fratelli Spirituali che
predicavano l'emancipazione della donna e la comu-
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246
nione assoluta degli averi e del corpo, rappresentano
anch'essi una sfida alla chiesa e preludono ai mo-
derni sansimoniani. I ghibellini tutti erano in voce
di materialisti e d'orbi di fede. Napoli ribboccava
d* eretici : Firenze di paterini, già disseminati fin dal
secolo antecedente in Lombardia e in Piemonte. Pul-
lulavano a Orvieto, Eimini, Faenza, Viterbo, Prato,
Siena ed altrove. A Poggibonsi avean pubbliche scuole:
aderenti dovunque. A Piacenza caccial&no il vescovo :
a Milano uccideano il grande inquisitore. In Firenze
avea stanza il loro pontefice , un Filippo Paternone ,
d'origine incerta, ma d'autorità sconfinata: appresso
tennero il seggio un Torsello , un Brunetto e un
Jacopo da Montefiascone. Erano possenti, temuti e si
numerosi che costituivano la terza parte della citta-
nanza. Firenze — scrive il Villani — era in que'
tempi molto corrotta di eresie, ed intra le altre era
della eresia degli epicurei , per vizio di lussuria e di
gola , ed era da ciò si divisa e partita la gente della
città, che con armata mano difendeano la detta eresia
contro a' buoni et catolici cristiani. — Schietto mate-
rialismo professavano i dotti : Federigo II, Pier Delle
Vigne , Farinata degli Uberti , Guido Bonatti, Caval-
cante dei Cavalcanti, che, secondo Benvenuto d'Imola
tenea per assioma — unus est interritus 'hominis et
jumentorum, — E fama d'ateo avea del pari suo
figlio , che con Farinata , Federigo, il cardinale Ubal-
dini ed altri in gran numero , Dante pose in una
speciale bolgia dell'Inferno.
Queste ribellioni dello spirito contro l'ortodossia
ebbero nuovo rincalzo nell' estendimento della filosofia
d'Averroès, che Federigo II assai predilesse, e che
ingegnavasi ad allargare dovunque. Delle relazioni
di Federigo cogli Arabi, diremo a suo luogo. Qui
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basterà T accennare, com'egli chiedesse ai savi di
quella nazione lo scioglimento di ardue quistioni sul-
r eternità del mondo, sul metodo onde assi a studiare
la metafisica e la teologia, sul valore e il numero
delle categorie, sulla natara dell'anima ed altre tali.
Ei si volse a tal uopo al califfo Raschid per cono-
scere il luogo ove abitava Ibn-Sabìn di Murcia, allora
in &ma del più saputo uomo di Magreb e della Spagna.
Noi possediam tuttavia le risposte di quel filosofo.
Altre non manco intricate quistioni appianavagli
Giuda ben-Salomo Cohen, autore di una enciclopedia
filosofica, il quale raccolto in sua corte, ne godette
i favori, unitamente a Taki-eddin, ch'ebbe pur da
quel principe le più oneste accoglienze.
Gli Aweroisti negavano la creazione ex nihilo e
la immortalità dell' anima: facevano di Dio un essere
indeterminato e quasi un punto matematico in grembo
allo spazio. Altri professavano che il mondo esiste ab
eterno, che mai non visse un primo uomo, che l'anima
si corrompe in un col corpo, che la Provvidenza
non curasi delle cose terrene , che Dic^ non può fare
che r uom corruttibile alberghi uno spirito immortale,
ed altre empie sentenze dannate come ereticali da
Eoma. Il focolare delle quali era la università di
Toledo , ove l' arcivescovo Raimondo gran cancelliere
di Castiglia soldava un corpo di traduttori giudei, a
capo de' quali stava Domingo Gonzales. E i libri
arabi volti in latino si spandeano in tutti i porti del
mediterraneo per opera dei principi di Barcellona, che
colpiti d' anatema, avean tolto anch' essi a proteggere
i nemici dell'autorità pontificia.
Le teorie materialistiche della scuola araba prof-
fessate da Federigo, diedero origine a quella falsa
asserzione che lo fa autore del libro De triòus im-
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24S
postoribns. Questo libro fu 1* arme onde la curia
romana tentò ferire i propri avversari; imperocché
ogni qualvolta si volle gettare una mortale accusa ^
sul capo di alcuno e farlo segno delle vendette ec--
clesiastiche, si disse autore o almen leggitore di una
tal opera. I nemici di Federigo predicandolo appunto
come autor di quel libro , intesero designarlo alla
esecrazione dei popoli. Al qual proposito Gregorio IX
scriveva: — Questo re pestilente ci assevera, che il*
mondo venne ingannato da tre giuntatori: che due
di essi sortirono una gloriosa fine, dove per l'opposto
Gesù fu sospeso a una croce. Inoltre egli afferma a
viso aperto o piuttosto osa bugiardamente asserire ,
essere affatto dissennati coloro che tengono avere
una vergine dato vita a Dio onnipotente e creatore
del mondo. Ei parteggia per questa eresia, che, cioè,
ninno può nascere senza il commercio dell* uomo e
della femmina. Aggiunge non doversi aggiustar fede
alcuna , tranne a' ciò eh' è provato in virtù delle cose
sensibili e della ragion naturale. —
Del resto il Jibro di cui sopra è menzione, non ebbe
mai vita fino ai tempi della Riforma, che nelle im-
maginazioni dei volghi. Se ne fecero successivamente
autori Averroes, Federigo, Pier Delle Vigne, Boccaccio,
Pietro Aretino, il Poggio, il Macchiavelli, Pomponaccio,
Cardano , Occhino, Giordano Bruno, Vannini ed altri :
ma certo egli è che ninno mai l'ebbe alle mani,
poiché prima d* allora mai non fu scritto. Più che un
libro, giova ripeterlo, fu uno strumento d'accuse,
onde giovossi la curia romana per trascinare sul rogo
i propri nemici. Primo ad asserirne Y esistenza fu
Guglielmo Postel , morto sull'ultimo scorcio del se-
colo XVI, il quale ne fé' autore Arnaldo di Villanova ;
per contro Tommaso Campanella lo riferisce a Mar-
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249
cantonio Mureto. Oggidì invero se n'hanno parecchie
edizioni messe fuori si in Germania che in Francia
e in Italia: ma il correttissimo latino, ond' è dettato,
non toglie ch'abbiasi in conto del più scempiato li-
bercolo ch'abbia divulgato la stampa.
Del resto giova, quasi a conclusione osservare, che
l'eresie in Italia solean offrire aspetto piuttosto di
quistioni politiche che di teologiche speculazioni: e
gli eretici, cioè coloro che avversavano le intempe-
ranze di Roma e combattevano la temporale podestà
dei pontefici o la corruttela del clero, subordinarono
ognora l' idea religiosa aJ concetto civile. Che se fiere
repressioni talora ebber luogo tra noi, queste furono
in tutto individuali o ristrette in angusti confini : né
mai fu possibile una crociata come quella che rove-
sciavasi sulla Francia meridionale, togliendo a pre-
testò r uccision di un inquisitore, Pietro di Castelnovo.
In Italia l'uccisioni di moltissimi inquisitori, fra cui
quella di Pietro Martire, di Pietro Parenzio, diGui-
dotto da Correggio vescovo di Mantova, di Fra Or-
lando da Cremona, di Fra Pagano da Luco, nulla
produssero di somigliante: non dubbia prova delle
diverse condizioni intellettuali e morali in cui versa-
vano queste nazioni.
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CAPO XII,
IL SECOLO XI
SOMMARIO.
Gregorio VII fondatore del potere teocratico — S. Pier Da-
miano — Lanfranco e S. Anselmo filosofi — Opere di S. An-
selmo — Suoi metodi didattici — Della poesia medioevale:
Gruaiferio e il suo poema — Alfano lei suoi canti — Pietro
Diacono e il poema De novisslmls diebus — Enrico da Set-
timello — I Lessicografi: Papia lombardo, Uguccione ed il
Balbi — Gruido d'Arezzo e i suoi trovati musicali.
Correa nel secolo XI una strana leggenda , che
mostra la tendenza de' romani pontefici ad innalzarsi
su tutte le podestà della terra. Essa dicea di un
Andrado, che levatosi in ispirito, vide Dio che impo-
neva a tutti i reggitori delle chiese cattoliche di
raccogliersi al suo cospetto. Giunti innanzi al suo
trono e' Y adorarono, e poiché furono da lui bene-
detti, cosi prese a dire: — Perchè, o miei ben
amati fratelli, perchè giace si lacerata e calpesta
r eredità mia, che a prezzo del mio sangue venia
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9n5
riscattata dal mio genitore ? — E parecchi tra quelli
risposero: — È colpa dei re — E Dio allora: —
E chi son mai questi re ch'io non ho stabilito, e
che punto non riconosco? — Indi avuti a sé l'impe-
ratore Luigi , i suoi figliuoli Lottario e Carlo e il di
lui nipote Luigi re d'Italia, loro ingiunse di servire
fedelmente la chiesa: e a questo patto soltanto affi-
davali della conservazione delle loro corone.
La prevalenza de' romani pontefici sugli stessi
monarchi doveva a breve andare tradursi in un fatto.
Siamo appunto in quel secolo in cui fieramente gran-
deggia il sommo Ildebrando, che ascese al trono di
Piero col nome di Gregorio VII. Per quanto suo-
nino diversi i giudizi della storia su lui, noi vo-
lentieri aderiamo alla sentenza di coloro che l'hanno
in conto di uno de' più eminenti uomini de' tempi
moderni.
Nato in Soana su quel di Siena nel 1013, di pic-
ciol sangue, venne non pertanto educato alle lettere
da un Laurenzio, e appresso da Giovanni Graziano,
che fu pontefice col nome di Gregorio VI. Non è
nostro istituto riandar la sua vita, le sue lotte, le
sue riformazioni; a noi basti il dire ch'ei raccolse
le nuove forze della nazione nelle robuste sue mani,
e le fé' servire ad un alto e temerario disegno; volle
cioè che il vicario di Cristo al di sopra di tutto
Tuman genere si sublimasse, quasi un Dio sulla
terra, arbitratore dei re e degli imperi e dittatore
supremo di tutte cose. Vero fondatore del potere teo-
cratico, che tornò appresso così esiziale all'Italia, e'
cominciò nondimeno a riformare i costumi del clero,
omai caduto si basso che la stessa fede ne patia de-
trimento. Prefiggendosi a norma costante d'ogni sua
azione la superiorità del romano pontefice sopra ogni
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podestà della terra, aperse veramente la lotta contro
l'impero, e non depose i suoi fulmini, finché non
vide Cesare stesso intomo a Canossa col sajo del
penitente sul collo, ignude le piante, supplicarlo di
benigno perdono. Da quel dì la civiltà italica trionfò
del mondo barbaro, e rotto il fascino della dignità
imperiale , i nostri comuni poterono in pace asset-
tare il lor reggimento senza punto curarsi degli im-
peranti germanici che il feroce Ildebrando aveva
schiacciati.
La sua dottrina è contenuta nei ventisette aforismi
del suo Bictatus Papae.
Non può da lui scompagnarsi una schiera d'illustri
Padri, che la chiesa venera sugli altari e l'umanità
fra i più insigni intelletti: S. Anselmo da Lucca,
S. Pier Damiano da Ravenna, Lanfranco da Pavia e
S. Anselmo d' Aosta. Messe da parte le opere del
primo d'essi, come quelle che esclusivamente s'in-
formano a speculazioni teologiche é ascetiche, diremo
di S. Pier Damiano (1007), anima santamente sde-
gnosa, che congiunse con mirabili tempra l'opere di
scrittore, monaco e cardinale ad un tempo. Egli,
cosi lo giudica il suo più recente biografo. Alfonso
Capecelatro, non ebbe in tutta la sua vita che un
grido, e fu il grido della virtù contro i vizi, la si-
monia e la incontinenza, onde chierici e laici im-
brattavansi. Ovunque ei si recasse, con l'esempio,
con la parola e con le lagrime imprecava ai malvagi
contaminatori delle cose sante, flagellandoli con la
focosa eloquenza del suo discorso, e più con la smi-
surata possanza delle virtù sue. Inviato di terra in
terra da parecchi pontefici, Stefano, Nicolò, Ales-
sandro, corse di città in città, strappando le inflile
episcopali dal capo di. coloro che le aveano insozzate
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di simonie e di lascivie. Chiamato nei concili, do-
mandò leggi per diradicare questi vizi e queste car-
nalità: rientrato nella solitudine del romitorio, dettò
fulminee invettive contro gl'infetti di siffatte brut-
ture: e nel suo stile si riverbera per intero la sua
anima di fuoco. Nulla dirò di lui come teologo, cioè
continuatore di queir aurea catena di Padri , che
mette capo in Giustino martire e si compie con
S. Bernardo, dopo il quale la scienza sacra 4agenerò
nella scolastica. Che se troppo proclive al sopranna-
turale abbonda talora in racconti di visioni e mira-
coli, non credibili o non provati, ciò fu vizio,
anziché suo, de' tempi in cui visse e ch'egli ebbe
in comune co' più insigni di queir età. Fu dotato di
grande, anzi di tempestosa eloquenza nello sfolgorare
gli errori: onde le iperboli e l'uso di strane metafore
che macchiano talora i suoi scritti. Queste mende ri-
scontriamo altresì ne' suoi versi, non tutti invero
spregevoli e barbari.
Sant'Anselmo arcivescovo di Cantorbery e Padre
della Scolastica, ebbe a maestro Lanfranco, che in-
sieme a lui fondò in Francia quella scuola teologica,
che venne appresso a più doppi illustrata da Pier
Lombardo da Novara e da S. Tommaso d'Aquino.
Scrivono i Padri Maurini, autori della storia lette-
raria di Francia, — logici e valorosi dialettici non
v' ebbe fra noi se non ai tempi di Lanfranco e di
S. Anselmo. La dialettica, secondo la sua istituzione,
era Y arte di ragionar drittamente e sodamente , e di
giungere per le vie più sicure al discoprimento del
vero. Il che non potea conseguirsi senza que' giusti
concetti che rampollano dalla intera comprensione
delle cose: ma in quel tempo niun pensava ad ac-
quistarli, non in altro facendosi consistere allor la
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dialettica, che in nude parole e precetti, cui ninno
sapeva applicare. Ad ovviare a questi capitali dif-
fetti S. Anselmo pose mano al trattato del Oram-
TnMico, vera sposizione della dialettica, in cui toglie
a far noti i due generali oggetti di tutte le idee,
cioè la sostanza e la qualità. Con il che gli venne
fatto di purgare da molteplici errori la filosofia dei
suoi tempi, e recarla a qualche grado di perfezione.
Gli scritti filosofici di Lanfranco e quelli di Odone,
che appresso fii vescovo di Cambrai, contribuirono a
quest'uopo non poco. Per opera di questi tre insigni
filosofi si .vide risorgere il metodo degli antichi scrit-
tori. — E altrove essi aggiungono — Lanfranco ed
Anselmo dotati di elegante latinità e di ottimo gusto
per le più alte speculazioni, a tale che dopo il deca-
dimento delle lettere non fu più posseduto da alcuno,
lo trasmisero ai loro discepoli, e questi a lor. volta
a molti altri. Felici trapassi, il cui infiusso essen-
dosi via via diffuso per la Francia, T Inghilterra,
r Italia e T Alemagna, fu la prima radice di quel ri-
sorgimento scientifico, che iniziavasi in Francia ai
tempi di Luigi il giovane. Al monastero di Bec ascri-
vesi giustamente la lode d' esseme stato la culla . . .
Pria che Lanfranco ed Anselmo suo discepolo tenes-
sero scuola, il latino che usavasi in Francia era in-
colto, aspro, selvaggio: rozza la teologia, fiacca e
scorretta nel ragionare: la filosofia non consisteva
che in una vuota dialettica: della metafisica noto
appena il nome. Ma dal giorno che questi due uo-
mini misero fuori le loro dottrine, tutte queste fa-
coltà letterarie levaronsi a tale altezza, che i secoli
posteriori e più colti non isdegnarono d'averli in
conto d' imitabili esempi. Lanfranco fé' rivivere quello
acuto e trionfai metodo d' usar le armi che la teo-
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256
logia somministra a difender la fede; Anselmo dal
canto suo sgroppò questioni teologiche che fino allora
pareano insolubili ; e mostrando le sue soluzioni con-
formi alla autorità della Santa Scrittura, svelò ai
teologi un nuovo metodo di trattar le cose divine,
accoppiando alla rivelazione il processo della ragione.
Insegnò del pari ai filosofi non solo a sollevarsi oltre
le sottigliezze e la barbarie scolastica, ma eziandio
su tutte le cose sensibili, facendo uso delle idee in-
nate e del lume naturale, che il Creatore trasfuse
negli umani intelletti. Del che die saggio in diverse
opere che gli procacciarono il titolo del più eccel-
lente metafisico che dopo Sant* Agostino avesse la
chiesa — Fin qui i Maurini, ch'io son lieto di ri-
cordare, poiché troppo rado incontra che autori firan-
cesi rendano debito testimonio di lode al merito degli
Italiani.
Dettò Anselmo parecchi trattati morali, fra i quali
primeggia il Monologium, in cui l'autore sappone
che un uomo povero affatto di studi si fstccia a rin-
tracciare la verità col solo presidio della ragione;
ivi egli svolge le teorie di Platone risalendo dal fi-
nito all'infinito, e a quell'ideale supremo, in cui
siede, come in suo trono, la vera realtà. Ninno
scrisse con più profondo acume di lui — se l'anima
anela a Dio, la giustizia di Dio esige ch'egli si doni
a lei per intero. — Dettò eziandio il Proslogium,
ossia allocuzione, in cui dimostra che — il pensiero
di Dio prova la necessità della esistenza di Dio. —
Quando si tratta ^eìX universale supremo, il possi-
bile e il reale costituiscono una sol cosa. Impossibile
il pensare che Dio non esiste; come infatti imma-
ginare che Venie non sia? Pensatore profondo, come
quegli che pur accettando il dogma in tutta la sua
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pienezza, intende nondimeno a chiarirlo col lume
dell'intelletto: miracolo di sapienza in un tempo in
cui la teologia dominava assoluta, trattò dell' essenza
divina in guisa che ninno può collocarsegli accanto.
A lui dessi il famoso argomento ontologico della esi-
stenza di Dio, che il Cartesio e il Leibinizio ripe-
teano parecchi secoli appresso : anzi quest' ultimo non
tace esserne stato Anselmo il primo inventore. Non
pochi altri concetti che noi troviamo sparsamente nel
Monologium , ci balzano innanzi nelF opere di Car-
tesio, non lieve vanto per la filosofia medioevale. Né
deggio tacere essere egli del pari un elegante poeta.
Trattò infatti non senza acume la satira : e in un
suo carme Sul disprezzo del mondo accenna a molte
particolarità di quel secolo, specie agli ornamenti e
vanità cui s' abbandonavano le donne , alle quali rim-
provera il digiunare e V uso dei^ salassi neir intesa
di farsi pallide per meglio piacere, non che l'arte
di render biondi i neri capelli.
Né sdegnava talor scendere dalle sue filosofiche
altezze a più modesti argomenti, come ad esempio,
alla educazione de' parvoli nel chiostro di Bec, ove
ei riduce vasi nel 1060. Altri monaci in quel tempo
aveano al pari di lui rivolti gli studi loro a que-
st' umile ma pur arduo negozio ; anzi un abate Giberne
del monastero di Saint-Evroul in Normandia, intese
perfino a sostituire piccioli e acconci scritti ai banchi
ove soleansi stipare i fanciulli , preludendo di ben
otto secoli aUe innovazioni americane ed inglesi. Ma
ninno avanzò Anselmo nelle cure prodigate ai di-
scenti. Ecco un breve dialogo, eh' io cavo dalla
Vita che ne dettava il suo discepolo Eadmero, fra
Anselmo e un abate del suo monastero. Diceva costui
— i nostri alunni son tristi e incorreggibili: notte e
E. Celesia. storta della Letterat in Italia. 17
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S58
di non restiamo dal batterli: ma e' corrono ognora
di male in peggio. — E Anselmo a lui — ma come?
voi li battete? E fatti grandicelli che addiverranno?
Stupidi e grulli. Bella educazione invero la vostra
che gli uomini converte in bestie .... — E di ri-
mando r abate — possiam noi diportarci altrimenti ?
Ogni argomento vien messo in opera per migliorarli,
ma pur senza costrutto. — Allora Anselmo gli si
volse con questo esempio — Se tu pianti un albero
nel tuo giardino e d'ogni lato siffattamente lo stringi,
che non possa allargare i suoi rami, quando dopo al-
cuni anni vorrai liberarlo da ogni suo ingombro, ti
si parrà dinanzi una pianta dai rami contorti e at-
trappiti: e dovrai ascriverti a colpa d'averla così
immoderatamente assiepata. —
Anselmo cessò di vivere nel 1109, dolorando di
dover morire senza gli fosse dato risolvere la grande
questione delV origine delV anima. Io non so, disse,
se altri potrà chiarirla giammai. E disse il vero: essa
è ancora insoluta.
La critica odierna dovrebbe porgersi manco severa
verso i canti de' bassi tempi, a dar retto giudizio
de' quali è mestieri far gitto d' ogni zavorra accade-
mica e d'ogni pastoja scolastica. Imperocché se a
primo aspetto quella poesia parrà offesa da una cru-
dezza a cui si ribella il gusto morbido e permaloso
d'una età stracivile, più intenta a cercare il bello
che il vero ed il buono, chi si farà a penetrare oltre
quella corteccia, vinto il primo sapore di forte agrume,
sarà costretto a riconoscere, che ninna poesia fu più
autogena di essa, e che ninna sgorgò con più schietta
vena degli intimi penetrali della coscienza popolare.
Accennando ai migliori di quell'età, dirò di quel
Guaiferio da Salerno monaco di Montecassino , cono-
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259
sciato a' suoi tempi , cioè verso il 1060 , col nome di
Fior di sapienza. Di lui ci restano non pochi inni ,
sermoni e vite di santi, delle quali non è nostro
intento occuparci, paghi di soffermarci sopra un suo
poema, che diresti opera affatto moderna. Al titolo
suo B$ mirac. illius qui seipsum occidit , più ade-
guatamente, come già per altri notavasi, si potrebbe
sostituire quello di Risurrezione di un suicida. In
questo poema descrivonsi con versi talora mirabili i
tragici casi avvenuti ad un giovane di semplice leva-
tura di mente, che con altri pellegrini awiavasi a
visitare la tomba di S. Giacomo di Gallizia. Smarriti
i suoi compagni , ei prosegui da solo il suo corso ,
quand'ecco farsegli innanzi un personaggio dall'aria
dolce e soave, che con pietosi ragionari giunse d'un
tratto a cattivarsegli e a conoscere la meta del suo
viaggio. Era il demonio. — E perchè, diceagli il
tentatore con voce blanda e mansueta, perchè trava^
gliarti a gir si lontano e a cercare altrove ciò ch'ora
appunto ti si para dinanzi? Ignori tu dunque a chi
tu favelli? Io sono l'apostolo, di cui ti appresti ad
onorare il sepolcro : e ti sto mallevadore del perdono
delle tue colpe e dell'eterna tua salvazione, al solo
patto che tu sciolga l'anima tua dai lacci terreni.
Se ami acquistare una vita perennemente beata, spo-
gliati della vita caduca. — Il credulo pellegrino
rifugge dapprima dall'idea di un suicidio, ma pur si
lascia alla perfine adescare. Perchè, raggiunti i com-
pagni , cena allegramente con essi loro , e quando li
vede sepolti nel sonno, s'immerge nella gola il pugnale;
senonchè negli ultimi aneliti sente risvegliarsi la
coscienza del perpetrato misfatto, e muore tra la di-
sperazione e i rimorsi. Ed ecco una falange di de-
moni impadronirsi della sua anima, e il più efferrato
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260
tra questi, colui che più aspramente s'adoperava a
straziarla ed a porne in dileggio la buona fede, era
appunto quel desso che 1* avea tratta al mal passo.
Intanto dopo aver valicato piani, valli e montagne,
giungono in vista di Eoma*; ma qui una voce potente
costringe gli spiriti d' abisso a raffrenare il loro corso
e ad abbandonare la preda. Era l'apostolo S. Giacomo,
che circonftiso di raggi eterei supplicava la madre di
Dio per quel peccatore. E il perdono è tosto concesso
a condizione che l'anima di lui debba rientrìare nel
corpo, che innanzi tempo avea disertato, per espiarvi
il commesso maleficio. Allor gaidata dallo stesso San
Giacomo essa si riconduce ali' ostello ove avea lasciato
i compagni, che pieni di terrore videro a un tratto
rianimarsi al soffio della vita e in pie balzare il ca-
davere, che poco innanzi aveano scorto dibattersi
tra gli spasimi dell' agonia. Né l' espiazione del &llo
si fece attendere ; perocché il pellegrino resosi subi-
tamente al monastero di Cluny, fu accolto dall'abate
Ugo tra i penitenti di quel pio sodalizio. Eeputo di-
cevol cosa riferire un brano di questa leggenda, e
scelgo il punto in cui il demonio assale con soavi
parole il dabben giovinetto:
.... Quare tantum vis /erre laborem f
Hic via consiliumque viae: discrimùie nullo
Atqìie mora nulla conquiri posse quod optas»
.... Credit miser, atque repente
Stratus humi deposcit opem, scelerwmque lavamen.
Mox auctur mortis, mortis prorumpit ad atrum
Consilium, sed factwr9,m quid consulat illvm
Accipit ante fiderà. Tum sic ait : haud, nisi solvas
Ipse tuos art OS animae compage, salutem
Qìiam cupis, aetemam speres. Vis vivere vitam
Semper mensuram? Vitam tibi tolte caducam.
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Horrescit facinus bruto sub pectore tantum,
Audet et hoc fidei dici non esse repugnans
Dicere, sed monitis persuasus cedit iniquis.
. . . . It, caenat, simulatqìie, gravatis
Somno consociis, immergit gutture telum,
Amputat et vencts, secàt et cum gutture nervos,
Nec mora, configit praecordia: sed dolor ipse
Criminisy àc mortem miserum clamare coegit.
Me miserum! perii: scelus hoc mea destra peregit.
Et ruit exanimis; miseram max turba ferorum
Spirituum capiunt animam, rapiuntque, trahuntque
Per summas Galles agitantes atque per imas.
Apparet subito facinus qui suaserat hostis,
luris et esse sui scaeleris qui causa sit inquit.
Caeditur, insequitur, magia omnibus urget et unus:
Ad loca romanis sic itur proxima muxis.
Vox sonat Me : sinite : stolidi cessere parumper :
Sed repetunt animam dum vox silet atque coarctant.
Intonai haec eadem proprior mage, terribilisque :
Diffugiunt omues, subitis^ terroribus, hostes,
Nec quatiunt animam jam sancta voce solutam.
En specie vera juvenis pulcherrimus adstat,
Novit apostolici formam quasi praescius oris
Spiritus : hunc sequitur, super ardua teda venitur
Principia Ecclesiae regnantis; in aethere Mater
Virgineis stipata choris adstare videtur.
Accedit Jacobua prò tanta labe precatwr,
Audit ab ore pio: repetat niai carnea clauatra
Et cum carne luat factum cum carne reatum, .
Non animam 'tanto damnatam crimine solvi.
Ergo repentino rediena jam libera cursu
Inirat apostolico dimissa cubilia ductu.
Oscitat, erigiti/^, loquitur, graditurque cadaver,
Dat res ipsa fidem sociis, mom vivere cemunt
Quem videre mori
È sentenza del Tosti, a cui volentieri m'accosto,
che delle cose poetiche dell' XI secolo non sia alcuna
che regga al paragone di questa. Non senti correre
in questi versi una vena virgiliana ? sotto quella veste
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longobarda non caldeggia un' anima latina ? Certo v'ha
in essi del barbaro: ma pur del pretto romano. E
non è infatti puro oro quel mortis prorumpit ad
atrum consilium 9 Quel capiunt animam rapiunùque,
trahuntquef La qual descrizione acquista nervo e
calore dall' apparizione dell' apostolo — En specie
vera juvenis pulcherrimus adstat. — Evidentemente
un' aura del secolo d' Augusto spira in questa poesia,
quasi preludio di maggiori trionfi negli avvenire.
Gareggia con Guaiferio per ingegno e chiarezza di
fama Alfano I nato a Salerno tra il 1015 ed il 1020
sotto il principato di Guaimaro III e a lui legato di
parentado. Studiò medicina in quella celebre scuola
e in un le scienze ecclesiastiche, che lo trassero nel
1056 a rendersi monaco in Montecassino. Due anni
appresso Stefano IX creavalo arcivescovo della città
di Salerno. Ei prese parte vivissima a tutti i più
grandi commovimenti dell' età sua : romeo in Terra-
santa , oratore in Costantinopoli , mediatore di pace
ne' sanguinosi conflitti che agitavano i Normanni di
Roberto Guiscardo e i Longobardi di Benevento,
anacoreta austerissimo , come quei che nel corso della
quaresima non solea toccar cibo che sole due volte
per se.ttimana, e non pertanto versatissimo in ogni
ragione di studi, specie nella poesia,' che seppe ancora
abbellire di classiche eleganze. Mori il 9 ottobre del
1085 in odore si santità , secondo il Baronio e l' U-
ghelli : onore contesogli da non pochi altri scrittori
di cose ecclesiastiche.
Pietro Diacono e il Mari suo chiosatore ci dàn
r elenco de' numerosi suoi scritti, in ispecie, poetici.
Il contenuto della maggior parte de' quali è la cele-
brazione delle SS. Vergini, Agnese, Lucia, Caterina,
Margherita , Sabina ed Orsola : l' esaltazione dell' u-
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miltà, r abbassamento della superbia, i mistici rapi-
menti, le ascetiche contemplazioni, la negazione, in
una parola , di quanto è d' umano : ma pur in mezzo
ai vepri teologici spuntano talora fiori olezzanti di
vera poesia, e fremiti e gioie e dolori rivolti alla
terra , massime alla sua patria e agli amici , a' quali
è largo di lodi , d' ammonimenti e di biasimi. Fra le
poesie del primo genere designiamo quella De Casino
Monte, in cui con lirico brio descrive il tempio edi-
ficato da S. Benedetto sulla montagna ove ergeasi
ab antico un delubro ad Apollo:
Tanta decoris in hoc rutilai
Gloria^ Roma quod ipsa sua
Pluvia, ut estimo, non faciat
Tu speciosa fenestra Dei
Proxima luminibus superis,
Unde videntur ad haec animae
Tendere
Ut pa/rttdhsus amaenus Eden,
Omne soli sìiperas specimen:
Eius aromatibus redoles :
Deliciae Ubi non aliae
Sunt nisi forte sue pariles.
A queste poesie monacali tengono dietro le civili
politiche, fra le quali meritano speciale ricordazione
quelle Ad Oisulphum principem salernitanum. Ad
Ouidonem fratrem principis salernitani, e quella ad
Hildebrandum archidiaconum romanum, che fii poi
Gregorio VII. Sebbene Alfano debba a questo carme
non picciola parte della sua fama per la celebrità
del personaggio cui venne indiretto, non pertanto per
lucidezza di pensieri e venustà di dizione non va
registrato , forse a cagione del metro, fra i suoi parti
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migliori. Stiuào però prezzo dell'opera, stante la sua
storica importanza e la romanità che l'informa, ri-
ferirne qui alcune strofe :
Quanta gloria puòllcam
i Rem tuentlòus indita
Saepe jam fuerit, tuam,
Hildebrande, scientiam
Nec latere putavimus
Nec putamus. Idem sacra
Et latina refert via,
Illud et Capitola ,
Culmen eximium, thronus
Pollens imperii, docet»
Sed quid istius ardui
Te laboris et invidae
Fraudis aut piget aut pudetf
Id bonis etenim viris
Peste plus subita nocet.
His et archiapostoli
Fervido gladio Petri
Frange robur et impetus
Illius, vetus ut jugum
Usque sentiat ultimum.
Quanta vis anathematis!
Quidquid et Marius prius,
Q:jùodque Julius egerant
Maximo nece militum,
Voce tua modica facis.
Roma quod Scipionihus
Caeterisque Quiritibus
Debuit triage quam tibif
Cuius est studiis suae
Nacta jura potentiae.
Qui probe y quoniam satis
Multa contulerant bona
Patriae, perhibentur et
Pace perpetua frui
Lucis et regionibus
Digiti
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265
Te quidem, potloribus
Praeditum meritla, manet
Gloriose perenniter
Vita, civibiis ut tuia
■ Comparer Ì8 Apostolis,
Questo carme chiarirà il discreto lettore della po-
tente efficacia esercitata da Ildebrando sovra il pa-
pato, fin da quando non era ancora pontefice: porrà
in sodo r ardore onde il nostro poeta parteggiava pel
potere teocratico , di cui Gregorio VII fu poi fonda-
tore : mostrerà che tutto ciò che non è romano , sia
barbaro , e come il papato sia il succedaneo dell' im-
pero de' Cesari, col solo divario, che mentre questo
non avea base morale perchè pagano, quello invece
è emanazione di Dio medesimo, e perciò ogni forza
umana dee cadere di fronte air anatema che rende la
modica voce d'Ildebrando assai più temuta che non
Tarmi di Mario e di Giulio. Alfano era Tuom de'
suoi tempi. *•
Di Pietro Diacono, già da noi ricordato, come con-
tinuatore della cronaca di Leon marsicano, non bassi
a dimenticare il poema in versi rimati De novissimis
dieòus, 1 scombuiamenti di queir età originati in gran
parte dallo scisma dell' antipapa Anacleto, si rifiettono
fescamente su questo carme improntato del più pro-
fondo sconforto , come se il poeta non vedesse attorno
a sé che disertamenti e mine. Egli incomincia col
rifarsi al tetro anno del 1000 , e ci addita lo spirito
del male, che spezzati i lacci, onde avealo gravato
il Salvatore, riprende intera balia di tutta la terra.
E intanto i sacerdoti, a' quali la simonia aperse il
varco de' templi, sgozzano le pecorelle alla lor cura
affidate: spendono in sontuosi banchetti il tempo
riserbato agli uffici del loro ministero, e chiudendo
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in faccia al povero le loro case , le spalancano invece
ai potenti del secolo. La frode, il sacrilegio, i micidi
divampano ovunque : e Y oro , onde Dio fu venduto ,
serve a mercanteggiare gli onori ecclesiastici. Quale
la fonte di tante calamità, se non T usurpazione di
un illegittimo papa, vero precursore dell' Antecristo?
E mentre ei mette a nudo le piaghe che contristano
la chiesa, delinea con sì lugubri tinte la consuma-
zione dei secoli , che Y opera sua rassembra una
pagina spiccata dalla tremenda epopea dell'ispirato
di Patmos.
Bestringendomi a dir de' migliori, accennerò in
ultimo il nome di Enrico da Settimello detto il Povero,
poiché vacando intorno al 1180 agli studi in Bologna,
solca scrivere i suoi versi sovra una logora pelliccia
per manco di danajo a provvedersi di carta. Ei ci
lasciava un poema sulla Diversità della fortuna e
Sulla consolazione della Filosofia, poema ardimentoso
pel tema e per la sapienza ond' informasi , non che
per una tal quale venustà di dettato a cui non era
avvezzo il suo secolo.
Intanto ciò eh' ancor rimanea dell' antica coltura ,
accogliendo nelle sue molteplici manifestazioni i fer-
menti de' nuovi tempi, mostrava accennare a quel
rivolgimento intellettuale, che in molta barbarie ebbe
pur molta grandezza, e da cui scaturì l'arte moderna.
Io non raccoglierò i nomi dei tanti scrittori di quel-
l'età, lavoro da bibliofilo più che da storico: non
parlerò d' Agnello ravennate , di Pulberto vescovo di
Chartres, ma di patria italiano, di Guglielmo abate
di S. Benigno , nato sul lago d' Orta (1031), d' Eu-
stachio romano, di Bonizone vescovo di Sutri e poi
di Piacenza, di S. Brunone astigiano, vescovo di
Segni, di Pier Grossolano, arcivescovo di Milano, e
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di parecchi altri allor lodatissimi per vasto sapere.
Accennerò bensì, come poco noti oggidì, eppur meri-
tevoli di maggior fama, ai principali lessicografi o
compilatori di que' glossari, che nel medio evo si
ebbero in si gran copia, da costituire essi soli una
intera letteratura. Imperciocché nel giro de' secoli
essendosi alterate le parole, o avendo perduto il loro
primitivo significato, si senti vivo il bisogno di libri
che ne chiarissero il vero originario concetto, e
nacquero i lessici, i più anonimi, o indigeste com-
pilazioni e rimaneggiamenti di opere anteriori.
Merita per altro fra questi , singolare menzione il
Glossario di Placido Luctazio, che chiosò Stazio ed
altri antichi scrittori , dallo studio de' quali ei derivò
una sicurezza nell'idioma latino da essere ritenuto
nelle scuole come un oracolo. Seguono il Liber glos-
sarum e il Ohssarium vetuSy entrambi del secolo VII,
e le Qlossae antiquae, in cui già rinvengonsi i germi
della barbara latinità. Non dirò del già memorato
Eabano Mauro, che nato in Fulda nel 785 stillò nella
sua opera della Etimologia tutto il sapere dell'ottavo
secolo; ma restringendomi agli Italiani e fra questi
ai più degni, non tacerò del glossario, o come il disse
l'autore, Elementarium doctrinae erudimentum di
quel Papia lombardo, di cui le storie letterarie non
ci porgono che troppo scarse notizie.
Ei spese dieci anni a compilare il suo libro, che
pubblicò sotto il regno dell' imperatore Enrico nel
secolo XI, dedicandolo ai suoi figli, dai quali ^^>^t?flj,
così egli scrive, a cagione di sue colpe lontano.^
Egli ne giustifica il titolo, dicendo — trovansi ne'
glossari soltanto le spiegazioni d' alcune « parole e
locuzioni: ma avendovi aggiunto defizioni, etimologie,
sentenze e altri insegnamenti diversi, mi j)arve assai
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268
più dicevole il titjlo per me assegnatogli. — Le fonti
della sua opera, oltre Prisciano, a cui confessa di
andar debitore d* ogni sua cosa, son fra gli antichi
Cicerone, Orazio, Virgilio e Marziale ; fra quelli della
bassa latinità Isidoro di Siviglia, S. Gerolamo, San
Agostino, S. Ambrogio, Gregorio I, Boezio, Origene,
Beda, Orosio, Eusebio, non che Ippocrate e Galeno^
il che mostra essersi egli avvalorato di quanto porgea
di meglio il suo secolo. B infatti il suo libro fu ac-
colto in tutte le scuole fra quelli eh' erano allora
più divulgati: cioè Seneca, Boezio, Fortunaziano,'
Sulpizio Vittore, Severiano per la rettorica: Ploro,
Eutropio, Valerio Massimo per la storia: Virgilio,
Stazio , Lucano , Giovenale e Persio fra i poeti ;
Marciano Capella, Cassiodoro e Isidoro fra gli enci-
clopedisti. Trattando di lessicografi non vuoisi dimen-
ticare Uguccione pisano vescovo di Ferrara nel 1190,
e, maggiore di ogni altro, quel fra Giovanni Balbi
da Genova, che dettò intorno il 1286 il suo CathoUcon :
ond* è che in tre secoli produceva Y Italia tre lessici,
che dovean darle il primato della latinità in tutta
Europa.
Lascierò ad altri la cura di raccogliere i nomi di
oscuri poeti e cronisti, che in uno scapigliato idioma
ci tramandarono le memorie dell'età loro e vite di
papi e di vescovi. Imperocché più che di questi, il
secolo XI si privilegia di parecchi illustri intelletti,
e primo fra tutti di colui che 1* arte musicale, cosi
^Ufficile 'allora, rese agevole e piana: io vo' dire
Guido d' Arezzo.
Avvolta neir oscurità n' è la vita. Noi teniamo coi
più essere 'Stato monaco della Pomposa (altri dicono
di Fonte Avellana), ove tolse ad insegnare il canto
a* suoi discepoli ; senonchè V aver sostituito un me-
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todo facile e nuovo alle gravi difficoltà che aspreg-
giavano r insegnamento d'allora, gli suscitò fierissime
persecuzioni. Il pontefice Giovanni XIX che regnò
dal 1024 fino al 1033, fatto consapevole dei maravi-
gliosi progressi e della, singolare facilità onde i gio-
vani istrutti da lui apprendevano il canto, lo volle a
Roma per insegnare a quel clero i nuovi suoi metodi.
Ma non potendo egli, uomo alpestre, come solca no-
marsi, patire quel clima, e molto più pel timore di
compromettere la salvazione dell' anima sua , stante
il contatto co' prelati e co' vescovi presso che
tutti ammorbati dell'eresia simoniaca, come scrive
egli stesso, fé' in breve tempo ritorno al suo èremo.
Qualunque sieno del resto le vicende della travagliata
sua vita, a noi basti il sapere , essere egli stato il
trovatore delle note musicali, aver migliorato l'arte
del canto, allargato la strumentale e fondato il con-
tràpunto. Forse fu anche il primo ad introdurre Y uso
delle linee paralelle distinte e contrassegnate da punti,
i quali colla diversa loro postura indicassero T alzarsi
e r abbassar della voce : primo forse anche ad ag-
giungere al diagramma, ovvero alla scala musicale,
composta fino allora di quindici corde, la senaria
maggiore , con che l' arricchiva di cinque altre corde.
Molti il fanno eziandio inventore della gamma e di
altri musicali trovati. Il suo Micrologo composto in
età di soli trentaquattro anni , è parte in prosa e
parte in versi, come i tempi portavano. Mirabile
invenzione invero fu quella, poiché messa da banda
la monodia, fu promosso il contrapunto, a cui si vol-
sero suir orme sue tutti gli amatori del canto : talché
non pochi furono allora i rinnovatori e maestri in
quest' arte, e primi fra tutti Erasmo Contratto , Co-
stantino monaco cassinense, non che Tebaldo vescovo
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d'Arezzo e zio della contessa Matilde. Guido mori
intorno il 1030. L^agevolezza onde dopo di lui potè
studiarsi la musica ed il canto, lasciò presagire quel
tempo, in cui quest* arte dovrà formar parte essen-
ziale di ogni ottima educazione: verità già intrave-
duta dai Pitagorici, che air armonia dischiusero
r accesso dei lor sodalizi.
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CAPO XUI.
ANCORA DEL SECOLO XI
SOMMARIO.
Coltura degli Arabi e suoi influssi in Italia. — Costantino
africano e sue opere — Scuola di Salerno e sua origine —
Bifiorimento della medicina nelle provincie italiane — Studi
e costumanze civili — L*amo're dell* antichità sempre vivo
in Italia — La scuola di Parma e V astronomia — Dell' El-
lenismo — Istituzioni diverse: la cavalleria — Le crociate
e lor benefici effetti — Viaggiatori italiani : Marco Polo —
Fibonacci e le cifre arabiche.
Egli è noto che gli. Arabi , i quali tenean la Si-
cilia fino dal 669, erano corsi assai innanzi nella
via de' civili progredimenti , a tale che prima del
mille i loro studi di Toledo e di Cordova eransi le-
vati a gran fama. Eredi delle nozioni astronomiche
de' Caldei e de' Greci , divennero in breve abilissimi
navigatori, recandosi in mano i commeri di tutti i
popoli. Le lor carovane annodavano l'Egitto e la
Barberia col cuore dell'Africa: per la Persia e la
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*>72
Tartaria penetrarono fin nella Cina : per Y Armenia
e pel Caspio inoltraronsi verso le regioni dell'Eu-
ropa settentrionale. Trovo che un lor viaggiatore,
^leymen, fino dal IX secolo dell'era volgare, vi-
sitava per mare V India e la Cina , dando contezza
all'Europa delle relazioni commerciali di quella re-'
gione, e additando la via eh' avrebbero dovuto seguire
i nocchieri, avvantaggiandosi dei venti monsóni, per
imprendere con men di pericoli questo lungo tra-
gitto. Ma sovra ogni altro sfolgora il nome di Ar-
zaule di Toledo, che intorno al 1080 accertò la pre-
cessione degli equinozi, l' apogeo del sole, V obliquità
dell' ecclittica, e vergò le Tavole di Toledo, che due
secoli appresso spianarono a re Alfonso la via alla
compilazione delle Alfonsine, per meglio determinare
la geografia terrestre e marittima.
All' operosità de' lor traflSci consuonava l' intellet-
tuale loro coltura: fioriano le lettere, e alle filoso-
fiche locubrazioni intendeano Ferdusi alla corte dei
Gazvanidi e Avicenna in quella dei Dileniidi. Eres- .
sero osservatori sino dal secolo IX: diflftisero per
tutta Europa gl'insegnamenti della medicina e della
meccanica, e applicarono l'alchimia alle industrie.
Anche la bussola era lor nota, come ^iò, agli Egi-
ziani, da' quali ab antico l'appresero. Imperocché
nelle tombe di Tebe e di Mentì trovansi scarabei di
forma allungata e di ferro magnetico , onde la pro-
"prietà di volgere un dei loro capi al polo tuttavolta
sieno sospesi ad un filo pel foro mediano che in essi
riscontrasi, praticato evidentemiente a tal uopo. Agli
Arabi dobbiamo eziandio quel genere d' architettura
onde l'Europa si valse a costrurre e a sveltire le
sue cattedrali: e s'è' non furono gl'inventori del-
l'ogiva (di cui trovansi esempi perfino nelle costru-
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273
zioni ciclopiche), per fermo la fecero propria e la
propagarono per ogni dove.
Questa vivezza d' arti, di scienze e di lettere dovea
partorire mirabili effetti anche in Italia , da cui non
pochi ingegni traeano in Ispagna a frequentarne
le scuole. De' quali niun levossi tanto alto quanto
Costantino Y Africano, che nato a Cartagine , perlu-
strò l'Egitto e l'Oriente, e nelle scuole di Bagdad at-
tinse quel tesoro di cognizioni mediche e matematiche,
che gli valse presso i suoi contemporanei il titolo di
Nuovo Ippocrate. I più l' ebbero in conto di mago,
e come tale i suoi stessi concittadini fermarono torlo
di vita. Scampò da questo pericolo salendo in nave
e ponendo ih Eeggio sua stanza, ove Roberto Gui-
scardo r ebbe a suo cancelliere. Appresso resosi nel
1060 a Salerno, fu tra i più chiarì ornamenti di
quella scuola per le sue versioni dall'arabo, e le molte
opere da lui pubblicate. Entrò da sezzo nell' ordine
di S. Benedetto a Montecassino , e v' ebbe di molti
discepoli, che crebbero nuovo lustro a quel cenobio.
Le opere di Costantino s' ebbero in sommo pregio
da' suoi contemporanei , come Leone Ostiense ci af-
ferma; ma Taddeo Fiorentino, parlando della sua
versione degli Aforismi d' Ippocrate, mostra averlo
in assai picciolo òonto , e Simone da Genova dice
aver raccolto da lui ben poche cose , ed essergli le
sue versioni non poco sospette. Anche Pietro d'Abano
lo assale con ingiurie scurrili. Non pertanto assi a
ritenere come un de' più fecondi scrittori dell'età
sua, sebbene la critica odierna abbia oggi accertato,
non ad altro avere egli inteso che a compendiare e
a riprodurre gli antichi. Tale s'appalesa nell'opera
Sulle malattie dello stomaco, diretta ad Alfano I
arcivescovo di Salerno: tale nel libro Sulla malin-
E. Celesia. Storia della Letterat. in Italia. 18
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274
conia, da cui appar manifesto, che a' suoi tempi leg-
gevasi tuttavia quello di Rufo Efesio sullo stesso ar-
gomento, ora perduto ; e il Freind non senza ragione
sospetta che anche / Luoghi Comuni di Costantino
altro per avventura non sieno, che una traduzione
d' Aly Abbas, eh' ei diede come opera propria. Falso
è del pari ciò che per molti venne affermato, che,
cioè, la scuola salernitana da lai ripeta, se non To-
rigine prima, il suo principale incremento.
La quale , anziché andar debitrice agli influssi degli
Arabi , come ripetutamente fu scritto , noi troviamo
già in fiore, prima che le lor discipline si radicassero
nella nostra penisola. E invero essa deve i suoi pri-
mordi a' monaci cassinesi, che ne promossero altresì
lo splendore e il rigoglio. Scrive il Giannone, che
— sin dai tempi di papa Giovanni Vili questi mo-
naci eransi dati a tali studi, e Bassaccio loro abate,
di medicina espertissimo, ne compose anche alcuni
libri , in cui dell' utilità e dell' uso di molti medica-
menti trattava: non riputandosi in que' tempi . . .
cosa disdicevole ai chierici e ai monaci l'esercitar
medicina. — Chi s'ostina nel credere che il rifiori-
mento di questa scienza sia dovuto agli Ismaeliti ed
ai Mauri, ladroni che furono e predatori, anziché
promotori d'utili istituzioni tra noi, non pensò che
r opere dei loro scrittori non potean giungerci se non
nel decimo secolo, quando, cioè, l'Italia già posse-
deva una scuola medica propria, di guisa che Y ara-
bismo, misera modificazione àiòì peripateismo galenico ,
come il De Renzi lo chiama, anziché di soccorso, fu
di ostacolo al di lei progredire. Egli è noto, che. i
Saraceni non conobbero questa scienza che nel 771 ,
cioè; quando Almansor invitò a Bagdad dal Corasan
il medico cristiano Bachtishuah, che volse dal siriaco
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in lingua araba non pochi libri di medicina. Anche
sotto i califfi Easchid ed Almamone , cioè fino a mezzo
il nono secolo , gli Arabi non ebbero libri originali ,
ma traduzioni. Dal che si trae, che prima del decimo
secolo ninna opera loro fu nota in Italia , che sol-
tanto r undecime secolo ce le trasmise in gran copia:
e questa introduzione di libri arabici, anziché avvan-
taggiare quella scienza che i popoli italici aveano
eredato dagli avi loro, giunse fatalmente a intorbi-
darla e a rimuoverla dal retto sentiero. Se eglino non
avessero posseduto altro libro di medicina che gli
scritti di Celso , questi solo avrebbero potuto dispen-
sarli dalla conoscenza de' Greci e degli Arabi.
La scuola di Salerno s* ebbe adunque , secondo la
più accettabile opinione , la sua fondazione dai monaci
benedettini, forse nel tempo in cui il console e pa-
trizio romano Gregorio fé' nell'anno 694 erigervi il
cenobio di S. Benedetto. Altri per contro assegnano
alla sua fondazione Y anno 880 , quando cioè il prin-
cipe Gauferio fé' innalzarvi il monastero di S. Mas-
simo. Certo è che la &ma a cui in breve sali questa
scuola vi attrasse, massime nel tempo delle crociate,
illustri personaggi, fra i quali s'annovera Roberto
duca di Normandia e figliuolo di Guglielmo re d' In-
ghilterra (1101), per cui forse i medici salernitani,
a' capi de' quali troviamo il famoso Giovanni da Mi-
lano , dettarono quelle norme dietetiche in versi leo-
nini, che giunsero fino a' di nostri, e che fondate
sulle quattro qualità elementari e sui temperamenti,
ci porgono un prospètto della scienza d'allora. A
questi soli cenni dobbiamo arrestarci: poiché il divi-
sarne gl'insegnamenti e gli uomini egregi che li pro-
fessarono, come Garioponto e Cofone, non che le donne
che l'illustrarono, cioè Trottula di Roggero, Abella,
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Mercuriade ed altre diverse , non entra nel disegno
di queste storie.
Dirò bensì che alla scuola di Salerno dobbiamo il
rifiorire della scienza medica in ogni parte d'Italia: e
con Taddeo di Firenze il rimettersi nella debita ono-
ranza quello Ippocrate che da troppo lunga stagione
era obbliato: col calabrese Bruno richiamarsi in vi-
gore il metodo dell' osservazione e V amore pei greci
e latini autori, già sopraffatti dalle informi compila-
zioni degli Arabi : con Simone da Genova la cono-
scenza d'erbe e piante medicinali, onde arricchivasi
di nuove cognizioni positive la scienza della natura :
e infine con Teodorico, Rolando, Euggero e Saliceti
riformarsi la chirurgia e tutte quelle discipline che ad
essa coUegansi. E qui debito di giustizia è il ram-
mentare che il primo restauratore anzi introduttore
dell' arte chirurgica in Francia, ove era affatto igno-
rata, si fìi quel Lanfranco da Milano , cui la fiera
tirannide di Matteo Visconti spinse ad esulare. Con-
dottosi in corte di Filippo il Bello, vi trovò onori e
larghezze : i suoi insegnamenti e l' opere da lui pub-
blicate rigenerarono la scienza in quella nazione.
La coltura spargeasi nel popolo agevolata dall' uso
della carta di cenci, validissimo aiuto agli studi, es-
sendo noto che prima d' allora la scarsezza delle per-
gamene avea spinto i monaci a cancellare i codici
antichi, e a convertire, come osserva il Mabillone, i
Polibi, i Dionigi e i Diodori siculi in altrettanti Trio-
dioni, Pentecostarì ed Omeliarì. Questo risveglio spinse
gli stessi claustrali a disertare ben sovente le mura
dei loro cenobi per abbeverarsi alle fonti del sapere
profano ; di che rampognavali S. Pier Damiano, veg-
gendoli — più teneri delle regole del Donato, che di
quelle di S. Benedetto , precipitarsi senza pudore ne'
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ginnasi grammaticali, e mescolarsi co' laici in ardenti
disputazioni. —
Fiorian l' arti e Y industrie e con esse le buone
costumanze civili. Ottone di Prisinga meravigliava che
i Lombardi già tenuti da lui in conto di quasi sel-
vaggi, fossero invece — una razza ammollita dalla cle-
menza del cielo e dall' ubertà della terra, erede d'ella
gentilezza e sapienza latina, come quella che né ser-
bava l'eleganza nella favella, l'urbanità ne' costumi,
e la saggezza negli ordini e nel reggimento delle
città. — E se, còme altrove egli scrive — non
isdegnavano elevare alle pubbliche dignità i giovani
artieri dell'ultima condizione e fino de' più bassi
mestieri , che in altri luoghi si respingono a mo' di
lebbrosi e si allontanano dagli studi onesti e dal-
l' arti liberali — ciò sarà prova novella che le vie del
sapere erano allora dischiuse ad ogni classe sociale,
e che le tradizioni latine non erano ancora perite.
E tutto invero, non ostante l'incalzare de' nuovi
elementi , ritraea dall' antico : le leggi , i pregiudizi,
i costumi. Padova additava con orgoglio la tomba
d' Antenore , Eoma il navilio d* Enea : il popola mi-
lanese non consentia s'atterrasse la statua d'Ercole:
i pescatori di Messina rinnovellavano ogni anno la
processione di Saturno e di Rea. L'Italia era tut-
tavia popolata di /ontes et arbores sacrivos , e trovo
che i volghi traevano ancora al luogo ove sorgeva il
celebre noce di Benevento, già svelto dalle radici per
opera di S. Barbato nel 670. I dies Egyptiacae e i
giorni nefasti non erano ancora obliati , e per quan-
tunque una legge di Luitprando avesse fulminato
gravi pene agli Scabini, agli Arioli, ai vaticinatori
ad ai maghi, la mala pianta non era ancora sterpata.
Gli antichi errori insertavansi ai nuovi ; ma l' amor
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delle lettere e l'orgoglio del nome latino salvarono
l'Italia da quella barbarie che folta incombeva sulle
altre nazioni. E questo amore all' antichità giunse a
tale da indurre il senato romano a severamente pu-
nire lo sperpero e la degradazione de' monumenti,
poiché un suo editta del 1162 vietava perfin di toc-
care la colonna Trajana, acciò — a gloria del po-
polo romano essa, al pari del mondj), durasse im-
mortale. — Non fu invero il furore d'Alarico e di
Totila che distrusse Eoma, la quale, secondo un va-
ticinio di S. Benedetto, non dovea perire sotto i
c^lpi de' barbari : ma fu bensì sovversa nel secolo X
da quelle truci prosapie che tramutarono in castella
i suoi monumenti.
Intanto sorgeano ovunque le scuole, fra le quali
primeggiavano quelle di Pavia, di Milano e di Parma,
detta a titolo d'onore Crisopoli, ossia città d'oro,
per la vivezza onde vi erano coltivate le lettere. E
già fin dai primi anni del secolo vigoreggiavano in
essa gli studi d'ogni ragione: il trivio, il quadrivio
e la scienza della quantità discreta e della continua.
La s(?hola parmense per testimonio di Benedetto mo-
naco di Chiusi era tenuta qual fonte di sapienza
e d' ogni gentile coltura. Alla quale mostravasi assai
devota anche la contessa Matilde, che al dire di
Benvenuto d' Imola — fuit etiam literata, et magnam
Ubrorum habuit copiam, —
Vi era singolarmente in onore l'astronomia per
opera del chierico Ugone, che congiungendo l'ambi-
zione all'amor del sapere, erasi provveduto d'un
prezioso astrolabio di argento e aveasi in conto
d'uomo dottissimo. Questa scienza, com'è noto, fon-
davasi sul sistema Sì Tolomeo, che ponea la terra al
centro dell' universo , e intorno ad esso i sette cicli
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rotanti de' pianeti Luna , Mercurio , Venere , Sole ,
Marte, Giove e Saturno: l'ottavo, delle stelle fisse:
e il nono , o primo mobile , traea gli altri nel moto
universale da oriente in occidente. Non ostante la
erroneità di un tale sistema, un Lanfranco domeni-
cano predicea nel 1261 un ecclisse solare. Però , a
dir vero, più che all' astronomia i dotti volgeansi
air astrologia giudiziaria, la quale venia protetta dai
grandi e in ispecie da Federigo II e da Ezzellino
tiranno di Padova.
L' ellenismo , di cui si desidera ancora un' istoria ,
non mai estinto del tutto fra noi, cominciava larga-
mente a propagarsi, e vi ebbero allora versioni di
Aristotele fatte sul testo originale e non più dal-
l' arabo. Alfano I recava in latino alcuni trattati di
Nemesio : appresso Giovanni Burgundio da Pisa oltre
diverse opere di Gallieno, ci dava le Omelie del
Grisostomo e il libro di S. Giovanni Nisseno — De
natura hominis — dedicato al Barbarossa. Non deg-
gionsi da lui scompagnare due altri dotti pisani, cioè
quel Guido Levita — trivii ratione peritus — come
allor fu nomato, ed Ugo Etereo,^ che venne da Ales-
sandro III, a cui indirizzò l'opere sue, esortato per
lettere a promuovere la riunione de' riti greci e la-
tini. Ma a tutti sovrasta quel Goffredo da Viterbo,
che alla conoscenza della greca lingua congiunse
quella del caldeo e dell'ebraico, e recò dair oriente
assai codici ignoti all'Europa. Fu segretario degli
imperatori Corrado IH , Federico I ed Enrico VI ;
ad Urbano III dedicò la sua Cronaca universale del
mondo condotta fino all'anno 1186. Versatissimo in
questo idioma ci si mostra fin dal settimo secolo
Anastasio bibliotecario, e nelle sue Vite de' romani
pontefici si legge che alcuni papi, seguendo l' esempio
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di Pàolo I, che mandò parecchi codici greci in Fran-
cia a Pipino il Piccolo, fondarono abbazie nelle quali
era prescritto, che i monaci usassero ne' diversi
uffici la lingua e il rito greco. Che una tale favella
venisse ovunque tra noi rimessa in onore, ne fanno
aperta testimonianza i codici che trascriveansi nella
Badia fiorentina e nelK eremo di Camaldoli: le pub-
bliche lezioni di greco che davansi nel monastero dei
Basiliani di Nardo fino dal nono secolo , e" la greca
liturgia che mantenevasi in sei parrocchie di Napoli
e in molte città della Calabria, della Peucezia ed in
Bari. La speranza di riconciliare la chiesa greca con
la latina tenne ognor vivo Y amore della lingua elle-
nica in Roma e nelle provincie italiane.
Non poche istituzioni educative e benefich^ sorsero
allora a volgere, in meglio il costume e a sollevare
g:li oppressi. Tale il dritto di asilo nelle chiese, ne'
monasteri, ne' signorili palagi: tale la tregua di. Dio.
Fin dai tempi del concilio di Narbona, cioè nel 1054,
fu vietato ai cristiani di venir alle mani fra loro
dalla sera del mercoledì fino all'alba del lunedì: ma
siccpme una tal prescrizione non veniva strettamente
osservata , fu cura della chiesa il rinnovarla più fiate,
finché il concilio di Clermon nel 1095 estese la tre-
gua di Dio a tutti i giorni dell'anno per rispetto ai
chierici , ai monaci , alle donne e a' fanciulli. Vera
istituzione italica è questa, poiché se i Francesi l'af-
fermano come sorta tra loro nel 1041 , noi ne tro-
viamo in Milano e in Ivrea esempi di lunga mano
anteriori. Si deve agli Amalfitani l'aver posto in
Gerusalemme le fondamenta del primo ospedale, onde
poi derivarono i Qiovanniti, istituzione cavalleresca
e progenitrice dei Templari e degli Ordini di S. Spi-
rito, di S. Lazzaro ed altre pie fondazioni.
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Bensì propria de' Francesi e in un de' Germani è
r istituzione della cavalleria , che fu pur essa una
scuola di disciplina morale e di civiltà educatrice.
Sebbene essa forse rimonti a' tempi di Carlomagno,
pure il suo influsso , che in Italia fu assai men pro-
pagato che altrove , cominciò nell' XI e nel XII se-
colo. E infatti fra noi reputavasi che la vera caval-
leria consistesse non già in vane pratiche , o nelle
vesti sfarzose o in istrane avventure , si bene nel-
r onestà della vita e nel corretto costume. Ond' è che
Guittone d'Arezzo cantava:
Messer Eannuccio amico,
Saper dovete che cavalleria
Nobilissimo è ordin secolare ,
Di qual proprio è nemico
Omne dire e omne far di villania,
E quantunque si può vizio stimare;
Ma valenza, scienza et onestate,
Nettezza e veritate
Continuo in sulli suoi trovar si dea.
Del resto le cortesie, le audaci imprese , Y amore ,
la tutela de' fiacchi, una vita senza macchia, la pro-
dezza nell'armi costituivano nella sua origine le doti
precipue de' cavalieri. A' quali correva il debito di
essere istrutti nelle sette virtù (proUtates) proprie
del loro istituto : cioè — equitare, notare, sagittari,
cestibus certare, aucupare, scacis ludere, versificare —
oltre il darsi a' servigi di bella dama e virtuosa, e quella
avere in conto di deità tutelare: doti ch'io non trovo
gran fatto osservate in Italia, ove, come avvertimmo,
per essere avanzata più assai nelle vie del civile
consorzio, prevaleano diversi concetti. Doveano altresì
i cavalieri mostrarsi assai famigliari colla musica e
col canto , e adusati alla lingua provenzale e al latino,
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sebbene il più delle volte ignorassero delle lettere
perfino il nome. Il giovane a ventanni vestia le assise
di cavaliere, giurando di mantenere intatto Fonoi'e
della religione, difendere i pusilli, onorare la donna,
&rsi scudo agli oppressi , n' andasse anche la vita.
Sventuratamente ogni umano istituto è róso dal tarlo
della corruzione, e la cavalleria, purissima ne' suoi
incominciamenti , non potè sottrarsi a questa legge
fatale, e divenne obbietto di derisione e di sprezzo.
Ma più che negli scrittori e ne' libri, la gloria
di queir età che creava i comuni , si manifesta in
quel fremito immenso di vita che scosse da un capo
air altro i popoli italici : che dava i natali a Marco
Polo: che spinse le genovesi navi alle Canarie: che
popolò i mari d' armate italiane; noi la leggiamo scol-
pita nella basilica di S. Marco, nel duomo di Pisa e
in quelli d'Orvieto, di Firenze, di Genova, di Sa-
lerno e d' Amalfi. Il medio-evo ripigliava la via della
civiltà con tutte le forze accumulate delle spente
generazioni. Ben a ragione questi fur detti i tempi
eroici della storia moderna , ne' quali l' Italia arieg-
giando la Grecia , avrebbe in Dante salutato fra poco
il suo Omero.
Fin dal VII secolo i popoli cristiani aveano inditto
guerra a' Mussulmani, che vinti dovunque, eransi ri-
fugiati in Ispagna, ove la lotta fervea senza posa.
Conseguenza di queste conflagrazioni furono poi le
crociate, alla prima delle quali l'Italia concorse ar-
mando ben seicento, trenta navigli. Imperciocché,
oltre lo spirito di religione che gli animava , assai
presto i nostri padri s' avvidero dell' immenso van-
taggio che sarebbe lor derivato coli' estendersi nelle
contrade della Siria e dell'Iran, prossime alla Tar-
taria e al golfo Persico, ove calava la maggior parte
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dei prodotti dell'India, i preziosi scialli di Casmira,
i veli di Dacca, i profumi del Malabar. L9 città
d'Antiochia, di Damasco, di Samarkanda, di Mardin,
di Bagdad, di Bassora e d' Ormus, essi avrebbero tra-
mutate in altrettanti empori di traffico per le merci
di quelle lontane regioni; l'Egitto sarebbe stato per
essi il deposito delle sete, delle perle, dell'oro, delle
droghe e degli aromati indiani, e il Nilo avrebbe
agevolato il transito alle mercatanzie dell'Etiopia e
a tutte le produzioni dell'Africa.
Io non vo' dire per fermo che i soli intendimenti
del • traffico fossero i primi moventi delle crociate :
certo è per altro che ^tinti appariscono tra gì' istessi
religiosi fervori, che spingeano gli avi nostri in oriente.
E ben li videro i Genovesi, come dalle loro istorie è
manifesto: li videro i Veneziani, del che la cronaca'
del Sannuto fa fede: li vide Guglielmo signore di
Monpellieri , che stando a quanto ci narra Clicquot
de Blervach , studiò nella prima crociata la questione
commerciale a beneficio della sua terra. Li videro
infine i Templari, come il lor processo palesa.
Lo slancio religioso, l' operosità commerciale e quel
bisogno d'avventure che ne' secoli Xn e XIII tra-
vagliava gli animi vaghi di novità, rovesciarono
adunque i popoli d'Europa nell'Asia. Le nuove re-
gioni percorse, i nuovi costumi estesero la cerphia
delle lor cognizioni. E' trovaronsi a fronte di due
civiltà: la mussulmana e la greca. E i crociati che
aveano gli Osmanlici in conto di barbari, dovettero
meravigliare nel vederli si innanzi nelle vie del civile
consorzio, e stupiix)no delle lor ricchezze e delle loro
arti : come non meno stupiron de' Greci, che sebben
svigoriti e già vòlti in basso , pur di tanto avanza-
vanli in ogni disciplina letteraria e scientifica. Si
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strinsero ben tosto fra loro vincoli d'amicizia e di
traffici* l'oriente e l'occidente si porsero la mano:
le scienze allargaronsi : la nautica, l'arti e l'indu-
strie se ne avvantaggiarono. Ma sovra ogni altro po-
polo seppero farne lor prò' gl'Italiani, le cui repub-
bliche fondaronvi non solo banchi, mercati e fattorie, •
ma prevalendo in Palestina ed in Siria, s'aprirono
la via del mar Nero , della Persia e dèli' India , di-
venendo così gli arbitri del Levante e i popoli più
ricchi d'Europa.
Si agitò lungamente la controversia dei benefici
recati dalle crociate, e fu scritto che la più parte
dei trovati che provocarono lo ^svolgimento della ci-
viltà, come la bussola, la stampa, la polvere di can-
none e altre tali, erano conosciute all'oriente, e a
noi fatte note dai reduci di Palestina; ma se ciò
può sembrare assai dubbio, certo egli è che nuove
larghezze d'idee, movimento d'industrie, fervor di
commerci, spargimento di cognizioni dobbiamo a lor
riferire. AUor tra noi s'imitarono i tessuti di Da-
masco , si recò in Venezia il segreto della fabbrica-
zione dei vetri : si cominciò ad arginare i fiumi , ad
usare i molini a vento, e cento altre industrie e
nuove arti, pur mentre i vincoli feudali andavano in
gran parte spezzati, e aflfrattellavansi i diversi ceti
•sociali. Ma sopratutto ci appresero a conoscere quelle
regioSi*, sulle quali l'Europa non possedea che no-
^/ tizie favolose e puerili. I pellegrini che per lo in-
% ff nanzi aveanle esplorate, v' intessevano i più balzani
racconti. Nei viaggi dello spagnolo Beniamino di Tu-
dela che datano dal 1073 , troviamo eh' egli vide in
Damasco una muraglia di vetro erettavi per arte
magica, e forata da trecentosessantacinque aperture,
'fra mezzo le quali penetravano i raggi solari, segnando
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i giorni deiranno. Ci narra d'aver visto nel luogo,
ove sedeva V antica Babele , i ruderi del palazzo di
Nabuccodonosor , resi inaccessibili da due draghi che
vi stavano a guardia. Guglielmo di Rubruquis fiam-
mingo , che S. Luigi di Francia spedi ad ossequiare
il capo de' Tartari a Caracorum nell'Asia, scrive
d'aver attraversato una valle chiusa intorno da acu*-
tissime roccie, in mezzo alle quali albergavano de-
moni, che soleano strappare le viscere dei viaggia-
tori ogni qual volta non recitassero il credo. Giovanni
da Carpi frate domenicano e N. Ascellino, che In-
nocenzo IV avea nel 1246 mandati in oriente, af-
fermano d' aver trovato una generazione di uomini
senza favella e senza giunture alle gambe, di guisa
che caduti a terra , più non poteano rilevarsi : non
che un'altra razza, le cui femine aveano aspetto
umano , ed i maschi, muso da cani. Narrano inoltre
che Gengis-Chan , eh' essi avean per incarico di con-
vertire al cristianesimo, trovò un intoppo alle sue
conquiste nelle roccie dì calamita de' monti Caspii,
le quali a grandi -distanze tiravano a se le freccie
di ferro de' suoi soldati. Queste ed altre fevole erano
spacciate in Europa dai pellegrini , e passando negli
scritti assumeano aspetto di v%rità. E di favole in-
vero ribboccano le opere di que' tempi; tali, ad esempio,
la lettera apocrifa di Alessandro ad Aristotele De
rebus Indiae miraUlibus: il libro d'Alberto Magno
De virtutiòus lapidum quorundam : i volumi di Vin-
cenzo di Beauvais , di Bartolomeo Glanvil , di Ric-
cardo di Fournival e tanti altri. Ninno allor dubi-
tava dell'efficace potenza dell'occhio del grifone, su
cui re Roberto foceva giurare i vassalli, ne' delle
virtù di due pietre valevoli contro ogni veleno, e che
ristesso Carlo V più tardi portava ognora sopra di
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se. Ma queste scempie narrazioni ed errori, frutto
d' ignoranza e barbarie , distrussero in gran parte
que' viaggiatori che ci fecero manifeste quelle remote
contrade, e in ispecie i viaggiatori italiani.
Niuno ignora che due mercatanti veneti condotti
dal caso a Bokhara, seguirono un ambasciatore mon-
golo, che Houlagou spediva a Choubilaì. Dopo aver
essi stanziato per parecchi anni nella Tartaria e nella
Cina, fecero ritorno in Europa, muniti dal gran Khan
di lettere per il pontefice, e quindi a lui si ricondus-
sero, traendo seco un de* loro figliuoli che fu Marco
Polo. A lui dobbiamo l'aver tracciato una via, che
attraversa l'Asia in tutta la sua longitudine, e la
descrizione dei luoghi da lui visitati, dai deserti della
Persia alle gole selvaggie ed agli altipiani del Ba-
dakhshan: Sebben prima di lui un monaco alessan-
drino di nome Cosmas, ci abbia nel 550 descritto la
Sina, accennando altresì ad una gran terra oltre
r oceano (dal che volle arguirsi aver Dante tratto
il suo monte del Purgatorio in mezzo al mare agli
antipodi del nostro emisfero), certo è che il Polo di-
svelò primamente all'incredula Europa le meraviglie
dell* impero celeste co' suoi vasti fiumi, colle sue città
sterminate: né più fufono ignoti i nomi il Tibet, Faos,
Siam , la Cocinchina e il Giappone. Quel portento di
bellezza eh' è l' arcipelago indiano, la regina dell'isole,
Giava, Sumatra dai preziosi prodotti e dai feroci cani-
bali, Ceylan, l' isola delle gemme colla sua tomba d'A-
damo, erano contrade affatto a noi sconosciute e cinte
di tali ostacoli, che le spezierie delle Molucche, pria
di giungere ai porti d'Italia, doveano attraversare
quindici mercati diversi. Arroge la grande India, la
sposa del sole , co' suoi letti marini di perle : e in
una opposta regione la Siberia e l'oceano artico co'
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suoi ghiacci e colle sue slitte trainate da' cani : tutto
ci pon dinanzi in tal guisa che la sua narrazione
non ha riscontro in verun altro scrittore..
Marco Polo e i suoi seguaci portando l'arti di
lontane contrade nelle lor patrie, e ricambiando co-
gnizioni ed industrie tra i popoli più disparati, ope-
ravano, senza pur avvedersene, un traflSco di lunga
mano più vantaggioso, che non quello de' soli prodotti.
Si cominciarono a conoscere costumanze straniere ,
regioni inesplorate, credenze ed idiomi diversi : la geo-
grafia spiccò voli lontani; e gli Europei, ristretti
dopo la caduta dell' impero romano, in troppo angusti
confini, videro aprirsi un m(»ndo dal lato d'oriente,
in attesa di quel giorno in cui Cristoforo Colombo,
andando in traccia del Cipango di Marco Polo, dovrà
aggiungere un nuovo emisfero all'antico.
Ai viaggiatori italiani siamo altresì debitori d'aver
recato e diflFiiso tra noi le cifre arabiche e le mate-
matiche. Già notammo come Silvestro II avesse fatto
primamente conoscere quel sistema di numerazione
fondato sul valore di posizione delle cifre, ch'egli
aveva attinto alla scuola degli Arabi. Imperocché
questi popoli erano corsi assai innanzi anche in questa
ragione di studi , specie nella analisi algebrica : che
i trattati di Brahmyupta e di Bhasura Achaya, det-
tati il primo nel VII secolo e il secondo nel XII,
n'aveano in mirabile guisa allargato i confini. Arroge
la trigonometria che Albategni di tanto avanzava col
sostituire i seni alle corde, non che la trigonometria
sferica, ch'egli e Geber ed Ebn-Iounis seppero ai*-
ricchire di nuovi problemi. In Italia già avea recato
qualche nozione dell'algebra quel Platone da Tivoli
che volse dall'ebraico un trattato di geometria pra-
tica del Savasorda. Ma il sommo della gloria è do-
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vnto a qael Leonardo Fibonacci, che figlio di un
cancelliere pisano addetto alla dogana di Bugia in
Africa, divulgò primamente queste discipline col suo
Aiòacus, e le rese famigliari in Europa (1212).
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CAPO XIV.
L'INNOGEAFIA CEISTIANA
SOMMARIO.
Il tempio , scuola di poesia popolare — GV inni sacri — La
poesia metrica e la sillabica — LTa Chiesa addotta quest' ul-
tima, come più rispondente all' indole del popolo — I primi
poeti cristiani — La bassa latinità — S. Ambrogio creatore
della melopea sacra — Gl'innografi de' bassi tempi — Inni
diversi — Del canto liturgico — Versi leonini — La poesia
leporeambica e le stanze — L'emendazione degli inni nel
secolo XVII.
Il santuario fa in ogni tempo e in ogni dove la
prima scuola della poesia popolare. L'uso de' canti
nel tempio risale, per tacer degli antichi, alle origini
stesse del cristianesimo, e S. Paolo nella epistola V.*
lo consiglia agli Efesii. I Santi Padri , massime Eu-
sebio e Origene, ricordano le salmodie religiose che
i psaU<B cantores intuonavano , e le turbe devote
che tenean loro bordone. Il foscino che questi canti
echeggiati sotto le misteriose vòlte de' tempi esercì-
E. Celesia. Storia della Letterat. in Italia. 19
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tavano ne' cuori , era di tale efficacia da avvantag-
giarne la fede, e S. Agostino rammenta le voluttà
celestiali che i sacri inni in lui risvegliavano, come
rammenta le lagrime, che i miserandi casi di Bidone
gli avean fatto versare.
Eppur le salmodie religiose dei secoli cristiani cad-
dero in profondo discredito, e vennero sfatate di guisa,
che il cardinale Pitrà nella prefazione del suo Spi-
cilegium SoUsmense è tratto ad esclamare — infausta,
pene dicam iniqua litterarum christianarum for-
tuna, — Anche il Leyser, cui dobbiamo una storia
della poesia latina ne' secoli di mezzo , rompe nello
stesso lamento. E noi pure uniamo la nostra voce
di protestazione contro sì ingiusto giudizio, che pone
in fondo una poesia, la quale per oltre mille anni
tenne lo scettro dell' arte , e che figlia genuina del-
l' animo e psicologicamente collegata a quanto di più
intimo ferve ne' cuori, interpreta i nostri slanci, i
nostri dolori, le nostre speranze immortali. E quale
popolarità può ragguagliarsi a quella degli inni sacri,
che suonano tuttavia su migliaia di labbra e fan
battere migliaia di cuori?
Di questi inni resta a noi tal dovizia, a petto a
cui' la profana poesia nulla ha da contraporre, come
ne rendono testimonianza le vaste raccolte del Fa-
brizio, del Du Méril e del Mone. In essi il senti-
mento cristiano apre il campo ad un nuovo genere
di letteratura, che man mano scostandosi dalla me-
trica antica fondata sopra un particolare artificio, cioè
sulla misura dei piedi, cominciò ad accogliere la
doppia legge del metro e delle assonanze, preparando
la radicale trasformazione della lirica sacra, cioè il
passaggio della poesia metrica ossia quantitativa alla
sillabica.
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Giova chiarire con qualche larghezza il nostro
concetto. Non v* ha dubbio che la poesia de' prischi
Itali fu affatto ritmica ossia accentuata : e tal si mo-
stra ne' carmi arvali, deprecatori, medici, magici,
nonché nelle convivali canzoni e ne' versi fescennini,
che diceansi battendo l'accento col piede, senza ac-
compagnamento di note musicali. Questo genere di
verseggiare, chiamato saturnio, fu posto primamente
in bando da Ennio , il quale introdusse nel Lazio i
metri dattilici, e con essi una armonia fittizia, arbi-
traria, né consentanea all' indole della lingua laziare ,
poiché non preoccupandosi della vera pronuncia, tutta
si fonda sulle convenienze accidehtali del metro, e di
non so quali analogie co' greci modelli , di guisa ,
scrive dottamente il Cantù — che il tono cadea
spesso sulle brevi, e gran numero delle sillabe rima-
neano comuni, cioè incerte. Tutta artificiale essendo
tal melopea, la quantità diveniva facilmente corrut-
tibile, e per quanto i poeti cercassero aumentare
r armonia de' loro versi col sottomettere a un ordine
sistematico i piedi liberi , cioè determinare la succes-
sione dei dattili e degli spondei, o prefiggere il posto
delle censure e fin la lunghezza delle parole, l'armonia
fra i Romani non acquistò tampoco la forza d' un' a-
bitudine. Quando poi la pronuncia restò unica signora
della lingua, essa ricondusse le convenzionali diffe-
renze ad una qual si fosse uniformità dedotta dal-
l' accento: e i poeti dapprima variarono ad arbitrio
le regole prosodiache, poi confessarono ignorarle, e sul
tipo dell' antico esametro congegnarono versi che non
teneano punto alla melopea antica. — Quando infine
la classica gentilezza venne declinando del tutto, le
forme nazionali ed indigene risollevarono il capo e
ritornarono a mostrarsi, massime fra i poeti cristiani,
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presso i quali, soverchiando il sentimento, troppo di-
venia malagevole il subordinare gli slanci dell' anima
ad una materiale misura; ond'è che alla plastica re-
golarità degli antichi venne passo passo a sostituirsi
l'espressione melodica.
Cessata la metrica, risorse adunque la ritmica, la
quale per testimonianza d* Orazio si era ognor man-
tenuta nel volgo: e la chiesa per meglio accostarsi
air indole popolare, non potea non accettarla. Ciò per
altro non avvenne d' un tratto. Tanto presso i Greci
che presso 1 Latini , i poeti cristiani tentarono dap-
prima fiorire i loro concetti cogli artifici dell' antica
poesia, e applicare alle idee della fede i lenocini delle
classiche forme. Fra questi van noverati S. Gregorio
Nazianzeno che verseggiò in tal guisa la passione di
Cristo : Sinesio e Sidonio Apollinare , il primo de'
quali scrisse odi sacre sui metri d'Anacreonte e il
secondo suU' andare dì Pindaro. Primeggiano del pari
fra questi, oltre i già noverati in altri luoghi di
queste istorie. Giovenco e Sedulio che cantano le tra-
dizioni evangeliche : Proba Falconia eh' espose gran
parte dell'antico Testamento con versi tolti a Vir-
gilio: Marco Vittorino che cantò i Maccabei: Paolino
di Périgueux che celebrò il taumaturgo della Gallia
S. Martino; mentre il dogma cattolico veniva poeti-
camente affermato dall'incognito autore del poema
sulla Provvidenza: da S. Orientio nel suo Commoni-
torium JideUbus, e da S. Prospero d' Aquitania nel
suo Carmen de ingratis. Arrogo Claudio Mario Vit-
tore e queir Alcino Ecdicio Avito, dal cui troppo dimen-
ticato poema sulla creazione e caduta dell' uomo, cavò
non pochi concetti l'autore del Paradiso perduto.
Senonchè i tentamenti di questi poeti non poteano
approdare : la musa di Marone e di Fiacco troppo mal
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atta porgeasi a cantare i dolori e il riscatto del
Golgota.
Una leggenda de' bassi tempi ci narra, che volendo
un pittore ritrarre da una testa di Giove quella di
Cristo , n' ebbe di schianto essiccata la mano ; così
avvenne alla nuova letteratura, quando tolse a pre-
stanza i panni della letteratura pagana. Ond* è che
mdti di ciò doloravano e predicavano doversi porre
da banda le forme classiche, tanto discordi col senti-
mento cristiano:
Sed 8tylu8 ethnicua atque poeticua abjeciendua :
Dani 8Ìbl turpiter oscula Juplter et acola Chrlati.
E infatti il giorno appressavasi in cui una forma
novella, monda da ogni classico imbratto, doveva
sbocciar fuori. L'antica età voiea sbandeggiato dai
penetrali dell'arte il volgo profano: la chiesa invece
per bocca del suo divino istitutore diceva — venite
a me tutti — e a quest' uopo l' era mestieri far gitto
d'ogni artificiosa eleganza e d'ogni morta dottrina,
per usare soltanto quella parola di vita, che tutti in-
tendessero, e che tutti legasse nella fraterna unità
della fede.
Allor nella lotta fra le due forme, 1' elemento po-
polare prevalse. I volghi educati ad una religione
interiore non poteano appagarsi della lirica antica
che mai non valse a interrogare i più riposti segreti
dello spirito umano ; e' abbisognavano di un linguaggio
semplice, caldo di vive immagini e dì modi simbolici,
quali i tempi portavano, armonizzando le frasi e le
idee, e porgendo vital nutrimento all'anima, anziché
ai sensi. E l' aurea latinità allor trasformavasi in una
lingua, che accostandosi a quella del popolo, divenne
a breve andare capace ad esprimere i moti dì un
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cuore che adora, che tremai e che spera. Niun creda
per altro che tutti gì' innografi cristiani per quanto
spregiassero le illecebre della dizione e la metrica
classica, preferendo per lo più il giambico, come assai
popolare, ponessero affatto in non cale Y arte ^ lo stile,
solo intesi a soggiogare la forma al pensiero. Ve ne
ha anzi non pochi, i quali mostrarono come la purità
della lìngua possa andar congiunta all'ideale cri-
stiano.
Primo fra questi S. Ambrogio che visse sul declinare
del IV secolo, e da cui può dirsi creata Tinnografla cri-
stiana nella chiesa occidentale. Come ciò avvenisse,
è prezzo dell' opera udirlo dalla bocca di S. Agostina
che fa coevo a quel grande. — Da più d'un anno
r imperatrice Giustina , mossa a ciò dagli Ariani di
cui seguiva gli errori, avea tolto a perseguitare Am-
brogio, il quale rifaggiatosi in una chiesa, vi era di-
feso dal popolo, pronto a dar la sua vita per quella
del suo vescovo. Mia madre che sopra ogni altro si
travagliava in quell'opera di vigilie e di stenti, vi-
vea di sole preghiere. . . . Allora Ambrogio, affinchè
il popolo non languisse di tedio , seguendo il costume
d'oriente, prese a insegnargli inni e salmodie, e una
tale consuetudine si continuò appresso, ed ora è omai
difasa in tutte le chiese Quante lagrime io
sparsi allorché la soave melodia dei cantici echeg-
giati nel tempio piovea sul mio cuore ! Come per gli
orecchi i concenti, così la luce della verità mi scen-
deva nell'anima: la vampa dello affetto accendeasi,
e il pianto stesso m' era diletto. —
Molti son gì' inni che attribuisconsi a S. Ambrogio,
il metro de' quali è il giambico dimetro, ma quattro
soltanto son fuori d'ogni dubbiezza; tre accennati
da S. Agostino e il quarto da un concilio di Roma
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del 440; cioè quei che incominciano: Eterne rerum
eonditor — Dews creator omnium — Jam surgit
ora tertia — e — Veni, redemptor gentium, Earec-
chi altri gli vengono ascritti dallo unanime consen-
timento dei dotti, e in ispecie dai PP. Maurini, dal
cardinale Tornasi, dal Pimont e dal Biraghi , che ne
fé' oggetto di pregevolissimi studi. 61' inni di S. Am-
brogio risplendono per virilità di concetti e vivezza
d'immagini; li diresti un misto di romana austerezza
e di teneri affetti, quali soltanto la cristiana pietà
poteva ispirare.
A lui dessi il merito d'aver creato la lirica della
chiesa occidentale e averla istessamente portata al
sommo dell'eccellenza, come quegli che seppe rin-
venire una forma rispondente al concetto , e cavato
dalle classiche fonti uno stile che consuonasse alla
nuova civiltà. Ond' è che a ragione Ennodio scriveva
aver egli cantato i trionfi de' martiri con versi degni
di lauro:
Dlxit triumphos martyrum
Lingìme virentis laureis.
Talora ne' versi d' Ambrogio riscontrasi l' asso-
nanza e la rima, gradevole alimento alle orecchie
d' un popolo, cui la poesia metrica più non potea lu-
singare; assonanze e rime che già cominciavano a
usarsi, di che fa fede l'inno di papa S. Damaso pel
martirio di S. Agata, scritto nel 367: e il carme
J)e gaudiis Paradisi in istrofe di tre versi rimati,
che alcuni assegnano a S. Agostino. Ma della rima
a suo luogo. Qui sol gioverà porre in sodo che si
vivo era lo slancio e l' ardor della fede che gì' inni
di S. Ambrogio risvegliavano nelle moltitudini, da
riferirne gli effetti a sortilegi e a malie.
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Fra gl'innologi italiani tiene onorato luogo Ve-
nanzio Fortunato, autore del Vexilla regis prodeunt,
non die di molti altri cantici, ne' quali senti già
l'afflato cristiano e la necessità della rima, che non
è ancora, a dir vero , una regola indeclinabile , ma
. già una condizione atta ad accarezzare gli orecchi ,
quasi compenso della prosodia che andava smarrendosi. .
D'Ennodio ci restano dodici inni per le sacre offl-
ciature, come ^(^ Ascensione ^ della Pentecoste, di
S. Maria, di S, Nazaro, di S, Dionigi, di S. Am-
brogio, di S. Stefano ed altri, non che uno per la
empietà venuta allora in consuetudine, nel quale
dipinge non già la sera e i crepuscoli, ma l'orrore
della notte nigrante tectam palio . . . fusca somni
tempora , tetra parata umbracuUs,
Gli vengono appresso S. Anselmo, S. Tommaso,
S. Paolino, Godelberto, Fausto, Gregorio Magno, In-
nocenzo III, gli inni dei quali versano sullo Spirito
Santo, sul giudizio universale, sui martiri, sulle lodi
della Vergine, il cui culto, che tanto addolci i ferrei
costumi d' allora, propagò S. Bonaventura con ingenue
canzoni; e come i trovatori piacevansi di onorare la
sera con note d' amore le lor dame, cosi e' volle colla
salutazione dell' Angelo alla regina de' cieli farla
venerata alla caduta del giorno su tutta la terra.
Ed anche oggidì la preghiera àelY Angelus iterata
dai sacri bronzi ci rammenta il di lui nome, che vive
non tanto nelle sue filosofiche locubrazioni , quanto
negli inni in lode di Maria, eh' egli appella fontana
del Paradiso, arca del diluvio , scala di Giacobbe,
Giuditta ed Ester che fa salvo il suo popolo. E in
lui veramente tutto è poesia, perfino i titoli dell'o-
pere sue : r Itinerario delV anima a Dio — Le sette
me delV eternità — Le sei ali de' Serafini. Ecco
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la prima strofa di un canto nella sua semplicità for-
mosissimo:
Ave, celeste lilium,
Ave, rosa speciosa ^
Ave, mater humiliam,
Superis imperiosa!
Deitatis friclinium
Hac in valle lacrymarum
Da robur, fer auxilium,
excusatrix culparum.
Si hanno in onor della Vergine ben seicento venti
inni riferiti nell'ampia collezione del Mone, in cui
pur indarno ricercasi Y Ave maris stella, che manda
fra r istesse licenze metriche onde va oifesa, un pro-
fumo di celestiale dolcezza. Sebbene alcuni la riferi-
scano a S. Bernardo e a Venanzio Fortunato, incerto
n'è veramente Fautore.
Come la chiesa greca vanta una melode composta
dall' imperatore Giustiniano , cosi si volle attribuire
la gloria di uno fra i più belli nostri inni il Veni,
creator Spiritus, all' imperatore Carlomagno : opinione
non accettabile da chi non ignora quanto questo mo-
narca fosse povero di studi latini , e che i codici di
questo inno accusano un'età di molto anteriore.. Se
ne contendono l'onore S. Ambrogio, Rabano Mauro
e papa Innocenzo III. La chiesa latina vanta pure
alcuni inni composti da Elpide, moglie in prime nozze
di Severino Boezio : tali MAiirea lux , il Felix per
omnes , e i due per la festa degli apostoli Pietro e
Paolo, che vanno tra i più commendevoli. Bellissimo
per impeto lirico è il Pange lingua dèi grande d'A-
quino, il quale tolse il primo verso da Claudiano Ma-
inerzio. Il metro n' è il trocaico tetramico , e spesso
nel terzo piede de' versi impari ti occorre lo spondeo,
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anziché il trocheo. La rima campeggia nei versi al-
terni. A lui del pari s' ascrive il Lauda Sion , vero
trattato dommatico del mistero eucaristico, e mirabile
per concisione e proprietà di parole. Ma a tutti va
innanzi lo Stabat, musicato oggidì con celesti armonìe
dal Bossìni, commovente elegia, le cui strofe piovoa
giù come lagrime spremute dal più santo dei dolori,
e pur sì dolce ad un tempo, che una angoscia quasi
divina ti stringe al cuore. La liturgia cattolica noa
ha inno più popolare di questo , che basterebbe sol
esso alla gloria di Jacopone da Todi. Il quale sullo
stesso metro e sulle istesse rime dettava il non manco
sublime, per quanto men noto, Stabat del Presepio ,
ove Maria ci è dipinta in tutta la gioia della mater-
nità. Esso comincia:
Stabat mater speciosa
Juxta faenum gaudiosa
Dum jacebat parvulus.
Cajus animam gaudeaitem
Laeta^undam et ferverUem
Pertransivit jubilìAs,
quam laeta et beata
Fwit illa immaculata
Mater Unigeniti!
Appartiene a Jacopone anche la bella Sequenza De
contemptu mundi che s'inizia co' noti versi:
Cur mundus militat sub vana gloria,
Cujus prosperità^ est transitoria f
Tum cito labitur ejus potentia
Quam vasa figuli, quae sunt fragilia.
Sublime grido di terrore che mette un brivido per
le vene è il Dies irae, di cui S. Gregorio, e il car-
dinale Latino Malabranca Orsini e S. Bemando di
Chìaravalle si contendono il vanto, sebbene Y univer-
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sale ornai tenga, salla testimonianza di Bartolomeo da
Pisa morto nel 1401, esserne autore Tomaso da Ce-
lano, amico e seguace di S. Francesco d* Assisi. Ma
qualunque ne sia lo scrittore , il Dies irae , anziché
espressione d'un solo poeta, dee ritenersi come l'eco
di una intera epoca, allorquando i tetri vaticini del-
l' Apocalisse sembravano avere il lor compimento per
il trabboccamento de' barbari che nabissavan 1' Eu-
ropa, e pe* guai d'ogni genere che travagliavano il
civile consorzio. L' immaginazione de' popoli allora si
offuscò di tal guisa ch'altro più non vide intorno a
se e al di là della tomba che costernazioni e paure.
Questa morbosa condizione degli animi è testimoniata
da molti canti che han preceduto il Dies irae, e in
ispecie dalla mirabile Prosa di Monpellieri; e da
altri inni sullo stesso argomento assai divolgati ne'
bassi tempi, fra i quali giova accennare quel che ha
per titolo Meditatio animae fidelis, e l'altro De die
judicii. Da entrambi, come osserva il Venturi, cavò
il Celano non poche frasi e concetti , che seppe per
altro informare a sentimenti più eletti. Infatti nel
secondo di questi inni occorre una strofa di quattro
versi che suona:
Lacrimosa dica illa
Q*jba resurget de favilla
Judicandus homo retiSf
Tu pecatia parce, Deus,
Il Celano ne trasse di pianta i primi tre versi, e
se ne valse per la penultima strofa dal suo inno, e
il quarto verso con lievi mutamenti pose a primo
dell' ultima. Questo terribile canto, le cui cupe ar-
monie e le fosche immagini liriche innondan l' anima
di misterioso sgomento, vince di lunga mano non solo
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tutti gY inni che lo precessero, ma toglie eziandio la
speranza di poterlo giammai pareggiare. Vero monu-
mento dell'arte. La fine del mondo, la risurrezione
della carne, il giudizio finale, la grazia divina, le
terribili pene serbate a' reprobi vi son tracciate con
tale energia di colori , che la desolazione e il terrore
non poteano essere espressi con più feroce evidenza.
Parecchi ne dettò S. Damiano, specie in onore della
Croce , della Vergine , delF Ascensione , di Pietro e
Paolo apostoli e d' alcuni altri santi , che gli danno
un seggio onorevole tra i suoi contemporanei. Appar-
tiene a Teodolfo, vescovo d' Orleans, ma italiano d' o-
rigine, l'inno che comincia:
Gloria^ latta et honor Ubi sii, rex Chrlate Redemptor
adottato dalla Chiesa per la procession delle Palme.
Senonchè sovra tutti memorabile si è l'inno in
lode di S. Giovanni Battista, di Paolo diacono, come
quello che somministrava a Guido d'Arezzo il modo
d' istituire la regola, o la scala delle intonazioni dia-
toniche , in guisa d' essere agevolmente mandata a
memoria. Egli avverti che in questo canto le prime
sillabe dei sei membretti della prima strofa, ut, re,
mi, fa , sol, la, costituivano , cosi il già memorato
Venturi, colla loro intonazione una progressione dia-
tonica ascendente; e con ciò pose sicuro fondamento
a rinvenire le note e a scemare la diflScoltà della
intonazione de' suoni: difficoltà derivante dalla con-
fusione delle note tòniche e dalla diversa costruzione
dei tetracordi rispetto alla posizione dei semitoni.
Più tardi era serbato al Doni sostituire il do, prima
lettera del proprio nome, alla nota ut, che riuscia di
troppo sgradevole suono. Infine nel secolo XVI vi ag-
giunse il Vanderputten l'ultima nota si della scala.
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E qui, dacché cade in acconcio, diremo del canto
liturgico, fermo, o ambrosiano, o gregoriano, come
volgarmente s'appella. Respinta da noi la sentenza
che tiene derivata tal maniera di canto dall'an-
tica musica degli Israeliti e dei Greci, è ovvio il
credere che nascesse col Cristianesimo nelle condi-
zioni dì semplice melopea, senza alcuno intento di
teorica o d'arte, per opera di uomini associati nel-
l'ardore della preghiera. — Il nostro canto, scrivea
S. Ambrogio, è quello della natura : quello che gì' in-
fanti inconsapevoli apprendono dalle labbra materne:
quello che sciolgono i garzoni, le fanciulle ed i vecchi :
quello infine del popolo quando è raccolto nella casa
della preghiera. — Questo istesso gran vescovo l' in-
trodusse primamente, come vedemmo, nella chiesa
milanese , da cui si propagò in tutto l' occidente ; lo
subordinò a regole certe e invariabili che dedusse in
parte dalla chiesa orientale; finché S. Gregorio Magno
aggiunse quattro toni ai quattro già fermati da Am-
brogio, instituendo apposite scuole in Laterano, che
durarono per oltre tre secoli , e compilando l' antifo-
nario.
Non pochi divari correano fra il canto ambrosiano
ed il gregoriano: il primo, ed in ispecie quello degli
inni, era più ritmico e preferiva, come scrive il Biaggi
fondandosi sulle testimonianze del Perego, la cadenza
piagale alV autentica : accostavasi maggiormente al
modo cromatico, e, come portava la sua derivazione
orientale, allegravasi di abbellimenti e di rifioriture.
Per altro nella sua essenza era diatonico, al pari del
gregoriano, di cui teneva le forme, le tendenze e il
carattere. Di questi divari or più non trovi traccia
veruna.
Il canto fermo, principio e fondamento dell'arte
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moderna, è una veneranda relìquia che costituisce un
tipo ideale suo proprio; ond' è che a stolta opera por-
rebbe le mani chi tentasse deviarlo dalla prima sua
origine e applicarvi Y armonia, portando offesa alla sua
efficacia ed alla sua indole. Quegli accenti ispirati ,
que' subiti riposi, queir ondeggiamento di suoni, che
sembrano da prima sviamenti , e la cui forma , son
parole del Biaggi — si rivela poscia come in nube
alla cadenza, que' ^uoi andamenti così gravi, così
solenni e misteriosi , quanto non possono sulla fan-
tasia e sul cuore? E quanto non valgono a staccar
la mente umana dalle cure terrene per portarla a
Dio e alla preghiera, il colore di vetustà che ormai
è immedesimato in que' canti , e T aflfetto che ci
lega per natura a tutto ciò che fli caro e venerato
dai nostri padri, e la tendenza, anch'essa natura-
lissima, al richiamo, o come dicesi ora, alla asso-
ciazione delle idee? E condizioni così atte ad ot-
tenere r intento eh' ebbe la chiesa, quando fece della
musica una parte della sua liturgia, e che l'uomo
non può e non potrà mai rifare, verran poste pensa-
tamente al pericolo d'andar perdute? —
Resta a dir della rima che comincia a rampollare
negli inni di S. Ambrogio e finisce per trionfare nel
secolo XI. Ciò che prima era un allettamento agli
orecchi, sarà appresso una legge.
Chi prendendo le mosse da Antonio di Tempo da
Padova, il quale fino dal trecento scrisse intomo la
rima, venisse giù giù fino a noi, troverebbe che ogni
spositore di cose letterarie tenne opposta sentenza.
Il Bembo ne fa scopritori i Provenzali, Giambullari
i Toscani : Quadrio , Andres , Muratori , Sismondi ,
Guinguené ed altri l'ascrivono agli Arabi: Fauchet
e Pasquier a' popoli nordici. Move a riso una tal
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controversia, che pur risorse più viva che mai nel
secolo XVII. E per vero, ove si avverta che ogni
idioma ha parole con la stessa cadenza, è ovvio il
credere che ogni popolo abbia adoperato la rima,
figlia anch'essa della natura, né più né manco della
danza e del canto. Noi ne troviam l'uso presso gli
Americani, i Lapponi ed altri selvaggi come lo tro-
viam fra gli Ebrei, Caldei, Assiri e Persiani, non che
fra i Greci e i Latini. Tornerebbe opera vana 1' ad-
dume le prove. Ennio, Virgilio, Terenzio, e più an-
cora Plauto, Orazio, Ovidio e Catullo ne son riboc-
canti. — Eie quo apparet, scrive il Nàke nel suo
pregevole opuscolo De alUteratione sermonis latini ,
non deberi scriptoribus , sed domesticam fuisse in
sermone latino alliterationem, — E Birgero Torlacio
nel IV volume delle sue Prolusiones et opuscola
aggiunge — ad nerum proxime accedere mdemur,
si statuamus: homoeoteleuta carmina aeque antiqua
esse ac ipsam poes'in; ejusque vestigia apud nullam
non gentem reperiri — Ciò posto , egli è evidente
che i nostri padri non avean di mestieri chiedere
altrui, ciò che poteano rinvenire nella domestica lor
suppellettile. Bastava aver gli occhi in capo per veder
le assonanze nei latini scrittori e imitarle.
Chi si fa ad esaminare gli esametri degli antichi
poeti e quelli in ispecie che son dominati dalla pen-
temimeriSy secondo l'accento delle parole e non se-
condo la quantità delle sillabe , avverte in essi un
ritmo che si diparte assai dall'esametro, per cui il
verso dividesi in due, come, ad esempio:
Tina salus victìs — nullam sperare saluterai
e daciché spesso in essi ci occorrono esametri, che
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letti secondo T accento, vengono a consuonare nel-
l'uscita dei due mezzi versi, come:
Quot caelum stellas — tot hahet tiui Roma puellas:
/ nunc et verbis — vlrtutem elude superbis,
cosi ben presto ne nacquero , a imitazione d' essi , i
versi cosi detti leonini , che noi troviamo usati fin
dal primo scorcio del secolo VI, in ispecie nel già
memorato Commonitorium d'Orientio, sebbene non
in modo costante. Erroneamente si scrisse che questo
nome fosse lor derivato dal loro inventore Leone II,
r amico di Sidonio Apollinare, ma con più ragione si
tiene che — leonini dicuntur a leone, quia
sicut leo Ì7iter alias feras majus hahet dominium,
ita haec species versuum — Nondimeno TEberhard
attenendosi alla prima sentenza, cantava:
Sunt inventoria de nomine dieta Leonia
Carmina, quae tali simt modulanda modo:
Pestis avaritiae, durumque nefas simoniae
Regnat in ecclesia hberiore via.
Permutant mores hominea, cum dantur honores:
Corde atat inflato pauper konore dato.
Dacché e' avvenne a trattare dei versi leonini
tanto in voga ne' secoli barbari e non smessi ancora
oggidì, gioverà pur ricordare, che in que' tèmpi ci
occorrono anche non pochi esempi di quella poesia
che da Ludovico Leporeo, scrittore del secolo XVII,
si disse poesia leporeamòica , il cui carattere erano
appunto le assonanze nel mezzo e nell' uscita dei
versi. Ma io non debbo arrestarmi a questi vani
conati d'ingegno, che l'età nostra giustamente ri-
prova. Basta il fin qui detto a chiarire che anche
questo genere di poesia ebbe il suo nascimento in
que' tempi , che soglionsi considerare poveri alfatto
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di lettere. Ai quali dobbiamo altresì Y introduzione
di una forma ritmica potente di attitudini artistiche,
senza la quale la moderna epopea andrebbe destituita
in gran parte della maestà sua, né si avrebbero forse
r Ariosto ed il Tasso. Questa nuova forma è V ottava
che vuoisi usata dapprima nella Teseide del Boccaccio
intorno al 1341, ma che noi troviamo applicata alle cose
epiche quasi un secolo innanzi. Essa tenne il luogo
di quella tirade minorime che ci venne di Francia,
alle cui monotone cadenze si ribellavano i delicati
orecchi italiani, e fé' porre in disparte le querule as-
sonanze de' versi leonini , di cui tanto piacevansi i
barbari.
Or tornando dopo questa intramessa là dove ci
Siam dipartiti, diremo che correndo il secolo XVI, il
risorgimento delle classiche discipline ispirò ad alcuni
dotti uomini il disegno di una emendazione degli
inni sacri, in quelle parti che più offendeano la me-
trica e le regole della latina dizione. Fu sventura
che un tal divisamento, sebbene accolto da Leone X,
sia stato posto ad effetto soltanto un secolo appresso :
quando cioè il buon gusto letterario era già vòlto al
tramonto. Le correzioni recate al testo degli inni ne
scemarono la originale freschezza e quella mistica
unzione che risponde ai più sacri sensi del cuore.
Di tale emendazione fu scritto — accessit lati7iitas,
et recessit pietas — Una tale sentenza ebbe piena
confermazione negli avvenire.
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 20
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CAPO XV.
LA POESIA PEOVENZALE
SOMMARIO.
La lingua romanza — Giullari e Trovatori — Indole de* lor
canti amorosi — Efficacia de* lor sirventesi — Guglielmo IX
apre la serie dei trovatori aquitanici — Loro proteggitori :
i conti di Provenza, di Tolosa, di Monpellieri, di Marsiglia
ed altri — Trovatori illustri — Poetesse e Corti d'amore
— Negate invano da Federico Diez — La lingua d^oco si pro-
paga in Italia — Crociata albigese — Sterminio della Pro-
venza e della letteratura occitanica — Fiere proteste dei
trovatori • — Lor rifugio nelle corti dei signori italiani —
Quali scarse influenze esercitassero sulle lettere nazionali.
Quella parte della Gallia meridionale che i Romani
diceano Aquitania* e appresso venne appellata Pro-
venza, ossia la regione eh' è posta tra l'alta Ga-
ronna, le Cevenne, risero, TAlpi ed il mare, fu
sede ed albergo di quella lingua romanza, che Dante
nomò provenzale o d' oco, ed altri chiamò limosina,
I moderni, lingua occitanica. Noi nonjci faremo ad
indagare i primi monumenti di questo idioma cosi
ricco a vocali e melodico; paghi di accennare al
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308
\ poema di Boezio che risale al X secolo/ed alla Nohla
Leyczon che porta la data del 1100, ed è una rac-
colta delle dottrine evangeliche dei Valdesi o Albi-
gesi, assai notevole sotto il doppio aspetto storico e
filologico. Seguono i romanzi di Jaufré e di Flamenca,
ed indi la lunga serie delle poesie trobadoriche. Delle
quali non sarebbe a noi giunta contezza veruna, se
un monaco della genovese famiglia dei Cybo, detto
il monaco delle Isole d'oro, fin dal secolo XIV non
le avesse cavate da un antico manoscritto composto
per ordine di Alfonso II re d'Aragona, e raccolte in
. un codice riccamente istoriato che oggidì si conserva
nella Vaticana di Eoma.
Niun dubbio per altro che soltanto nel secolo XI
lo spirito cavalleresco e le prime crociate esercita-
rono sulla poesia provenzale tale efficacia, ch'essa
sorse dalla sua primitiva selvatichezza; e la terra
acquitanica privilegiata di si benigna guardatura di
cielo e da ogni copia di beni, quella terra in cui il
vecchio germe jonico rampollava più rigoglioso all'ar-
dente soflSo degli Arabi che l'aveano in parte occu-
pata, e in cui i vincoli della feudalità poteano dirsi
spezzati, divenne la sede di una civiltà nova. E pia-
cemi rammentar col Galvani le sue fiorenti città:
Tolosa, detta Palladia per gli studi d'ogni maniera
che vi allignavano : Narbona celebrata da Sidonio
Apollinare : Nemauso o Nimes Augusta : Bezieri , non
che il Foro Giulio degli Ottavj : Arles detta da Au-
sonio la Eoma gallica : le Acque Sestie che a Sidonio
ricordavano le Baje Campane: Avignone, Arausio od
Orangio, Cavillone, Acusio, Valenza e la letterata
Vienna degli AUobrogi, ed altre che prevaleano in
ogni genere di civile coltura e nella gaja scienza in
ispecie.
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309
La quale, come scriveva Q^iraldo Riquiero ad Al-
fonso X di Castiglia, fa primamente istituita da uomini
di valore e di senno neir intento di indirizzare i mi-
gliori sulla via dell'onore, mediante il diletto che
nasce da uno strumento tocco da mano sagace. E in-
fatti dapprima i trovatori inneggiavano alle magna-
nime imprese, e spronavano i principi a compierne
altre di simili . . . Trovatori per lo più diceansi co-
loro che poetavano seconflo le discipline dell' arte , e
usavano alle corti de' grandi, onde nomavansi anche
poeti di corte ; giullari per l' opposto coloro che l' arte
aveano ridotta a mestiere. Gli uni e gli altri passa-^
vano di castello in castello, le cui soglie mai non
erano chiuse ai pellegrini, a' poeti e a* guerrieri,
e faceano echeggiare le sale ed i broli delle loro
canzoni. Assai facile torna il comprendere perché
questi rimatori avessero sì facile accesso alle corti e
vi trovassero così festose accoglienze. Il mondo uscia
di recente da quel tetro periodo del mille, in cui
l'umana coscienza venia funestata dal terrore della
prossima consumazione dei secoli: dominavano ovunque
il sacerdote ed il monaco , che predicavano un esiglio
la terra, una scuola di avversità e di dolore l'esi-
stenza: vera patria soltanto il cielo; proscriveano
insomma la gioia come tinta in peccato. In mezzo a
quegli uomini contristati da arcane paure mostrasi il
trovatore : egli sveglia dal suo liuto una nota di con-
forto: egli sente fremere nel suo petto la vita, e
canta la donna, la giovinezza, l'amore, riserbando
gli aspri suoi sirventesi contro quella setta bugiarda,
che vorrebbe tramutare la terra in deserto. E gli
uomini riscossi a quel canto salutano anch'essi la
vita, che s'abbella un'altra volta a lor occhi de' più
ridenti colori, e applaudono al cantore che sgombra
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310
dalle accigliate fronti il dolore e la noja, e fa aperta
professione del gai saber, della gaja scienza. Il giul-
lare in&tti per bocca di Matfre Ermengaud cosi si
esprime :
. . . sabo cantar e baiar
£ sabo toquar estrumens,
E sabo encantar las gens,
O far autra joglaria,
Quar entendo nuez e dia
A la mondana vanetat
Et a folar et a peccat ....
E a sua volta Brunetto Latini definiva il jugleor —
cil qui converse entre la gente d ris et à geu, et
moque soi et se fame et ses enfanz et touz autres —
Non è a dire se dame e cavalieri ambissero le lodi
che alla bellezza e al valore tributavano i trovatori,
e se la poesia provenzale, che al pari dell'antica fu
sempre cantata, divenisse ministra dei loro amori.
Ond*è che il subbietto, o, come dicesi oggidì, il con-
tenuto dei loro canti era pressoché sempre T erotico-
Questo amore per altro fu più spesso pensato che non
sentito, e più lampo di fantasia che slancio di cuore.
Dico più spesso: poiché talora T amore innalzavasi ad
una idealità senza pari. Basti l'esempio di Giuffredo
Budello, che preso della contessa di Tripoli, si mette
in mare, e giunto in Soria muore a' suoi piedi. La
contessa di Die, la Saffo della Provenza, alla morte
di Guglielmo Ademaro si rende monaca, e respinge
ogni terreno conforto. In generale per altro i lor canti
informavansi a quei principi di cavalleria ch'erano
consoni di quell'età; e poiché questa istituzione pog-
giava su norme invariabili e su leggi precise e dal-
l'universale accettate, ne seguia che il carattere in-
dividuale de' rimatori e il divario delle singole pas-
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311
sioni non poteano in essi mostrarsi e spiccare. La
venustà della forma e l'armonia de' modi nuli' altro
in lor ricercavasi: identiche nel resto le fattezze e
i colori. Da ciò la scarsa efficacia delle lor rime. Co-
stretti a celebrare la virtù o la bellezza delle più
nobili castellane' che rado poteano appressare, e che
di tanto lor soprastavano per chiarezza di natali e di
censo , r inno d' amore tramutavasi in un' arte ridotta
a sistema e in un gergo convenzionale , che costituisce
appunto il carattere dei poeti occitanici , i quali pro-
fessavano amare le donne, soltanto — par forine de
soulaz — È in essi quasi generale la massima di
corteggiare le dame pel solo vantaggio che dall'a-
more può lor derivare; cosi affermano i migliori tra
loro, come Bernardo da Ventadorno ed Elia Cairello,
che ad una castellana da lui lungamente esaltata,
scriveva: — s'io vi lodai, ciò non fu per amore, sì
ben per l'onore e il vantaggio ch'io ne sperava. —
Vano sarebbe del pari cercare in essi un qualche ri-
chiamo a storiche allusioni o a reminiscenze di clas-
sici, dal nome di Virgilio infuori, ricordato, a mo'
d'esempio, da Elinando e da Giraldo di Calansone
intorno al 1220, non certo per averne avuto i versi
ftUe mani , ma per le note leggende che correano al-
lora delle sue virtù telesmanìche ; poeti per lo più
digiuni di lettre e senza impeti d'affetto, rado è che
esprimessero il fervido linguaggio della passione. La
poesia de' trovatori, simile all'aurora boreale delle
notti polari , splende ma non iscalda , né diffonde la
vita.
Tuttavia, come tiene il Sismondi, non dobbiamo
atteggiarci a soverchio rigore nel giudicarli dietro la
lieve impressione e le scarse orme che lasciarono
nella nostra memoria; né assi a dimenticare anzi-
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312
tutto eh' e' vissero in un'età d'ignoranza e barbarie.
Inoltre; non sempre e' si racchiusero nell'angusta
cerchia de' sospiri amorosi; che talora, e certo con
più efficacia di modi, seppero combattere a viso aperto
i mali portamenti del tempo, e quando la spada del-
l' infeme Monforte ne disertò la contrada, avventa-
rono dardi avvelenati contro la corte di Roma. In
questi casi la lor poesia si solleva , acquista intendi-
menti virili e dignità storica.
Giova recarne alcun saggio. Pier Cardinale così di-
pinge i sacerdoti dell' età sua : — Tutto tramutasi
in armi nelle man di costoro, indulgenze, perdoni,
diavolo e Dio; a taluni, aprono il cielo colle indul-
genze: altri cacciano nell'inferno colle scomuniche:
calano fendenti contro cui non può usbergo: né v'ha
laccio cui non sappiano meglio aggroppare. Non si dà
maleficio cui non assolvano^ e per danaro consentii
rebbero agli usurai ed ai rinnegati la sepoltura, che
pur niegano ai poveri , perché non han modo a pa-
garla. Vivere oziando, sattoUarsi di pesce, di pan
buffetto e cioncare i vini più prelibati, ecco come
spendono l'intera vita. Foss'io pure del bel numero
uno , se a questo prezzo s' acquista l' etema beati-
tudine! — E Guglielmo Figuera a sua volta can-
tava: — che il divin Spirito, il quale assunse umane
forme, porga ascolto a' miei voti, e t'infranga il ro-
stro, Eoma; duro fatica a comprendere i tuoi in-
ganni verso di noi e verso i Greci. Tu, o Eoma,
trascini i ciechi nell'abisso con teco; tu valichi i
confini da Dio segnati, dacché assolvi le peccata per
oro che Dio ti contristi, o Eoma, città di guasti
costumi e di mala fede! —
Egli é noto qual potentissima azione esercitassero
questi sirventesi sulle mobili fantasie popolari, e
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313
quanto servissero ad infiammarne gli spiriti. Narrasi
che i canti di Bertrando da Bormio visconte d'Alta-
forte in Perigordo corressero di bocca in bocca, e
nelle battaglie del re d' Inghilterra Enrico II e dei
suoi figlinoli destassero tale ardor bellicoso , che dalla
Garonna alle foci della Senna n'arse tutto il paese.
E forse tai scene di sterminio e di lutto eccitate dai
versi di quel riottoso barone avea presenti Dante
Alighieri, che cacciavalo neir inferno ad espiare i
suoi malvagi punzelli in quella tremenda pittura, a
cui non so quale altra possa eguagliarsi.
Con Guglielmo IX di Poitiers (1071-1072) s'apre
la lunga serie dei trovatori acquitanici, per lo più
cavalieri che si davano all'arte de trobar pel solo
amore dell'arte: o vuoi menestrelli e giullari [mini-
strales, ministrellae , jaculatores etc.) che seguiano i
lor signori e ne accompagnavano i canti col suono:
ovvero andavano in volta da. soli recitando i versi
altrui , tutti accolti festevolmente del pari nelle corti
de' grandi, e di ricchi doni onorati , a tale che spesso
ne ìmpoveriano i più doviziosi baroni. Alberto Mala-
spina per soverchia larghezza dovè spogliarsi d'una
gran parte de' suoi possedimenti in Yaldimagra; il
conte di Tolosa facea d' un tratto distribuir loro cento
mila soldi d'argento; la liberalità del Delfino d'Ai-
vemia costavagli metà del ducato.
Fra i più qualificati proteggitori della poesia pro-
venzale, che coir estendersi dello spirito cavalleresco
s'allargò in pressoché tutt^ Europa, van noverati i
conti di Provenza, cioè Raimondo Berlinghieri IH,
(1167-1181) il di lui figliuolo Alfonso II, (1196-1209)
non che il di lui successore Raimondo IV. Il quale
avendo impalmata la leggiadra Beatrice figliuola del
conte Tommaso di Savoja, (1200) convertì la sua corte
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314
in una vera scuola di valore e di gentilezza, ospi^
tando il fiore dei trovatori, che con canzoni, ballate,
favolelli, ronde e novelle d'amore teneano viva la
fiamma dell' arte. Presso di lei convenivano la sua
cugina Beatrice Fieschi nipote d' Innocenzo IV, Alice
dei marchesi Carretto, Agnese di Saluzzo, la mar-
chesana di Massa e la principessa Barbossa^ che avea
fra tutte la palma per istudio di civiltà e gentilezza.
Andarono del pari celebrati come amici del canto e
dei rimatori i conti di Tolosa, fra i quali primeggia
Eaimondo V (1148-1194) che accolse presso di sé i
più lodati poeti dell' età sua : Pietro Eoggero , Ber-
nardo di Yentadorno e molti altri. Il successore di
lui Eaimondo VI rade volte potè volgere il pensiero
alle squisite eleganze dell'arte, perocché la crociata
contro gli Aibigesi riempie di micidì e di sangue i
suoi stati. Ne' quali esterminì andò del pari travolto
il di lui figliuolo Eaimondo VII , che pur volle sempre
al suo fianco Eaimondo di Miravalle, rimatore per qud
tempi assai chiaro. Né fra i più ardenti amici della
poesia provenzale devonsi lasciare in disparte Eie?-
Ciardo Cuor-di-leone , dapprima conte di Poitou e
poi re d' Inghilterra : il conte Guglielmo , signore di
Monpellieri: i conti di Marsiglia e d'Oraijge della
casa del Balzo , quei d' Alvemia , di Eodes e di For-
chalchiero, ed altri assai che tennero presso di sé e
altamente onorarono i più celebrati cantori.
I nomi dei quali troviamo in parte raccolti in un
brano del Trionfo d' Astore di quel Petrarca, che
vissuto lungamente in Provenza e amante di una bella
avignonese, seppe al pari de' trovatori, che pur di
tanto avanzò, accoppiare l'armonia del pensiero al
nitor della forma:
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v'era un drappello
Di portamenti e di volgari strani.
Fra tutti il primo Arnaldo Daniello,
Gran maestro d' amor , eh' alla sua terra
Ancor fa onor col suo dir nuovo e bello.
Eranvi quei ch'amor si lieve afferra,
L' un Pietro e V altro , e il men famoso Arnaldo :
£ quei che fur conquisi con più guerra,
I* dico r uno e l'altro Raimbaldo
Che cantò per Beatrice in Monferrato:
E il vecchio Pier d'Alvernia con Giraldo;
Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato
Ed a Genova tolto , e sullo stremo
Cangiò per miglior patria abito e stato.
Giunfré Rudel ch'usò la vela e il remo
A cercar la sua morte: e qu§l Guglielmo
Che per cantare ha il fior de' suoi di seemo;
Amerigo, Bernardo, Ugo ed Anselmo:
E mille altri ne vidi , a cui la lingua
Lancia e spada fu sempre e scudo ed elmo.
Né debbo lasciare senza ricordo le virtuose donne
eh' emularono nella gloria del canto gli stessi uomini:
tali la già memorata contessa di Die, Lombarda To*
losana, Almuccia di Castelnoyo, Maria di Ventadomo,
Alamanda ed altre assai. Esse sedeano giudici nelle
Corti d'amore, che teneansi nelle residenze de' prin-
cipi e de' baroni, a Romannino, a Signa e a Pietra-
fuoco, e appresso in Avignone, in Marsiglia e in
Tolosa ; specie di tribunali in cui agitavansi quistioni
d'amore e se ne pronunciavano le decisioni, dette
francescamente arresti, intiamen, giudicamenti , le
quali aveano universalmente forza di leggi Fra le
donne italiane che sedettero in questi femminili areo-
paghi trovo 4e marchesane di Monferrato, di Sa-
luzzo, dei Malaspina e d'Este, e un'Emilia di Ra-
venna di cui non mi venne fatto di rinvenire il ca-
sato, non che le contesse di Provenza e di Vienna
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nel Delfinato, ambo fiorì sorti in suolo italiano e tra-
piantati oltralpi a spandere in quelle corti i loro
schietti profumi. Né le sole cose d* amore costituiano
r obbietto delle lor decisioni ; talora avvenia che fos-
sero chiamate a giudicar piati e contrasti di ben
maggiore momento. Tale , a mo' d' esempio , fu la ten-
zone ch'arse fra due trovatari, Raimondo di Mira-
valle e Bertrando Alamannone; quale, cioè, fra le
due nazioni provenzale e lombarda soprastasse per
nobiltà ed eccellenza di pregi. Tenea Raimondo che
tal fosse la provenzale^ come quella che sopra ogni
altra abbondava di rimatori e cavalieri, di guisa che
tanti capitani non uscirono dal cavallo trojano , quanti
dicitori in rima e illustri baroni fioriano in quella
regione. Stava per l'opposta sentenza Bertrando, ma
quali ragioni mettesse innanzi a sostenere la preva-
lenza della Lombardia, non giunse a nostra saputa.
Bensì è noto che una tale controversia fu rimessa
alla corte d'Amore residente a Pietrafuoco ed a Signa,
che giudicò doversi tal primato concedere alla Pro-
venza, il cui poetico idioma andava innanzi a tutte
le lingue volgari. L'ultima corte d'amore di cui ab-
biasi qualche menzione, si raccolse in Avignone da
Fanetta de' Gantelmì, illustre poetessa e zia dì Laura
celebrata da Francesco Petrarca.
La febbre che invade i di nostri di tutto distrug-
gere, non potea per fermo lasciare illese le Corti di
amore: e Federico Diez si tolse il carico di cancel-
larle dalla istoria, come una pretta invenzione del
Nostradamus. Giova riferirne la conclusione: — Quanto
si andò finora favoleggiando sulle corti d'amore ri-
ducesi, storicamente parlando, all'uso che correva in
Provenza d'assoggettar le querele degli amanti e le
tenzoni poetiche al giudizio di personaggi da ciò; e
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per quanto ragguarda la Francia, all'esercizio che
faceasi ne' signorili ritrovi d'arguzie e bei modi. —
Senonchè a fronte di tante autorità quante son quelle
che affermano V esistenza de' tribunali d' amore , le
cavillose argomentazioni del Diez non ponno aver
peso che vaglia. Il celebje André le Chapelain, che
visse alla corte di Francia tra il 1150 e il 1170 nel
suo libro De Arte Amatoria (che fu in tanti luoghi
imitato dappoi dal Boccaccio) toglie ogni dubbiezza in
proposito.
Moltissimi fra i rimatori provenzali scesero, come
vedremo più innanzi, ad allegrare de' lor canti le
corti dei signori italiani. Né ciò deve ingenerar me-
raviglia , se si fa stima de' stretti nodi che congiun-
gevano allora la Gallia narbonese alla nostra peni-
sola , la quale aveale dato il suo reggimento munici-
pale, e fermato trattati di commercio e d'alleanze
fra Genova, Pisa e Gaeta con Marsiglia, Narbona,
Arles e Monpellieri ; ond' è che gli antichi vincoli si
rafforzarono , la lingua d' oco si diflftise , e i suoi poeti,
valicando l'Alpi, non reputavano trovarsi in terra
straniera. Arrogo un altro fatto gravissimo, che li
costrinse a chiedere all'Italia un asilo, e quella li-
bertà d'ispirazione, che più non trovavano nell'in-
sanguinata lor patria. Accenno a un tratto d'istoria
che farà fremere ogni anima onesta, ma che reputo
necessario a chiarire la lor dispersione e la piena
estinzione della letteratura occitanica.
Innocenzo III avea detto: — essere egli omai
stanco delle imprese d'oriente che troppe vite co-
stavano alla cristianità. — Una crociata in regioni
men remote e più doviziose stava ne' disegni di Roma:
e parvero acconci a tal uopo i paesi meridionali della
Francia, ove Valdesi e Manichei trovavano un sicuro
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ricovero: ove il giogo pontificale era scosso: ove la
libertà avea posto sua stanza : ove una civiltà caval-
leresca e una adulta coltura rendeano impossibili le
esorbitanze della curia romana : ove infine V amore e
la donna , resi oggetti di riverenza e di culto , troppo
si dipartiano dalle tetre dottrine di Roma, che ma-
lediceva la terra per le speranze del cielo.
E Roma non potea perdonare il vedersi tenuta dam-
meno e presi a dileggio i suoi sacerdoti e i suoi ve-
scovi : i quali invero meritavano la pubblica esecrazione
per gli sconci lor portamenti e i vizi in cui s' imbe-
stiavano. Leggesi che Y arcivescovo di Narbona , an-
ziché intendere alle cure del suo pio ministero, cor-
resse le contrade a cavallo co' suoi canonici, preceduto
da una banda di berrovvieri aragonesi , coir opera dei
quali rompeva ad ogni misfatto; né gli altri vescovi
porgeano esempi migliori, amando sovra ogni cosa,
come canta un trovatore: — le donne candide, i vini
vermigli, le vesti peregrine, i bei cavalli e il vivere
largo: dove a Dio piacque chiudere in povertade i
suoi giorni. — Intemerati per converso i costumi dei
Manichei, dei Catteri, dei Giudei, onde abbondavano
Albi, Beziers, Foix, Carcassona e i suoi territori. '
Tolosa erane il focolare ; Raimondo V suo conte, come
pur Esclarmanda di lui sorella e tutti quei di sua
stirpe parteggiavano pe' novatori ; la Settimania e le
signorie de* Pirenei ne formicolavano del pari : i ca-
stelli di Beziers e di Foix designavansi come sedi di
scisma e di scandali: il conte di Comminges era in-
colpato d' avere tre mogli : Raimondo VI mostra vasi
ancor esso inchinevole alle empie dottrine e veniva
da Roma additato come — membro del diavolo, ac-
cerrimo persecutore della croce e della chiesa, pun-
tello degli eresiarchi, carnefice dei cristiani, mostro
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di perdizione , apostata involuto di crimini e ricetta-
colo d' ogni peccato. — Pietro II signore di Monpel-
lieri e Alfonso suo fratello conte dì Provenza amici
de* ghibellini italiani e collegati con Giovanni re di
Inghilterra, il gran nemico dei papi, anziché perse-
guitar gli eresiarchi , amavano ancor essi .tener corte
bandita e ospitar cavalieri e trovatori.
Innocenzo III tentò dapprima di spegnere le inva-
denti eresie coir opera della sola forza morale: e
commise a' suoi legati, che di conserva co' vescovi
di quelle contrade ne arrestassero i funesti progressi.
Invano ; ciò era serbato soltanto a queir Arnaldo
Amauri abate de' Cistercensi, sotto la cui cocolla di
monaco fremeano i sanguinari istinti d'Attila stermi-
natore. L'uccisione di Pietro di Castelnovo spinse il
papa ad affrettare l'impresa. E' si volse a tal uopo
a tutti i baroni e cavalieri di Francia, e a re Filippo
scriveva: — sorgi, guerriero di Cristo! Il sangue del
giusto leva fino a te la sua voce. Imbraccia lo scudo
della Fede e corri a distrugger gli eretici, che sono
alla chiesa nemici più infesti de' Saraceni. —
E la crociata bandivasi. Da ben milleduecento con-
venti sbucarono a un tratto innumerevoli turbe di
monaci, che inondarono quai furie l'Italia, la Ger-
mania e la Francia a predicare la guerra ^nta. Quanto
di più crudele e nefario aggiravasi per la cristianità,
scagliossi sull'infelice Provenza, tiratovi non solo dalla
voce del pontefice, che assentia remissione generale
di tutte le colpe e concedeva a' guerrieri — di non
più corrispondere i frutti dei debiti loro, quand'anche
gli avessero promessi col giuramento, finché durava
r impresa — quanto mossi dall' ingordigia di spogliare
quelle fiorenti città, que' sontuosi castelli, sede del-
l'amore, della bellezza e del canto.
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320
La prima vittima fa Eaimondo VI di Tolosa, che
atterrito a quel nembo di guerra, sperò col piegar la
cervice ai comandamenti di Boma, di liberarne il suo
popolo. Vano error lusingavalo. Dopo aver dovuto in
pegno di sua fede cedere ben sette delle più agguer-
rite sue rocche, fu tratto ignudo sul vestibolo della
chiesa del beato Gilles, e costretto innanzi ad una
accolta di vescovi a sacramentare sul Corpo di Cristo
e sulle reliquie de' Santi, d'obbedir ciecamente ai
loro voleri. Indi gettatagli una corda al collo, venne
così trascinato in chiesa e flagellato aspramente dal
truce Legato. A questo prezzo d'infamia fu assolto e
riconciliato con Roma. Inauditi gl'incendi, le deva-
stazioni e le stragi. Non può leggersi senza un pro-
fondo senso di strazio il poema che ne tesseva Gu-
glielmo di Tudela, per quantunque cattolico e segni-
tatore della fazione papale. Il racconto della morte
della contessa di Lavaur costringe alle lagrime; im-
perocché i crociati dopo aver sospeso alle forche il
di lei consorte Almerigo di Monreale con un' eletta di
cavalieri venuti a lor mani, ed arso oltre a quattro-
cento Albigesi, presero l' infelice Giralda, e cacciatala
in un pozzo, la seppellirono sotto un monte di sassi.
E il poeta narrando il supplizio d' Almerigo e de' suoi
e l'atrocità ft un tal fatto, è costretto ad esclamare:
Cane mais tant gran baro en la crestiandat
No cug que fo pendutz ab tant cavalier de iatz :
Que sol de cavaliers n*i a la dono comtat
Trop mais de quatre yins, so me dìg un clergat,
E de sels de la yila ne mes om en un prat
Entro a quatre cents que son ars e cremat
Estiers dama Guirauda qu'an en potz gitat.
De peiras la cubriron^ den fo dolz e pecatz,
Que ja nuls hom del segle, so sapchatz de vertatz,
Ne partirà de leis entro agues menjatz.
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321
Intanto a Bé«iers si scannavano da quaranta a ses-
santamila uomini, cattolici ed eretici alla rinfusa,
poiché TAmauri non potendo sceverar gli uni dagli
altri avea detto: — ammazzateli tutti: Dio saprà
discemere i suoi. — La città saccheggiata andò preda
del fuoco (22 luglio 1209). A Carcassona, a Tolosa,
dovunque insomma, si passarono gli abitanti a fil di
spada, finché la battaglia di Mìireto e il concilio la-
teranese del 1215 suggellarono la morte di quella de-
solata contrada. La crociata durò ben venti anni, dal
1209 al 1229; la Provenza si converti in un lago di
sangue : Y eredità di Eaimondo di Tolosa passò a mani
di Luigi IX, che unia quella regione alla Francia.
Splende fra tante immanità memorando l'esempio
delle donne di Tolosa che con eroico furore si tra-
vagliarono alla difesa della città, in cui una man
femminile tese la macchina che avventò il grave ma-
cigno , onde r esecrando Monforte n' ebbe sfracellate
le tempia (25 giugno 1218). E la storia infamando le
sue opere bieche non può non avvolgere nella stessa
maledizione Alice di Montmorency sua consorte, che
fu r anima di quella crociata, ne diresse le fila e le
stragi, recandosi ella stessa a spiare i nemici e a
sollecitare soccorsi. Giustizia vuole che a questi nomi
s'aggiunga quel di Folchetto, che di trovatore, come
vedremo più innanzi, tramutatosi in vescovo, ebbe
larghissima parte in quei saturnali di sangue; non
che quello di Domenico d'Osma, sul cui capo pesa
del pari l'esecrazione de' secoli, sia per essere stato
eccitatore e partecipe di quegli eccidi, sia per aver
dato allor vita alla più fanesta istituzione ch'abbia
mai contristato il genere umano: io vo' dire il San-
t'Ufficio, che rinnovò in nome di Cristo gli altari a
Moloc. Eppure, strana contraddizione, buono era il
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 21
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322
SUO cuore e temperato a' sensi d'umanità e di mi-
tezza; senonchè fu pervertito nel credere che Dio
comandasse di affogare in torrenti di sangue l'ere-
tica pravità: dove Dio per converso non chiede se
non rammenda e il perdono.
Le lettere provenzali non poteano sopravivere alla
perdita della loro libertà. Le sorgenti d'ogni vivida
ispirazione eransi a un tratto essicate: in bando la
gioja : gemeasi , né più si cantava — Se deult , gemit
et se lamente, plus que rCesjouit, ni ne chante —
come allora dicevasi. Arroge che Bianca di Castiglia
introducendo in Francia il Santo Tribunale , apri
una nuova era di sangue contro coloro che erano
sfoggiti al ferro di Monforte e ai roghi d'Arnaldo, il
truce arcivescovo di Narbona. I cantori infatti am-
mutirono: se alcuna voce levavasi, fo l'eco dei
sirventesi, che alcuni animosi scagliavano contro i
satelliti della crociata albigese, in ispecie il già ac-
cennato Pier Cardinale, che fieramente cantava: —
Io vo' tenermi discosto dai misleali chierici, che hanno
in sé raccolto ogni orgoglio , ogni fraude ed ogni rea
cupidigia. Essi hanno stretta una lega col tradimento,
e a forza d'indulgenze ci han rapito quell'ultima
reliquia di bene che tuttavia ci restava. E ciò eh' e'
giungono ad abbrancare, san guardarlo davvero! Né
Dio né gli uomini saprebbero ritorlo loro di mano.
Vano pensiero il correggerli ; quanto più sono in alto,
tanto più difettano di fede e abbondan di fraudi
A farla di spogliare le chiese e rapinare ogni cosa,
a farla d' ingannare e mentire , gli empi sacerdoti si
sono resi signori del mondo, calpestando coloro che
avrebbero dovuto governare e indirizzare a buon fine.
Ben seppe Carlo Martello lor mettere un freno; ma
e' ben s' accorgono che i principi odierni vanno privi
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323
affatto di senno; e perciò san costringerli a far ciò
che loro meglio talenta, e ad onorare ciò che si do-
vrebbe esecrare. Io li veggio adoperarsi a tutt'uomo
per conseguire V impero del mondo : e Y avranno per
fermo, poco importa del come; e' T avranno sia usur-
pando, sia donando, o colle indulgenze o colle ipo-
crisie, a forza d'assolvere, di mangiare e di bere,
o predicando o lanciando pietre; e' l'avranno o da
parte di Dio o da quella del diavolo. —
Non pochi altri poeti a lui s'unirono per verberare
le inaudite sevizie di quella guerra che sperperò la
Provenza, il cui dolcissimo idioma venne da Onorio IV
proscritto colla Bolla di fondazione della università
di Tolosa , inculcando lo studio del latino e l' esecra-
zione di quella lingua in cui tanto si scrisse in ispreto
del clero. Allora quel poetico idioma smarrivasi negli
odierni volgari , il limosino , il guascone , l' alverniate,
il lionese e parecchi altri. L' eletta dei trovatori die
le spalle alle fumanti rovine della sua patria; molti
d' essi varcarono i Pirenei chiedendo un asilo ai prin-
cipi della Catalogna , d' Aragona e di Castiglia ; i più
scesero nella nostra penisola, ove furono lietamente
accolti nelle corti di Federico II, dei marchesi di
Monferrato, d'Este, dei Malaspina e dei signori di
Verona e Trevigi. Primeggiano fra questi esuli illu-
stri Elia Cairello , Eambaldo di Vacquiera, Oggero di
Vienna, Guglielmo Della Torre l'amico di Bordello,
Elia di Bargioli famoso per la sua perizia nel canto,
Nues de Saint-Cyr, Guglielmo Figuera, Alberto di
Sisterone, Amerigo de Belenoi lodato da Dante, Ame-
rigo de Peguillano, Guacelmo Faydito/ Eambaldo di
Beauyau, Bertrando d'AUamanone e parecchi altri.
Vero è che un secolo appresso si vide in Tolosa l'i-
stituzione de' giuochi floreali, e il buon re Eenato
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324
tentò risvegliare in Aix gli echi della letteratura oc-
citanica; ogni tentativo andò vano: essa non potè più
evocarsi dalla soa sepoltura.
Grandissima fa l'influenza che i trovatori proven-
zali esercitarono sui troveri di Francia, sui minne-
singeri della Germania e sui rimatori portoghesi, i
canti de' quali, già sepolti nelle biblioteche di Li-
sbona e di Roma, furono di recente desti a nuova
vita dal MonacL Quanto alle lettere nostre, se ci re-
chiamo alle mani gli scritti del Bembo, del Varchi,
dello Equicola, dello Speroni, del Gravina e di altri,
parrà a primo aspetto che la italiana poesia sia figlia
della provenzale, la quale, come di tempo, cosi l'a-
vanza d'assai per la sua diffusione. Il Castelvetro,
il Perticari ed altri non pochi tengono per converso
che la lingua e la poesia nostra abbiano avuto il
proprio lor svolgimento, indipendentemente da ogni
azione straniera. Fra queste opposte sentenze il Millot
nel discorso che precede la sua storia della lettera-
tura dei trovatori, ponendosi in mezzo, scrive: —
I Provenzali spianarono bensì la via agli Italiani, e
loro fornirono esempi da imitare e strumenti da ese-
guire ; ma pur era destino che quest' ultimi , appresi
appena i primi passi, dovessero servire eglino stessi
di norma nel poetico arringo; e nulla torna più a
gloria de' trovatori, che l'aver avuto discepoli, i quali
a breve andare d' assai gli avanzarono. — I proven-
zali ci diedero il seme: noi crescemmo la pianta.
Non può mettersi in dubbio che nel secolo XIII e
forse anche più innanzi, la conoscenza delle lingue
d' oU e d' oco s'introducesse in un col principio caval-
leresco in Italia; la francese, al dir di Dante, pri-
meggiava nell' epica : nella lirica la provenzale. Egli
stesso conobbe e poetò, come è fama, in tal lingua.
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325
che poi lasciò in disparte per seguir T italiana, mor-
dendo aspramente coloro che Tanteponeano alla no-
stra; tutti sanno eziandio che lo stesso Petrarca ne
fu studiosissimo. La poesia d'arte che noi troviamo
in corte di Federico II e in riva all'Amo, dovea ri-
sentirsi di questo contatto : onde la tendenza a quella
forma allegorica, che ci venne d'oltralpe, quando di-
volgessi fra noi il RoTnanzo della Rosa, che fu uno
dei libri più popolari di quell' età. Nondimeno , pur
mentre ammettiamo una qualche intromissione d'ele-
menti stranieri, siam costretti col Diez a sostenere
che la nostra poesia fu nazionale ed indigena, tante
e sì notevoli son le fattezze paesane eh' essa presenta.
A chi volesse provare una influenza diretta sul lin-
guaggio italiano, recando esempi di parole e di modi
passati dal provenzale nel nostro volgare , diremo che
avendo le due lingue ma fondo comune tra loro, queste
parole e questi modi poteano appartenere del pari ad
entrambe; diremo che se i nostri volghi traevano in
ressa ad udire i racconti che i cantastorie d* oltre-
monti faceano delle imprese d'Oliviero e d'Orlando,
mentre nelle corti il rapsodo italiano riprodricea non
poche delle forme vuote e leziose della melopea pro-
venzale, v'era pur anco tra noi una forma nazionale,
e non accattata, quale ci si appalesa nella inscrizione
ferrarese del 1135: in quella degli Ubaldini del 1184:
ne' versi di Guglielmo di Lisciano per lo ingresso di
Arrigo VI in Ascoli del 1191: nel cantico del Sole
di S. Francesco d'Assisi, e ne* versi ch'ei prese per
testo d' una sua predica in Montefeltro del 1224. Vero
è per altro che la lingua e i dialetti italiani non an-
cora ammorbiditi dall'uso e avezzi soltanto a riso-
nare sulle labbra del popolo, non porgevansi acconci,
lo dirò coir illustre Carducci: — a ricevere la studia-
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tissima forma troyadorica e a rendere le sottigliezze
dell'amore cavalleresco. — Il perchè parve a' nostri
più agevol cosa l'usare a ciò la lingua stessa pro-
venzale più atta ad esprimere una poesia eh' era —
tale un sistema artificioso d'idee complicate e riflesse,
di sentimenti squisiti ed affettati, di convenute sot-
tigliezze e di forme consecrate ed immutabili, che
ricercava una lingua , se non doviziosa , raffinatissima
e nata insieme con i concetti tutti speciali a cui do-
veva addattarsi. — Non pertanto le canzoni di gesta
e i cantari di piazza , sebben valevoli ad inebriare le
turbe , non poteano esercitare efficace azione sulle let-
tere nostre; e piccioli del pari furono gl'influssi dei
trovatori, i quali usando soltanto alle corti di prin-
cipi, non aveano contatto alcuno col popolo, di cui
non contribuirono a dirozzare la lingua. E invero,
due di essi soltanto c'è noto avere alle feudali ca-
stella preferito le taverne e le bische : cioè Guglielmo
Figuera, che condottosi in Lombardia ad esercitarvi
l'arte del canto, antepose alle sale de' ricchi signori
i tuguri del volgo; e Guglielmo della Torre, che
avendo rapito la moglie d'un barbiere a Milano, seco
trassela a Como; e quando essa morì la sua ragione
ne fu tocca di guisa, che ogni notte solea disumarla
e abbracciarla per chiederle s'ella fosse ancor viva.
Cacciato da quei del paese, trovò un indovino il qual
gli promise che ove avesse recitato il salterio e data
r elemosina a sette poveri il giorno pel volgere di un
anno, ella tornerebbe in vita; ciò fece, finché atte-
sala invano per assai tempo, si lasciò anch'esso di-
speratamente morire. L'arte nova, popolare e nazio-
nale già metteva i suoi vagiti in Italia, prima che
i rimatori d'oltralpi venissero a incepparne lo svol-
gimento e ad alterarne la nativa freschezza.
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Non entra nel mio istituto il divisare la parte tec-
nica ossia la ragione de* versi e i vari generi della
poesia provenzale, come anche dei nomi assegnati alle
loro diverse composizioni. Altri dottamente già il fece
e fra noi, primo di tutti, il Galvani, il quale non
cessa di raccomandare lo studio di questo idioma, in
cui si sentono i costrutti, le sintassi, quegli stessi
bei partiti e scorci di lingua, quella giacitura, in-
somma, di periodo, e quel tesoro di parole e di modi,
che in tutto ricorda l'antica lingua materna.
/
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GAPO XVI.
TROVATOEr PROVENZALI IN ITALIA
SOMMARIO.
Federico Barbarossa e i principi provenzali in Torino — Boni-
facio I e le sue corti di Monferrato — Pietro Vidale, sue av-
venture, suoi canti — Guglielmo Faidito e altri poeti occi-
tanici — La corte di Ferrara — I Malaspina — Altri signori
italiani — Federigo II — Cobbole di Pier Vidale in onor
di Manfredi — Amerigo di Peguillano n' esalta il valore in-
felice — Corradino e il canto d'Acycart del Fossat — Pier
Cardinale e i Vespri siciliani.
Fu assai controverso se tra i primi trovatori
che varcassero l'alpi s'abbia a noverare quell'Og-
gero di Vienna, di cui si fa cenno in qualche cro-
naca, non piuttosto quel Bernardo di Ventadomo,
detto il Trovatore gentile, che segui il Barbarossa, e
che alcuni ritengono come il vero anello di rannoda-
mento fra la GTallia meridionale e la penisola italica.
Disceso nel 1154 Y imperatore fra noi, /cominciò a
volgere il guardo ai signori provenzali, che intendea
legare alla sua parte; e infatti otto anni appresso,
distrutta Milano, a se li volle soggetti, e bandì so-
lenne corte in Torino a tal uopo. Ed essi sotto la
scorta di Eaimondo Berlinghieri conte di Provenza,
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330
convennero a quella dieta, traendo seco i lor poeti, i
lor menestrelli, i lor cantorì. De' quali Federigo I
assai compiacevasi, come quelli che ne diceano le
lodi: anzi è fama ch'egli accogliesse il corteggio di
que' baroni e di que' rimatori con i versi seguenti,
divenuti allora assai celebri:
I Plas mi cavalier frances ,
£ la domna catalana,
/ E l'onrar del Genoes,
£ la court de Castellana:
y Lou cantar provencales,
E la danza trevisana,
E lou corps aragones,
E la perla juliana :
La mans e kara d'Angles,
E lou donzel di Toscana.
Da quel giorno i prìncipi italiani e alemanni apri-
rono l'animo alle seduzioni del canto. Primi fra tutti
i marchesi aleramici, fosse la vicinanza loro con
Francia o innata cortesia, ebbero intelletto di poesia
e s' intesero nella lingua dei trovatori, convertendo
il Monferrato in una seconda Provenza. I canti onde
esultavano le corti d' Aix e di Tolosa rinnovellaronsi
alle falde delle alpi. Splendidissimo fra tutti il mar-
chese Bonifsicio I e non III, come generalmente si
tiene. Noi troviamo nelle sue corti di Pontestura, di
Moncalvo e di Trino, oltre Eambaldo di Vaquiera, di
cui diremo con suflBiciente larghezza più innanzi, quel-
l'avventuroso Pietro Vidale (1195), che corre pres-
soché tutta Europa, canta tutte le castellane, sposa
a Cipro una greca, aspira al trono di Costantinopoli,
e va famoso pel bacio furato alla viscontessa Ade-
lasia moglie di Barai signore di Marsiglia. Imperocché
penetrato fartivamente nelle sue stanze e scortala in
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preda al sonno, s' inginocchiò innanzi a lei e bacioUa
in bocca. Ella svegliatasi al calor di quel bacio e
pensando le venisse dal proprio marito, si alzò sor-
ridendo; ma visto appena il Vidale, ruppe in istrida
e chiamò le sue damigelle che cacciarono l'audace
poeta. Narrato quindi il caso al consorte, volle ne
prendesse acerba vendetta. Ma quei da valente e savio
uomo qual era, tolse la cosa a solazzo, e riprese dol-
cemente la moglie d' aver levato tanto rumore pel
fatto commesso da un folle.
Non pertanto questi temendo le vendette d' Adelasia,
si recò in Genova, da dove passò con re Riccardo in
oriente.
E folle invero teneasi per molti, quando m ispecie
r udiano raffermare i suoi dritti sul trono di Costan-
tino. Per questa sua bizzaria egli ebbe a patire due
fiere cobbole lanciategli contro dal marchese Federigo
Malaspina Lancia, che noi diamo stupendamente vol-
garizzate dal Galvani:
Imperatore avrem di tal maniera
Che non ha senno alcun, né rimembranza;
Un più ubbriaco non sedè in cadriera,
Né un più volpino portò scudo e lanza,
Né un più vigliacco calzò mai lo sprone,
Né più malvagio fe' verso o canzone,
E sol gli manca che pietre non lanza.
Spada vogli'io che su pel capo il fera,
Dardo acciarito forigli la panza,
E brocchi vo' gli traggan la lumera.
Poi gli darem del vin per onoranza,
Cappello scarlattin, senza cordone,
E per lancia un gran fusol di bastone,
Poi di qui potrà andar securo in Pranza.
Non pertanto le ^ue poesie andarono lodatissime in
quell'età, massime la canzone per l'alleanza del suo
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signore con i Pisani, che aveano fiaccato l'orgoglio
de* Genovesi, canzone in cui inneggia alla dolce terra
del Canavese, ove spera con V aiuto di Dio e di
S, Giuliano trovar cosi dolce ricetto da non più
tornare in Provenza, e dileggia i Tedeschi, il lin-
guaggio de' quali rassembra, egli dice, un latrato da
cani, n sentimento d'italianità che informa un tal
canto ne induce a riferirne alcune strofe:
Ara m* albero Dieus e san Julias
E la doussa terra de Canaves,
Qu' en Provenza no tornerai leu ges
Pus sai m' accuelh Monferratz e Milas ....
E pus Milas es autz e sobeiras,
Bei volgra patz de lor e dels Paves
E que s'estes Lombardia en defes ....
Lombart, membra us cum Poila fo conquiza
De las donas e dels vaiens baros,
Com los mes Nam en poder de garsos
E de vos lai faram pejor deviza.
Bon' aventura don Dieus als Pigas
Quar son arditz e d' armas ben apres,
Et an baissat V erguelh dels Genoes,
Qm'els fan estar aunitz e soteiras,
Per qu'ieu volrai tos temps Toner de Piza
Quar an baissatz les perfietz ergulhos,
Que sol r enues dels vilas Borbonos
Me trenqua 1 cor e *1 me franch e '1 me briza.
Alamans trob deschauzitz e vilas ....
E lor parlars sembla lairar de cas,
Par qu*ieu no veulth esser senhors de Friza . . .
Ans veulh estar entr* éls Lombartz joyos
Pres de mi dons qu* es blanqu* e blond* e liza.
E pus mieus es Monferratz e Milas
A mon dan giet Alamans e Ties^
E si m creira Richard reis dels Engles
En breu d' ora tornara per sas mas
Lo regisme de Palerm' e de Friza,
Quar lo conquis la soa rezemsos
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333
I vilipendi onde fu fatto segno il Vidale, non tol-
gono adunque ch'egli abbiasi a tenere in altissimo
conto non solo pe' suoi canti , quello in ispecie sulla
Crociata capitanata dal suo protettore il marchese di
Monferrato, quanto pel suo libro suir Arte di raf-
frenare la lingua, e sul concetto eh' egli ebbe del
ministero della poesia, eh' ei considera come il culto
degli alti sentimenti e come il deposito della filo-
sofia universale y e i poeti come gV istitutori delle
nazioni.
Alla corte di Monferrato trasse anche Guacelmo
Faidito vuoi lo Sbandeggiato, che reduce da Pa-
lestina ove accompagnò Eicciardo re d' Inghilterra,
chiese alle aure dell' alpi 1' oblio del suo infelice
amore per Maria di Ventadomo. Ivi ei fece, come è
fama, rappresentare una sua commedia satirica, finché
colmo di ricchi doni, si ricondusse un' altra volta
presso l'amata donna, pur sospirando l'ospitale di-
mora e cantando;
Chanzon, vai tost e corren
Al pros Marques de cui es Monferratz,
Dili que greu m'es, car lai non soi tornatz.
Lunghissima stanza v' ebbe del pari Amerigo da
Peguillano, e vi sostenne un' acerba tenzone con Al-
berto di Sisterone; e dolci ozi vi ritrovarono Elia
di Cadeneto (ma non 1' oblio della sua leggiadra
Margherita di Ries), Ugo de Bersie, Peirolo d'Alvemia
e quel Pistoleta, che già povero giullare ai servizi
del trovatore Arnaldo Marveglia, passò a Torino, ove
indirizzò una canzone al duca Amedeo IV di Savoia.
Ma troppo lunga cosa sarebbe passare in rassegna
que' rimatori, che anteposero i castelli del Monferrato
alle rive del Eodano e della Duranza. Mi ristringo
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ad accennare quel Guido d' Dissello, ch'ebbe a sua
dama una contessa aleramica, finché il legato del
papa gli fé' solennemente sacramentare che non
avrebbe cantato più mai, ed ei tenne fede alla re-
ligione del giuramento. Mori nel 1230. Né lascierò
in disparte Elia Cairello, che spronò ognora con
acri e spesso villane punture il marchese Boni-
facio II a ricuperare il regno di Tessalonica già pos-
seduto dall'avo Bonifacio I e dallo zio Demetrio —
« marchese, diceagli, io vo' che i monaci di Cluny vi
eleggano a loro guardiano o ad abate di Cistello, poi-
ché avete si picciol cuore da anteporre un aratro
e due buoi in Monferrato ad un intero reame in
altre regioni. Eppur si dicea che la prole del leo-
pardo non dischiatta a tal segno da immacchiarsi in
un angolo di terra, a mo' delle volpi. Senza adoprar
petriere né altri arnesi da guerra e murali, voi po-
treste agevolmente possedere il regno di Tessalonica
e molta castella in altri paesi, che qui non fa l'ac-
cennare. marchese, pensate, ven prego, che Orlando
e suo fratello e il marchese Guido e Einaldo e i
Fiamminghi e i Francesi e i Borgognoni e i Lom-
bardi tutti ardiscono dire che voi siete un bastardo ».
— Anche Folchetto da Romano, che sciolse meste note
sulla tomba di Bonifacio I, andò vivamente pungendo
la grettezza del suo successore, che facea troppo
strano contrasto con la liberalità del suo primo si- '
gnore.
Cortese asilo alle muse occitaniche porgea del paro
la ferrarese corte, ove troviamo il già memorato Ber-
nardo di Ventadorno, l' Anacreonte dell' età sua, che
ivi trasse a consolarsi della sventura toccatagli, per
averlo il suo antico signore Ebles UE di Ventadorno
cacciato da se per gelosia d'Adelaide sua sposa,
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amoreggiata da lui. Grande fama e' ottenne fra noi,
in ispecie per una sua canzone in lode di Giovanna
principessa di Casa di Este, canzone che ricorda la
battaglia di Legnano, e incuora V imperatore alla ri-
scossa, — se pur non vuole screditarne in fama e in
valore. — H marchese Azzo VI accolse con ogni di-
mostrazione d' affetto Amerigo di Peguillano, che cantò
Beatrice d'Este, e pianse a calde lagrime la morte
immatura del suo protettore.
S' ieu anc chantiei alegres ni jauzens,
Er chanterai marritz et ab tristor,
Que totz mos gangz torn en dol et en plor,
Per qu* ieu sui tristz e mos cbans es dolens,
Quar lo melhor marques e *1 plus valens
E 1 plus honoratz e '1 plus fis ses falsura
Es mortz lo pros marques d' Est e 4 presane,
Et en sa mort mor pretz e joys e chans
Las! qui sabra mais tan entieramens
Far ad autrui honramens ni honor:
Ni qui aura jamais tan fin' amor
Var SOS amiex ni ves sos bevolens:
Ni on sera mais tan desenbamens
Cnm el marques fo, per que pretz pejura,
Ni qui sabra jamais tan ben dar cura
De totas gens, qu* els privatz e 'Is estrenhs
Sabia tener amics et agradans ?
V ebbero del pari stanza ospitale Folchetto da Ro-
mano, che celebrò Costanza d' Este, e Gugliehno Della
Torre che tenzonò con Sordello, e Raimondo Bistors
d' Arles, e Pietro Willems, i versi dei quali levano
a cielo i nomi di Costanza e di Giovanna d' Este e
della famosa Cunizza. Egli usò del pari alle corti di
Verona e Saluzzo.
Accoglienze non manco liete ed oneste ebbero i
trovatori presso Guglielmo Malaspina di Valdimagra*:
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la cui morte fu pianta in nobilissimi versi da Ame-
rigo di PeguìUano, che n'esalta la cortesia ed il
valore, come quello che fu il primo a crociarsi per
Palestina. — Gran Dio, egli cantava, come si oscurò
il raggio che illuminava Toscana e Lombardia, e al
cui splendore ognuno accorrea senza tema ; quel raggio
che segnava la via ad ogni virtù, come già la stella
d' oriente ai tre re I Nulla più a fere qui resta a
que' venturosi guerrieri, a que' giullari di grido, che
da lungi traeano a visitarlo, e eh' egli sapeva ospi-
tare ed onorare meglio che altro principe al di qua
e al di là de' mari — . È fama che nella di lui corte
Amerigo innamorasse fortemente di una dama di quella
illustre prosapia : onde il trattato eh' ei disse — Las
aìiguissas clamor. —
Al marchese Corrado Malaspina signor di Oramala
(castello fra il tortonese, il bobbiese e il piacentino
in vai di Straflfora) indirizzava una canzone Pietro
Raimondo di Tolosa; di Federigo Malaspina Lancia,
già dianzi accennato, non che d' Alberto, poeti e ospi-
tatori larghissimi di trovatori, diremo con più ac-
* concio a suo luogo.
Al pari delle feudali rocche di Monferrato e di
Valdimagra, le città litorane della Liguria, Genova,
Savona, Ventimiglia e Ni^za allegravansi delle gaje
canzoni de* provenzali. Le cronache genovesi ci ap-
prendono che Lazzaro Gherardini de' Ghiandoni, no-
bile cavaliere lucchese, che nell'anno 1227 sedea
podestà in Genova, reduce da alcune spedizioni guer-
resche, tenne corte bandita, in cui con non pi» vista
larghezza distribuì innumerevole quantità di vesti e
d' altri ricchi doni ai giullari, che v' erano accom
dall' Occitania e da diverse parti d'Italia. Ugo di
San Siro esalta Guido Guerra conte di Ventimiglia;
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337
Folchetto da Romano canta Ottone del Carretto mar-
chese di Savona. Nella quale città e ne' castelli suoi
delle Langhe trovarono onesto ricetto i trovatori pro-
venzali presso la contessa Beatrice sorella di Boni-
fiwjio I, quando vedova di Guigone Delfino di Vienna,
ove per la sua straordinaria bellezza venne celebrata
nei canti di Elia di Gadeneto, d'Amerigo di Peguil-
lano, di Guacelmo Faidito e di Folchetto da Romano,
impalmavasi al marchese Enrico il Guercio della stirpe
aleramica. Al par di lei lodatissima andò dai poeti
per r avvevenza della persona e la cortesia de' modi,
la di lei sorella Ad^lasia, contessa di Saluzzo, che
aveva presso di se accolti e accesi d'amore Pietro
Vidale e Bertrando di Ventadorno. A sua volta Ram-
baldo d' Grange offerse i suoi omaggi e il suo canto
a Beatrice, contessa d' Urgello, figliuola del marchese
Lancia di Busca, vicario ed affine di Federico II e
di Manfredi. Il memorato Ugo di San Siro, intorno
al 1239, riparava eziandio in corte di Alberico da
Romano in Treviso, e un suo sirventese ci fa cono-
scere che anche il terribile Ezzelino era amico del
canto e cortesemente ne accoglieva i cultori.
Se dai castelli dell' alta Italia volgiamo lo sguardo
alla corte di Federico II in Sicilia , ci si farà in-
nanzi egualmente una schiera di rimatori che, dopo
la crociata albigese, accorsero a fruire dèi favori di
un re generoso, e a cercar sotto 1' ali dell' aquila sveva
uno schermo contro le vendette di Roma. Primeggiano
su questi Elia Cairello, Amerigo di Peguillano, Fol-
chetto da Romano, Rambaldo di Beaujeu, Bertrando
d'AUamanone e quel Guglielmo Piguera, che scagliò
acerbissimi sirventesi sulla corte papale. Quali inni
di lode per contro avesse per Federigo, sarebbe troppo
lungo accennare : basti per tutti queir uno in cui
E. Celesia. storia della Lette rat. in Italia. 22
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lo rappresenta sotto Y allegoria d' un medico della
scupla salernitana, che accorre a sanar le piaghe
d' Italia e V impero dai mali che lo contristano. —
Niun vide mai, egli canta, medico sì giovane, si bello,
sì liberale, si savio, sì'fermo, si buon parlatore e au-
ditore. Nulla egli ignora di quanto è bene e di quanto
è male a sapersi, e potrà quindi apprestare agli in-
fermi la migliore e più efficace cura. — Al qual giu-
dizio consuona quello di Brunetto Latini che lo pre-
dica — hom de haut cuer sur tous hommes ....
merveilleusement sages et artilleus et trop bien
lettres. —
Fra i canti occitanici in onor di Manfredi trovo
due cobbole di Pier Vidale, in cui rammenta la bat-
taglia di Montaperti (combattuta il i settembre del
1260, che tornò sì funesta ai Fiorentini ed ai Guelfi.
— Per quanto fossero, ei dice, prima d' ora arroganti
i Fiorentini, eccoli omai arrendevoli e miti : eccoli gra-
ziosi nelle parole, cortesi nelle risposte. Ben aggia
re Manfredi che lor porse tal saggio di se, che molti
di loro ne rimasero insepolti sul campo. Fioren-
tini, il vostro orgoglio vi uccise : opera d' orgoglio è
opera di ragnatelo. re Manfredi, eccovi omai sì
possente, da aversi in conto di folle chi oserà misu-
rarsi con voi. Bastò un de' vostri baroni a scombuiare
i Fiorentini* e a farli guair di dolore. Io tengo per
fermo che più non troverete in avvenire, uè in monte,
né in piano, chi vi possa resistere; e tanto pegsrio
pei: i soldati del Campidoglio se passeranno in Cam-
pania a giornata contro di voi. —
Fallì, com' è noto, il vaticinio; Manfredi cadde da
eroe ;. ma quando appunto il suo corpo in groppa a
vile giumento recavasi con sozze grida a spettacolo
de' vincitori, e ninno degli Italiani, da Giordano
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Lancia infuori, osava onorare la salma del prode fra
i prodi, un trovator provenzale, Amerigo di Peguil-
lano, sciolse Y inno dovuto al valore infelice. — Ogni
onore, ei diceva, ed ogni impresa cortese far guasti
e messi in fondo quel di, in cui morte spense il più
orrevole e piacente cavaliere che mai nascesse di ma-
dre : il degno re Manfredi che fu capitano di va-
lore, di gentilezza e d'ogni maniera virtù. Non so come
morte abbia avuto potenza d' ucciderlo. Ahi ! cruda
morte, come potesti rapirlo ! Poiché nella sua estin-
zione ogni uomo vide estinguersi anche ogni bene!
Io vo' che per tutto il mondo e per tutti i mari
voli questo mio sirventese, se per avventura trovar
potesse chi gli dia nuova del re Artù e del quando
e' farà ritorno tra noi. — Ma niun udiva, o poeta, i
tuoi mesti rimpianti, e V infelice Manfredi giaceasi :
Sotto la guardia della grave mora.
(Dante, Purg. III).
ma forse m' inganno ; queste dolenti note risuonarono
nel cuore di f orradino di Hohenstauffen, la cui spe-
dizione contro Carlo d' Angiò s' ebbe un poeta in Ay-
carts del Fossat, che ne cantò le vicende in guisa
da non parteggiare né pe' Guelfi, né pei Ghibellini.
— L' aquila, ei dice, ed il giglio hanno dritti sì eguali,
che omai non v'ha più légge che lor possa giovare,
né pontificio decreto che lor possa più nuocere. La
lite é recata sul campo di battaglia, e il dritto sarà
con colui che saprà meglio combattere. —
Corradino seppe meglio combattere, ma pur troppo
r astuzia e la frode dettero vittoria all' Angioino. Il
regno di Sicilia venne a sue mani. Contro questa
conquista per altro si levò Pier Cardinale, il più vio-
lento de' trovatori dell' età sua. — Io tengo per in-
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sensati, ei cantava, i Pugliesi, i Lombardi e gli Ale-
manni se per loro dominatori accettano Francesi e
Piccardi, che si fkn giaoco d'accidere ingiustamente;
né so punto lodare un re che le leggi della giustizia
si pon sotto i piedi. — Il canto di Pier Cardinale
fd vaticinio di lutto a' Francesi, e preluse a quel di
memorando, in cui
. . . . mala signorìa che sempre accora
I popoli soggetti
Spinse Palermo a gridar mora, mora.
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CAPO XVII.
BAMBALDO DI VACQUIERA
E LA CORTE DI MONFEBBATO
SOMMARIO.
Rambaldo e sua canzone bilìngue — Com'egli s'intendesse in
Beatrice sorella di Bonifacio I — Canti in onore della sua
dama: il Carroccio — Suoi effetti — Tenzone di Rambaldo
con Alberto Malaspina *— Il poeta segue il suo signore in
oriente — Sue gloriose avventure e sua morte — Le Epi-
stole — Imprese cavalleresche: il ratto di Seldina Ademaro
— E quello di Jacopina di Ventimiglia — Il marchese di
Monferrato e sue lodi.
Ninno de' memorati trovatori pareggia il valore e
la fama di Bambaldo di Vaqniera, che nel magistero
del canto come in quello dell* armi non ebbe rivali.
Nato di povero cavaliere, tenijto in conto di pazzo,
nella contea d' Grange, s* acconciò giovanissimo, come
soldato e giullare, a' servigi di Guglielmo del Balzo,
il quale posegli amore, indirizzandolo ai più lodati
esercizi di quell' età. Condotto dalle fortunose vicende
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della sua vita in Italia, prima d'essere accolto nella
corte di Monferrato, intomo al 1187 recavasi in Ge-
nova, ove tolse a vagheggiare nna gentildonna e a
proferirsele ardente amatore. N' ebbe acerba ripulsa:
perch' egli allora dettò una canzone bilingue, che dee
ritenersi C3me un je' monumen tj^jiìi ant ichi che ci
y' sia pervenuto ..dfìi. àialettLitaliani- Scritta qual è in
provenzale e nel vjrnacQlo-gfìnoye&e, ella è cosa di
si alto momento, vuoi per se stessa, vuoi per la storia
de' nostri volgari, vuoi infine per un opportuno raf-
fronto con altri contrasti di queir età, massime col
contrasto Alcamese, ch'io tengo mio debito non de-
fraudarne i lettori.
Rambaldo.
Domna, tan vob ai pregada,
Si US platz, qu' amar me volhatz,
Que sui vostr* endomeniatz,
Quar etz pros et enseigaada,
E totz bos pretz autreiatz,
Per que m piai vostr' amistatz ;
Quar etz en totz faitz cortesa
S' 68 mos cors en vos fermatz
Plus qu*en nulha Genoesa:
Par que' er merces si m* amatz ;
E pois serai meilhs pagatz
Que s* era mia la ciutatz
Ab r aver qu' y es ajostatz,
Dels Genoes.
La donna Genovese.
Jugar, voi no se' corteso
Che mi cardaiai de co',
Che neente non farò
Anzi fossi voi apeso:
Vostr' amia non sarò,
Certo gi& v'escarnirò,
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Provenzai mal' ajurado,
Tal enoio ve dirò:
Sozo, mozo, .escalvado,
Né già voi non amaro,
Ch* eo chiù bello mari ho,
Che voi no sé, ben lo so :
Andai via, frare: an tempo
Meillorado.
• Rambàldo.
Domna genta et eissernida,
Gaja e pros e conoissens.
Valila m vostre cauzimens,
Quar jois e jovens vos guida ,
Cortezia e pretz e sens
E totz bos ensenhamens,
Per qu* ie us soi figels amaire
Senes totz retenemens,
Francs, humils e mercejaire,
Tant fort me destreinh e m vens
Vostr* amors, que m' es plazens,
Per que sera jauzimens
S' en sui vostre bevolens
E vostr* amics.
La donna Genovese.
Jugar, voi semellai mato
Che cotal razon tegnei,
Mal vignai e mal andei,
Non ave sen per un gato,
Per che trop me deschazei,
Una mala cossa pare!
Né non farla tal cossa
Se sias fillo de Eei;
Credè vo' che e sia mossa?
Per mia fé non m' averci.
Se per m' amor vo' restei
Ogano morrè de frei ;
Tropo son de mala lei
Li Provenzai.
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Rambàldo.
Domna, no sìatz tan fera
Que no b cave ni s' eschai :
Ains taing ben, si a vos piai,
Que de bon sen vos enquera,
E que US ama ab cor verai,
E vos que m gitetz d' esmai.
Qu' vos sui hom e servire,
Quar vai e conosc e sai
Quan vostra beutat remire
Fresca com rosa de mai,
Qu' il mon plus bella no sai.
Par qu' ie' us am e us amerai,
E si bona feà mi trai,
Sera peccatz.
La donna Genovese.
Jugar, to provenzalesco,
Si ben s' enganza de mi,
Non lo prezo un genoi,
Né t' entend chiù d' un Toesco,
Sardesco o Barbari,
Né non lio cura de ti;
Vo' ti cavillar con mego?
Se lo sa lo meo mari
Malo piato avrai con sego.
Bel messer, vero ve di
Non vollio questo lati:
Frare, zo aia una fi ;
Provenzal, va mal vesti ,
Lagame star.
Rambaldo.
Domna, en estraing cossire
M' avetz mes et en esmai ;
Mas enquera us pregarai
Que volliatz qu'us vos essai
Si com Proenzals o fai
Quant es pojatz.
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La donna Genovese.
Jugar, no serò con tego
Poi cossi to cai de mi;
Mèi valrà, per San Marti,
Se andai a Ser Opeti,
Che V* darà fora' un ronci
Car sé Jugar.
Cadrebbero qui forse in acconcio alcune postille fi-
lologiche , intomo al dialetto in cui fu dettata parte
della tenzone. Certo il fondo, come avvertimmo, si è
genovese, sebben misto (il che pur incontra nel canto
di CiuUo) di voci provenzali, che doveano essere assai
divulgate in Liguria, stante la sua prossimità alla
Gallia narbonese, per quanto la donna, forse per vi-
lipendio, protesti di non intendere siffatto linguaggio,
più di quello che intenderebbe il tedesco, il sardo o
quello di Barberia. Ma dacché il tema m'incalza, mi
restringo a dire che in queir Opeti a cui la geno-
vese manda pel suo meglio Rambaldo, assi a ravvisar
senza fallo il marchese Opizzino IH, autore dei Ma-
laspina dello spino fiorito, noto protettor di giullari,
come tutti quei di sua stirpe.
Dopo aver corso diverse avventure in Lombardia,
Rambaldo pervenne in corte di Bonifacio I marchese
di Monferrato, ove la fortuna parve sorridergli amica,
avendovi trovato il favore del principe e V amore della
'di lui leggiadra sorella Beatrice, che vedova d'En-
rico il Guercio marchese di Savona, erasi tornata
alle case paterne. Povero e affranto com'era dalle
patite sventure, non osava il poeta levare lo sguardo,
sebben gentiluomo di nascita, flbao alla possente ca-
stellana, e fu mestieri eh' ella stessa lo incuorasse ad
aprirle il suo amore. Un biografo provenzale narra
con si curiose particolarità e con sì schietti colori il
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modo, ond' egli legossi a Beatrice, eh' io non posso
dispensarmi da riferirne il tenore. Preso d' amor per
Beatrice, desiderò farla sua dama, e ponendo ogni
stadio a celar la sua fiamma, cominciò nondimeno
a celebrarla e procacciarle estimazione grandissima e
di molti ammiratori ed amici. Ella da parte sua ri-
cevealo con graziose accoglienze: ma e' si moria di
desiderio e di tema, non osando pregarla d' amore, né
dar sospizione eh* egli avesse in lei posto il suo cuore.
Per altro un dì , come uomo agitato da febbrile pas-
sione, le disse, eh' egli idoleggiava una donna d' alto
valore, di cui domesticamente fruiva la compagnia,
senza però osare di manifestarle il suo affetto, né
pregarla di ricambiarlo, tanta n' era la riverenza e il
timore. Perch' e' la scongiurava di venirgli co' suoi
consigli in aiuto, se, cioè, dovesse egli aprirle il suo
desiderio e il suo cuore, ovvero morirsi amando e ta-
cendo. E la gentildonna che già s' era avveduta come
Eambaldo struggeasi veramente per lei, appena udi
quelle parole e ne travide V occulto concetto , tocca
di commiserazione e d'affetto, rispose — ben s'ad-
dice, Kambaldo, che ogni fido amatore, il quale abbia
locato il suo cuore in nobil dama, tema di significarle
il suo amore; ma pure, anziché morirne d' affanno, io
vorrei consigliarlo, a parlare, a pregare la dama a
prenderlo a suo servitore ed amico. Cosi Adelaide
contessa di Saluzzo tenne presso di se Pietro Vi-*
dale; la contessa di Burlazzo, Arnaldo daMarviglia;
madonna Maria di Ventadorno, Guacelmo Faidito, e
la viscostessa di Marsiglia, Folchetto. Io perciò v' ac-
certo, Rambaldo, che se questa dama è savia e
cortese, non terrà una tale preghiera a disdoro, ma
avrà colui da cui mosse in conto di servo fedele.
Ond' è eh' io v' esorto a svelare alla donna da voi
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amata i vostri martiri e il desiderio che d' essa v' ac-
cende, e a supplicaria a prendervi per suo cavaliere.
Quale voi siete, non v'ha donna al mondo che non
v'accetti volentieri per suo devoto e suo servo. —
Bambaldo udita appena una tale sentenza e la da-
tagli assicurazione, non pose indugio ad aprirle es-
sere dessa appunto colei che amava cotanto, e sopra
la quale aveale chiesto consiglio. E Beatrice allor di
rimando a dirgli di tenersi per il benvenuto, e ch'egli
non avea che a disporsi a ben fare , a ben dire e a
ben valere, dacché essa era disposta ad averlo per
suo amatore e vassallo. Da quel di Eambaldo pose
ogni suo studio ad accrescere i propri pregi, e scrisse
la canzone che dice:
Amor chiede da me il suo usato tributo.
Questo SUO amore per altro non si restrinse ai
soli limiti acconsentiti dagli usi cavallereschi del
tempo; imperocché sinistre voci léVaronsi contro To-
ner di Beatrice : anzi andò attorno la fama che avendo
Bonifacio sorpresi i due amanti mentre giaceano im-
mersi nel sonno, come discreto uomo eh' egli era, non
volle infierire sovr' essi, ma li coprì del suo mantello,
portando seco quel di Eambaldo.
Il quale celebrò la sua dama con molte poesie, de-
signandola col vicenome di Bel Cavaliere, per averla
un di furtivamente veduta esercitarsi nell'armi e
giostrare. — Amabile Beatrice, egli diceale : voi splen-
dete fra tutte le belle : non v' ha pregio o decoro
che non possediate. Le vostre lodi dan fama a' miei
canti che s'abbellano delle vostre grazie e delle vo-
stre attrattive. — Notevole fra questi andò quello
del Carros (Carroccio), in cui descrive una battaglia,
che finge combattuta dalle principali donne d'Italia
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contro il M cavaliere. Le quali punte d' invidia nel
veder Beatrice tanto a lor superiore in ogni virtù e
gentilezza, edificano una città cui danno il nome di
Troja , la circondano di muri e fossati, e ne affidano
il governo alla contessa di Savoja. Al primo clanger
delle trombe, le belle guerriere traggono fuori il Car-
roccio, e movono contro Beatrice, chiedendo cK essa
renda giovinezza^ valore e cortesia, tenute da lei
prigioniere. Ma questa, non d'altro armata che del
solo suo pregio, si fa loro incontro, abbatte le più vi-
cine, si slancia ardimentosa sulle altre, e, voltele in
foga, è mestieri che T oppugnata Troja le apra, come
a vincitrice, le porte.
Trovo in questa poesia ricordato il fiore delle gen-
tildonne italiane e provenzali:
Domnas de Versilha
Vilon venir en Tost,
Seìfeli e Guilha
£ Na Bixenda tost;
La maire e la filha
D'Anduza, quam que cost.
Ades
Ven de Lenta N* Agn^s
£ de Ventamilha
Gilbelina a rescost:
N' And* e Na Brelenda
Na Palmier' e N* Auditz,
£ngle8 e Guarecenda
N' Agnes e u' £loitz
Volon que lor renda
Jcrven Na Biatritz:
Si no
Las domnas de Penso
Li 'n queran esmenda . .
Maria la Sarda
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£ '1 dona de san Jostz
Berta e Bastarda
Mandan tot los esfortz;
Da Canavar j yen molt §ran compaìnha,
De Toscana e domnas de Bomainha,
Na Tomasina e 'l domna de Surainha.
Gran rumore dovè per fermo levar questo canto,
dacché tutte le gentildonne d' allora desiderassero co-
noscere per quale eccellenza di pregi, Beatrice, scesa a
tenzone di cortesia e di bellezza con quanto eravi di
più leggiadro e gentile nel sesso loro, ne avesse ri-
portato la palma. E fatto noto l'amor del poeta,
r onor di Beatrice n' andò lacerato di guisa che tentò
ritrarsi da lui e riflfiiggirsi in Tortona. Sopraffatto da
tanta sventura, Rambaldo compose allora una di quelle
canzoni, che soglionsi appellare Discordi, e di cui si
fa inventore Garino d' Apchiero. A significare lo smar-
rimento dell' animo dell' autore privo d' ogni speranza
e in lott^ con se medesimo, soleansi in questi canti
adoperare lingue diverse ; e tale è quel di Eambaldo,
in cui la prima strofa è dettata in provenzale, la se-
conda in italiano, la terza in francese, la quarta in
guascone, la quinta in ispagnolo, e la sesta in un
misto di tutti questi linguaggi; curiosissimo docu-
mento che mostra quale stretto parentado avessero
allor que' parlari, fra i quali non era maggior divario
di quello che corre fra i nostri odierni dialetti. Ma
tornando là dove ci siam dipartiti , diremo, che assai
di breve durata fli la separazione di Beatrice e Eam-
baldo, poiché l'intervento di Bonifacio ricondusse a
pace i due amanti.
A questa fuga di Beatrice e ad altre traversie del
poeta alludeva Alberto Malaspina in una sua tenzone,
che intorno al 1198 ebbe a sostener con Bambaldo, e
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che giova in parte qui riferire per i molti richiami
alla storia di questi due trovatori. Così il Malaspina
incomincia :
Ora m aigatz, Eambautz, si vos agrada,
Si US es aissi, cum ieu aurai apres,
Que malamen s'es contra vos guidada
Vostra domna de sai en Tortones,
Don avetz fag manta cbanson en bada ;
Mas ili a fag de vos tal sirventes
Don etz aunitz, et ilb es vergonhada,
Que vostr' amors non 1' es lionors ni bes :
Par qu' ella s' es aissi de vos lunhada.
E Eambaldo risponde:
Albert marques, vers es qu'ieu ai amada
L' enganayritz don m' avetz escomes,
Que s' es de mi e de bon pretz ostada:
Mas non puesc mais, que ren non V ai mespres,
Ans r ai Ione temps servida et onrada.
Mas vos e lieis perseque vostra fes
C avetz cent vetz per aver pejurada :
Per ques clamon de vos li Genoes
Que, mal lur gratz, lur empenhes l'estrada.
Alberto ribatte fieramente V accusa d' essersi fatto
quasi ladrone di strada: aver tolto, egli dice, più
volte gli averi de' suoi soggetti, non mai per arric-
chire, bensì ognor per donare.
Per dieu, Rambautz, de so us port guerentìa
Que mantas vetz, per talen de donar,
Ai aver tgl, e non per manentia
Ni per tbesaur qu* ieu volgues amassar.
Mas vos ai vist cent vetz per Lombardia
Anar a pe, e ley de croy joglar,
Paubre d' aver e malastrucx d' amia ;
E fera us prò qu'ie us dones a manjar:
E membre vos co us trobes a Pavia.
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E Rambalda a lai di rimando :
Albert Marques, enuiè e vilania
Sabetz ben dir e miels la sabetz far,
£ tot engan e tote fellonia
E malvestat pot hom en vos trobar
E pauc de pretz e de cavalleria;
Per que us tol h^pi, ses deman, Valdetar,
Peira Corba perdetz vos per follia;
E Nicolos ^ Lanfrancos de Mar
Vos podon ben apellar de bauzia.
E allude ne' quattro ultimi versi alla cessione fatta
da Alberto insieme a' suoi fratelli Moroello e Opiz-
zino, nel 1188, della valle del Taro ai Piacentini;
alla sforzata pace con gli stessi del 1194, nella quale
acconsentiva alla distruzione del castello di Pietra
Corba: e infine al rapimento da lui fatto di Seldina
Ademaro, che gli venne appresso ritolta dal mar-
chese di Monferrato. In una ultima strofa Bambaldo
cosi ancora V assale :
Albert Marques, tota vostr' esperansa
Es en trair et en faire panier
Envers totz sels qu* ab vos an acordansa
E que US servon de grat e voluntier;
Vos non tenetz sagramen né fiansa:
E s'ieu no voi per armas Olivier,
Vos no voletz Rollan, a ma sembiansa:
Que Plasenza no us laissa Castaubier,
E tol vos terra e non prendetz veniansa,
E forse accennava alla cessione che fé' Alberto nel
1195 ai Piacentini della terra del Poggio e della
Corte di Grondula, rendendosi loro vassallo, e patteg-
giando, invece di vendicarsi, la loro cittadinanza.
Intanto il signore di Monferrato, morto Tebaldo
conte di Sciampagna, veniva eletto dai baroni fran-
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cesi, raccolti a Soissons, nell' aprile del 1201, per coa-
siglio di Filippo Augusto di Francia, a capitanar la
crociata bandita da Innocenzo III. Goffredo di Ville-
hardouin, il futuro storico di queir impresa, ne recò
in solenne ambasciata l'annuncio al marchese, il quale,
nel 15 agosto del seguente anno, prese in Venezia,
sulle cui navi salpò, il generale comando dell' oste.
Per quanto cuocesse a Rambaldo abbandonare l'a-
mata donna, non potea non seguire* il suo duca, il
suo benefattore ed amico.
Sciolto un canto degno di Tirteo, con cui sprona i
principi cristiani al passaggio in Levante, si reca col
marchese a Venezia, alla ricuperazione di Zara, al
conquisto di Costantinopoli; prende parte a tutte le
guerresche fazioni, e vede il suo signore levato al
trono di Tessalonica e investito dell' alto dominio sui
feudi della Morea, dell' Eliade ed altre provincie , e
se rimunerato da doni amplissimi che da povero trova-
tore lo convertono in possente barone. Trovo che Fede-
rigo n, innanzi al quale ben spesso Rambaldo solea dire
le sue leggiadre canzoni, lo ebbe in tanta domesti-
chezza che gli affidò il governo di Salonicco. Certo è
che in Romania fu signore di grosso stato. E pur fra
le nuove ed insperate grandezze, il suo cuor vola
sempre a Beatrice: che vai ricchezza egli canta,
rimpetto alle gioie d' amore? — Forbite armi, valo-
rosi guerrieri, assedi, macchine e mazze ferrate : ab-
battere antiche mura e nuove trincee, sbaragliare in-
tere falangi, gettare a terra torri altissime, son gli
oggetti che mi stanno ognora dinanzi e rintronano
le mie orecchie. Ma che gfiovano all' amor mio tali
imprese? Coperto d'armi lucenti, son costretto a im-
prendere guerre e spedizioni e a slanciarmi in mezzo
alle mischie: e delle mie vittorie unico frutto son
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le ricchezze. Ma, lasso! dacché mi manca la felicità
dell'amore, il mondo non è per me che nn deserto,
né valgono a consolarmi gli stessi miei canti. — In-
felice ! eragli fatalmente serbato d' aver straziata V a-
nima dall'atroce novella che la sua Beatrice era
morta ; perché piantala amaramente, non gli fii, credo,
di peso, cader combattendo al fianco del suo benefat-
tore, cui offerse, in compenso di quanto da lui s' ebbe,
la vita. Imperciocché impegnatosi Bonifacio, nel 1207,
presso Satalia, in un' avvisaglia coi soldati del re
Gioanissa, ferito in un braccio e balzato d'arcione,
fu ucciso. La sua morte fu tenuta come universale
sventura; e Pierin d'Alvemia cantava — il mondo
volge al suo peggio: Monferrato possedeva un valo-
roso marchese , V impero un glorioso Cesare : ma quei
che occuperanno il suo seggio, quai comportamenti
terranno? —
Fra le molte poesie di Rambaldo è notevole un
suo trattato col titolo. — Los Plours del segle —
cioè I pianti del secolo, se pur questo trattato, an-
ziché a lui, non assi ad attribuire, come tengono al-
cuni, a Rambaldo d' Grange. Di maggior momento,
per altro, sono alcune epistole in versi, dirette al
marchese, che, tradotte e chiosate, tornerebbero assai
profittevoli alla storia d'Italia. In esse rammenta le
combattute battaglie, quando egli, in un col mar-
chese, accompagnò Enrico VI alla conquista della Si-
cilia, dove potè salvar da certa morte il marchese
Malaspina, e nello assalto di Messina, in buon punto
stornare il fendente d'una spada nemica dal capo
del suo signore. Da queste, si trae del pari che
ne' conflitti di Eandazzo, Paterno, Pleza, Caltagirone
e Palermo, fu sempre fra i primi a menare valoro-
samente le mani.
E. Celesia. storia della Letterata in Italia. £3
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Tolgo da queste epistole il racconto di due im-
prese cavalleresche da lui e dal marchese compite,
che- gettano viva luce sui costumi di queir età. Bo-
sone d' Anguillaro, vassallo ed amico di Bonifacio,
ardea per Seldina Ademaro, che Alberto Malaspina,
come avertimmo più sopra, aveva rapita, e custodia
nel luogo più munito d* una sua rocca ; ond' è che
Bosone, privo della sua amante, era per morirne di
affanno, e giaceasi in fin di vita. Unico espediente atto
a prolungare il filo dei giorni suoi, era quello di ren-
dergli r amata donna, togliendola di viva forza al
suo rapitore. Ciò appunto compi Bonifacio, il quale in
una spedizione notturna, di cui facea parte Rambaldo
(onde poscia Y agra tenzone eh' ebbe luogo fra i due
trovatori), ma di cui tace le particolarità, strappò
Seldina alla tavola stessa d' Alberto, e la die in
isposa a Bosone.
La seconda impresa è da lui narrata in tal guisa.
— Ricordivi, ser Marchese, Aimoneto il Giullare , e
la nuova recatavi nel castello di Montalto, di laco-
pina da Ventimiglia costretta ad ire in Sardegna a
marito, contro il proprio volere. Ciò intendendo, voi
toglieste forte a sospirare, e vi corse alla mente il
bacio datovi parecchi di innanzi nel piendere comminato
da voi, dopo avervi graziosamente pregato di difen-
derla contro lo zio, che ingiustamonte volea privarla
del patèrno retaggio. E tosto faceste montare in
sella cinque de' nostri migliori scudieri e, dopo cena,
ci ponemmo in via, voi, Guidotto, Ugonetto d' Alfaro,
Bertandone, che ci fu buona scorta, ed io, giacché
non vo' scompagnare il mio nome da sì onorata im-
presa. Anzi fui io stesso che levai lacopina dal porto
nel punto istesso del salpare. Ma appena fu a nostre
mani, ecco un frastuono levarsi per terra e per mare,
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e muoverci incontro fanti e cavalieri. E noi via a
dilungo per causarne Y assalto. E già ci tenevamo
al sicuro, quando i Pisani a lor volta si mossero
contro di noi. — E qui giova avvertire che i Pisani,
di cui è cenno, allor in guerra col comune di Ge-
nova, attizzavano la ribellione di Ventimiglia e scor-
razzano la costiera, fra Finale ed Albenga, dal cui
porto doveano levar lacopina e tradurla in Sardegna.
Segue il poeta — Allorché ci sfilarono innanzi, ca-
valcando serrati, alla vista di tanti cavalieri, di tanti
usberghi, di tante corazze^ di tanti elmi lucenti e
di tante bandiere agitate dal vento, non è a dire se
il cuore ci si stringesse per tema. Convenne immac-
chiarci tra Albenga e il Finale, udendo intorno a
noi suon di corni, chiarine e soldatesche grida. Ivi
restammo due dì senza bere , né tòr cibo alcuno :
ma al terzo di, mentre già ci tenevamo, in sicuro,
e' imbattemmo al valico di Bellostare in dodici masna-
dieri, ivi raccolti a predare. Incerti dapprima a qual
partito attenerci, non potendo a cavallo assalirli ; ma
sceso di sella, io mossi contro di loro, e, sebben toc-
cassi un colpo di lancia al collaretto, ne ferii, parmi ,
tre quattro, talché gli altri tutti volsero in fuga.
Veggendonii ferito, Bertandone e Ugonetto d' Alfaro
trassero in mio soccorso. Allora in tre ci fu dato
sgomberare il passo dai ladroni, sicché libera e si-
cura aveste la via. E vi dovrà ricordare con che al-
legria desinammo, in vero senza cibo soverchio, con
un sol pane fra tutti e senza bere e senza pure la-
varci. Giungemmo alla sera presso il signore di
Pozzochiaro, che provò tanta gioia della nostra im-
presa, e ci accolse con tanto onore, che volontieri vi
avrebbe offerta sua figlia Agletta dal viso lucente,
se voi r aveste accettata. Sorto il mattino, voi come
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signore e possente barone, deste in isposa al' di lui
figlio lacopina, alla quale &ceste appresso rendere
tutto il contado di Ventimiglia che le venia per
dritto, dopo la morte del di lei fratello, a dispetto
dello zio che volea dispogliamela. —
In queste epistole, veri documenti storici di quel-
la età, troviam fatti che non ci è dato raccogliere né
dalla cronaca di Benvenuto da San Giorgio, né dalle
posteriori narrazioni dell' Irico , né d' altri scrittori.
Qui il marchese Bonifacio si mostra come il tipo del
cavaliere, una maniera di. provvidenza sempre intesa
a soccorrere i fiacchi e a schiacciare i malvagi, sia
col sottrarre dalle mani di prepotenti baroni i minori
feudatari, sia col redimere dalle ingiurie dei Mussul-
mani le terre cristiane, sia collo strappare dalle ugne
di feroci rapitori innocenti donzelle o col difenderle
dai perfidi, usurpatori delle loro sostanze. Ond' é che
Bambaldo a buon dritto cantava di lui:
Mais cen pinzeUas vos ai vist maridar
A coma, marques, a baros d'aut afar,
Cane ab njuna jovens no us fetz peccar:
Cent cavayers vos ai vist heretar,
Et autres cent destruir' et issilhar
Lov bos levar e 'Is fals e la mais b aissar ;
Anc lanzengier no vos poc azautar:
Tanta veuva, tanta orfe cosselhar
Qa*en paradis vos deurian menar.
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CAPO XVIII.
I TEOVATOEI ITALIANI
SOMMARIO.
Perchè i trovatori italiani usassero V idioma provenzale —
Poeti genovesi : Lanfranco Cicala , Bonifacio Calvi e Barto-
lomeo Zorzi, veneto — Percivalle Doria e altri poeti minori
— LudovioD Lascaris e sue vicende — Donne celebri — I
Malaspina : Corrado : Alberto detto il Moro — Suo dibatti-
mento amoroso — Altri trovatori di^ questa illustre famiglia.
— Luca Grimaldi e sua tragica fine — Gli Estensi e mae-
stro Antonio Ferrari. — Saggio del suo poetare — Eamber-
tino BuvalelK, trovator bolognese — Pietro Della Rovere
e altri poeti piemontesi e toscani — Pietro Della Cara-
vaua, il Tirteo de' bassi tempi.
Scoppiata la guerra albigese che gittò lo sterminio
nella Provenza e ne pose in fondo la moltiforme col-
tura , i Trovatori si videro costretti , come accen-
nammo, a cercarsi altre patrie, e trasse il più di
essi in Italia , chiedendo ospitale ricetto a' suoi prin-
cipi, e in ispecie a Federigo II. Il quale festosa-
mente accoglievali, sia per avere in pregio i lor canti,
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sia per volgere coir opera loro le menti a staccarsi
da Eoma, colla quale fieramente lottava. Essi allora
divennero pressoché nostri , presero parte alle diverse
vicende della nazione , in cui resero popolare il ciclo
del re Artù e di Carlomagno; e lo spirito cavalle-
resco , le rime d* amore , le feste , le gualdane e i
tornei trovarono oneste accoglienze fra noi.
La gloria a cui saliano questi poeti, i doni onde
erano rimunerati , non che il loro idioma già educato
al canto e universalmente compreso , mossero non
pochi de' nostri a seguirne le traccie. Ond' è che
trovatori e giullari (uomini di corte diceansi in Italia)
troviamo dovunque , prima assai che Eicordano Male-
spini narrasse, che nell'anno 1283 i nobili fiorentini
— non attendeano ad altro che a virtù e gentilezze.
E attendeano per le Pasque a donare ad uomini di
corte e a buffoni molte robe e ornamenti. E di più
parti e di Lombardia e d'altronde e di tutta Italia
venivano alla detta Firenze detti buffoni alle dette
feste : e molto vi erano volentieri veduti.» —
I nomi di venticinque trovatori italiani ci sono
ancor noti: altri andarono miseramente perduti. E
qui prima di farsi innanzi rileva osservare col Mas-
sarani, che l'aver questi poeti usato una lingua non
loro, non vuol dire che ciò avvenisse per mera in-
dustria di ripetitori e copisti , senza appicco nelle vi-
scere della società. — Si pigliò a tutta prima dai pro-
venzali l'idioma poetico, come da un artefice di un
paese ove la tecnica è più innanzi, si pigliano vo-
lentieri a prestito gli strumenti dell'arte; e certo
per allora il provenzale era strumento meno rozzo di
quel che poteva essere il latino degenere e l' italiano
ancora informe, che avea corso fra noi; ma alla so-
stanza di quella poesia dovea pur rispondere qualche
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cosa dì vivo e d* intimo nelle opinioni e nei costumi,
se durò lungamente nel favore delle alte classi, e scesa
fra i volghi con quei cantastorie di più basso conio
che furono i giullari, s'ebbe intorno tanta ressa
di tumultuosi uditori , da provocar qualche volta
lo sfratto dei mal capitati francigenae. — Appresso
però usarono anche la lingua italiana, o trovando
essi stessi o ripetendo le poesie de* migliori tra i
nostri, di guisa che Petrarca, scrivendo al Boccaccio,
doleasi che — tanti lo assediavano per aver copia
de' versi suoi , onde accattar vesti e denari , cantan-
doli alle case e alle mense dei gi^andi. —
A tutte le italiane ci^^tà Genova a buon dritto va
innanzi per la copia e l'eccellenza de' suoi rimatori.
Primo fra questi Lanfranco Cicala dee porsi al fianco
di Giraldo de Borneil e di Pietro de Corbiac, per
essere stato ad un tempo poeta e filosofo. Tenne in
patria altissimi uffici : ambasciatore a Eaimondo di
Provenza , suo ' amico, nel 1241 ; fra gli otto nobili
che sedeano al reggimento della cosa pubblica nel 1243:
scelto a riformare le leggi nel 1257. Ei cantò una
Berlendi del nobile casato del Cibo, che poi divenne
sua sposa , e eh' egli seguendo il costume di lodar le
amanti con nomi supposti solca chiamare Na bel Hz.
Ci restano di lui una poesia per la crociata di San
Luigi (1248), parecchie tenzoni , versi d' amore e quel
tremendo sirventese contro Bonifazio 'Il marchese di
Monferrato , che più volte passò dalla fazione ghi-
bellina alla guelfa, da cui si volse poscia di nuovo
alla parte imperiale. Ei non sa perchè abbiasi a chia-
mar Bonifazio, non avendo mai nulla /«^^o di bene,
né come pretenda appartenere al lignaggio di Mon-
ferrato, poiché chi guarda l'opere sue, conosce ch'é
figliuolo fratello del vento E segue con vili-
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pendi cosi sanguinosi e plebei che m' è disdetto qui
riferire.
Cantò in lode del conte Tomaso di Savoia, cui
prega — a rispondere per cobbolette a quella ch'ei
scrive per mettere a prova la nostra amicizia. —
Fra le sue rime trovo un contrasto o dialogo con
donna Guglieimina de' Rosieri , o , meglio , Borsieri ,
gentile poetessa, che il Fauriel vuol nata a Saint-
Gilles sul Rodano, ma che noi reputiam genovese.
Ei la disfida a rispondere all'inchiesta seguente: —
Donna Guglielmina, venti cavalieri erranti correano
a briglia sciolta sotto un ciel tempestoso, forte do-
lendosi di non trovar un ricovero. E' furono uditi
da due baroni che cavalcavano pur essi alla distesa
per visitar le lor dame. L' un d' essi tosto lifece la
sua via per dar ricetto ai cavalieri; l'altro seguiva
il suo cammino alla volta della sua dama. Qual dei
due si portò meglio? — A tale inchiesta rispondeva
Guglielmina ;
Amics Lanfrancs , mielz complit son viatge ,
Al meu semblan, cel que tene vas s'amia,
E l'autres fes ben, mas son fin corratge
Non pot saber tan ben si dons a tria
Com cel que vi devan soa oillz presen,
C* atendut 1' ac sos pavalliers com ven ,
E vai tropmais qui so que dis aten
Que qui en als son coratge cambia.
Il Cicala mori presso Monaco assassinato dai masna-
dieri nel 1278. '
Di Bonifazio Calvi, che uscito da Genova pel fu-
riare delle civili fazioni, riparò nel 1248 in corte di
Alfonso X re di Castiglia , poco e' è noto. Sappiamo
che egli amò la nipote di questo principe, detta la
Berlinghiera, della cui perdita s'accorò in guisa —
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361
eh' io nù darei la morte , egii scrive , senza indugio
veruno , se vedessi maniera di morte peggior della
vita eh' io meno. — Egli è tra i poehi i eui versi
anziehè uno sfogo rettorieo, appalesino gli strazi di
una passione fortemente nutrita. — EU' era sì saggia,
sì pura in tutti gli atti suoi, eh' io terrei di offender
Dio pregandolo di riceverla nel suo santo paradiso.
Ah ! s' io gemo e sospiro , non è perch' io tema non
le abbia Dio conceduto il riposo dell' eterna beatitu-
dine ; a mio avviso senz' ella mancherebbe al paradiso
qualche perfezione di grazia: ond'è ch'io punto non
dubito che Dio non 1' abbia locata nel centro della
sua gloria : e se piango , egli è solo perch' io sono
separato da lei. — Ee Alfonso , da lui assiduamente
eccitato alla guerra contro il re di Na varrà e d'Ara-
gona per la ricuperazione delle sue terre, inviavalo
al eonte di Provenza, dove menò sposa una fanciulla
dei conti di Ventimiglia. De' suoi pregi come poeta
parlano con alte lodi i rimatori dell' età sua, massime
il Monaco delle isole dJ oro , il quale pone in bocca
della Filosofia queste parole. — Io prego tutti coloro
ai quali perverranno le opere di Bonifacio Calvi a
non darsi la briga di volerle emendare , poiché io
che sono la Filosofia, l'ho in conto di un valoroso
maestro nell' arte poetica. E chiunque s' avvisi porvi
le mani, io decreto, debba esser tenuto per dammeno,
per temerario, per folle e per mio nemico. — Scrisse
eziandio un trattato — Dei corali Amatori — ma in
modo sì oscuro, che a pochi venia fatto il compren-
derlo ; però afferma il Millot, che coloro i quali giun-
geano ad afferrarne il senso riposto, non avrebbero
voluto canMarne una sillaba sola. Degna inoltre di
singolare menzione ci sembra una sua poesia dettata
nei tre idiomi, provenzale, spagnuola e italiana, di-
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retta a re Alfonso; dalla quale può credersi abbia
Dante attinto l'idea per la sua nota canzone detta
delle tre lingue.
Volgeva intanto quel tempo in cui fra Genovesi e
Veneziani agitavansi tremende lotte che si chiusero
colla peggio dei primi ; ond' è che il Calvi , mosso
dall'amore della terra natia, die' fuori un canto, in
cui deplorava i funestissimi effetti di quelle discordie.
Era allora nelle prigioni di Genova un nobile vene-
ziano, Bartolomeo Zorzi, fatto cattivo dall' ammiraglio
Pasquetto Mallone, mentre quei veleggiava per Ne-
groponte. Scosso egli dal canto del Calvi, tolse a
difendere 1' oltraggiata sua patria , e rispose con un
sirventese a quello del suo nemico. Questo scambio
di rime ebbe per effetto un' amistà che più mai non
venne meno fra i due trovatori. Lo Zorzi, di cui pur
assi fra la molte poesie un Compianto per la morte
di Corradino e del duca d'Austria, dopo sette anni
di cattività, per intramessa de' Frati Predicatori,
liberatone, tornò a Venezia, che mandoUo castellano
a Corone, dove chiuse i suoi giorni.
Stimo prezzo dell'opera riferire i canti dei due
rimatori, come monumenti storici e memorabili. Ecco
quello del Calvi :
Ges non m'es greu^s'eu non sui ren prezatz
Ni car tengutz entr'esta gen savaia
Genoeza, ni m platz ges s'amistatz ,
Car no i cab hom a cui proeza plaia.
Mas ab tot so mi peza fòrt, qu'il es
Desacordanz, car s'il esser volgues
En bon acort, sos grans poders leumen
Sobran a totz cels, per cui mal en pren.
Hai, Genoes! On es Tautz pretz honratz
Qu'aver soletz sobre 1 gen? que par qu'aia
Totz Yostres faitz decasutz e sobratz,
Tau fort que totz vostr'amics s'en esmaia,
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Sia '1 descortz qu'entre vos ea jos mes,
E donatz vos luecs a tornar los fres
En las bochas de cels que, par conten
Q'avetz mest vos, si van desconoisen.
Mas lo contenz es tant mest vos poiatz
Que, s'il non chai, greu er que no us dechaia,
Qu'om vos guerreia, vos vos guorreiatz,
E qui vos venz or no us cug que '1 n'eschaia,
Laus ni bon pretz, car no us platz vostres bes;
Que Tus a gang, quant a Tautr'es mal pres ;
Dono qui venz tan descabdelada gen
Non fai esfortz don puez en pretz valen.
E si no fos la follors e '1 peccatz
Que nais del vestre descort tal s'asaia
Leumen a far so que mais vos desplatz,
Que US for'aclis, car res tant non esglaia
Vostres gueriers, ni tant lor despiai ges
Com farla *1 vostr*acortz, s'el pogues
Entre vos tan durar enteiramen
Que poguessetz d'els penre venjamen.
Car il sabon que leger no us donatz,
De vos venjor mostron que lur desplaia
So que prò vetz los avetz mal menatz,
Tan que greu es luecs on hom no '1 retraia,
Que trenta d'els non esperavon tres
De vos , per c*ab pauc non es dieus repres ,
* Car de tal guiza vos a tout lo sen
Que US sabron cil que no valon nien.
Venecian, ben sapchatz qu'obs vos es
Que si' ab vos dieus contra 'Is Grenoes ;
Car ab tot so qu'el vos hi vai granmen
Vos an il tout tan q'en vivetz dolen.
A questo canto rispose lo Zorzi con il serventese
seguente :
Mout fort me sui d*un chan meravillatz
Per lui qu'o fetz sitot es dreigz que m plaia,
Quar cel que es vailheuz ni enseingnatz
Deu ben pensftr e gardar que retraia ;
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364
Quar mienz es qu'om razonar pogues
Lo tort per dreig que *ls pros no s conogaes;
£ poda leu perdre mon escien
SoQ pretz aiul qui tort adreg defen.
Dono, si ben fos primiera aconseilhatz ,
Pueis d'escondir Genoes tant s'asaia ,
Non crei qu'el chant agues maing motz panzatz ,
Qui membrar fan lor sobremortal plaia,
Que l'autreia c'abatuitz e mespres
Totz lor afiFars pela Venecians ea;
E l'uchaizos, qu'en pauz'en lur conten
Non pot donar contra '1 mal guarimen.
Car hom non deu de ren esser blasmatz
Si 1 fai co i a taing, n*ea dreg que mal Ten chaia ;
Doncs pueia tant gen gerreian ses guidatz ,
No m par qu*én re lur deacortz nogut n'aia ;
Cam al j ostar no fo nuilh temps que rea
Mas arditz cora failliment lor feges,
Car il foron totaa vez maia de gen
Gent acesmat e per un doa aoven.
£ Tauch retrair qu^il tengron afrenatz
Veneciana, ja qu'era lor meachaia ,
Maa cum ancae fon lur podere doptatz
Pela Genoes, no a membro no il desplaia,
Qu'un de lor nana mena una sola trea pea,
Maa escondir pogra meiUs per un tres, «
Cane non preiron Venecian conten
Non aguesaon lauzor al fenimen.
Ma s'el volgues aemblar enragonatz,
Non djra pas dir razon tant savaia,
Ni que trei flac valgron trenta prezatz ;
Pero dels trea no m par respos a'eachaia,
Don ieu m'empaa e die ao qu'es pales,
Que quant ea meilla ala Venecians pres;
Adones reignon plua cortes d' avinen ,
£ no s*en van en re desconoiasen.
Oimais mi par qui ben sia quitatz
D'aisao qu^a dich, e^ s'el no s*en apaia,
De Venecians, queir a 'la lor faitz honratz
E la gran conquistz faitz ab valor veraia:
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365
E cum eran vencutz los Grenoes ,
Et en anta Pemperador grec mes ,
E jutgara pueis s'ill vallon DÌen,
Qu'ieu non ai plus de repondre talen.
Yalens domna, qu^en cel pais regnatz
Per cui plaidei, pros e plagens e gaia ,
Merce vos clam, qu*a mi valer deiatz
Que tot quant auch ni vei lo cor m*esmaia,
E sui tant fort de vostr'amor empres
Que, si no vei vostre gai cors cortes,
Viure non puesc, so sapchat veramen , *
Cab lo respeig que ieu n'ai muer viven.
Venecians, qui ditz que il' Grenoes
Vos. an faitz dan , ni us an en dolor mes ,
Vostr'onratz prez non «ap ni '1 dan coren
Que lor ayez fait d'aver e de gen.
Boni faci Calyi , mon sirvantes
Vos man e us prec qu*el dir no us enuei '1 ges ,
Quar del taisser grat cortesia m ren
E maiormenz dels Genoes Tenten.
Percivalle Doria autor d' un trattato. — Della fina
follia cC Amore — dettò molte poesie, tra le quali
andò lodatissima — La guerra di Carlo re di Napoli
e del tiranno Manfredi — per la quale l'Angioino
creavalo podestà d'Avignone e d'Arles. Mori in Na-
poli nel 1276. Anche Simon Doria. suo figlio, o forse
fratello, trovò in lingua provenzale, e giunsero a noi
due sue tenzoni, in una delle quali ebbe parte Lan-
franco Cicala, e nell'altra Jacopo Grillo, rimatore
anch' egli di grido. Più oscuri sono i nomi d'Alberto
Quaglia d'Albenga, di Raimondo Faraldi di Diano, e
di Luchetto Lascaris di Pignone.
E al casato Lascaris dei conti di Ventimiglia ap-
partiene quel Ludovico, che, come secondogenito,
venne cacciato da giovinetto in un chiostro di Ago-
stiniani. Nato a cinger la spada e il lauro dei poeti.
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fu per parecchi anni costretto a vestir le lane dei
penitenti, finché un giorno gli occhi suoi si scontra-
rono in Tiburzia, nobile e avvenente donzella dei
signori di Soglio e sorella del grande Isnardo di
Glandeves. I due giovani furono presi subitamente
d' amore; ma insormontabile intoppo ai lor desideri,
era da un lato la volontà dei parenti avversi alle lor
nozze : e dall* altro i voti solenni onde Ludovico era
legato alla vita claustrale. Ma un' ardente passione
si fa via d' ogni ostacolo, e i due amanti divisarono
fuggire dalle case paterne. E ciò venne lor fatto
dopo non pochi contrasti. Ludovico impalmatosi col-
r amata fanciulla , corse diverse avventure : oppose
air ira de' suoi nemici la spada, e a capo dell'esercito
che la regina Giovanna aveva in Provenza per raf-
frenare i Brettoni e gl'Inglesi che l' infestavano, compi
onorate fazioni. Senonchè Urbano VI, che allor risie-
deva in Avignone, avendogli ingiunto di ritornare al
suo monastero, né potendo Ludovico in guisa alcuna
rimuoverlo da tale divisamente, ei sen venne con
gran corteggio a visitar la regina Giovanna, la quale
veggendolo prode, generoso e capace di tentare gran
cose tanto nel reame di Napoli che nella contea di
Provenza, apertamente ne prese la protezione e gli
ottenne dal Papa una dispensa, confermata poi da una
bolla di Gregorio XI, in virtù della quale non era tenuto
a ritornare al suo chiostro che venticinque anni ap-
presso. Il che non avvenne, essendo egli uscito di vita
parecchi anni innanzi, nel 1376, nella sua terra di
Briga, di cui fu primo signore. I suoi versi lo ascri-
vono fra i più eccellenti poeti dell' età sua , avendo
ogni altro avanzato in ricchezza d'invenzione e ar-
monia : di che son testimonio i due poemi — Ld mi-
serias dJacqnest monde — e — La Paurilha,
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A questa illustre prosapia appartiene del pari quella
viscontessa di Penna, che venne elevata a cielo nei
versi di Kaimondo Giordano, visconte di S. Antonio,
la cui uccisione in battaglia fu cagione eh' ella ne
morisse d'affanno. Né fu questa la sola genovese che
istrutta nella gaia scienza abbia ispirato i più insigni
rimatori di quella età. Una dama dei Grimaldi fu
cantata dal conte di Poitu; a una donzella della
casata dei Cybo stanziata in Marsiglia, eulta quanto
altra mai nei poetici modi, legavasi d' amore Rostano
Berlinghieri , che intorno il 1300 compose in sua lode
argute canzoni. D' altre diremmo a suo luogo.
Eicorderò ancora Luchetto Gattilusio, che recenti
indagini han ridonato alla luce. Nacque d'illustre casato
a mezzo il secolo Xm, avendo sortito a genitore quel-
r Iacopo che fu il ceppo dei signori d'Eno e Metellino,
e tolse in moglie Eleonora Dona, che, lui morto, im-
palmavasi con Rabella Grimaldi, gran giustiziere del
reame di Napoli. Datosi ai traffici, come i tempi por-
tavano, fu costretto ben presto a staccarsene ; che i
pubblici negozi a se lo tirarono ; fu ambasciatore nel
1266 del Comune di Genova a Clemente VII e a
Carlo d' Angiò, a Bonifazio Vili nel 1295; podestà dì
Bologna, di Cremona, di Lucca e di Savona.
Intanto Enzo di SveMa, dopo una cattività più che
ventenne, giunto in fin di vita dettava il suo testa-
mento: e fra i nobili e cavalieri che confortavano il
re poeta nell' ore supreme , era il trovator genovese ,
che guelfo di spiriti , dovè suscitare nell' animo del
ghibellino prigioniero con tumulto d' acerbe memorie,
ricordando forse quel sirventese, con cui Luchetto
avea dato stimoli e ammonimenti all' Angioino, quando
questi apprestavasi alla impresa di Napoli.
n vero anno della sua morte e' è ignoto; lo afferma
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anche tra i vivi una pergamena del 1307 ricordata
dal Federici.
Due sole poesie di lui ci rimangono: una tenzone
con Bonifacio Calvo, e quella già memorata sulla di-
scesa deir Angioino in Italia, nella quale, coli' esempio
di Carlomagno conquistatore della Puglia, lo sprona
a compiere arditamente l'impresa. Il canto indiriz-
zato a un Bernardo si chiude col seguente commiato:
Bernart, apren e chanta *1 sirventes
E poira' dir, s*il cor no faiU ala tres,
Quel iocs sera entablatzs ses fadia.
Celeberrima fra tutte le corti feudali andò quella dei
Malaspina in Valdimagra , ove nel castello di Mulazzo
dovrà più tardi riparare Dante Alighieri. Il quale
nel XIII del Purgatorio cantava dei Malaspina:
La fama che la vostra casa onora
Grrida i signori e grida la contrada,
Si che ne sa chi non vì^fu ancora.
Ed io vi giuro , s' io di sopra vada ,
Che vostra gente ornata non si sfregia
\ Del pregio della borsa e della spada.
Uso e natura si la privilegia,
Che, perché il capo reo Id mondo torca,
Sola va dritta e il mal cammin dispregia.
Antico ricetto de' trovatori fu la Lunigiana, ove
troviamo il valente Corrado Malaspina tener corte
bandita, e ospitare, fra i molti, quel Pier Raimondo da
Tolosa, dal quale veniva per le sue larghezze appellato
Il sovratutti. Antenato di Corrado, che Dante, si
parco lodatore, di tante lv)di circonda, fiorìa sul de-
clino del secolo XII Alberto Malaspina detto il Moro,
figlio d' Obizzo il Grande, dal quale in un co' spiriti
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generosi ereditò un patrimonio lautissimo di Valdi-
magra, nel Tortonese ed altrove. Alberto tolse in
isposa Agnese, sorella di Beatrice e di Bonifacio I
marchese di Monferrato, che accompagnò nella cro-
ciata bisantina, e n'ebbe una figliuola, Garacosa di
nome , che andò poi moglie d' Alberto marchese di
Gavi. Stretto nel 1188 dall'armi dei Piacentini, cesse
loro in una co' suoi fratelli Moruello ed Opizzino
quanto possedea nelle valli del Taro e deir Ena, ri-
cevendone adeguato compenso. Le sue splendidezze
lo costrinsero nei seguenti anni a lor cedere altresì
le castella di Pietiacorva, di Grondola e lor perti-
nenze; del che Kambaldo di Vaquiera, come avver-
timmo, acremente mordealo. Mori intorno al 1212.
Alberto accolse non solo nelle sue corti di Mala-
spina e d'Oramala negli apennini (che schivo delle
fazioni ond' erano agitati Genovesi e Toscani , fermò
quasi sempre sua stanza nella superiore Italia] i
trovatori che la fama delle sue larghezze a lui con-
duceva, ma fu trovatore egli stesso di grido, e sàub
ben far coblas e sirventes e canson, come trovo scritto.
Di lui ci resta una leggiadra tenzone con Guacelmo
Faidito intorno al tema se sien maggiori 1 beni o i
mali d'amore; non che un ^uo dibattimento amoroso,
che a saggio del suo poetare , ne piace qui riferire
nella stupenda versione che ne porse il Galvani :
— Donna , a voi mi raccomando ,
Perché ognor vi venni amando.
— Sere, dicovi e vi mando
Ch*io fero vostro comando.
— Donna, assai mi va tardando.
*. — Ser , non danno fia aspettando.
— Donna , giurovi a mia fé',
Morrò , se non dirai : tie\
E. Celesia. Storia della Letterat in Italia. 24
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Go.ogle
370
— Sere, membrivi di me
Ch*io di cor v*amo e di fe\
— Donna, dunque abbi mercé.
— Sere , si eh* avrolla io be*.
— Donna , be* son io gioioso
Perché in vostro amor riposo.
— Ser, lo mio core amoroso
A voi vien volenteroso.
— Datel dunque a un disioso.
— Pur io darvelo non oso.
— Per voi, donna, mi conforto
E canzon fonne e diporto.
— Ser, già non ci avete torto
Se al mio amor vi siete accorto.
— Donna, e che fia del conforto?
— Sere , buona fé* vi porto.
— Ben son io guarito a tanto,
Donna, di pene e di schianto.
— Ser, chi ama e soffre alquanto
Fa tornar in gioia il pianto.
— Donna, troppo sono affranto.
— Ser d*un bacio avrete vanto.
— Donna, dunque a voi mi rendo
Di man giunte e riverendo.
— Sere , a tanto non m* attendo ,
Ne* a* ma* passi vo' correndo.
— Donna, v* amo e non v* intendo.
— Sere , il senno vai perdendo.
— Donna , il core mi disia
Che vi avesse a mia balia.
— Sere , oh questo mai non fia !
E voi dite gran follia.
— Non temete villania.
T— Non m* affido e fuggo via.
In questo dialogo potrà ammirare il lettore la
semplicità e la naturalezza, non iscompagnata da quel-
r aura di cavalleria che informa i canti de' trovatori
Le pene amorose d' Alberto ottengono il conforto di
un bacio : e con ciò forse spera la donna mitigare la
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sua fiamma. Indugio non porta danno, essa dice,
e lo esorta ad attendere. Ma quando più ostinato il
poeta r incalza e la vuole in sua balia, essa ardita-
mente rinfacciagli d* avere ismarrito il senno e fugge
a dileguo. Ben altrimenti avrà fine il contrasto di
Giulio d'Alcamo, in cui la donna di Bari dopo jnolte
ripulse s* arrende alle sollecitazioni di lui, anzi Fin-
vita essa stessa a cogliere il fiore A* amore.
Un altro trovatore di questa cospicua famiglia è
quel Federigo Malaspina detto il Lanza, signore di
Castagnola e del contado di Loreto nelle Langhe,
di cui già riferimmo due fiere cobbole contro Pietro
Vidale, il quale a sua volta appuntavalo d' aver ven-
duto più castella, che vecchia femmina non vende
galline. Ma di lui ci giunsero troppo scarse novelle.
Né qui dessi obbliare la marchesa Guglielma Ma-
laspina esaltata nei versi di Alberto di Sisterone,
cosi detto dal luogo della sua nascita, sebbene appar-
tenga del pari al casato dei signori di Valdimagra.
In lode di lei, ch'era, a quanto ne lasciò scritto il
Nostradamus , una delle più leggiadre dame della Pro-
venza, passando d' onore e d'onestà tutte le altre, Al-
berto fé' d' assai belle canzoni, e tale amore accendea
r anima loro, che 1' uno non sapea starsi lontano dal-
l' altra: finché un bel di la marchesa dandogli cavallo,
armi e danaro , lo pregò volesse per breve stagione
dipartirsi da lei. Obbedì Alberto, mandandole una
canzone in forma di dialogo che incomincia:
Desportas voiis amy d'aquest amour per aras.
Dopo il qual fatto l' infelice poeta si morì di strug-
gimento intorno il 1290 in Terrascona. Ei consegnava
le sue poesie ad un suo famigliare Piero di Valiera,
commettendogli di fame un presente alla sua dama;
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372
ma questi per Y opposto le vendette a Fabro d' Uses,
il quale avendole divulgate come composte e dettate
lui stesso , scoperta la frode , fu preso e fustigato
conforme alle leggi d* allora. Alla prosapia dei Mala-
spina s' ascrive eziandìo quella Isabella, che alla corte
di Monferrato fii presa d* amore per Elia Cairello ,
che in stupendi versi ne celebrò la singolare bellezza,
e r accompagnò col suo canto, quand' essa , crociatasi,
passò in Terrasanta.
Non deggio chiudere questa rassegna de' liguri
trovatori senza accennare ad un tragico avvenimento
onde fu vittima Luca Grimaldi, il fiero scrittore di
satire contro Bonifacio Vni. Queste vennero arse per
sentenza dei Padri inquisitori. Qual fosse la pena che
decretarono all' audace poeta, non trovo scritto, sebben
non s* ignori eh' ei n* andasse aspramente colpito. Certo
egli è ancora , che avendo tolto a celebrare ne' suoi
versi una fanciulla dei Villanova, questa tiratolo a sé,
mesceagli un filtro che in breve lo spense nella giovane
età di trentacinque anni (1308). Corse allor voce eh' e-
stranea a tal maleficio non fosse la curia di Boma.
Fra i signori Estensi primo ad onorare le muse
occitaniche fa Azzo VI, che accolse a grande onore
in sua corte Folchetto da Romano e Amerigo da Pe-
guilano. Il quale dopo avere preso stanza presso il
signore di Monferrato , ove pianse in mestissimi versi
la leggiadra Beatrice, erasi recato in Verona presso
i conti di S. Bonifacio, e quindi anche ne' castelli
dei Malaspina; ma ninno asilo gli fa tanto piacevole
quanto la corte degli Estensi, ove invaghi e cantò
nel 1210 la bellissima Beatrice figliuola dell'anzidetto
Azzo VI ; quella stessa Beatrice che poi vesti le lane
de' penitenti nel monastero di Monte Salarola e si
mori in odore di santità.
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373
Non manco liberali ci si mostrano i marchesi Azze
Vn ed Opizzo, in corte de' quali visse il cosi detto
maestro Antonio Ferrari , celeberrimo fra i trovatori
italiani. A dar di lui piena contezza, recherò nel
nostro idioma la di lui vita, qual ci fu tramandata
dagli scrittori provenzali.
— Maestro Ferrari fu da Ferrara , e fu giullare ,
e intendette meglio di trovare , ossia poetare proven-
zale, che alcun uomo che fosse mai in Lombardia;
e sapea molto ben lettere, e nello scrivere non avea
chi il pareggiasse. Fece di molti buoni libri e belli:
cortese uomo fu della persona : andò e volentieri servì
e baroni e cavalieri , e a' suoi tempi stette nella casa
d'Este. E quando venia che i marchesi facessero
feste a corte, vi concorreano i giullari che s'inten-
deano della lingua pi'ovenzale, e andavano tutti a lui
e il chiamavano lor maestro. E se alcun lì ne venia
che s'intendesse meglio degli altri, e che muovesse
questioni di suo proprio trovare o d'altrui, maestro
Ferrari gli rispondeva all' improvviso , in maniera
ch'egli era tenuto primo campione nella corte del
marchese d' Este. Non fece però mai che due canzoni,
ed una retroenza : ma di serventesi e cobbole ne com-
pose assai delle migliori del mondo ; e fé' un estratto
di tutte le canzoni de' migliori trovatori, e di cia-
scuna d'esse trasse una cobbola o due p tre, quelle
che portano le sentenze delle canzoni, con tutti li
motti triati; questa raccolta è scrìtta di sua mano,
ma non vi volle porre ninna delle sue cobbole , ma
altre ve ne pose per ricordazione di lui. E maestro
Ferrari quando era giovane innamorò di una donna
ch'ebbe nome di madonna Turca, e fé' per essa di
assai buone cose. E quando invecchiò, poco solca an-
dare attorno ; si andava a Trevigi a messer Girardo
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da Camino e a' suoi figliuoli che l'accoglieano a
grande onore, e il vedean volentieri, e volentieri
donavangli per la bontà di lui e per 1* amore del
marchese d'Este. —
Non è senza importanza per la storia letteraria
veder questo poeta che vive in casa di principi, che
risponde di schianto a' versi de' trovatori, i quali
rallegravaoio la ferrarese corte : che & una raccolta
delle lor migliori canzoni e per modestia non vuole
allogarvi le sue , e che , infine, già vecchio si reca a
visitare altri principi che Y hanno in altissimo pregio.
Egli visse fino al declinare del secolo Xni, e fu uno
degli ultimi trovatori, che cantasse in un tempo, in
cui la lingua d' oco cominciava ad essere messa in
disparte pel radioso levarsi della llhgua italiana.
A porgere un saggio del suo poetare reco anzitutto
la cobbola che gli diresse Guglielmo Raimondo per
provarne il senno e il sapere : a cui fitrò seguire la
risposta del trovatore ferrarese.
Amica En Ferrari
Del prò Marques d'Este van
Man dizen qu'a sen fi,
E puders Tespan tan
Quan ala de aei vezi,
De jovent eatan gran
E pauc ab cop adi ,
Si que nulhea n*y an dan.
Don aoi aay vengutz nutz
D'aiao qu'eu non o aay,
Mas ai en el vertatz lutz.
Mon pretz trobaray
E deapucia tengutz mutz
Per re no seray may,
Et, en loca, degutz, cutz
D'el e nosa e tric partray.
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Quals qu'esteya
Ges no creya
Qu'ìeu no y meta '1 cor mor :
Ni *m desleya,
Ab so qu'ancs veya
Que mon aya de for lor:
Quar autreya
Crei q'om deya
Far plus qe tresor d' or.
Om sopleya
Apres qe s* pleya,
Sol can avols a cor for.
A cui maestro Ferrari, senza molto soprastamento,
tenendo V istesso metro, rispose :
Amics 'N GaiUem Raimon,*
Pueis say us entrest mest,
Teu d*un pes q'es preon
Tantost malengrest rest,
Des que, pujan a mon,
Mon sen sus el test
• Men dreig, e us respons
Que prò a conquest d'Est.
Lo Marques d*amics rics,
E SOS grans poders ders
Ten SOS enemics tiùes
Bas, o SOS gens sabers
Es dels plus antìcs brìcs:
Conors e valers vers
(Dont es nostr abrics pics)
No ilh tol SOS avers.
Quar gent dona
Quan sayzona,
Co se taing a Baro prò,
Qui s' adona
Vais gen bona:
E ébr vos say en bo
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No taing sprona
N*il somona
Que US onre n'us dea prò.
Mas felona
Gen bricona
Ab luy no fay son prò.
Anche Bologna vanta il suo trovatore in Eamber-
tino Buvalelli, noto nella istoria di Milano e di Brescia
che r ebbero a podestà, non che di Genova che pur
chiamavalo a capo del suo reggimento (1218) e man-
davalo ambasciatore a Federigo II. Altre pubbliche
cariche ei tenne in Parma, in Mantova e in Modena;
ma queste non gì' impedirono di leggiadramente poe-
tare e proteggere i trovatori, di che fa fede quel
Pietro Eaimondo di Tolosa, che ne levava a cielo la
liberalità e le cortesi accoglienze. Del Buvalelli ha
otto canzoni il codice estense : dieci ne novera il
Bartsch, quasi tutte di materia amorosa. Nato il 1165,
venne a morte intorno il 1225.
Troviamo ricordati eziandio non senza gloria i nomi
d' altri rimatori italiani, come di Pietro Della Rof ere,
piemontese, o forse d'Albissola in Liguria, che cantò
una dama dei Caraccioli. Si narra di lui, che standosi
in corte dei conti di Provenza, fii preso d' amore per
questa gentildonna napoletana, che come povero e
mal in arnese, lo respinse da sé. Perlocchè vestito il
rocco de' pellegrini andò qua e là tapinando , finché
giunto ad una grossa borgata, detta il Poggio di
Santa Reparata, si die' a predicare con tale eloquenza
ed ardore , che que' terrazzani tanti denari recarongli,
da potersi rifornire d'armi e cavallo; ond'é che
amorevolmente fu accolto dalla sua dama. Giova
eziandio registrare i nomi del visconte di Sant' An-
tonino, del conte di Biandrà, di Pietro da Casale,
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377
di Beltrame della Torre, di Castion da Sospellrf, di
Migliore degli Abati , di Dante da Majano, di Paolo
Lanfranchi da Pistoia , d'Ugo Catola , di Pietro della
Mula e di Guglielmo di Silvacana. Ai quali a buon
dritto soprastano Nicoletto da Torino, e Pietro della
Caravana. H primo d' essi cantò (1236) i gesti di
Federigo II in una tenzone ch'ebbe con Giovanni
d'Albuzone pur italiano, come tengono il Crescimbeni
ed il Bartoli. Ma mentre costui inneggiava all' aquila
imperiale ed ai benefici resi da questa al Monferrato
e al sub principe, Pietro della Caravana, il Tirteo
piemontese de' bassi tempi, incitava i Lombardi a
difendere la lor libertà, cantando — voi sarete ri-
dotti peggio che schiavi comprati, se non durate
tetragoni contro l'armi tedescha — H suo canto
spira r impeto e il fuoco del poeta guerriero :
D'un sirventes faire
Es mos pessamenz
Qu'il pogues retraire
Viatz e breumenz
Qu'el nostr'emperaire
Ajusta gran genz.
Lombard , be us gardatz
Que ja non siatz
Peier que compratz,
Si ferm non estatz.
De son aver prendre
No US mostratz avars,
Per vos far contendre
Ja non er esears;
Si 1 vos fai pois prendre,
L*avers er amars;
Lombard, be us gardatz etc.
De Puilla US soveigna
Dels valenz baros,
Qu'il non an que preigna
For de lor maizos,
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Gardatz non deveigna
Atretal de vos:
Lombard, be us gardatz etc.
La gent d'Alamaigna
Non Toillas amar ,
Ni la soa compaigna
No US plassa usar,
Quar cor mi *n fai laigna
Ab lor sargotar.
Lombard, be us gardatz etc.
Gran Nogles rassembla
En dir Borderguatz
Lairan, quant se sembla ;
C'uns cans enrabiatz
No Yoillatz ja vengla,
De vos lo loìgnatz.
Lombard, be us gardatz etc.
Dieus gart Lombardia,
Boloigna e Milans
E lor compaignia,
Bresa e Mantoans,
C'uns d'els sers non sia,
E 1 bons Marquesans.
Lombard, be us gardatz etc.
Dieus salf en Sardeigna
Mons Malgratz de Totz ,
Quar gens viu e reigna
E vai sobre totz ,
C*uns quant Tare non seigna
De deguna votz.
Lombard, be us gardatz etc.
SaiU d*Agaitz, be m platz
Quar tant gent reignatz
Verones honratz
E si ferm estatz
Lombard, be us gardatz.
A completare il novero dei trovatori italiani che
poetarono in lingua aquitanica , mancano i nomi di
Folchetto e Bordello; e' saranno il subbietto de' se-
guenti capitoli.
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CAPO XIX.
FOLCHETTO
SOMMARIO.
Si rafferma che Genova fu il luogo del suo nascimento — Sua
domestichezza col visconte di Marsiglia e de' principali per-
sonaggi dell' età sua — Sceglie a sua dama Adelasia Del
Balzo — Probabili cagioni che il mossero a rendersi monaco
— Folchetto poeta — Sua grande fama testimoniata da Dante
— Folchetto vescovo e sue# religiose ferocie — Il concilio
eucumenico del Vaticano. »
Prima assai che la crociata albigese costringesse i
rimatori provenzali a chiedere asilo ai castelli feudali
e alle corti dei signori italiani, parecchi de' nostri
trovarono in lingua occitanica, e levaronsi ad altis-
sima fama. Innanzi coloro che educaronsi alla gaja
scienza ci si mostra Folchetto, di cui la biblioteca di
Parigi conserva venticinque componimenti : soli ven-
tuno il codice Estense. Folco o Folchetto rampollo
della nobile prosapia degli Anfossi, stretta in paren-
tado coi Della Volta e coi Doria , nacque intorno il
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1160 d'un Alfonso, ricchissimo mercatante genovese
che avea stanza in Marsiglia. Si piati lungamente
intorno il luogo del suo nascimento : ma se i chiosatori
avessero letto con maggior ponderazione i versi di
Dante che di lui trattano, ogni dubbiezza sarebbe
stata risolta. Egli infatti mette in bocca di Folchetto
queste parole:
Di queUa valle fu' io litorano
Tra Ebro e Macra
Ad un occaso quasi e ad un orto
Bugea siede e la terra ond' io fui,
Ohe fé' del sangue suo già caldo il porto
(Farad. IX).
E in questa terra non può ravvisarsi che Genova,
posta quasi rimpetto a Bugea , città della costa afri-
cana, colla quale ha pressoché Tistesso orto ed oc-
caso. E maggior rincalzo avrà questa sentenza dal-
l' ultimo verso in cui si tocca lo scempio miserando
che fecero in Genova i Saraceni nel 936 ; verso che
applicato a Marsiglia , non porgerebbe il bandolo che
ad interpretamenti balzani.* A questo suo luogo d' ori-
one accenna senza manco veruno anche il Petrarca
cantando :
Folchetto che a Marsiglia il nome ha dato
Ed a Genova tolto.
(Trionfo d* Amore, cap. IV).
£ invero, allontanatosi dalla sua patria, egli pose col
padre stabile dimora in Marsiglia , e spenti i libri
della mercatanzia, possessore com'era d'ingenti dovizie,
leggiadro d'aspetto e di modi, percorse le castella
della Provenza, usò alle corti dei grandi baroni:
massime quella di Barrai del Balzo visconte di Mar-
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sigila , con cui visse in istretta domesticità fino al
giorno in coi resesi monaco. Ottenne eziandio T amistà
de' più chiari personaggi dell' età sua : Alfonso II re
di Aragona, Alfonso VII re di Castiglia, Eaimondo V
conte di Tolosa, non che Eicciardo Cuor-di-leone, che
prima di recarsi a Genova, sulle cui navi dovea salpar
per la Siria, ebbe lungamente stanza in Marsiglia.
Barrai del Balzo, nella corte del quale Folchetto
viveva , erasi congiunto in maritaggio con Adelasia
di Eoccà Martina , principessa colta e gentile quanto
altra mai , che Folchetto scelse a sua dama , behchè
legato da nozze. Né dee questo fatto ingenerar mera-
viglia , dacché ci sia noto , che secondo le teorie ca-
valleresche di quell'età, ciò non era disdetto anche
nello stato coniugale. Affermano alcuni che no-
nostante il tributo de' suoi canti e del suo cuore, ei
mai non abbia ottenuto mercé alcuna dalla sua dama:
altri per converso tengono che Adelasia non fosse si
acerba verso il suo amante; al quale se die infine
commiato, vietandogli di mai più cantare per lei,
debba ciò riferirsi soltanto a furore di gelosia, per
averlo veduto corteggiare Laura di San Giorlano e
Mabilia di Pontevese, sorelle del visconte e donne
d'alto valore e di grande beltà. Vi fu chi scrisse
eziandio che scoperta la tresca di Folchetto con Ade-
lasia, costui venisse cacciato di corte. Qualunque sia
la cagione che non é dato chiarire, un tal commiato
amareggiò si fortemente il poeta, che da quel giórno
cessò di far versi e di frequentare le principesche corti.
Appresso riavutosi alquanto dal suo smarrimento , si
recò presso Eudosia figliuola all'imperatore Alessio
Commeno, e moglie allora di sir Guglielmo di Mon-
pellieri, alla quale si richiamò della toccatagli disa-
ventura. Ed ella quanto potè, tolse a confortarlo a
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ben sperare, e il pregò che per suo amore dovesse
tuttavia trovare ; perch' egli compose allora quella
canzone che dice:
Tanto muove di cortese ragione.
Frattanto nuove cagioni s'aggiunsero ad aggravare
i suoi melanconici istinti. Moriva Adelasia, seguita a
breve andare dal proprio marito. Folchetto aveva al-
tresì poc' anzi perduto Riccardo Cuor-di-leone, Alfonso
d'Aragona e Raimondo di Tolosa: e queste perdite
gli annebbiarono di guisa la mente, che divisò ab-
bandonare ogni cosa diletta, e chiudere i suoi giorni
nell'abbazia di Torondetto presso di Luco in Pro-
venza : onde il Petrarca ebbe a cantare di lui
nello stremo
Cangiò per miglior patria abito e stato.
(Trionfo d'Amore, cap. IV).
Intorno a quel tempo istesso un altro gentil tro-
vatore Bernardo da Ventadomo , perduto il suo pro-
tettore Raimondo di Tolosa e stanco del mondo e cac-
ciato per giunta dalla bella Eleonora di Normandia,
si rifugiava nel convento di Dolon per finirvi in opere
di cristiana pietà la sua vita.
Gran ventura per la fama di Folchetto s' egli non
avesse abbandonato più il chiostro ! Ei per contro ne
venne tosto creato abbate (1200) e cinque anni ap-
presso, deposto dal legato di Roma il vescovo di To-
losa per simonia, vi fu innalzato Folchetto, il quale
tenne una tal dignità fino al 1231 , anno della sua
morte.
Fra tutti i trovatori ei primeggia per delicato sen-
tire e per eleganza di stile. Ecco le prime tre strofe
di una poesia in lode di Adelasia , poesia eh' io sarei
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lieto di volgere nel patrio idioma, senza nulla to-
gliervi del nativo sapore :
Tanto m* aggrada V amorosa Voglia
Che nel mio cuore ad albergar sen venne,
Che ad ogni altro pensier chiuse la soglia.
Né altro disi#mi fora
Dolce e piacente. Ben io so che in questo
Pensier convien eh' io mora,
Eppur mi sembra ch*ei mi serbi in vita.
L' amor che dolcemente a sé mi lega
Allevia la ferita
Pel bene ond'egli a lusingar mi viene
Con impromesse che giammai non tiene.
Ben so che quanto imprendo
In vanità si solve:
Ma che poss* io se amore
Perder mi vuol coli' addensarmi in cuore
Un cosi acceso istinto,
Che vincere non può, ned esser vinto?
Il solo vinto io sono ;
Lentamente m'uccidono i sospiri
Dacché non ho conforto
Da lei che chiusa in fondo all' alma io porto :
Né più n' attendo altrove,
Poiché dentro al mio petto
AUignar non é dato ad altro affetto.
Donna gentil , v' aggradi
L' amorosa mia fiamma :
E allor le «mie sventure,
Tra noi divise, mi parran men dure.
se vi piace eh' io disciolga altrove
1 miei sospir, spogliate
Quella beltà, quel fascino, quel riso
Che m' hanno il cuor conquiso;
E forse lieve allora
Separarmi da voi, donna, mi fora.
Talora sfoga in meste note i propri affanni rivol-
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gendosi alla sua dama cai dava nome di Bel Azimans,
ossia bella calamita, cantando:
Se al cuor piacesse, fora tempo' ornai
Di scior canzoni a ricercar conforto;
Ma pesan troppo sul mio capo i guai
Quando al ben guardo e al mal che si m*ha absorto;
Che se giorni già trassi ilari e gai ^
Or di gioie d' amor speme non porto:
£ che troppo son timido é si vero
Che fin dal cominciar tosto io dispero.
Ma non tutti son d* amore i suoi canti. Amico qual
era d'Alfonso re di Castiglia, tolse a predicare una
crociata per liberarlo dagli assalti di Miramolino re
del Marocco , che già gli aveva tolto Calatrava, Sal-
vaterra , il castello di Toninas e minacciava ingoiarne
il reame. Difficile era Y impresa e fallì : ma ancor ci
resta la Predicanza colla quale il poeta spronava i
principi cristiani a prender la croce. Ci restano del
pari alcuni suoi canti in lode della Vergine , un de'
quali così comincia secondo il leggiadro volgarizza-
mento che ce ne porse il Galvani:
Spesso in cantar di questo secol frale
Molt' opera ho perduta,
Donde ne temo aver pena mortale
Se mercè non m' aiuta.
Perchè mio canto d'oggi in poi si muta.
E lo voglio offerire
Colà, donde venire
Mi può pace compiuta,
Se mio cuor non rifiuta
La Yergin -Santa che il mio dir saluta.
Grande non manco di quella d'Arnaldo Daniello e
di Pietro d'Àlvernia corse allora la fama del trovator
genovese, di che testifica lo stesso Alighieri, sì parco
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lodatore, il quale pone sul labbro a Cunizza le se-
guenti parole ;
Di questa luculenta e cara gioia
Del nostro cielo , che più m* é propinqua ,
Grande fama rimane ....
E Dante che in lui s' imbatte nel cielo , si volge a
Folchetto, che si fé' in vista preclaro
Qual fin baiaselo in che lo sol percuota,
e lo prega di soddisfare a' suoi disii. Perchè Fol-
chetto, dopo avergli accennato, nel modo che già rife-
rimmo, il loco del suo nascimento, prosegue :
Folco mi disse quella gente a cui
Fu noto il nome mio, e questo cielo
Di me s'imprenta, com*io fei di lui.
Che più non arse la figlia di Belo,
Nojando ed a Sicheo e a Creusa,
Di me , infin che si convenne al pelo :
Né quella Rodopeja, che delusa
Fue da Demofoonte, né Alcide
Quando Jole nel cuore ebbe racchiusa.
{Farad, cap. IX).
Ma le amorose fiamme del gentil trovatore che
spinsero -l'Antico commentatore di Dante a scrivere
che — amò maritate e vergini e vedove e gentili e
popolesche , e ciò fino ad età matura — doveano al-
fine cedere il campo ai religiosi furori del vescovo di
Tolosa e del truce istigatore delle stragi albigesi.
Correndo il 1208 una ambasceria di cui facean parte
Folchetto, Guglielmo del Balzo principe d' Grange ed
alcuni altri , recavasi a Eoma a denunciare. Rai-
mondo VI, ed ottennere l'assenso di predicare la
E. Celesia. storia della Letterat. in Italia. 25
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crociata contro di lui. Univasi a questi eziandio Per-
digone, trovatore di grido, che fu attivissimo coo-
peratore delle stragi di Béziers, e combattè prode-
mente nella battaglia di Mureto, ove fu ucciso Pietro
re d'Aragona, eh' era stato il suo amico e il suo pro-
teg^tore. Perdigone fu il solo trovatore , da Pol-
chetto in fuori, che parteggiasse in quella nefanda,
guerra per Roma ; ma caduto in ira di tutti, cacciato
da ogni consorzio, maledetto perfino da' suoi, chiuse
fra la universale esecrazione i suoi giorni.
Rifugge ogni animo onesto dal tener dietro alle
bieche opere e alle atrocità senza esempio, onde mac-
chiossi nelle persecuzioni contro gl'infelici Albigesì
il vescovo di Tolosa : nell' esterminio dei quali pa-
reggiò la ferocia di S. Domenico che gli era amico, e
con cui venne in Genova e a Roma per ottenere la
fondazione dell' ordine dei Padri Predicatori : quel
S. Domenico che
si mosse
Quasi torrente eh* alta rena preme,
E negli sterpi eretici percosse
L'impeto suo più yivamente quivi
Dove le resistenze eran più grosse.
{Farad, Cant. XII).
Tolgo da una cronaca provenzale di quell'età al-
cuni brani che mostrano con quale efferrato animo
intendesse Folchetto a conquidere i suoi nemici. Com-
mosso il pontefice dalle atrocità perpetrate da' suoi ,
concesse a Raimondo VI la facoltà di difendersi col
suo giuramento dall' accusa d' eresia innanzi a un
concilio che era stato inditto a San Gilles. Senonchè
il maledetto vescovo di Tolosa, scrive lo storico pro-
venzale , sempre inteso ai danni del suo signore, in-
dusse il nuovo legato, cioè il genovese canonico Teo-
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disio , a non accettare il suo giuramento e a ribadir
sul suo capo un nuovo e più fièro anatema (1210).
Ciononostante Eaimondo nella seguente primavera
con deplorevole condiscendenza accolse Folchetto in
Tolosa, contro cui stava per muovere il conte di
Monforte , che allora cingea d' assedio Lavaur. Fol-
chetto entrato appena in città, v'accese la guerra
civile, raccogliendo una banda eh' ei chiamò Confra-^
ternita bianca nello scopo di perseguitare gli eretici
ed i giudei, la quale giunse a tal eccesso di ferità,
da porre a ruba ed atterrare le case de' cittadini. A
raffrenarne gli eccessi fu mestieri che altra banda
s' armasse , detta la Confraternita nera , la quale
venne più fiate alle mani con la prima, ed il sangue
corse a torreAti. La cacciata di Folchetto dalla città
tornò in tranquillo le cose.
Vinta la terribile giornata di Mureto, Folchetto
entrò in Tolosa a capo del clero. Posto tra i vinci-
tori il partito di distruggere la città col ferro e col
fuoco, ei fu tra coloro che parteggiavano pel suo com-
pleto sterminio: e sarebbe questa sentenza prevalsa,
se non l'avesse osteggiata Tistesso Monforte, che
agognava d' aver Tolosa a sue mani e d' esseme con-
fermato a signore. Nondimeno l'infelice città ebbe a
patire strazi incredibili.
Intanto raccoglievàsi in Eoma il concilio eucome-
nico (11 novembre 1215), a cui intervennero il conte
di Tolosa Eaimondo VI col proprio figliuolo sui quin-
dici anni d' età , reduce dalla corte del re d' Inghil-
terra , suo zio, a cui il padre avealo mandato per sot-
trarlo a quella tempesta: il conte di Foix, Arnaldo
di Villemur, Raimondo di Roque fenile, il conte di
Commingens , e altri baroni di Guascogna e di Setti-
mania , i quali sollecitavano d' essere reintegrati dei
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388
loro domini, che Simone di Monforte aveva usurpati.
Assisteveno al concilio ben mille ducente prelati trat-
tivi da ogni parte della cristianità: e fra questi i
patriarchi latini di Costantinopoli e di Gerusalemme,
non che quei vescovi che aveano investito il Mon-
forte dei beni dei spodestati signori. Il medio evo non
vide concilio più solenne di questo. Il grido di tante
-migliaja di vittime e quella immane ecatombe di
sangue avea sforzato il pontefice a cercare nell'as-
senso della cristianità la propria discolpa. JSi volle
rendere l'intero orbe cattolico solidario di que' mi-
sfatti.
Baccoltosi in Laterano quell'immenso consesso di
prelati e di principi, si levò primo a parlare il conte
di Foix, giustificando i suoi portamenti .e dimostrando
non aver egli mai patteggiato cogli eresiarchi; aver
bensì ceduto spontaneo ai messaggi di Roma il suo
-<ìastello di Foix, munitissimo arnese e provveduto
d' ogni difesa , talché forza alcuna non sarebbe stata
-valevole ad espugnarlo. E ne chiedeva la debita resti-
tuzione. H cardinale legato raffermava le parole del
conte, e apertamente mostrava doversi ritornare a sue
mani la rocca ceduta. M^^ sorse allora acerbamente
ad accug^rlo Folchetto, dicendo — Voi udiste, o signori,
le parole del conte, onde tenta suadervi essersi egli
tenuto mondo da ogni eresia; io per l'opposto v'af-
fermo , che appunto nelle sue terre* 1' eretica pravità
mise le sue più profonde radici , e che il suo con-
tado ribboccava de' nostri nemici da lui protetti e te-
nuti al suo fianco. La rocca di Mont-Ségur fu di suo
pieno consentimento messa in assetto di guerra in
loro difesa; la sorella di lui, volte le spalle alla Fede,
abbracciò le perverse dottrine, e nei tre anni da lei
vissuti in Pamiers ebbe molti seguitatori ed amici. E
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389
sappi ancora , o Pontefice, che i pellegrini e i crociati,
i quali in servizio di Dio davano la caccia agli ere-
tici e agli esuli, furono dal conte trucidati e fatti a
brani per modo che Tossa loro ammontichiaronsi nei
campi presso Montjoie Felici almeno coloro
eh' egli ha d' un tratto squartati ! Ma quei che fu-
rono da lui perseguitati, mutilati, acciecati, a' quali
è disdetto muovere un passo senza chi li sorregga
e conduca per mano, veggonsi ancora oggidì alle
porte della citta, maledicendo a chi li ridusse a tale.
Colui che fu il movitore e V autore di tante stragi e
martiri, è indegno di posseder terre e castella. —
A sua volta levossi impetuoso a difendersi il conte
con assai lunga concione , finché scendendo a parlar
di Folchetto — questo vescovo , disse , che sì fiera-
mente m'accusa, fu quei che tradì noi tutti e Dia
stesso. Imperocché per le sue bugiarde canzoni, per
i molli suoi versi , pe' suoi scaltri procedimenti , per
la liberalità nostra, onde potè farsi giullare, pel suo
periglioso sapere, ebbe modo di levarsi tanto alto, che
ninno s' attenta a combatterlo. S' egli fu per poco mo-
naco e abbate , il chiostro gli parve si tetra prigione,
che non ebbe requie né pace, finché non ne uscisse.
Fatto vescovo di Tolosa; si propagò a breve andare
in tutta quella regione tal fiamma, che non vi é acqua
capace di estinguerla,. Già meglio di dieci mila per-
sone tra grandi e piccole, han perduto per lui la
vita, l'anima e il corpo; e in verità io vi dico, che
r opere sue , le sue parole , i suoi portamenti lo de-
signano piuttosto per T antecristo, che per legato e
messaggiero di Roma. —
Le parole del conte veniano rincalzate dall'arci-
vescovo di Lione , il quale esponeva essere Folchetto
colui che facea vivere nell'angoscia meglio di cinque-
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390
cento mila uomini, straziati nell' anima e sangiùnenti
nel corpo. Queste atroci pitture scossero parecchi dei
più umani prelati, e la bilancia si sarebbe piegata
in favore del conte e degli altri baroni, se il vescovo
di Tolosa non avesse con fiilminea eloquenza costretto
il più de' congregati e V istesso pontefice a confermar
la sentenza de' suoi legati , i quali aveano spogliato
il conte e gli altri signori delle lor terre per infeu-
darle al Monforte.
Così Folchetto, leggiadro e gentil trovatore dap-
prima, festeggiato alle corti di Provenza, di Tolosa,
di Monpellierì e d'Aragona, amante di Adelasia, dì
Laura di S. Giorlano e di Eudosia, copri d'obbro-
brio il suo nome, facendosi persecutor dì coloro che
lo aveano beneficato, e rendendosi complice dell'inìquo
Monforte. I suoi allori stillano sangue : ma la sua
memoria vivrà, nella sua infamia, immortale.
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CAPO XX.
SORDELLO
SOMMARIO.
Bordello e sue prime avventure — Suoi amori con Cunizza —
Cacciato da Ezzellino ripara in Provenza — Corre le corti
e ne amoreggia le dame — Parte per V impresa di Napoli,
ma cade infermo a Novara — Cobbola di Carlo d*Angiò —
Dubbiezze sulla fine di lui — Sue poesie — Il compianto in
morte di Sir Blancasso — Il Sordello di Dante è quel della
storia ?
Se ninna altra notizia intorno a Sordello fosse a
noi pervenuta che il meraviglioso episodio della Divina
Commedia, basterebbe sol questo a designarlo come
uomo eminente: dacché Dante non potendo di pre-
senza averlo conosciuto (toccava appena i sedici anni
d' età quando il trovatore mantovano moriva), fonda il
proprio giudizio sull* altissima fama che correva di
lui. La quale andò, come suole, in processo di tempo
adulterandosi con innesti di favole e di strani rac-
conti raccolti dall' Aliprandi, dal Platina e sfatati dal
Tiraboschi.
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392
Nacque sui primordi del secolo XII presso Coito su
quel dì Mantova da nobile stirpe, ma di ristrette for-
tune, e die opera alacre agli studi. Poetà—in-liftgua
i\^RXiB^'^ùYenzaì^^4f;à;mese : talché al pari d' Ennio
avrebbe potuto vantarsi di possedere tre anime. La-
sciò ben presto la casa paterna per darsi alla vita
avventurosa dei trovatori, visitando le castella dei
diversi signori, poeta a un tempo e cavaliere. Bel-
lissimo della persona, dotata di voce incantevole,
ogni corte apprestavagli graziose accoglienze. Il Pla-
tina l'afferma di statura media, saldo alle fatiche, di
ardente e voluttuosa indole, e tale che mai non ri-
fiutava una sfida, e benché venisse ogni giorno alle
mani co' più valenti guerrieri , pur n' usciva ognor
vincitore, mandando i suoi prigionieri in dono ai vari
monarchi d'Europa. Questo scrittore, di ciò non pago,
aduna sul capo di Bordello tante particolarità ro-
manzesche, quante la fantasia più sbrigliata può rac-
cozzare. Con più aspetto di vero di lui scrisse il Fre-
goso: « In variis exterisque regionibus de tribus ac
» viginti equitibus, fortissimis viris, cum singulari
» certamine cum eis dimicasset, victoriam retuUsse
» inventus est. In his maxime eius enituit virtus,
» cum in Parisiorum urbe, uno die, cum tribus, vi-
» delicet lachelino, Leopardoque britannis, demunque
» cum Frassato burgundione pugnavit. Tanto enim
» animi ac corporis robore.Asellium, Torquatum, Cor-
» vinum, atque quemcumque civem romanum supe-
» ravit, quanto unitas trium viginti numero minor
A> est, et triplicis certaminis perpessus, uno die la-
» borem, unius tantum certaminis laudem debet an-
> teire». A sua voltar il Volterrano l'esalta: anzi fa
di lui un principe fondatore della dinastia dei duchi
di Mantova. Certo é che gran cose di lui si narra-
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393
vano: atti magnanimi, eroiche imprese. Ninno potea
contrastargli la palma del canto: ninn misurarsi in
campo chiuso con lui ; talché senza Y opera del suo
braccio non era dato vincere una battaglia, né senza
il suo senno suggellare un trattato d'alleanza o di
pace. Ricco di queste doti non è meraviglia s'egli
acquistasse l'aiùore delle più nobili dame, e non vi
fosse principessa in Europa capace a resistere alle
potenti sue seduzioni.
Giovanissimo ancora, lo troviamo in corte del pa-
triarca d' Aquileja, da cui passò in quella di Riccardo
conte di S. Bonifacio. Era allor TltaUa superiore in
preda agli orrori della guerra che Federigo II avea
mossa ai comuni lombardi: guerra fatta più mici-
diale dai discordi umori che serpeggiavano fra gli uo-
mini di una. stessa città, e talora d'una stessa fami-
glia. Verona n' era in singoiar modo agitata. A capo
de' Guelfi stava appunto il conte di S. Bonifacio, al
quale i Ghibellini opponeano Ezzellino da Romano,
il cui nome doveva più tardi suonare spaventoso in
Italia. Correndo il 1221 Fra Giovanni da Vicenza
intimava sulla pianura di Paquara la sospensione del- .
l'armi, talché le ire partigiane ebbero un istante di
tregua; e a renderla vie più durevole fermossi un.
ti'attato d' alleanza fra Ezzellino e il conte di S. Bo-.
nifàcio, trattato che a breve andare rassodavasi colle
nozze di Silia di lui sorella con Ezzellino: il quale
a sua volta impalmava Cunizza al conte Riccardo.
Cunizza, che i chiosatori di Dante esaltano per
r avvenenza della persona e infamano per i suoi rotti
costumi, fu il primo amor di Bordello. Quai ragioni
abbiano mosso il poèta che ponea Francesca nell' In-
ferno ad assegnare un seggio a Cunizza tra le anime
beate nel pianeta di Venere, difficile il dire. Un tal
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nodo intende per altro sgroppare Giuseppe Ferrari
scrivendo, che la signora di S. Bonifacio — era stata
la sola persona impunemente pietosa nelle vie di Ve-
rona e di Padova, quando i Guelfi periano a migliaia
sotto il ferro d*Ezzellino; sola averli soccorsi, visi-
tati nelle loro orribili carceri ; e quando V intera fa-
miglia dei Romano veniva pubblicamente trucidata per
decreto del popolo, quando gl'istessi Bolognesi della
crociata guelfa non potevano salvare il loro concitta-
dino podestà di Treviso, perchè ministro d'Alberico da
Romano, Cunizza sopravviveva rispettata a Verona, e
tutto le si perdonava perchè molto aveva amato. —
Aggiungerò che correndo il 1265 Cunizza pose
in libertà tutti i servi e gli uomini di masnada
che già appartenevano agli Ezzellini, e questo atto
d' affrancamento dalla servitù della gleba, imitato pochi
anni appresso dai Fiorentini, non senza una qualche
partecipazione della stessa Cunizza, fu quello che forse
meritavale d'essere indiata dall' Alighieri. Comunque
sia, lieta e gioiosa vita trasse Bordello presso l'a-
mata donna, finché durò il silenzio delle armi; ma
accesasi un' altra volta la guerra, Ezzellino sia che
vedesse a malincuore la propria sorella a mani del
suo nemico, ovvero intendesse stampargli in fronte
un' ingiuria atrocissima, divisò rapirgli Cunizza e ri-
condurla alle case paterne. Bordello infatti invola-
vala, non senza grave taccia d' avere empiamente tra-
dito il suo benefattore ed amico. Senonchè il grido
che ovunque correva de' suoi amori con essa, costrin-
sero il truce Ezzellino a cacciarlo dalla sua corte.
Del che ben presto i due amanti ebbero modo di con-
solarsi; l'uno correndo le signorili castella e amoreg-
giandone le dame ; l' altra facendosi un' altra volta
rapire da un cavaliere Bonio da Treviso, con cui,
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scrìve Kolandino nella saa cronaca, visitò molti luoghi
d' Italia in folli gioie e in più folli dispendi.
Bordello allor trasse nel Cenedese al castello degli
Estrac, (1) come vien riferito nelle antiche vite dei
Trovatori, presso Enrico, Guglielmo e Valpertino che
n' erano i possessori ; ma avendo ivi sedotta Otta loro
sorella, gli fu mestieri causarne il furore e ricove-
rarsi presso il signor di Provenza. La corte del quale
era allora in voce delle più splendide e pregiate di
Europa: dacché ogni trovatore e cavaliere vi venia
gentilmente ospitato, né mai dipartivasi senza doni
lautissimi, da quel Romeo in fiiori che Dante eternava.
Era allor la contea pervenuta per la morte di Rai-
mondo III in sua figlia Beatrice, moglie di Carlo
d'Angiò, la quale accolse in un col marito a grande
onore Bordello, e divenne oggetto degli amorosi suoi
canti. Ei n' ebbe, dicesi, in dono un castello e una dama.
Intanto la voce che destava da un capo all' altro
l'Europa a liberar Terrasanta dalle oppressure degli
infedeli faceasi sentire ; tacquero a un tratto le gaie
canzoni; s'interruppero feste e conviti, e Carlo col
fiore de' suoi baroni seguì il fratello S. Luigi in
oriente (1248). Sordello, qualunque ne sia la cagione,
non fu tra i crociati, giacché in quel tempo lo tro-
viamo in corte di diversi signori ne' Pirenei, e de'
principi di Spagna, il re Leone di Castiglia e quel
di Aragona ed altrove, correndo una vita d' avven-
ture e d' amori che ad ogni pie sospinto soleva va-
riare. E forse a questi subiti suoi mutamenti alludeva
Granet, cavaliere e trovatore a' suoi di lodatissimo, al-
lorché in un suo sirventese esortavalo, come pegno
di stabilità, a farsi radere il capo; il che, diceva, me-
glio di cento altri cavalieri aveano fatto in omaggio
alla contessa di Rodi.
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Ei per altro alcuni anni appresso segui TAngioino,
quando questi si mosse al conquisto del regno di Na-
poli; ma colpito da grave morbo in Novara, non gli
venne fatto di proseguire T impresa. Di questa disa-
ventura resta un autorevole documento in una lettera
indirizzata nel 1266 dal pontefice Clemente IV a
Carlo d' Angiò, nella quale gli rinfaccia acremente il
modo indegno e crudele, ond' ei trattava le sue mi-
lizie, lasciandole perire di stenti e di fame. « Ecco,
scrive il pontefice, perchè tu sei detto inumano e in-
capace di sentire amistà : e persuasi van molti che
tu veramente sii tale. Direbbesi che tu comprasti a
moneta quasi schiavi i tuoi Provenzali, che opprimi
d' insopportabili pesi, e a' quali, benché a te fedelis-
simi, ricusi il pattuito soldo, perchè molti si muoion
di fame. Altri, a grave tuo scorno e a disdoro della
lor nobiltà, son costretti a mendicare un giaciglio ne-
gli ospizi de' poveri. Ai più non è consentito seguirti
che a* piedi. Il figliuolo dell' illustre Giordano dell* Isle
geme prigione a Milano ; Bordello tuo cavaliere langue
in Novara, quel Bordello che per i suoi meriti e a
più forte ragione pe'suoi servigi dovrebbe essere da
te sovvenuto ». Questa lettera fa aperta testimonianza
in quale alta estimazione fosse tenuto Bordello, dacché
la sua sorte commiserava V istesso pontefice.
A queste fiere distrette della sua vita si riferi-
scono alcuni versi, che a saggio del suo poetare qui
reco.
Sotz hom me van digen en està maladia
Que s' ieu mi conortes que gran ben m' o faria ;
Ben sai qu' il dison ver, mas cam far V o poria ?
Hom q' es paubre d'aver et es malat tot dia,
Et es mal de seignor e d' amor e d' amia,
Fos qui m* o 1' ensignes, ben me conortaria !
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397
Questi versi fatti noti all'Angioino provocarono una
sua cobbDla, nella quale rovescia sovra Bordello la colpa
d'ogni sua disaventura. — Bordello, essa dice, parla
jnale di me e noi dovria, avendolo io sempre tenuto
caro e in onore. Gli diedi forno, molino e altri beni,
<;on una donna quale egli disiava; ma e' s'è ingiusto^
noioso e folle. Se gli venisse concesso un contado,
non saria pun|^ riconoscente. — Questi versi asperi
come r indole di chi li dettava, non ponno smentire
le accuse lanciategli da Clemente IV nella lettera da
noi più sopra allegata.
Da questo punto nulla più c'è dato sapere con
certezza di lui. Si parlò d' una sua canzone sui Ve-
spri siciliani, a noi non pervenuta : il che ci porte-
rebbe a ritenerlo ancor vivo nel 1282 ; altri, come
Benvenuto da Imola, lo fa morire assai prima per
opera del feroce Ezzellino. In tanto buio che ne cir-
conda la fine, una sola cosa è credibile : che , cioè ,
avendogli Dante assegnato nel Purgatorio il luogo
* in cui stan l' ombre di coloro che furono spenti di
morte violenta, o subitanea, dovrebbe ritenersi eh' ei
fosse perito per altrui mano o d' altra morte im-
provvisa.
Dovendo ora trattar di lui come poeta all'età sua
famosissimo, siamo anzitutto costretti a dolerci che i
suoi componimenti in lingua italiana sieno andati
smarriti, di guisa che senza il testimonio dell'Ali-
ghièri, neppur la memoria di questi sarebbe a noi per-
venuta. Nel suo trattato del Volgare Eloquio egli
celebra Bordello come uomo di meravigliosa eloquenza,
e come uno dei fondatori della lingua nazionale ita-
liana, — perchè, cosi il Foscolo, né scrivendo, né
parlando non impiegò mai il suo nativo dialetto man-
tovano, ma studiò attentamente i vari dialetti di Ve-
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398
rona, di Cremona e di Brescia e di altre città, di
quella parte d'Italia, e scelse le parole più addatte a
formare una lingua, gli elementi della quale, benché
derivati dalla lingua volgare, pure combinati con ele-
ganza e armonia, formavano uno stile meno plebeo e
più addattato alla poesia e alla eloquenza. — Seb-
bene egli siasi esercitato eziandio a trovare nella
lingua à'oil o francese, come quella qhe al dire di
Brunetto Latini è più dilettevole e più accetta di tutti
gli altri linguaggi, noi non possiam dire che de' suoi
scritti in lingua à'oco o provenzale, de' quali ci resta
ancora una trentina a un dipresso, parte erotici e
parte satirici. E quanto ai primi dobbiam confessare
che r indole de' suoi versi non si diparte gran che
dalle idee convenzionali e generiche che costituiscono
r essenza della poesia provenzale, la quale se a un
tratto ti appaga, a breve andare per altro ti aduggia
con la stucchevole monotonia e aridità de' suoi modi.
I bagliori della cavalleria e della amabilità e genti-
lezza non fanno in lui certamente difetto, ma invano
vi cercheresti impronte e fattezze sue proprie, a tale
che tu non sai quale tra le sue canzoni sia stata
ispirata o da Cunizza o da Beatrice o dalla contessa di
Eodi d'altra tra le infinite sue amanti. Ciò mi
rende alquanto perplesso nel riferire qualche suo verso
d'amore; mi restringo alle strofe d' una poesia che ha per
ritornello i versi seguenti. — Ohimè ! A che mi ser-
vono gli occhi, se essi non mi rappresentano l'og-
getto che io voglio ? Sebbene il mio amore mi crucci
e mi tragga a morte, io già non men dolgo: poiché
io muoio per la più adorabile fra tutte le donne, e
prendo il male per bene. Ch' ella soltanto mi assenta
di sperare qualche mercé, e per grave che sia il dolor
che m' accora, essa Tion udrà un lagno da me. Ohimè !
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A che mi servono gli occhi, se essi non mi rappre-
sentano l'oggetto ch'io voglio I —
Improntati di maggior pregio e novità ci si mo-
• strano i suoi sirventesi o composizioni satiriche volte
per lo più contro i grandi dell* età sua. Notissima
allora andò la canzone per la pace tra il conte di
Tolosa e re Luigi IX; più celebre ancóra un'altra,
in cui piglia a verberare i costumi de' suoi tempi.
Fra i suoi canti un ne occorre contro il trovatore
Pietro Bermont di Eicas Novas, il quale alle molte
ingiurie lanciate contro Bordello aggiunge quella ezian-
dio di giullare. Il fiero italiano dopo averlo ad usura
pagato de* sfregi recatigli — a torto, esclama, ei mi
dice giullare ; giullare è colui che accompagna taluno ;
io per contro altri traggo con me; nulla io ricevo,
ma dono, dove invece il giullare nulla dona, ma tutto
riceve; ciò ch'egli possiede, l'ha dalla altrui com-
.miserazione : io non accetto cosa ond' abbia ad arros-
sire, vivo del mio, ricusando* quanto possa avere
aspetto di salario o di mancia, e nulla accettando che
come pegno amichevole. — Queste parole ci mostrano
ciò che d'altronde troviam confermato dalle memorie
d'allora: che, cioè, Bordello tenea vita e portamenti
di cavaliere : e che il titolo dì trovatore eragli un
fregio novello che avea comune con altri gentiluomini
della Provenza.
Fra tutti i suoi sirventesi meritamente primeggia
per leggiadria di forma e originalità di concetto il
Compianto in morte di sir Blacasso, a lui legato di
profonda amicizia. Ma non è agevol comprendere l' e-
legia del trovatore, senza aver prima contezza del-
l'uomo che l'ispirava. H barone. di Blacasso è il tip^
delle virtù cavalleresche quali allor costumavansi.
Egli, scrive un suo biografo, si piacque a donare, a
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400
donneare, a guerreggiare; tenne gran corte e vita
larga, indisse feste e conviti ed ogni altra cosa onde
r uom nobile avanza in pregio e in valore. Altri non
v'ebbe mai che più amasse a ricevere ch'egli a do-
nare. Ei proteggitor dei reietti, difensor degli inermi ;
quanto più crebbe negli anni, più crebbe in larghezza,
in cortesia, in armi, in valore, in onore e in dovizie.
Più i suoi amici l'amarono, e più lo temettero i
suoi nemici, e n'avvantaggiò più sempre a dismi-
sura il suo senno, la sua valentia, la sua gentilezza.
Tale era 1* uomo che piansero estinto i trovatori Ber-
trando d'Alamanone e Pier Kaimondo di No^jes, e
di cui piacque a Bordello eternar la memoria, non con
le vacue lamentazioni ch'erano proprie dei cantori
occitanici, ma con una poesia robusta e originale, che
esaltava l'amico pur mentre lanciava dardi e saette
contro i principi de' tempi suoi, cioè Federico II im-
peratore, Luigi IX re di Francia, Enrico IH re di ^
Inghilterra, Ferdinando III re di Castiglia, Gia-
como I re d'Aragona, Tibaldo conte di Sciampagna
e re di Navarra, Eaimondo VII conte di Tolosa e
Raimondo Berlinghieri V, che fu l'ultimo conte dì
Provenza della casa di Barcellona. Nello intento di
infondere in essi quelle doti e quelle virtù di cui pa-
tiano difetto, ei vuol dividere fra di loro il xjuor ge-
neroso di Blacasso, e darne a ciascuno una parte per
cibo.
Ecco un tal sirventese da me volto in versi ita-
liani, desideroso che questa, detta a ragione la più
bella lirica del Parnaso occitanico, non appaia troppo
da meno nella mia versione:
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401
Pianger vo* Ser Blacasso
In questo suon leggero,
Col cuor smarrito e lasso,
E n' ho ben donde invero :
Ch'aggio perduto in lui
Il buon amico e il donno:
E i. valenti atti sui
Più rifiorir non ponno.
^ grave è il danno e amaro,
Che già m' assai timore
Nullo vi sia riparo,
S*iiom non gli tragga il cuore,
* Onde i Baron ne mangino
Or discorati e lenti, '
E virtù in esso attingano
Per rivenir valenti.
E pria ne mangi il tardo
Imperator di Roma
Che al popolo lombardo"
Tenta afferrar la chioma:
Ma a spregio il tien Milano
Qual se conquiso V abbia : -
Si eh* ei s* affida invano
Nella tedesca rabbia.
Ne mangi il re francese
E forte in questo aiuto
Ricorrerà il paese
Ch* ha per viltà perduto ;
Ma se in sua madre affidasi.
Non mangi, no! Da savi
Non è por mano ad opera
Che di soverchio il gravi!
Piacemi ancor ne mangi
Chi di Britannia ha il regno:
Acciò di vii si cangi
In re valente e degno.
E riavrà la terra.
Segno di mille offese,
Che gli ritolse in guerra
Il regnator francese.
E. Celesia, Storia della Letterat. in Italia 23
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402
£ di Castiglia il principe
Per due ne mangi ancora,
Che due reami ei domina
£ troppo un eoi gli fora.
Ma occulti modi elegga
Se a manicar si pone:
Che ove sua madre il vegga
Adoprerà il bastone.
Il prence d' Aragona
Ne mangi e sperda il grido
Onde Milhaud risuona
£ di Marsiglia il lido;
Frenare i gravi oltraggi
Non può altrimenti. E voglio
Ch' appresso a lor n' assaggi
Chi di Navarra ha il soglio,
£ più valea da conte
Che non da re, com'odo.
Trist'è che Dio la fonte
Apra dell* oro e il modo
Porga a salir sublime
A chi di cuore orbato,-
Cadrà dall' alte cime
In umiltà di stato.
£ di Tolosa è debito
Ne mangi il conte assai:
Se quel ch*ei fu, rammemora,
£ a che ridotto è omai;
Che se da un cuor più esperto
Non gli rivien virtude,
Non gli verrà per certo
Da quel che in sen racchiude.
£ di Provenza io bramo
Se ne satolli il conto ;
Che chi d' averi è gramo
Vive tra sfregi ed onte,
E nulla vai. S' ei pavé,
E da ogni schermo abborre.
Pel fascio ond' ei va grave,
Gustar del cuor gli occorre.
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4C3
Se mal del mio racconto
A me i Baron sapranno»
Farò di lor quel conto
Ch* essi di me pur fanno.
Mio bel Ristoro, ov'io
Trovassi in voi mercede,
Metterò a danno mio
Chi in me non pon sua fede.
Questo canto che accoppia si finamente il lamento
alla satira, levò fama grandissima e trovò imitatori
non pochi. Dante stesso pare l'abbia avuto presente
in quel passo della sua Vùa Nova, ove dipinge
amore che pasce Beatrice del cuor del poeta:
. . .... d*esto core ardente
Lei paventosa umilmente pascea.
La leggenda del cuore mangiato che ispirò al Boc-
caccio la novella 9.* della 4.* giornata e la 52.* del
Novellino , fu assai popolare nei trovatori provenzali,
leggendo in essi che Guglielmo di Cabestaing venne
ucciso da Raimondo di Eossillion e il suo cuore dato
in cibo alla moglie: comunissìma del pari nella
Francia settentrionale e perfino in Germania, che
r attribuisce al cavaliere di Brennberger, il cui cuore,
fatto pria cuocere, è mandato dal marito per pasto
alla dama.
A buon dritto adunque il nome del trovatore ita-
liano primeggiò allora su tutti; a lui s'inchinarono
riverenti i migliori: lui scelsero a giudice dell'opere
loro, testimone quel sir Americo da Peguillano.. che
mandandogli un suo Facolello, scriveva:
Messaggier, porta mon flabel
En la marca lai a 'N Sordel
Qu' en faza juzamen novel
Leial, aissi com s'es usatz,
Sique *n sia desencolpatz.
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404
Ed ora mi sia lecito muovere an passo più innanzi,
senza cui il nostro tema dal lato critico e storico non
sarebbe interamente esaurito.
H Bordello, qual Dante ce lo dipinge, cioè Y anima
altera e disdegnosa, che somiglia a leon quando si
posa, e che abbracciando Virgilio rompe in quelli ar-
denti sensi che tutti conoscono : questo Bordello, vero
esempio di carità cittadina, è egli il Bordello della
storia qual noi lo vedemmo, e quale le concordi testi-
monianze di tutti i commentatori il chiariscono? È
egli il rapitor di Cunizza , il seduttore di tutte le
dame, Tuom de* facili amori, il misleal traditore del
conte di S. Bonifacio? L'autore della storia lette-
raria di Francia, Emeric David, si fa carico di tali
domande, e risponde che il Bordello della Divina
Commedia non è altrimenti Bordello il Trovatore, sì
il podestà di Mantova, e crede averne piena confer-
mazione in que' versi :
gloria de* Latin .... per cui
Mostrò ciò che potea la lingua nostra,
pregio eterno del luogo, ond' io fui,
Qual merito o qual grazia mi ti mosfcra?
da quali versi s' evince, egli dice , \ ammirazione di
Dante pel podestà scrittore latino , non già pel cantor
provenzale.
Non basta; un altro francese assai benemerito delle
storie italiane, il Fauriel, scrive: qual fu T intento di
Dante nel pennelleggiare T immagine del trovator
mantovano? Quello forse di richiamarne la storica esi-
stenza? Ciò non è a credersi, dacché in questa pit-
tura non troviam tratto alcuno che consuoni a quanto
di lui vien narrato. Il Bordello di Dante non è quel
della storia. Forse egli ha voluto in questo suo per-
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405
soiiaggìo incarnare V ideale del vero italiano, anzi del
ghibellino che non perdona a Rodolfo d' Asburgo T aver
negletto le cose d'Italia. Ma se ciò fosse, perchè as-
segnare il nome di Bordello a questo suo tipo di ca-
rità "patria? Era egli ciò conveniente? Ora essendo
impossibile che Dante abbia ciò fatto senza una ra-
gione qualsiasi, noi doljbiam credere che la ragion
véra sia forse celata in qualche sconosciuto avveni-
mento della vita del trovatore. Ad ogni modo questo
brano dantesco « est une nouvelle preuve du peu de
» respect de Dante pour les fails, et de son invin-
» cible penchant à n'en faire que des cadres, ou des
» espèces de supports pour ses idées et ses fan-
» taisies ».
Ecco adunque col David una questione di interpre-
tazione e col Fauriél un'accusa. Vediamo di sgrop-
pare tai nodi. Che nel Bordello di Dante abbiasi a
ravvisare il podestà, anziché il trovatore, non panni
cosa che il savio discorso. della ragione possa accet-
tare. La fama che correa di Sordello, Tessere egli
detto da Dante, come abbiam visto — tantus elo-
quentiae mr — V aver egli coltivato eziandio la lingua
latina per modo che Benvenuto da Imola il fa autore
di un Thesaurus thesaurorum, il cui testo si coii-
serva nell'Ambrosiana di Milano, tutto ci induce a
credere che Dante parlasse di lui, come quegli che
dovea certamente amar Virgilio di ben più vivo
amore che non il pressoché ignoto podestà mantovano.
É chi può accertare che \ Alighieri tratteggiasse
Sordello con colori che non rispondono al vero? An-
che Ctmizza, la dissoluta Cunizza, la magna Twere-
trix à^ì chiosatori, é da lui posta assai più in su
di Sordello, cioè ne* beati cori del Paradiso; ma
essa, lasciando anche in disparte le ragioni dal Fer-
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406
rari allegate, era sorella del più acerbo nemico che
avessero i Guelfi. Troppo poco conosciam di<;Sordello
per poter dire, a tanto intervallo di tempo," che in
lui venne falsata la verità della storia. Ciò che ci
resta di lui, le sue avventure, i suoi amori erano
cose proprie di quell'età, né dobbiamo meravigliarne
gran fatto. D'altronde il già memorato Benvenuto
cel dice nobilis et prudens miles et curialis: uno
scrittore provenzale Y appella gentil cattano: uomo
studioso lo predica il Nostradamus, e gran ricerca-
tore di sapere tutte le cose, si com^^ eh' altro sia
stato della nazione, sia in dottrina, come di buon
intendimento e d' eccellente consiglio ; ond' è che ben
poteva a dovizia andar fornito di quelle doti onde
lo privilegia il poeta, sebben di queste non ci sia
giunta particolareggiata notizia. Infine, se cantò di
amore, scrisse pure di più solenni argomenti; tale,
oltre il già accennato Thesaurus, è il suo trattato
in prosa provenzale — Ddli progressi ed acquisti
fatti dai re d^ Aragona nella contea di Provenza —
talché sembra non possano applicarsi altrui i versi
dell'Alighieri, che tutti i commentatori han sempre
riferiti a Bordello.
Con ciò crediamo aver risposto anche al Fauriel
che trova il Sordello della Divina Commedia cosi di-
verso da quel degli storici. Senonchè egli stesso con-
fessa che assai poco della di lui vita e' è noto, e che
la ragione della pittura dantesca è forse celata in
qualche avvenimento che fino a noi non pervenne. E
in ciò consentiamo volentieri con lui. Ma quando egli
aggiunge che questa è prova novella del poco os-
sequio che Dante serba pei fatti , e che a nuli' altro
egli intenda che a foggiar quadri e — des especes
de supports — per adagiarvi le creazioni della sua
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407
fantasia, noi siam costretti a deplorare la levità con
cui da' Francesi, eziandio dai migliori, si giudica un
poeta, che tenne ognor fede alla più scrupolosa ve-
rità storica, e che fu detto al pari di Omero:
Primo pittor delle memorie antiche.
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CAPO XXI.
LA LINGUA D' OIL I TROVERI IN ITALIA
SOMMARIO.
Trovatori e Troveri — La litìguà d' oil — Quanto abbondi
d'epopee 'e di romanzi — Troveri di maggior grido — I
ininessingeri della Germania — La' lìngua ^oil nota in Italia
neV secoli XII e XIII — Opere d'Italiani scritte in lingua
francese — I poèmi italo-franchi del ciclo carolingio — In-
fluenze troveriche nella Marca Trivigiana e in Toscana —
Perchè non abbiano attecchito nell* Italia meridionale —
Dante e Petrarca.
Due lingue e due letterature vanta a buon dritto
la Francia ; quella in lingua d' oco , in cui i trova-
tori spiegavano le ridenti forme delle loro ^ canzoni
amatorie, dei fieri lor sirventesi, delle poetiche loro
tenzoni ; e la lingua d' oil o antica francese, che di-
venne poi r unico idioma della nazione: lingua feu-
dale assai più severa che la provenzale non fosse,
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Kngaa epica e propria dei troveri , dei romanzatori
e dei leggendari cantori. Ai sirventesi , ai compianti,
ai discordi, Alle tenzoni, ai lai dei trovatori rispon-
dono i cantari di gesta, le albe, le pastorelle, i fa-
volelli, i satirici apologhi, i romanzi dei troveri e
giullari di Francia. Non assi infatti a confondere il
troverò della Francia settentrionale col trovatore
delle Provincie meridionali. Grave, severo il primo ,
affatto alieno dalle corti d' amore, raccoglie le tradi-
zioni che corrono nel popolo, le aggroppa, le fonde
in poemi, che poi dirà ne' baronali castelli, accen-
dendo gli animi con la narrazione delle battaglie e
r imprese dei paladini. Per Y opposto il trovatore
ispirandosi al tripudio della natura che lo circonda,
gaio e spensierato, temprerà il suo liuto agli accordi
d'amore: canterà le belle castellane e i tornei; e se
talora armerà di strali il suo sirventese, sarà per
flagellare i vizi de' grandi o per piangere il sangui-
noso spettacolo della sua patria venuta a mano de'
suoi oppressori. Un trovatore del secolo XIII mostra
esattamente il divario che corre fra queste due let-
terature, scrivendo « la parladura francesca vai mais
et es plus avinenz a far romanz et pasturellas: mas
cella de Limosin vai mais per far vers et cansons et
sirventes. »
Fu scritto che la lingua provenzale può ritenersi
come una specie di dialetto italiano ; altrettanto io
direi della lingua d' oil con quella d* oco , stante lar
grande afl^ità delle due parlature , come appare da
un semplice saggio d' entrambe , eh' io tolgo , fra i
molti che mi sarebbe focile addurre , da un noto ms.
della biblioteca di Modena, che risale al decimo-
secondo secolo. Comincio dal testo francese :
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Quant se rejouissent oisel
Au doz tens quils voyent venir,
Vi dos dames soz un chastel
£n un prè florites coillir.
La plus joenete se plaignoit ,
Et a sa compaigne disoit :
Dame, cousau vos quier et pri
De mon mari qui me mescroit,
£t si n*i a encore de quoi ,
Q*onques d'amors n'ai* fors le cri.
A tort soi d'amors blemée ;
He Dex, si n'ai point d'ami!
Ecco ora il testo provenzale, qual trovasi in di-
verse raccolte:
Can se reconian auzeus
E lo tems comensa dossir ,
Vi dos damas sotz un chasteu,
Floretes en un prie culhir*
La plus jove si se planioyt,
E soven à 1' autre dizoyt :
Dama, cosselh vos quier, éus pri.
De mari qui me mescroit:
E si no i ac oncas nul droit,
C'onque damier n'oy mas le crL
A tort soy d'amor blasraei :
Dieu, e non ay point d'ami.
Cioè : quando s' allegrano gli augelli al dolce tempo
ch'essi veggono venire, vidi due dame sotto un ca-
stello cogliere fioretti in un prato. La più giovane
doleasi e alla sua compagna diceva: dama, consiglio
vi chieggo e prego: mio marito di me sospetta, e si
non v' è ancora di che ; che unqua di amore non ho
udito che il grido. A torto son d'amore biasimata;
Dio, se non ho punto d'amico!
La poesia in lingua d' oil cullata sotto un ciel più
nebbioso che non era quel di Provenza, e avvezza al
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fremito delle battaglie, ritraea dalla razza celtica, in
mezzo a cai viveva, fattezze più austere e saoni men
dolci. Snrta o qaanto meno fatta nota assai più tardi
della sua rivale, attese il destro opportuno di poter
liberamente sbocciare. Il primo soggetto delle poesie
de' troveri furono senza fallo le gesta
De Carlemaine e* de BoHant
Et d'Olivier e' dea vassals
Ki moururant en Renchevals,
e corsero a breve andare tutta Y Europa. Tibaldo
principe di Champagne cantava in questa lingua i
pregi di Bianca di Castiglia : e Eaoul de* Coucy vol-
geva le sue note amorose all'infelice Gabriella di
Vergy: loinvilb con mirabile semplicità narrava le
virtù di Luigi IX. Le epopee singolarmente fiorivano,
tanto quelle che appartengono al ciclo di San Graal,
che a quello di Carlomagno. Ma le vere origini delle
canzoni di gesta ànnonsi a ricercare nel campo d'Asting,
(1066), quando presso a fulminare il nemico, il nor-
manno Taillefer intuona la canzone d' Orlando, questo
Achille de' bassi tempi, e lanciandosi nella mischia,
cade da cento colpi trafitto. Se ne fa autore Thè-
roulde che visse innanzi alla prima crociata.
Mentre la letteratura occitanica non può gloriarsi che
di pochi romanzi, cioè il Jaufré, la Flamenca ed anche,
se vuoisi , il Oirardo di Roussillon (il Fauriel tiene
che di cento e più altri siasi smarrito il testo ori-
ginale) la letteratura francese ne va fornita a dovizia.
Ciò viene anche testimoniato da Dante, che nel Vol-
gare Eloquio ci lasciò scritto « AUegat ergo prò se
lingua oil , quod propter sui faciliorem ac déìecta-
biliorem vulgaritatem quìdquid redactum sive inven-
tum est ad vulgare prosaicum , suum est; vidèlicet
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biblia cum Trojanonim Romanonimque gestibus com-
pilata, et Arturi regis ambages pulcherimae, et quam
plures aliae historiae ac doctrinae ». Èicorderemo
fra questi romanzi quello di Berta e quel di Oggero
il Danese, non che quel di Renaud di Montauban,
' r epopea della Volpe e il favolello d' Aucassin e Ni-
colette. Il romanzo Della Rosa che diede all' allegoria
mistica il più completo svolgimento , chiude V epoca
della poesia eroica. Guglielmo De Lorris e il suo
continuatore Giovanni De Meung, T amico di Filippo
il Bello, rivelano in essa uno spirito cinico e licen-
zioso che nulla sa rispettare. Veggasi come il secondo
d' essi ponga in dileggio T instituzione dei re ;
Un gran vìlain entre eux elurent,
Le plus corsu de quanqulls furent,
Le plus assu et le*plus greigneur
Et le firent prince et seigneur ....
De là vint le commencement
Dea rois et princes terrièns ,
Selon les livres anciens.
Egli r accocca del pari al matrimonio e predica la
comunione delle donne, cantando:
Nature n*est pas si sotte ....
Ains nous a faits , beau fìls , n'en doubtes , «
Toutes pour tous , et tous pour toutes ,
Chacune pour chacun commune
Et chacun commun pour chacune.
Tema assiduo de' troveri era eziandio quello di
mordere il clero, metterne a nudo l'avidità e i mali
portamenti : nel che tengono il primo luogo Rutebeuf
che prese a scherno i fulmini della chiesa , come
quello . che poetava sotto Filippo Augusto , il quale
per rispondere agli anatemi lanciateli da Innocenzo III
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quando ripudiò lugerburga per isposare Agnese di
Merania, avea distese le mani sai beni ecclesiastici;
e Giovanni di Condé che volse fiere invettive contro
gli ordini di S. Francesco e di San Domenico. Fra i
più celebrati troveri accennerò Adamo de Halle , Gio-
vanni de Boves, Oldifredo il Bastardo, Eustachio
d'Amiens, Maria di Francia, Barbe de Verme, En-
rico d' Andeli, e que* grandi signori che furono Gio-
vanni di Brienne, Carlo d* Angiò , Pietro de Dreux e
parecchi altri. Il romanzo Gauillaume de Dole an-
novera fra i migliori rimatori Kenault de Sabueil e
la gentile Doeta di Troyes, che allegrarono de' loro
canti la corte d' Aleraagna sotto Y imperatore Corrado
figliuolo di Federigo II.
Suir orme di questi poeti corsero i minessingeri
dell' Alemagna che scossero la lor patria dalla te-
nebra che r avvolgeva ; il che massimamente è do-
vuto a Federigo Barbarossa, che trovandosi nel 1154,
come altrove dicemmo, a Torino in mezzo ad un'ac-
colta di trovatori, spinse coli' esempio e coi guider-
doni i migliori fra i suoi a ingentilirsi nell'aiate del
canto. Sorse allora una schiera di principi illustri
per sangue e per nobili imprese, che si die' a colti-
vare e ad avere in pregio le lettere ; vanno annove-
rati fra questi il margravio Ottone di Brandeburgo
e quel di Meissen e d'Austria: il langravio di Tu-
ringa, il conte di Henneberg, i duchi d'Anhalt, di
Brabante e di Breslau, e il re Vincislao di Boemia e
quel d' Ungheria. Né assi a porre in disparte Cor-
radino, che unitamente al suo amico Federigo d'Au-
stria lasciò il capo a Napoli nel 1268 sotto la bi-
penne angioina. A' suoi pregi cavallereschi andavano
uniti quei deir ingegno, e ne fanno testimonianza
alcuni suoi versi ch'io traggo dalla raccolta delle
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poesie dei minessingeri e che porgo per la prima
volta tradotti in lingua italiana:
Veggo lieti drizzarsi in sullo stelo
I vaghi fior che il maggio a noi rimena ;
Gli uccise il verno con la man di gelo ,
Ed or gli desta la stagion serena,
Che gaio spiega sulla terra un velo ,
E sparge ovunque del piacer la piena;
Ma a me che giova la stagione estiva
E i lunghi gioirni che la luce avviva?
Da eccelsa donna ogni conforto aspetto,
Ora a me fonte di dolor crudele:
Ben fora degno del suo nobil petto .
Render la gioja a un'anima fedele;
Morrò di duolo se da lei rejetto
Dovrò lungi da lei scioglier le vele :
Nuovo air amore , ella destollo , ed ora
Mi fa sentir eh* io son fanciullo ancora.
I minessingeri educaronsi con felice riuscimento
alla scuola de' trovatori occitanici, e nella Wartbourg
rinnovossi T esempio delle poetiche tenzoni del mezzodì
della Francia. Tengono il primo seggio fra questi
Goffredo di Strasburgo, Arrigo d' Ofterdingen e Voi-
franco d' Eschenbach. AUor cantaronsi le meravigliose
prodezze di Dietrik von Bern , e si ridussero a dignità
epica le leggende de' Nibelunghi. Da quel di la poesia
alemanna fecondata dall'ispirazione dei cantori fran-
cesi, prese un aspetto suo proprio, lontana egual-
mente dalla leggerezza dei trovatori , come dalla pe-
tulante mordacità dei trovieri : più meditativa e fen-
tastica.
Non parlerò delle altre lingue romanze , il casti-
gliano, il portoghese, il grigione e il valaco, che nulla
influirono sull'italiano, per quanto avessero strette
somiglianze fra loro , modificate nel corso de' secoli
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dagli influssi del clima, delle usanze, delle leggi, delle
religioni e da mischianze straniere. Del resto , Y in-
tima lor parentela, oltre il già detto , può scorgersi
dal famoso Descort o lamento di Rambaldo di Va-
quiera, scritto in cinque idiomi diversi , cioè il pro-
venzale, r italiano, il francese, il guascone e lo
spagnolo.
Dovendo noi restringerci alle sole cose italiane ,
diremo che anche nel bel paese accanto ai trovatori
sorgeano i troveri, e miste alle cobbole e ai sii-ven-
tesi echeggiavano le pastorelle e i cantari di gesta.
La lingua della Francia settentrionale che Brunetto
Latini diceva « la parleure plus délìtable et plus
comune à tous gens » e che Martino tìa Canale
nella sua Cronaca dei Veneua7ti dissen\a, che correa
parmi le monde, et est la plus dèlitable à lire et à
air, que nule autre y era assai divulgata in Italia
fin dai tempi della contessa Matilde che parlava
« francigena loquela », e c'è noto che Roberto Gui-
scardo volle essere accompagnato in Sicilia dai troveri
di Normadià^ che inneggiavano alle guerresche virtù
dei baroni francesi. L' uso di questa lingua era con-
siderato in Sicilia di tanta necessità da indurre En-
rico, chiamato al trono dai ribelli a suo fratello Gu-
glielmo I, a respingere le loro offerte, perchè la
ignorava, conforme abbiam dal Falcando che scrive
« francorum se linguam ignorare , quae maxime
necessaria esset in curia ». E se il comune di Bo-
logna si vide astretto nel 1288 a metter fuori il di-
vieto, in virtù del quaTe « cantores francigenorum
in plateis Comunis ad cantandum omnino morari
non possint », ciò prova con quanta ressa traeano i
volghi ad udirne i romanzeschi racconti. A rendere
famigliare tra noi quest* idioma concorsero anche i
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Crociati, che condotti da* principi d' oltr* alpe, inva-
sero r Italia, dai cui porti salpavano per Terrasanta.
Chi volesse tener dietro a tutte le opere pubblicate
tra noi in lingua Xoil, avrebbe un assai largo campo
a percorrere. Imperocché movendo dalle tante compi-
lazioni di Eusticiano da Pisa , che fiori a mezzo il
secolo XIII e che dettò in lingua franca i romanzi
della Tavola Rotonda, d' Artù e di Girone il Cortese,
ci occorrono i nomi di Brunetto Latini, di Aldobran-
dino da Siena, autore del libro « Le regime du
corps » , di Nicolò da Verona che verseggiò. « La
Passion de Jesus Christ ». In questa lingua il Cascia
dettava il suo poema sopra Attila : Cristina de' Pisani
il Livres des trois vertus: Tommaso, marchese di
Saluzzo Le chevalier erranti ed Egidio Eomano tra-
slatava in essa il suo libro I>e Regimine. Questo
novello idioma si svolse fra noi nella lirica, nei poemi
e nelle leggende , molte delle quali passarono in
quella nostra letteratura dialettale che precesse la
nazionale. Fra Bonvesin da Riva, a mo' d'esempio,
trasse da canti francesi la narrazione della vita di
S. Alessio e quella di S.* Maria Egiziaca, già messa
in versi latini da Ildeberto e da Giovanni di Saint-
Evrouet , e in versi francesi da Rutebeuf e da Thi-
baud de Veron , per tacer d' altre leggende già rac-
colte da S. Luigi di Tolosa, dai Bollandisti, dal Va-
ragine e d'altri.
Già altrove toccammo come un codice della Mar-
ciana contenga un lungo poema, o, meglio, sei poemi
sulle imprese del ciclo carolingio, di ignoto scrittore.
La lingua in cui sono dettati è un misto di voci
lombarde, venete e franche: lingua ibrida e strana,
che mostra lo sforzo dei nostri per crearsi un idioma
letterario, avvalorandosi di forme dialettali e native,
E. Celesia. Storia della Letterat. in Italia 27
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senza che per altro venisse lor fatto di scuotere le
potenti influenze eh' esercitava sovr' essi una lingua
forestiera, ma assai divulgata, e già ricca di partiti
poetici e prevalenti, a cui si ribellavano i nostri vol-
gari. Questi irraggiamenti troverici sì estesi in Italia,
ove i poeti alteravano e rifaceano le straniere leg-
gende per meglio accomodarle all' indole de* nostri
volghi, a cui venian destinate, spiccano in ispecie
nel poema il Macaire e in quello sull'imprese di
Carlomagno in Ispagna, verseggiato in un linguaggio
il cui fondo è il nordico idioma francese innestato a
parole e desinenze italiane. Notevole è V osservare
come in questo poema, \ Entree en Espagne, il suo
autore , cioè Nicola da Padova, professi di volgere le
fantasie della sua mente ad un intento altamente
civile :
Por voloir castoier li coarz e li van
E fer en cortoisie returner li vilan,
E les retors de tere encroire en coseil san,
Me sui mis à trover.
Questo poema di venti mila versi a serie mono-
rimme di decassilabi e d'alessandrini formava forse
in origine una sola epopea con la Prise de Pampelnne^
sebbene quest' ultimo mostri fattezze e regolarità più
spiccatamente italiane. Assai piìi noti sono \ Aspre-
moni per le molteplici edizioni che ne corsero nei
secoli XV e XVI; e quelli di Roncisvalle, di Ali-
scans, di Qui de Nanteuil, di Fonlques de Candie,
e il Romanzo d* Ettore y che la Riccardiana di Fi-
renze possiede col titolo di Livre de Troye. Gli au-
tori di questi poemi possono ritenei^si evidentemente
italiani.
E qui giova arrestarsi, poiché il fenomeno di po-
polari epopee scritte nella lingua in cui narravansi
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le avv^enture di Carlomagno , commista a vernacoli
veneti e lombardi, é di tal momento che ricliiede
studi ulteriori e profondi , quali a noi non fu dato di
compiere. Forse un di si poti-à con maggior fonda-
mento di vero fermare la loro data sui primordi del
secolo XIII ; potrà comprendersi perchè i dialetti che
pur serviano ad esprimere i più cari affetti domestici
e quanto s'attiene alla vita civile, fossero impotenti
a rivaleggiare coli* idioma che facea battere il cuore
de' volghi colla narrazione di gesta femose ; verrà
chiarito come man mano i nostri cantori per tornar
più accetti air universale degli uditori, posero il loro
ingegno ad innestare alle native lor parlature l'idioma
delle eroiche leggende, scrivendo, lo direm col Le
Clerc , « wi /rancais presqne italien » e facendosi
eglino stessi inventori, senza potersi in tutto pro-
sciogliere da quelle forme che erano naturate alla
lingua in cui quelle imprese furono primamente can-
tate. E allor nuova luce , giova sperarlo , verrà ad
irraggiare questa letteratura popolare e bilingue , di
Cui sì scarse giunsero a noi le notizie; letteratura
che gli uomini di stato e .di chiesa , radicati neir im-
mobile e sacro latino, riguardavano con solenne di-
sprezzo; onde ristesso Petrarca ebbe a scrivere:
Ecco quei che le carte empion di sogni:
Lancilotto , Tristano e gli altri erranti ,
Onde convien che il volgo errante agogni.
(Tr. d' Am. e. IH).
La materia epica francese s'allargò adunque fra
noi, specie nella Marca Trivigiana, che per ben ot-
tanta anni tra il XII e XIII secoli fu sede di gen-
tilezza e di canti , e , come una lirica provenzale ,
ebbe del pari un' epica francese in versi , dove per
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l'opposto in Francia i romanzi del ciclo brettone son
di solito in prosa. Questo rigoglio intellettuale parve
appresso accentrarsi in Toscana, ove Y adulta coltura,
de' volghi e l'uso di una lingua che già scioglieva
le sue prime note armoniose, non comportando rozze
imitazioni di rapsodie forestiere , appalesavasi in leg-
giadre traduzioni de' romanzi francesi , rimaneggiati
in mille guise si in prosa che in versi. E in versi
fu scritta « Za Spagna istoriata » in quaranta can-
tari e in ottava rima , quella ottava , forma perfetta
ed indigena, che assicurò l'avvenire della poesia ca-.
valleresca fra noi; Andrea da Barberino compilò i
popolarissimi « lieali di Francia » in sei libri, dan-.
doci la storia della casa di Francia a cominciare dal-
l' imperator Costantino fino alla famiglia d'Orlando.
Questi ed altri poemi, non escluso il Renardo o
epopea della Volpe , che come nelle Provincie venete
penetrò anche in Toscana con rifacimenti diversi,
dimostrano quanto la letteratura francese fosse ac-
colta fra noi.
Ma come avviene che mentre 1* alta Italia ha poeti
che inneggiano nelle due lingue di Francia, la sola
Italia meridionale ne va affatto priva? E rimatori
d'oltr'alpe capaci d'addestrare i Siciliani al canto
non ebbe forse la corte -normanna fin dai tempi di
Guglielmo il Buono, e la corte di Federigo fu forse
manco ospitale dei feudali castelli del Monferrato , di
Ferrara, di Verona, di Trevigi e altri tali? La ra-
gione del difetto de' poeti siciliani , che abbiano , al
pari dei lombardi e dei liguri, trovato in lingua
straniera, parmi ravvisarla nell'indole dei dialetti
della superiore Italia, i quali avendo una stretta af-
finità colle due lingue oltre il Varo, poteano di leg-
gieri assimilarle, e creare una letteratura italo-
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421
franco; dove invece la Sicilia tanto dissìmile nelle
sue parlature da quelle di Francia , non potè gene-
rare poett che anteponessero al proprio un' idioma
cosi disparato e perciò non inteso dal popolo. Arroge
che i trovatori passati in Sicilia dopo la crociata al-
bigese, e furono i più, trovarono i Siciliani già in
possesso di un volgare adoperato nei loro canti d'amore:
volgare indigeno , ardente , melodico , mentre V arte
loro in un col loro idioma piegava al tramonto. La
lotta fra le due lingue non poteva esser dubbia :
prevalse il volgare paesano , e ninno pensò a trovare
in una lingua che non avea radici nel popolo.
Che se la lingua di Francia non ebbe poeti nelle
parti meridionali della penisola, non può negarsi per
altro che queste letterature abbiano esercitato una
eflScace azione, non dirò sui canti aulici e cortigiani,
il che è fuori d' ogni contestazione, ma eziandìo sulla
poesia popolare, dando il modello dei metri e adde-
strando il nuovo volgare, ristretto fino allora alla
plebe, a un'arte nova e a' sentimenti gentili.
Ma più soventi questa intromissione di stranieri
elementi tornò funesta ai nostri migliori : ce lo te-
stimoniano gì' istessi Dante e Petrarca. Chi togliesse
per avventura in .esame la prima parte della Vita
Nova, troverebbe pur fra lampi di mirabile poesia,
certe fredde arguzie, certi sbiaditi colori, giuochi di
parole e modi eh' accusano il vieto frasario della
scuola convenzionale d' oltr' alpe. In essi per fermo
non s' appalesa quel dolce stil novo , queir olimpica
elevazione dell* anima, che fa di Dante un poeta ori-
ginale e simigliante solo a se stesso. Di questa pece
per altro andò assai più tinto Petrarca, e ne fan
fede gì' intrecci delle rime usati nelle Sestine , il
Sonetto che comincia « Quand'io movo i sospiri a
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422
chiamar voi », imitazione delle coble rescoste de* Pro-
venzali, Tiritera Canzone IX, pretta imitazione pur
essa delle coble divinative, intorno la quale eserci-
tarono vanamente l'ingegno i suoi molti commenta-
tori. Ma più assai che nella corteccia , ossia nella
forma esteriore, questi influssi oltramontani spiccano
in quel lirismo convenzionale, in quelle sottigliezze
e falsi concetti che mostrano aver egli seguito, an-
ziché r ispirazione interiore e V impeto della passione,
le vestigia della fredda arte occitanica. Quelle sue
cosi frequenti personificazioni dell' amore, quelle forme
lambiccate e contorte , quelle antitesi cozzanti fra
loro, le strane sue metamorfosi in albero, in sasso, in
fonte e perfino in cervo, quella nebbia di sdegni e
pioggia di lagrime e vento angoscioso di sospiri e
mille altri tropi balzani e gonfie metafore, son prove
non dubbie, che talora il suo cuore anneghittisce nel
vuoto, che tace la passione e prevale la scuola.
Ma s' egli ebbe, come fu detto, comune cogli stra-
nieri « r argomento, T occasione e alcuni abiti esterni »
s'egli liba talora a quel fonte di modi convenuti e
artificiali che costituiscono il repertorio dei Franchi
e dei Provenziali, noi abbiamo altresì nel Petrarca
il poeta novo, originale che s'ispira alla passione
potentemente sentita e all' amore della sua terra na-
tale. Co' trovatori sta l'arte e la convenzione che
balbetta suoni monotoni e vuoti ; col Petrarca il genio
che. crea.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
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INDICE
Avvertenza Pc^g^ &•
CAPO I.
fcseverino Roezio.
Introduzione — La nuova critica — Teoria dell'evoluzione
applicata alle lettere — Necessità di risalire alle origini —
La civiltà antica e la nuova — Entrambe rappresentate da
Severino Boezio — Sua nobile vita — Supplizio — Cenni
sulla morte di Simmaco — Quanto Boezio fosse innanzi nelle
scienze fisiche e naturali — E nelle matematiche — Opere
filosofiche — Si rafferma V autenticità de' suoi scritti teolo-
gici — Il Libro Della Consolazloìie Pag, 7.
CAPO IL
Oassiodoro e il Reeno de' Ooti.
Cassìodoro e re Teodorico — Sue sollecitudini pel restauro dei
pubblici monumenti — Sue benemerenze verso l' Italia e le
lettere — Sommosse popolari e fiere repressioni di Teodorico
— Leggende diverse — Araalasunta regina dei Goti — È
fatta strozzare da Teodato — Sue lodi — Generose lar-
ghezze di Rusticiana — Cassiodoro volge le spalle alla corte
e fonda il monastero di Vivarlense — Sue opere — Accuse
e discolpe — La dominazione gota in Italia — Il Codice
argenteo d' Upsal — La lingua ulfilana — Scrittori di quella
nazione Pag, 29,
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424
CAPO III.
I l^oeti Opistiani del VX Specolo.
Condizioni del Cristianesimo nel secolo VI — Ennodio — Si-
donio Apollinare — Peetì liguri : Proculo, Quinziano, Aratore
Venanzio Fortunato — Sue domestichezze con S. Radegunda
— Sue opere -P«5^. 47.
CAPO IV.
Le Lettere nei Secoli VI e VII.
Carattere del secolo VI — Gregorio Magno e sue opere —
Uomini illustri — Giornandes e la Storia de' Goti — Pro-
copio — Le Belle arti e l' industrie — Esistenza delle scuole
laicali — E delle ecclesiastiche — Creaziohe delle scuole
rurali — Esercizi e discipline scolastiche — Elio Donato e
Felice Capella — Benemerenze del monachismo — S. Bene-
detto — S. Colombano — La biblioteca di Bobbio — Mo-
nasteri diversi — I chiostri rifugio dell* antica coltura —
Letteratura sacra P^^Sf» 69.
CAPO V.
Oarloxnasno e P Italia.
Carlomagno e gli scrittori francesi — Com'egli unicamente
intendesse a promuovere l' istruzione nel clero — I cantori
di Roma — D' Alenino , suo istitutore — Chiama in Francia
alcuni illustri italiani a ravvivarvi V amor degli studi —
Con qual criterio abbia la storia a giudicare di lui — Com' e*
divenisse un eroe leggendario ed un santo — La cronaca di
Turpino — L'Editto di re Lottarlo — Scuole laicali in
Italia Pag. 95.
CAPO VI.
Ir'aolo X>iacoiio e i suoi continuatori.
Il monaco di San Gallo e le scuole francesi — Le quali son
opera d' illustri Italiani e in ispecie di Paolo Varnefrido —
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Errori che corsero sulla vita di luì — Suoi maggiori e sua
giovinezza — Paolo in corte d' Arichi — Si rende monaco
a Montecassino — Carlomagno ascrive a. lieta ventura d' a-
verlo in sua corte — Storia de' vescovi di Metz, e V Ome-
liario — Suo ritomo in Italia: morte d' Arichi e sue lodi —
Diverse opere di Paolo e sua scuola — L' Epitaffio d* Ilde-
rico — L* istoria de* Longobardi — Discepoli e continuatori
di Paolo ; Autperto , Bassario , Erchemperto e i due anonimi
Salernitani — Liutprando e cronisti diversi — Dell' idioma
! longobardico — L' editto di Rotari Pag. 113.
CAPO vn.
Xje n'Oliti JSpiclie.
la epos non è opera individuale, ma lenta gestazione de' secoli
— Della ispirazione intuitiva de' popoli — Come la leggenda
dallo stato di tradizione valichi nelle scritture — Perchè
r Italia non abbia altre leggende, dalle classiche in fuori —
Le quali nel concetto de' volghi si convertono talora in crea-
zioni ideali e fantastiche — Leggende straniere trapiantate
in Italia — Ove depongono le originarie fattezze e assumono
aspetti diversi , come quella d' Attila — Una leggenda lon-
gobarda narrata dal monaco di S. Gallo — Altre reliquie
d' epopea longobarda cavate dalla cronaca di Novalesa —
Del ciclo carolingio e del bretone : lor diffusione e muta-
menti in Italia — Il S. Graal — Patria del romanzo caval-
leresco, la Francia — Leggende orientali in Italia — Qual
fosse l'epica degli Italiani ne' tempi di mezzo . Pag. 135.
CAPO vnr.
Influenze de^ Barbari.
Errori storici — Cause che determinano le irruzioni de' bar-
bari — Le bande d'Odoacre — I Goti — De' Longobardi
e de' Franchi — I barbari ingiustamente accusati del decadi-
mento delle lettere — Ed' aver disertato le provincie italiane
— Loro azione sui vinti — Idiomi e alfabeto degli invasori
— Voci germaniche passate nella lingua italiana — Scienze
occulte — La nuova mitologia medioevale. . . Pag, 157.
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CAPO IX.
Oerberto e 1 suol tempi.
Leggende — Gerberto in Koma, in Bobbio e in Germania —
Sue lotte contro T autorità pontificia — Notevole lettera al-
l' arcivescovo di Sons — Sua esaltazione a pontefice — Ras-
segna delle sue opere — Condizioni letterarie dei secoli IX
e X : il Trivio e il Quadrivio — Nuovo indirizzo da lui dato
agli studi — I Papi del secolo IV fino all' XI — Universale
credenza sulla fine del mondo — Primi albori del risorgi-
mento letterario e civile — Eaterio ed Ottone — Operosità
intellettuale Pag, 179.
CAPO X.
Le Oronache.
Delle cronache e delle leggende — Cronache monastiche di
Farfa^ di Novalesa e di Casauria — La Cassinese di Leon
Marsicano — Pietro Diacono — Amato da Salerno — Ar-
nolfo e Landolfo danno alla cronaca fattezze laicali — Fra
Salimbene da Parma — Scrittori delle due Sicilie — Caf-
faro e i suoi continuatori — Ogerio Alfieri e Guglielmo
Ventura — Cronache in versi : Guglielmo Apulo — Il
Carmen d* Ursone — Donizone e la Vita della Contessa Ma-
tilde — Poemi e tradizio^ sul Barbarossa — Altri canti
storici — Leggende sui primordi delle città italiane: Gal-
vano Fiamma — Malespini e Villani — Ricobaldo ferra-
rese — Graphia aureae urbis Romae — Sull'origine delle
principali famiglie.: Beroldo — Letteratura sacra — La
Leggenda Aurea Pag, 201.
CAPO XI.
Ij'rim.e ribellioni alla Ohiesa.
Gli scismi nell'età media — La Chiesa e la libertà del pen-
siero — Della Iconoclasia in Italia — I Concili di Costan-
tinopoli e di Nicea — Carlomagno e il Concilio di Francoforte
— Claudio vescovo di Torino — Valdesi ed altri eresiarchi
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427
— Il libro Delle Sentenze di Pietro Lombardo — Il clero
ostile alle lettere e ai loro cultori — Indole degli Italiani
npugni^nte alle speculazioni teologiche — Vilgardo il CTram-
matico — Arnaldo da Brescia — Fra Dolcino — Accuse
contro Roma e i ministri del santuario — Sette di miscre-
denti — Federico II e il libro De trihua impostoriòns —
Conclusione Pag, 227.
CAPO XII.
Il Secolo XI.
Gregorio VII fondatore del potere teocratico — S. Pier Da-
miano ^- Lanfranco e S. Anselmo filosofi — Opere di S. An-
selmo — Suoi metodi didattici — Della poesia medioevale :
Guaiferio e il suo poema — Alfano lei suoi canti — Pietro
Diacono e il poema De novissimìa diebus — Enrico da Set-
timello — I Lessicografi : Papia lombardo , Uguccione ed il
Balbi — Guido d'Arezzo e i suoi trovati musicali. Pag. 251.
CAPO XIII.
ancora del Secolo X.I.
Coltura degli Arabi e suoi influssi in Italia. — Costantino
africano e sue opere — Scuola di Salerno e sua origine —
Rifiorimento della medicina nelle provincie italiane — Studi
e costumanze civili — L* amore dell* antichità sempre vivo
in Italia — La scuola di Parma e V astronomia — Dell' El-
lenismo — Istituzioni diverse : la cavalleria — Le crociate
e lor benefici effetti — Viaggiatori italiani : Marco Polo —
Fibonacci e le cifre arabiche Po^g* 271.
CAPO XIV.
Xj^ innografla cristiana.
Il tempio , scuola di poesia popolare — GÌ' inni sacri — La
poesia metrica e la sillabica — La Chiesa addotta quest' ul-
tima, come più rispondente all' indole del popolo — I primi
poeti cristiani — La bassa latinità — S. Ambrogio creatore
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della melopea sacra — GÌ* innografi de' bassi tempi — Inni
diversi — Del canto liturgico — Versi leonini — La poesia
leporeamblca e le stanze — L* emendazione degli inni nel
secolo XVII Pag, 289.
CAPO XV.
Xja JPoesia Provenzale.
La lingua romanza — Giullari e Trovatori — Indole de' lor
canti amorosi — Efficacia de' lor sirventesi — Guglielmo IX
apre la serie dei trovatori aquitanici — Loro proteggitori :
i conti di Provenza, di Tolosa, di Monpellieri, di Marsiglia
ed altri — Trovatori illustri — Poetesse e Corti d'amore
— Negate invano da Federico Diez — La lingua d' ooo si
propaga in Italia — Crociata albigese — Sterminio della
Provenza e della letteratura occitanica — Fiere proteste
dei trovatori — Ijor rifugio nelle corti dei signori ita-
liani — Quali scarse influenze esercitassero sulle lettere na-
zionali Pag, 307.
CAPO XVI.
TTrovatori Provenzali in Italia.
Federico Barbarossa e i principi provenzali in Torino — Boni-
facio I e le sue corti di Monferrato — Pietro Vidale, sue av-
venture, suoi canti — Guglielmo Faidito e altri poeti occi-
tanici — La corte di Ferrara — I Malaspina — Altri signori
italiani — Federigo II — Cobbole di Pier Vidale in onor
di Manfredi — Amerigo di Peguillano n' esalta il valore in-
felice — Corradino e il canto d'Acycart del Fossat — Pier
Cardinale e i Vespri siciliani Pag, 329.
CAPO xvn.
Rambaldo di Vacquiera e la Oorte di M.onferrato.
Rambaldo e sua canzone bilingue — * Com' egli s' intendesse in
Beatrice sorella di Bonifacio I — Canti in onore della sua
dama: il Carroccio — Suoi effetti — Tenzone di Rambaldo
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con Alberto Malaspina — Il poeta segue il suo signore in
oriente — Sue gloriose avventure e sua morte — Le Epi-
stole — Imprese cavalleresche: il ratto di Seldina Ademaro
— E quello di Jacopina di Ventimiglia — Il marchese di
Monferrato e sue lodi P^ig- 341.
CAPO XVIII.
1 rFrovatori Italiani.
Perché i trovatori italiani usassero V idioma provenzale —
Poeti genovesi : Lanfranco Cicala , Bonifacio Calvi e Barto-
lomeo Zorzi, veneto — Percivalle Doria e altri poeti minori
— Ludovico Lascaris e sue vicende — Donne celebri — I
Malaspina : Corrado : Alberto detto il Moro — Suo dibatti-
mento amoroso — Altri trovatori di questa illustre famiglia.
— Luca Grimaldi e sua tragica fine — Gli Estensi e mae-
stro Antonio Ferrari. — Saggio del suo poetare — Eamber-
tino Buvalelli, trovator bolognese — Pietro Della Rovere
e altri poeti piemontesi e toscani — Pietro Della Cara-
vaua, il Tirteo de' bassi tempi Pag- 357.
CAPO XIX.
lì^olclietto.
Si rafferma che Genova fii il luogo del suo nascimento — Sua
domestichezza col visconte di Marsiglia e de' principali per-
sonaggi deir età sua — Sceglie a sua dama Adelasla Del
Balzo — Probabili cagioni che il mossero a rendersi monaco
— Folchetto poeta — Sua grande fama testimoniata da Dante
— Folchetto vescovo e sue religiose ferocie — Il concilio
eucomenico del Vaticano Pag, 379,
CAPO XX.
Sordello.
Sordello e sue prime avventure — Suoi amori con Cunizza —
Cacciato da Ezzellino ripara in Provenza — Corre le corti
e ne amoreggia le dame — Parte per V impresa di Napoli,
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ma cade infermo a Novara — Cobbola di Carlo d'Angiò —
Dubbiezze sulla fipe di lui — Sue poesie — Il compianto in
morte di Sir Blancaaao — Il Sordello di Dante è quel della
storia? Pag, 391.
CAPO XXI.
Ija lineila d^ oil o i ITroveri in Italia.
Trovatori e Troveri — La lingua d'o*7 — Quanto abbondi
d'epopee e di romanzi — Troveri di maggior grido — I
minessingeri della Germania — La lingua à^oil nota in Italia
ne' secoli XII e XIII — Opere d'Italiani scritte in lingua
francese — I poemi italo-fraucbi del ciclo carolingio — In-
fluenze troveriche nella Marca Trivigiana e in Toscana — -
Perchè non abbiano attecchito nell'Italia meridionale —
Dante e Petrarca. Pag. 409.
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CORREZIONE
A pag. 152, linea 22, dopo : Prise de Pampelune, aggiungi : ed altri
poemi in oggi perduti : ma non ecc.
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THI8 UnOF TU r^-
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